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ISTORIE FIOREKTIK
DI
SCIPIOI^E AMMIRATO
PARTE SECONDA
DI
CON L AGGIUNTE
DI
SCIPIONE AlVimiRATO
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RIDOTTE A MIGLIOR LEZIO:?!E
DA F. RANALLI
PARTE SECONDA
TOMO QUINTO. ^f
^555^
FIRENZE
PER V. BATELLI e COMPAGNI
1848.
v,5
Vf
deh; istorie f ioritii
DI
SCIPIONE AMMIRAT
LIBRO VENTUNESIMO.
Anni 1435-1441.
^><osimo de' Medici e la sua posterità occnperà questa parie
della mia istoria, perciocché sebbene dopo il suo ritorno la
Repubblica non mutò aspetto , e i medesimi magistrali , e
le medesime leggi continuarono, nondimeno essendo la cillà
vota di tutti coloro del vecchio governo, e quelli i quali
erano restali, o dependendo tulli da Cosimo, o avendo i
medesimi interessi che egli, venne a rimanere libera affatto
nelle braccia sue, e de' suoi successori; i quali reggendola
per lo spazio di molti anni sotto specie d'una civile mag-
gioranza, quando pifi da'loro nimici vollero essere abbas-
sali , allora quasi tirali per mano dalla felicità della casa lo-
ro, non senza l'aiuto d'una gran prudenza umana, all'altezza
del principato si sublimarono; la quale felicità fu così gran-
de , che desiderati prima i lor parentadi da'ponteGci, e poi
alcuni di essi al pontefìcato pervenuti , né da grandi e po-
tentissimi re e imperadori furono le loro affinità dispregiale,
agguagliala T illustrezza del sangue con la potenza del do-
minio, onde non ha da invidiar rilalia al chiarore degli stra-
nieri lignaggi. Quindi nacque molte volle che la cillà di ric-
chezze, d'ingegni, e d'rfrli nobilissime si vide fiorire, e più
che per ì' addietro non era avvenuto molte famiglie spesso
alle prelature, e alla chiara e alla dignità del cardinalato
pervennero. Altre fiate per lo contrario, mentre non si vuol
6 DELL ISTORIE FIORENTINE
questa supcriorilà prtlirc, tu vedesti profanali i tempi e im-
brattati di sangue, manomesse le persone sagre, e dalle fi-
nestre del pubblico palngio impiccate , uccisi molli cittadini,
e per la città a guisa di bestie trascinali, i morti tratti dalle
sepolture e in Arno gitlali , violala la ragione dell'ospizio
e del parentado , ucciso un principe nel letto e nella casa
del consorto e amico ; le quali cose m'ingegnerò raccontare
con quella fede e sincerità, che altre volte mi ricorda avere
promesso , non avendo io , ne alcuno de'miei maggiori, né
co' cittadini , né con alcuno di quei principi affetto o pas-
sione alcuna, se ciò non fo per malvagità d' animo, la quale
mi abbia a far forza che io debba partirmi dal vero. Non
negherò, e dal gran duca Cosimo essermi stato dato queslo
carico , e da' gran duchi Francesco e Ferdinando suoi fi-
gliuoli raffermo ; ma costoro oltre aver da quelli avuto di-
versi principj , non hanno mai violato il dire e il credere
quel che altri si voglia; ond'io non ho dubbio alcuno d'a-
ver liberamente a dir quelle cose, che all'ufficio dell'istoria
appartengono. Venuto dunque il tempo di far la nuova traila
per i signori, che doveano entrare ne' primi due mesi del-
l'anno 1435, e il gonfalonerato toccando al quartiere di S.
Giovanni, non fu dubbio alcuno che quel magistrato avesse
a toccare a Cosimo; il quale deliberalo in ogni modo d'as-
sicurarsi , trovalo che alcuni de' confin.iti avean rotto i con-
fini, li fece in virtù delle leggi giudicar per ribelli. Costoro
furono Rinaldo Albizi e Ormannozzo suo figliuolo. Michele
Arrigucci, Stefano di Salvi, Giovanni di Pino d'Arrigo, Lo-
dovico de' Rossi, Francesco Buccclli, e Riccoldo Riccoldi.
Dall' altro canto il capitano della balia scoperse alcuni altri
cittadini avere insieme pratiche e ragionamenti di trattalo ;
perchè posto mano a Francesco Guadagni , a Bartolo di Mi-
chele, e a scr Branca Brancacci lutti e tre alle Stinche per
dieci anni , e a pagar cinquecento fiorini per uno condannò.
Felice Brancacci non avendo ubbidito alle pene dategli ebbe
bando di ribello. Furono parimente per conio di stato Fi-
lippo e Anliinio Guadagni figliuoli del gonfaloniere, il quale
aveva caccialo Cosimo per dieci anni, a Barzellona confinali,
e Piero Serragli per dieci allri anni posto a sedere. Nel
qual tempo vennero novelle a' signori , come Giovanna jcina
LIBRO VENTUNESIMO. 7
di Napoli ultima progenie de! re Carlo I a' 2 di febbraio in
Napoli di questa \ita s'era partila, avendo quel regno in
molti travagli lasciato per l'incertezza della successione,
pretendendo due principi di sangue e di fazione diversi Al-
fonso re d' Aragona, e Rinieri duca d' Angiò esserne i veri
successori, i quali travagli di molte brighe , non che a quel
regno, ma alla Repubblica fiorentina istessa, come apparirà
ne' suoi luoghi, furono in processo di tempo cagione. Tra
tanto dietro a Cosimo fu fatto gonfaloniere di giustizia la
seconda volla Filippo del Bugìiaffa. In tempo di costai morì
in Firenze Amerigo Corsini arcivescovo della città figliuolo
di Filippo , il quale fu cinque volte gonfaloniere, e fratello
del cardinale. Poco dipoi si fecero l'essequie del Tolentino
molto magnifiche. Costui preso nella rotta dell'agosto pas-
sato dalle genti del Piccinino , fu subitamente insieme con
gli altri prigioni di conto mandato al duca di Milano , il
quale t<;nutolo infin di quel tempo in non molta aspra pri-
gione , avendo tutti gli altri liberati, mentre da un luogo di
Valditaro è verso l'appennino condotto sotto voce di fargli
scambiare prigione , si crede che per ordine del duca cosi
a cavallo com' egli era fosse fatto gitlare giù da certe altis-
sime balze , quasi a caso fusse caduto ; perchè mandato i
Fiorentini per lo suo corpo, e quello a Firenze condotto,
con segni maravigliosi di gratitudine e di pietà il fecero a
S- Maria del Fiore a' 20 d'aprile magnificamente seppellire,
e fra gii altri lor capitani da Andrea del Castagno dipignere.
Desiderando poi i signori per maggiormente stabilire le cose
di dentro, che di fuori si stesse il più sicuro che fusse pos-
sibile, si procurò di far lega con la comunità di Perugia a
difesa degli slati comuni, la qunle fu pubblicata da Taddeo
delTAniclia il primo giorno del suo gonfalonerato. Attesesi
a fermarla anche co' Veneziani ; per la qual cagione fu man-
dato a Venezia Neri Capponi , e fermossi co' patti usati, e
con certe altre aggiunte per dieci altri anni, la quale si pub-
blicò poi del mese di giugno.
Mentre fuori a queste cose si dà opera , dentro la
città una grave e scellerata congiura si scoperse contro la
persona del papa , la quale per esservi alcuni Fiorentini
compresi , non è da tacere. Trovavasi appresso del ponte-
8 dell'istorie fiorentine
fice per ambasciadore del duca di Milano , e parlicolar-
raenle con titolo di trattare la pace, il vescovo di Nova-
ra, il quale per mezzo d'un soldato spagnuolo detto il Ric-
cio , uorao ardito e di pronto ingegno , posto in speranza
di far prigione il pontefice , con lutto l'animo s'era messo
in questa impresa. Soleva Eugenio talora per sua ricreazione
la stale uscire di Firenze la mattina per tempo , e con pic-
cola compagnia udir qualche volta messa nella Chiesa di S.
Antonio; dove il Riccio, il quale avea questa cosa conferita
con alcun cittadino fiorentino, sperava con suoi masnadieri
farlo prigione, purché il Piccinino, il quale si trovava per
le solite sue infermità in quel tempo a' bagni di Siena , gli
facesse spalla con le sue genti , con le quali trafugato il
pontefice in quel di Lucca, si poteva dire d'esser posto in
sicuro. Questa cosa scoperta come dice il Biondo per lettere
intercetle da'magislrali della Repubblica , e secondo Giovanni
Cambi palesala dal vescovo, pentito di cotanta scelleratezza,
al pontefice stesso , fece subitamente por le mani addosso
al Riccio e a Bastiano Capponi, il quale vi tenea mano, e
messi a' tormenti , distintamente tutto il trattato manifestarono.
Per il che al Capponi fu in su la porta del palagio del po-
destà mozzo il capo, e il Riccio per sentenza d'Agnolo
Bonciani uomo del papa e luogotenente del governatore di
Roma impiccalo. Da che si potè conoscere quanto convenga
infino a' principi sacri esser guardinghi , perchè non nasca
altrui speranza di poter a suo senno della lor persopa di-
sporre. Dovevasi in questo tempo medesimo per sentenza
degli Otto, per conto di slato mozzare il capo a Niccolò
Bordoni , ad Andrea Baldesi , e a Cipriano Mangioni , ma
Don distingue il Cambi, se per la sopraddetta cagione, o
per altra; ma il podestà messi i lor beni in comune, e cod-
dannaiigli per cinquanta anni nelle Slinche, li liberò delia
morte: la qual cosa parula strana alla Repubblica, prima al
podestà cassò la famiglia, e poco dipoi a lui tolse l'uflìcio,
vietando per leggi, che ne egli, ne altri de' suoi consorti
potesse mai più essere podestà di Firenze. Non ostanti que-
ste scelleratezze scoperte de' ministri ducheschi, trattandosi
continuamente per mezzo del marchese Niccolò di Ferrara
di mettere accordo tra i collegati e il duca, si fece final-
LIDUO VENTUNESIMO. 9
mente la pace, e Irallossi lega tra il pontefice, i Veneziani,
il duca, e i Fiorentini con questo patto , che se alcuno di
essi contra l'altro prendesse Tarmi, i tre in aiuto rieir of-
feso si armassero conlra 1' ofTcnditore ; la qual lega pubblicò
del mese d' agosto il gonfaloniere Domenico Buoninsegni.
Lega conchiusa molto a tempo , perciocché in questi giorni
stessi con gloria grandissima del duca di Milano, Tarmala
de' Genovesi, i quali erano sotto il suo imperio, riportò
ne' mari di Gaeta quella memorabil vittoria, nella quale il
re Alfonso d' Aragona col re di Navarra suo fratello, e con
molti principi e baroni napoletani fu fatto prigione; la quale
se al duca fusse prima stala nota, peravvcnlnra come fu
stimato, non averebbe la lega accettata. Ma innanzi che la
lega si conchiudesse, ne' primi giorni del magistrato del
Buoninsegni, furono fatti de'grandi tutti i figliuoli e discen-
denti, i quali da Agnolo, Antonio, Filippo, e Giovanni fi-
gliuoli di Ghezzo nascessero. Questa è la famiglia della Casa,
a cui diede tanta riputazione e fama a' tempi nostri Giovanni
arcivescovo di Benevento illustre scrittore di poesie e pro-
se , così latine come toscane , talché questa famiglia ohe
allora era per sorgere, perciocché Ghezzo lor padre non fu
più che notaio, troncagli la strada di passar più avanti, re-
stò nel meglio esclusa del governo della Repubblica ; oltre
a ciò a Bernardo figliuolo di Filippo già detto fu dato bando
del capo. Furono simigliantemcnlc giudicali ribelli pochi di
poi Tinoro Guasconi, i due figliuoli del gonfaloniere Gua-
dagni , i quali dicemmo che a Barcellona erano slati confi-
nali , Jacopo Salviali , Giovanni dello Scelto , Antonio Raf-
facani , e due figliuoli di Lionardo dell' Antella. Assettate i»
questo modo le cose di dentro e posto fine alla guerra , la
quale nondimeno prestamente di nuovo si accese , vennero
in Firenze avvisi come Ridolfo Peruzzi, e Bartolorameo suo
figliuolo s'erano di lor male morti nell'Aquila, città del
reame di Napoli , ov' erano slati confinati ; la qual morte
non fu se non di piacere alla parte, veggendo scemato il
numero de'nimici più principali; e contullociò non man-
cando i sospetti, fu nel gonfalonerato di Berto da Filicaia
la seconda volta Lotto Bischeri privato degli uffici per sem-
pre , e a Piero Cappelli, detto volgarmente il Ciampellino,
10 dell'istorie fiorentine
tu mozza la lesta , Uberto Cortigiani ebbe bando del capo.
Dicesi che dicendo a Cosimo alcuni suoi amici, che per tanti
esilii e bandi la città si guastava , e privavasi di tanii cari
cittadini, ch'egli rispose, ch'era meglio città guasta che
perduta, e che non si sgomentassero però, che con due
canne di rosalo gli bastava 1' animo far ogni volta un buon
ciltadino, pcrch' egli conoscea che a mantener uno stalo
nuovo gli facea bisogno d'uomini nuovi; ond'è che molle
famiglie fiorentine sorgessero allora con la casa de'Mcdici,
non prima che di quel tempo uscite dall'arti minori. Ma il
pontefice non avendo ancora conferito I' arcivescovado della
citlà, il diede finalmente in pieno concistoro a Giovanni Vi-
tclleschi. E venuto poco dipoi in Firenze il conte France-
sco Sforza , fu con grandissimi onori dalla Repubblica rice-
vuto , perciocché oltre i convili e altre accoglienze amore-
voli , fecero i signori fare un ballo in su la lor piazza delle
più principali giovani donne di Firenze, e delle più ricche,
che per lo concorso delle genli , e per T adornamento e va-
rielà de' drappi fu cosa molto magnifica a vedere; e perchè
un signore guerriero ricevesse anche piacere da sludi con-
venienti alla sua professione , in su la piazza di S. Croce
furono ordinate due giostre con belli doni, ove i soldati e
capitani del conte poterono al loro piacere esercitarsi ; le
quali cose e la città e il conte grandemente rallegrarono.
Entrò poi gonfaloniere Piero Guicciardini la seconda volta,
il quale con tulli i signori e collegi , e con quasi tulli gli
altri magistrali della citlà in una solenne processione inter-
venne nel veder benedire la prima pietra che si gillò per
fondare la chiesa di S. Brigida presso la porta di S. Piero
Gatlolini. Poi fu conJinalo Michele di Giovanni nel Friuli, e
COSI entrò l'anno 1436, risedendo gonlaluniere di giustizia
Bernardo Gherardi. A costui vennero arabasciadori da' Ge-
novesi con le novelle , come s' erano liberali dal giogo del
duca di Milano, il quale oltre molte offese lor fatte, gli
avea finalmente con grave scorno ingiuriali in non permet-
tere frullo alcuno della vittoria avuta sopra i mari di Gaeta
a' lor cittadini, con l'armi e legni de' quali aveva cotanta
gloria acquistala. Per questo pregavano la Repubblica fio-
rentina a volerli in questi loro bisogni soccorrere di vello-
LIBRO VENTUNESIMO. 11
vaglie e d'arme, sì che di nuovo sotto la fiera signoria
del Visconti non ricadessero , la quale con l'aggiunta di
così potente e opportuna città , sapeano molto bene gli
slessi Fiorentini, quanto alle cose lor proprie potea essere
grave e noiosa. Non parve alla Repubblica che così fatta
occasione si dovesse lasciare andare, e per questo furono i
Genovesi per la via di Pisa di tutte quelle cose che avean
cercato ottimamente provveduti ; oè veggo scrittore alcuno, che
in questo caso faccia menzione della lega che i Fiorentini
aveano col duca; onde leggermente potrebbe essere che ciò
fusse slato fatto con molta segretezza , o pure essendo la
«Uà libera, il dare a chichesia vettovaglie per i suoi de-
nari, ciò non fusse contravenire alla lega. Il primo giorno
del gonfnloncrato di Giuliano Davanzali giudice , morì in
Firenze il cardinale di S. Sisto , e f u in S. Maria Novella
con molto onore seppellito. Costui era dell'ordine de' pre-
dicatori maestro in teologia , e fu detto Giovanni di Casa-
nuova, di nazione aragonese , il quale creato cardinale da
Martino V, ma non pubblicalo, fu poi con tre altri da Eu-
genio pubblicalo nella prima promozione di cardiuiili che
egli fece. Stando tuttavia il papa in Firenze nacquero tra
lui e il conte di Poppi differenze per conto del Borgo a S.
Sepolcro, il qual Borgo , il conte come padre della moglie
di Niccolò Fortebraccio, che l'anno innanzi era stalo am-
mazzato in una battaglia dalle genti del papa, avea occupa-
lo sotto pretesto della dote di essa sua figliuola non anco-
ra restituitagli; la qual cosa parendo grave al pontefice, che
il conte si facesse le ragioni con le sue mani , mandò la
sua gente d'arme intorno a Poppi: perchè postisi di mezzo
i Fiorentini fu preso questo partito , che fin che le delle
differenze tra il pontefice e il conte si terminassero , il
Borgo si depositasse in mano della signoria, la quale mandò
a pigliarne la lenuta Giovanni Vespucci. Eugenio veggen-
dosi in tutte le cose grandemente onorato da' Fiorentini,
non volle lasciare d;d canto suo ufficio alcuno d'animo gra-
to. E per questo venuto il dì 18 di marzo donò la rosa
alla chiesa di S. Maria del Fiore. Appresso trovandosi la
detta chiesa in stato di poter essere consagrata , essendo
già chiusa la cupola, parve alla Repubblica che si dovesse
Ì2 DELL* ISTORIE FIORENTINE
richiedere il pontefice, che il dì dell' Annunzìazlone della
Vergine , nel qtial giorno i Fiorentini danno principio al
nuovo anno, gli piacesse di consagrarla. Alla quale solenni-
tà essendo dal papa volentieri acconsentito, fu dato questo
ordine. Pcrch' egli dalla calca del popolo noia alcuna non
ricevesse, fu dalle scalce di S. Maria Novella alle scalee di
S. Maria del Fiore fallo tirare un corridore , il quale pas-
sava per S. Giovanni, due braccia alto da terra , e più di
quattro largo di sopra, e dalle bande , e d' ogni parte di
frondi, e d'arazzerle, e di ricchissimi drappi fasciato , e il
pavimento tutto di tappeti coperto. Quindi il pontefice pa-
rato in abito pontificale , e accompagnato da sette cardina-
li, e da trentasette tra vescovi e arcivescovi, e da un gran
numero d'ambasciadori, e dalla signoria islessa ne venne a
S. Maria del Fiore, ove secondo l'uso della romana Chiesa
con esquisite cerimonie si pose a sacrare l'altare maggiore,
mentre il cardinale Orsino parato ancora egli , e su per
una scala salito ugneva le mura , e con somiglianti cerimo-
nie tutta la chiesa veniva a consagrare. Fornito questo uf-
ficio, il quale occupò lo spazio di cinque ore, volle il papa
per rendere maggior onoranza alla città, che il gonfalonie-
re Davanzali fosse dell'ordine della cavalleria onorato; e per
questo commise a Gismondo Malatcsta figliuolo di Pandol-
fo signor di Rimini, il quale nel 23 era stato generale dei
Fiorentini, che cavaliere l'armasse, il che non solo volle
che nella sua presenza fusse fatto , ma egli volle esser
quelli che di sua propria mano gli appiccasse il fermaglio
nel petto ; la qual cosa a ninno altro cittadino , dicono le
Oorenline cronache , esser mai avvenuto. Comandò poi il
pontefice che sopra il già consagrato altare il cardinale di
V^enczia dicesse la messa, la quale detta il pontefice diede la
benedizione al popolo, concedendo selle anni e sette qua-
rantene d'indulgenza a chiunque in quel giorno ogn'anno a
udire la messa grande intervenisse. Nel ritornarsene in S.
Maria Novella portò sempre la coda dell'ammanto papale il
gonfaloniere Davanzali, il quale con la signoria in palagio
tornatosene , diede un solenne e nobile desinare in su la
sala grande a tutti gli ambasciadori di principi e di re-
pubbliche che in quel tempo nella città si ritrovavano, il
LIMO YENTDNESIMO. 13
numero de'quali per rispcllo del papa e della Repubblica
era grande. Donaronsi poi al pontefice in rfconosci mento
degli onori da lui ricevuti quattordici prigioni d'importanza,
e al gonfaloniere per un anno il capitanalo di Pisa fu con-
ceduto. Ma essendo oggiraai le cose di Bologna presso che
assicurate, ancorché per temerità di Baldassar da Oilìda da
capo avesse avuto a ribellarsi per aver ingiustamente moz-
zo il capo ad Antonio Bentivoglio, il quale per ordine del
papa con la sua parte vi era rientrato , parve al pontefice
che con maggior decoro della sede apostolica dovesse la
sua persona risedere in una città suddita all'imperio ecclc-
giastico; per la qual cosa avendo reso somme grazie a'Fio»
rentini degli onori da loro ricevuti, a'18 d'aprile si parli di
Firenze. I signori fattogli compagnia infino alla porta della
città, commisero a otto principali cittadini che infino a'con-
iìni seco ne andassero, e per tutto alle spese del pubblico
magnificamente il papa e la corte trattassero; onde si disse
che i cortigiani per i molti agi avuti in Firenze si partiro-
no malvolentieri di Toscana. Entrò poi a calen di maggio
gonfaloniere Niccolò Valori, il quale sollecitato da' Genove-
sì perchè fossero ricevuti nella lega , quella conchiuse a'15
di maggio , avendovi per la sua repubblica acconsentilo
l'ambasciadore di Venezia , il quale risedeva appresso la
Repubblica. E per questo furono dati loro per metà mille
fanti, perchè per ora dall'armi del duca , il quale gli avea
fatti assaltare, si difendessero. Questa che veramente si po-
trebbe chiamare rottura di lega col duca, viene scusata dal
Sabellico, conciossiachè al duca paresse d'averla egli rotta
prima quando si collegò con Alfonso re d'Aragona, il quale
il reame ,di Napoli pretendeva , essendo fra' patti , che il
duca non dovesse intromettersi nelle cose del regno. O
vero 0 falso che ciò fusse , già si camminava a manifesto
rompimento di guerra, non potendo il duca tollerar la per-
dita di Genova, né che quella da'Fiorentiui e da' Venezia-
ni fusse difesa ; oltre che si tenea per cosa certa , che era
stato a ritrovarlo Rinaldo degli Albizi con alcuni altri fuo-
rusciti, e con grande efficacia l'aveano confortalo a muover
guerra in Toscana, perchè costretti i Fiorentini a pensar
alle cose loro , meno dc'fatti di Genova si travagliassero,
14 dell' lsturie fiorentine
olire le grandi speranze delle quali i) riempievano, mostran-
do d'aver eglino parte ancor molto polente e gagliarda den-
tro Firenze: la quale quando vedesse un appoggio come
quello del duca non tarderebbe a far novità, e a scuotersi
quel giogo dal collo, che ora la teneva oppressa. Da' qua-
li conforti l'animo del duca, il quale era nimico della quie-
te, facilmente fu preso; onde Rinaldo [)olc mandare a dire
a Cosimo de'Medici, -che la gallina covava, benché quello
uomo prudente con più sagace motto gli rispondesse : che
mal poteva covare fuor del nido. Nondimeno avendo il
pontefice preso carico di tener ferma la pace, e di mettersi
di mezzo perchè non si venisse a nuovi romori , le cose
camminavano dall'una parie e dall'altra con molto riguardo;
perciocché Niccolò Piccinino, il quale era venuto su quel
di Genova, non pareva che avesse allro animo che di ricu-
perare le cose perdute ; e contuttociò essendo egli stalo
alcuni giorni in campo ad Albenga , e sentendo che i Ge-
novesi aveano ricoverato il Casleìlello di Genova, se n'era
levato e tornato in Lombardia senza far cosa di mollo pro-
fitto. Era poi venuto Cristofano da Lavello per far guerra
a Pielrasanta, e dopo lui Luigi dal Vermo, nò a'Fiorentini
parve fare altro che soccorrer quel luogoi, ordinando a'ca-
pitani con espressi comandamenti che attendessero a far la
guerra difensiva. Fu mandato Neri Capponi per meltere in-
sieme le genti della Repubblica di cui si fece la massa al
Ponladera ; ma non essendo quelle che erano nel paese
tante che bastassero, fu mandato a chiedere al conte Fran-
cesco, che era nella Romagna, mille cavalli, capo de'quali
il conte mandò il Tali ano da Forlì, colui da cui fu il For-
lebraccio ucciso. Ragunalo da'Fiorentini questo esercito per
terra, e avendo i Genovesi dall'altro canto messo in mare
un'armata sotto la condotta di Batista Fregoso , parve a'ca-
pitani fiorentini di abboccarsi alla Torre a Filicaia col ca-
pitano dell'armata genovese per consultare da qual parte
fussc meglio soccorrere Pielrasanta, e parve a tutti, perchè
Mutrone era stalo acquistalo dalle genti del duca , che il
luogo onde si avesse a dare il soccorso fusse tra Mutrone
e la Marina, quando Neri fu richiamalo a casa però ch'era
slato trailo gonfaloniere di giustizia per i due mesi di lu-
LIBBO VENTCNESIMO. 15
g!io e d'agosto. Il Capponi preso il magistrale , per non
mettere tempo in mezzo, diede il bastone del generalato
al Taliano , ma in quello che s' era volto per soccorrere
Pielrasanta, venne ordine di Milano, che per alcuni accor-
di segniti, l'esercito si dovesse levare d'intorno la terra,
la quale rimasa libera fu munita, e l'armi per allora si ven-
nero a posare. M.i non posavano però giammai di vegghia-
re del continuo coloro i quali la Repubblica governavano,
vcggendo per gli apparati de'loro nimici ogni cosa posta
in pericolo. Perchè essendo venuti mandali dalla signoria
di Venezia infin dal tempo del gonfaloniere passalo quat-
tro cittadini ribelli, dopo essere slati rigorosamente esami-
nati per intender bene le pratiche degli avversarj , a lutti
quattro fu mozza la testa un giorno innanzi che finisse il
mese di luglio in su la porla del capitano. Costoro furono
Zanobi Belfradelli , Antonio Pierozzi , Michele di Giovanni,
e Cosimo Brirbadori , 1' avolo del quale cinqnantasei anni ad-
dietro era parimente ancor egli per l'amicizia degli Aibizi
slato decapitalo. Fu poi verso il fine d" agosto condennalo
nelle Slinche per sempre per simil cagione di stalo Mariana
Peruzzi. Né ii gonfalonerato di Jacopo Ciechi (son questi i
Ciachi vaiai) fu senza sangue, perciocché preso a Fermo
Antonio Guadagni, e come ribello, e come colui che tenea
mano in un nuovo trattalo contro la Repubblica a'4 di set-
tembre fu dato al supplicio. Ma di nuovo ogni cosa si co-
minciò a riempiere di sospetto e di paura, essendo venule
novelle, come Niccolò Piccinino a'3 d'ottobre con molte
genti era arrivalo in su'l Lucchese. Per la qual cosa furono
spediti messi volando al conle Francesco, il quale con la
propria persona, e genti fusse contento venirne per riparare
a' disegni del Piccinino; il quale benché a'Fiorenliiii doman-
dasse solamente il passo per andarne al reame , nondimeno
perché si sapeva esser con lui alcuni de' fuoruscili princi-
pali, cosa alcuna non gli si crcdca, e slimavansi queste es-
ser trame e macchine del duca per far qualche notabii danno
alla Repubblica : onde liberamente se gii rispose , che la Re-
pubblica non era per concedergli il passo allriraente. Egli
replicando con parole altiere, che passerebbe per forza,
non si movea contuttociò a fare effetto alcuno , forse per-
16 dell'istorie fiorentine
che avendo il conte Francesco pari forze alle sue, non ve-
dea ancora il tempo acconcio a tentare la fortuna ; percioc-
ché nell'esercito del conte già venuto e posto a S. Gonda,
per quel che racconta il Capponi, il quale in tutte quelle
cose intervenne, erano cinquemila cavalli e duemilacinque-
cento fanti. Il Piccinino avea seimila cavalli , ma numero di
fanti mollo minore ; per la qua! cosa stettero questi capitani
e queste genti quasi l'uno appetto all'altro , non solo il re-
stante del tempo del gonfalonerato del Giachi, ma quasi tutto
quello di Manno Temperani senza far nulla , quando a'22
di dicembre il primo a muoversi fu il Piccinino. A costui
fu dato a vedere da certi di S. Giovanni alia Vena, che se
di notte assalisse Vicopisano di leggiere gli verrebbe fatto
di prenderlo; ma non essendogli ciò riuscito, perchè non
paresse d'essersi mosso invano, saccheggiata che ebbe tutta
la valle di Buti, si tornò onde s'era partito. Aveva il pon-
teGce quasi per continue lettere falla instanza alla Repub-
blica che andasse rattenuta a' fatti della guerra , perocch'egli
di giorno in giorno sperava condur le cose a buon termine.
Per questo non aveano ancora i magistrati vinto il partito
di fare la guerra ; onde Neri , il quale era col conte , non
avea voluto per tutto questo movimento del Piccinino, che
si movesse pur un cavallo dal luogo ove erano; la qualcosa
credendo i nimìcì che procedesse da paura, diede animo
al Piccinino di far progressi maggiori: perchè si voltò aS.
Maria in Castello, e a Filetto, e araendue questi luoghi
vinse facendovi un gran bottino di prigioni , di bestiame e
di vettovaglie. Già era entrato il nuovo anno 1437, e i nuovi
signori , de' quali fu capo Simone Carnesecchi, aveano preso
il magistrato , quando alle novelle di questi danni il popolo
incominciò a fremere, e coloro che governavano ancor essi
si sentivano riscaldare dal desiderio della vendetta. A' quali
avvisi aggiunto le doglienze de' marchesi di Lunigiana, che
assalili da alcune genti del Piccinino pativano incomodi gra-
vissimi, e Gnalmenle come tulio l'esercito s'era messo a
Barga per espugnare quella terra, la lunga pacienza de'Fio-
renlini alla perfine si ruppe. E al conte, e a Neri che appo
di lui era capo delle genti della Repubblica comandarono
che con ogni prestezza Barga soccorressero, e quelli danni
LIBRO VENTC.NESIMO. 17
ohe potessero maggiori a'nimici facessero , mostrando il pe-
ricolo che soprastava a tiilla la montagna di Pistoja se av-
venijse che Barga si perdesse. Appiccossi la zuffa sotto le
mura di Barga Ira l'uno esercito e i' altro l'ottavo dì di feb-
braio , e le cose andarono in guisa, che non solo il Picci-
nino fu costretto abbandonare l'assedio, ma fu levato dal
campo in rotta con vergogna e con perdila di molle delle
sue genti. Furongli IdIiì due pezzi d" artiglieria e molle mu-
nizioni , e tra gli uomini segnalali restò in quella battaglia
ferito e preso Lodovico Gonzaga figliuolo del signor di Man-
loYa, il quale dal pa'lre com'era fama fuggitosi , a" slipendj
del duca , conlro la volontà del padre militava. Non si perde
d'animo il Piccinino per questa rolla, ma raccolto con la
maggior prestezza che gli fu possibile le genti sue spari e, si
ridu-se in Lunigiana , e postosi intorno a Sarzana quella
prese, e alquante castella che la Bepnbblica avea intorno
al Gume della Magra occupò. Era entralo nuovo gonfaloniere
Giovanni N;isi , il quale avendo con intendimento di Cosimo
con la nuova signoiia più volle consultalo intorno i fatti di
questa guerra, parve finalmente a tulli, poich(;,si avea a
slare su Tarmi , che si dovesse fare l'impresa di Lucca, sì
perchè credevano che i Veneziani terrebbero occupalo il
duca in Lombardia , e sì perchè pareva lor tempo opportuno
di vendicarsi do' Lucchesi, i quali il Piccinino lor nimico
in casa aveano ricevuto, e delle cose necessarie largamente
sovvenutolo. Furono eletti dieci di balìa Lorenzo Kidolfì ,
Neri Capponi, Alamanno Salviali, Simone Orland'ni, Piero
Rucellai, Dtmenico Buoninsegni, Nerone Neroni , Niccolò
Valori, e due artefici N. di Baldino, e il Nero rigattiere.
Ma perchè pareva cosa ragionevole che piima che metter
mano a quel d' altri , le tose perdute a riacquistare si aves-
sero , a ciò primieramente si attese ; e la prima cosa che
si riebbe del mese di marzo , innanzi che il capitano aves-
se messo insieme lutto 1' esercito , fu Filetto. Era pen-
siero del conte di espugnar Monte Carlo , e aveavi già in-
dirizzalo parte delle sue genti , ma sentendo che il Pic-
cinino avuta Sarzana era tornalo in quel di Lucca , mu-
tò opinione, e uscilo in campagna verso gli ultimi giorni
del mese d'aprile con cinquemila cuvnlli e tremila fanti,
Amm. Vol. V. 2
18 dell'istorie fiorentine
con mille guaslalori, cento carra di munizioni, e con boin-
harde e altri edifizj da espugnare le terre, di subito s'ac-
campò a S. Maria in Castello, la quale presa (da lui pei
(orza , fece fortunato il primo di del gonfaloncralo di Ber-
nardo Giachi (sono questi i Giachi delle lluote). Dice il Gip-
poni che il conte aveva una bombarda, la quale tirava cin-
quecentolrenta libbre di peso , e che a quattro colpi di que-
sta fatta cadere dal pedale una torre , ove consislea tutta la
speranza de' difensori , cosi si venne a insignorir di quel
luogo , ove fece prigioni circa centoventi fanti che vi cranc»
per presidio, li Simonetta aggiugne un miracolo , che es-
sendo sotto la rovina di questa torre periti tutti coloro che
vi erano dentro, solamente campò colui, il quale era stato
messo in cima di quella per far cenno col suono della cam-
pana, quando la bombai da traeva , che gli altri si guardas-
sero , e ciò essergli intervenuto per essersi divotamente
raccomandato a nostra Donna. Gamaiore castello de' Luc-
chesi sbigottito dalla fama di colali preparamenti , e perchè
il Piccinmo intesa la perdila di S. Maria, essendo le sue
genti presso (he logore , e egli richiamalo dal duca, se n'era
ito in Lombardia, si rese a' patti senza aspellar pure un col-
(lo. 11 medesimo fece Viareggio con alcune altre castellett;i
\erso la marina; con la medesima facilità si prese Carrara ,
Moneta, e Lavenza, e penetrato nella Lonigiana si riebbe
« on facilità grandissima Sarzana, e alcuni luoghi a'Geno-
M'si tolll, guadagnati dal conte in questa andata, liberamente
lurono a' loro signori restituiti. Tornalo di nuovo l'eserciti!
in quello di Lucca al principio di giugno, tutta la cura si
rivolse ad acquistare Monte Carlo, e a danneggiare il con-
tado lucchese; perchè essendo quel popolo privo di vetto-
vaglie avesse cagione di tumultuare. Mala plebe confortata
da coloro che governavano a difender la comune libertà ,
per qualunque grave danno non mutò fede, anzi ostinata-
mente infino al fine la mantenne. Onde né il guasto de'grani
e delle biade, non 1" arsion delle ville, non i tagliamenti
delle vili, e degli alberi, non le prede de' loro bestiami
giovò punto a quei di fuori, perchè le cose della città va-
cillassero. Ma non essendo la medesima virtù in Montecarlo,
avendo nondimeno quei che vi erano per difenderlo fallo
LIBRO VENTUNESIMO- 19
qualche piccola resistenza, si resero finalmente a' palli a' 20
(li giugno , benché la rocca si fosse penalo alcuni allri giorni
ad avere. I Veneziani aveano ancor essi mosso la guerra in
Lombardia contro al duca vcggendo rotta la lega , e aveano
fra gli allri condottieri d' importanza crealo lor generale Fran-
cesco Gonzaga signor di Mantova. Ma dopo alcuni leggieri
successi, sdegnato co'Veneziani per cagione ch'egli fosso
loro a sospetto, avea deposto il capitai. alo; onde i Vene-
ziani desideravano avere il conte Francesco , e por questo
facevano inslanza a' Fiorentini, che se volevano che la guerra
si maneggiasse in Lombardia gagliardamente , fusse a loro
mandato lo Sforza; ma questa cosa ricevea molte difficultà .
perciocché il conte in virtù delle sue capitolazioni diceva
non essere obbligato a passare il Po. Conciossiachè essendo
egli slato più volte nutrito in una certa speranza d'avere
a diventar genero del duca di Milano , era coslrelto gover-
narsi in modo col duca, che né in tutto se lo sdegnasse ,
né il lasciasse in guisa star libero , che non facendogli bi-
sogno di lui, il potesse ogni volta a suo modo disprezzare ;
l)er la qual cagione avea in (al maniera capitolalo. I Fioren-
tini dall'altro canto desiderosi dell'acquisto di Lucca, mal-
volentieri lasciavan da sé partire il conte Francesco, e tanto
più quanto che erano entrali in un certo sospetto, che a'Vc-
neziani dispiacesse ch'essi diventasser signori di Lucca. E
nondimeno dubitavano che i Veneziani disperati di non avere
il conte. 0 dislaccasser la lega, o facessero qualche accordo
col duca ; col quale avendo i Lucchesi continue pratiche ,
dubitavano ancora i Fiorentini, che e per 1' antico odio che
il duca avea con esso loro, e per le promesse e preghiere
de' Lucchesi, non volesse pigliar sopra di sé il carico di di-
fender quella città. In questa sospensione d'animi prese in
Firenze il sommo magistrato Piero Beccanugi , e la conclu-
sione che si prese fu , che vinto che il conte avesse le ca-
stella di Lucca , che ormai poche ne rimanevano, eglino lo
averebbero lascialo partire. Ma perché ciò non quielava.se
il conia non ci assentiva egli, fu mostro al conte da' Fio-
rentini, che bastava ch'egli lo promettesse alla signoria di
Firenze con una privata lettera; per la quale i Veneziani
si sarebbon per ora racchetati ; e nondimeno egli non sa-
20 dell'istorie fioremtime
rcbbe forzalo più di quel che volesse a passare il Po; non
dovendo le privale promesse rompere i pubblici palli. 1 Ve-
ueziani persuasi clie questa lellcra dovesse basiate, e ag-
giunlo che non era ragionevole non guardare agli interessi
del conte, quando senza lor danno si potea fare, stellerò
cheli; perchè il conle attese a proseguire l'acquisto dell'al-
tre castella- E in breve prese S. Gennaio , Villabasilica ,
Mutrone , e Nozzano. Poi mostrando di voler passare in
Lombardia secondo la deliberazione presa, pose il campo a
Pontrcmoli; e a' figliuoli del Tolentino, e a Lione Sforza
suo fratello coHiandò che andassero ad espugnare Ghivizza-
no. Ghivizzano fu preso in tempo del gonfalonerato di Nic-
colò degli Albizi. Ma a Pontrcmoli, essendo ben fornilo ,
non si potè far co<a alcuna di momento. Lamentandosi fra
tanto i Veneziani di cotante dilazioni: perchè il conte si
tornò a Lucca , e fattovi alcune bastie, e quelle lasciale guar-
dale in modo, che nella città non poteva vettovaglia alcuna
entrare, essendo già il mese d'ottobre , per la via di Mo-
dona passò l'Alpi, e andatone a Reggio, quivi fu subito in-
contrato da' provveditori veneziani, l quali entrati a ragio-
nar seco del modo che si avea a governar questa guerra ,
prestamente ebbero occasione di tentare, se il conte era per
passare il Po. La qual cosa negata da lui espressamente, e
per questo scrittosene a Venezia, dopo molle repliche dal-
l'una parte e dall'altra fatte, si venne finalmente tra il
conle e Andrea Morosini, mandalo per questo effetto parti-
colTrraentc dal senato, a' protesti, e a parole mollo aspre e
ingiuriose. Perchè il conle volendo star fermo nel suo prò-
ponimenlo, se ne tornò in Toscana, essendo già stalo tratto
gonfaloniere di gmstizia Antonio Boverelli. Dal conle allog-
giato , secondo dice il Capponi, in quel di Pistoja, fu fatto
intendere alla Repubblica com' egli era costretto por mente
a' casi suoi , e che per questo pregava quei signori a fargli
osservare i patti che avea co' Veneziani, e conseguentemente
a soddisfarlo de' suoi stipendj, e a considerare come si aveva
a fare per l'avvenire, dove i Veneziani non volessero ser-
virsi di lui ; perciocché egli non vedeva in che maniera po-
ter mantener le sue genti, o difendere gli sfati suoi senz'al-
tro appoggio che quello de' Fiorentini. Conoscevasi in Fi-
LIBRO VENTINESIMO. 21
renze esser vero quello che il conte diceva, e promellevasi
di fare ogni opera che i Veneziani continuassero ne' primi
palli. Ma tra tanto pregavano il conte a voler seguitar la
guerra di Lucca; alla quale non volendo egli por mano se
non si chiariva come restava co' Veneziani , fu bisogno che
si volgesse tutto il pensiero a quel senato. Nò persona si
conosceva che appresso di loro potesse esser più grata per
trattar questa faccenda che Cosimo slesso de' Medici , il
quale in quel tempo del suo esilio , che in Veneiia era di-
morato, maravigliosamenic col modo del suo procedere gii
animi di tutti quei gentiluomini si avea guadagnalo. E vivc.ì
in lui una parliRplare e ardente sete, olire le pubbliche ca-
gioni , dell'acquisto di Lucca; perciocché sentendo da al-
cuni dire , e conoscendolo molto bene da sé stesso , che
per virtù del governo passato, intendendo della fazione de-
gli Albizi e di Niccolò da Uzzano, era il popolo fiorentino
insignorilosi di Pi«a , oltre ogni credenza pollava acceso il
petto del desiderio dell'acquisto di Lucca , per poter pareg-
giare r una vittoria con l'altra; e perchè non se gli potesse
mai rinfacciare che il suo governo ftisse stalo inutile, o di
poco giovamento, e di gloria alla sua patria. Accettato per
questo da lui volentieri il carico dell' ambasceria si partì per
Venezia, o nel fine del magistrato del BovercUi , che questo
non è a me interamente noto , o ne' primi dì dell'anno 1438,
che era rienira'o gonfaloniere la seconda volta Niccolò Coc-
chi. Introdotto Cosimo davanti alla signoria e al doge , il
quale era in quel tempo Francesco Foscari , parlò loro ,
come si crede , in simil sentenza. Se io venissi mandalo a
voi dalia mia Repubblica, o signori veneziani, perchè noi
facessimo lega insieme, per avventura potreste dubitare che
non vi fossero proposte delle cose, le quali fussero più a
benefìzio nostro che vostro ; perciocché coloro che da ne-
cessità costretti , o da alcun altro loro disegno mossi alcuna
cosa desiderano da altri conseguire , son usati addurre tutte
quelle ragioni , con che credano poter altrui al loro inten-
dimento tirare; ne per lo più guardano se quelle vere o
false, onesìe o ingiuste elle si siano; ma essendo già la
lega Ira noi contratta, non più per nostro beneficio, che
per quello della vostra Repubblica stessa, come a ciascuno
22 dell'istorie FIOnENTINE
di voi può esser manifesto , e necessario che voi crediate ,
essendo le cause pari, che l'utile o il danno dell'una è pa-
rimente l'utile e il danno dell'altra; siccome si è veduto
per ispericnza , che non mai le cose de'signori di Milano
prosperarono in Lombardia , che la Toscana non avesse
avuto a temere; ne in Toscana fecero mai progresso alcuno
d' importanza , che quello non avesse messo in dubbio lutto
lo slato vostro di terra ferma; siccome ancora l'avergli noi
tolto Pisa in Toscana, e voi Padova e Brescia, e l' altre
città che essi aveano acquistalo in Lombardia , ci h.i in gran
parie se non assicurali , almeno datoci qualche respiramenlo
e alcuna posa dal terrore delle loro armi, e dal corso pre-
cipitoso di cotanta loro felicità. Non abbiamo dunque da
impedirci gli acquisti dell'una o dell'altra Ucpubblica, poi-
ché come questi crescono, così ci si diminuisce la tema che
abbiamo, non tanto dell'armi , quanto delle arti e degli in-
ganni di cotesti tiranni , massimamente quando noi ricorriamo
a pigliar l'arme contro alcuno, più por vendicarci dell'offese
ricevute, che per volere essere i primi a oltraggiare chi che
sia; nò può da alcuno negarsi noi non avere a qu( sto tempo
mosso le armi contro a' Lucchesi por nostra ambizione, mn
provocali da loro, i quali al Piccinino nostro nimico han
dato ricetto; e egli per mezzo loro ci ha molestato, e fat-
toci danni notabili. Ora questa guerra così giustamente co-
minciata, e non senza onore e utile della lega se ella si fi-
nisce , noi non possiamo condurre a h'ne senza l'amlo del
conte Francesco; il quale non avendo il soldo ch'egli da voi
dee conseguire , non solo non è per seguirla , ma dicfndoci
liberamente eh' egli non può sopra di noi soli appoggiarsi .
mostra eh' egli è per accostarsi al duca. La qual cosa se
succede, che riparo abbiamo a' falli nostri, aggiiignendo il
duca alle forze del suo slato, e al Piccinino il conte; i
quali due senza conlesa e' si sa che sono i migliori capitani
d'ItallE? E l'uno de' due , ch'è il conte, non che fra'capi-
tani, ma fra' principi si può oggi più ragionevolmente anno-
verare, essendo signor della Marca, e avendo tanie città e
castella nel reame come ciascuno sa. Appresso quello che
sommamente imporla è , che tutti i soldati d' Italia segui-
ranno più tosto l'un di questi due capi con ogni poco di
LIBRO VENTL'NESIMO. 23
{raUenimenlo, che qualsivoglia altro principe, o repubblica
por ingordo pregio di denari ; perciocché non solo riguar-
dano in loro la perizia dell'arte militare, la quale e grande,
ma ancora lumnr delle fazioni, onde gli uni i Bracceschi,
e gli altri gli Slorzesihi son chiamali. Né legame è alcuno
che tenga più stretto gli uomini insieme che l'amor delb
parte ; sicché vedete, signori, vi prego, quel che imporla la-
sciare alienare il conte da noi. Non è restalo dal canto no-
stro di pregarlo a passare il Po, ma egli dice in virtù delle
oapilolazioni che ha con la lega , non essere a questo tenu-
to, e che non fa poco colui il quale attende quel che ha
promesso, oltre i sospetti ch'ei mostra avere, che non gli
sia occupata la Marca , allontanandosi tanto dalle cose sue.
Abbiamo ancora tentato di farlo slar saldo alla nostra divo-
zione, accennando che gli pagheremo noi tutto quello sti-
pendio che egli dee tonscguire, benché siamo ridotti a ne-
cessità estrema di denari; ma egli oltre alla moneta dice
d' aver bisogno d'altri appoggi che de' nostri per sosten-
tarsi ; onde s' egli é IceuEialo da voi , che licenziato sarà
<igni volta ch'egli non resta chiaro con voi, scn7.a dubbio
alcuno si getterà dalla p;:rie del duca , il quale avidamente
il desidera. IVel qual caso, signori veneziani, io dubito, che
la mia lìepubljlica per tema delle cdse sue non sia costretta
jiigliare alcun partito , che a se abbia ad essere se non glo-
rioso almen sicuro, ma a voi e a' compagni di poca soddi-
.sfazione e di giovamento La risposta fatta dal Foscaro per
ordine del senato a Cosimo, in sostanza contenea questo.
Che ragionevol cosa era, che il conte fusse pagalo da coloro
a' quali serviva. E che i Veneziani non intendevano di far
crescere un uomo superbo e ingrato alle loro spese. Essi
non invidiare a' Fiorentini 1' acquisto di Lucca, né vietarglielo,
unde non sapere perché si fusse in simile ragionamento en-
tralo, né altro si cavò mai da essi. Per la qual cosa Cosimo
mal soddisfallo, nel tornarsene andò a trovare il papa aFer-
rara, ove si ritrovava per conto dell'unione che si trattava
con la Chiesa orientale, e prcgollo a far opera che i Vene-
ziani non lasciassero dividere il conte dalla lega; e tra tanto
quel ch'era seguito fece prestamente intendere alla signoria;
la quale essendo in questo mezzo dal conte medesimo ifilur-
24 dell' isToniE fiorentine
mala, quali erano i palli rlie dal dura gli si proponevano ,
e che bisognava risolversi, imperoci ho per se non faceva lo
slare sospeso , di nuovo scrisse a Cosimo che lornasse a
Venezia, e facesse vedere i pericoli grandi che si correvano
dall'una repubblica e dall' allra, se 1' amicizia del conle col
duca seguiva innanzi ; nò per tulio queslo si lasciarono ad
altro i Veneziani disporre , non ostante che da Eugenio vi
fusscro gagliardamente confortali, allegando che aveano
tante forze da loro soli da potersi difendere dall'armi del
duca. I Fiorentini ancor che due volle siali ributlali . man-
darono a Venezia di nuovo Giuliano Davanzali, uomo cffìrare
e di gran forza nel dire, e olire a ciò amico molto d" Eu-
genio; ma non (he cosa alcuna conseguisse ancor egli, anzi
sdegnò i Veneziani, avendo dello loro, che non sapea per
qual cagione qml senato incominciava a tener così poco
conto della sua Repubblica, e qu;isi era venuto accennando,
che polca venir teroiio che se ne avesse a pentire. Era Ira
tanto seguilo che Taliimo da Forlì mandalo dal conle per
presidio della Marca, parlilosi da' suoi slipcndj era passalo
a' soldi del duca ; la qual cosa al conle [lorgeva grande sbi-
gùlliroenlo , e mollo maggiore a' Fiorentini, i quali da lui il
lutto intendevano, affermando egli ancorché malvolentieri
esser per queslo ultimo accidente, non die forzalo, mali-
rato pe' capelli ad accordarsi col duca ; onde il nuovo gon-
faloniere Niccolò Malegonnelle chiese tanlo di tempo al con-
te , che se ne potesse scrivere al Davanzali per farlo inten-
dere a' Veneziani , e vedere a che per questo si risolvevano.
e non succedendo altro, allora egli esser libero a far quel
che gli tdrnava j>iù comodo, purché dell'antica amicizia
de' Fiorentini non si scordasse. Scrissesene a Venezia , nò
jier questo si ollennc cosa alcuna di nuovo; lab he il conte
si convenne col duca a' 28 di marzo con queslo patto fra gli
altri, che de' falli di llomagna e di Toscana non si trava-
gliasse; ma il duca mostrando ch'egli non polca lasciar la
difesa de'Lucchesi, e che per queslo sarebbe forzato di rom-
pere ogni patto, ogni volta che quelli oltraggiati da'Fioren-
tini a lui ricorressero, fece in modo col conle , il quale e
<)(•' Fiorentini e di Cosimo particolarmente sapeva esser
jirarde amico, ch'egli dispose la Repubblica a render la
MBr.0 VENTUNESIMO. 2j
pace a' Lucchesi; il qual accordo seguì appunto un mese
dipoi che il conte col duca s'era pacificalo, e i capiloli
principali furono quesli. Che a'Lucchesi rimanesse libero il
piano delle sei miglia; Itilte l'altre castella acquistale daFio-
renlini, alla Repubblica fiorentina s'appartenessero, eccetto
Ghivizzano; il giudizio della qual terra si rimetteva ncll'ar-
bilrio del conte. Mandarono i Fiorentini ledere di questo
accordo a' Veneziani, a' Genovesi, e a tuUi i loro collegati,
ma specialmente a'Veneziani , più per lamentarsi dell'acqui-
sto che avean loro impedito di quella citià , che per altro
rispello. E nondimeno mostravano, che eglino per osser-
vare la lor fede ogni cosa avean fallo senza pregiudizio
della lega ; ma ben con pregiudizio e danno importante
della loro Repubblica, avvezza ad essere nelle sue confede-
razioni di maggior utile a' compagni , che a se stessa: e dice
il vero il Machiavelli, che non mai popolo alcuno si dolse
d'aver cos' alcuna perduto, quanto i Fiorentini si dolser
allora di non aver quel d'altri acquistalo. Il che a chi ri-
guarda la verità procedette, parendo loro essere ingannati
<lalla fede de' Veneziani , i quali avendo con le congiunzioni
loro fatto acquisti grandissimi , ingratamente dicevano i Fio-
rentini di vedersi ora spogliare da essi di un acquisto me-
diocre. Pareva non ostante questi rammarichi , che le cose
di Toscana avessero a restar quiete per un pezzo, e che i
Fiorentini ad entrare in nuove guerre non fussero coplrelli;
nel qual tempo entrò nuovo gonfaloniere di giustizia Barlo-
Tóramco Orlandini cavaliere ; se V inquieto animo del duca
non avesse prestamente gittate i semi delle future discor-
die. Quesl' uomo altiero . il quale si avea poco innanzi ve-
duto due re prigioni in Milano, e che con mapnanimilà pa-
ri , 0 più tosto superiore a cotanta felicità gli avca senza
alcuna taglia sapulo liberamente rilasciare , non pelea tol-
lerare in conto alcuno nel pello suo che i Veneziani Bre-
scia e Bergamo 1' occupassero. E per questo a ninna cosa
avea più l'animo volto, che a cercare in che modo de'Ve-
neziani vendicar si potesse. Ma essendosi a molle prove
ravveduto , che menlre eglino col papa , co' Fiorentini , e
col conte fossero coliegali , le cose sue più tosto sarebbono
andate sempre al disotto,, parca che fosse venutagli una
i26 dell' isToniE fiouentine
occasione mandala dal cielo , che il conte da loro spiccato
si fosse collegato con lui; e che i Fiorentini sdegnati di
non essere stali da loro aiulali nel!' acquisto di Lucca, non
avessero , siccome egli stimava, ad essergli ne' loro travagli
di giovamento. Rimaneva il pontefice , ma il duca non solo
di lui non lenea conio , ma sperando poter 1' uno e gli
altri domare a suo modo , oltre lo stimolo che avca messo
nel cuore ad Eugenio col concilio di Basilea, dal quale era
stato sospeso , deliberò di romper con amen lue, ma prima
col papa , a cui tolta che avesse la Romagna , non riputava
per cosa dilTicile il superare i Veneziani. Ma perchè oltre il
carico, che si tira addosso chiunque piglia impresa co'pon-
(efici per la maestà della dignità ponlillcia , e per la vene-
razion grande che son usi averli i principi cristiani , egli
sarebbe ancora contravvenuto a' patii fatti col conte, fra'quali
era, che non s'impacciasse della Romagna , pensò che que-
sta impresa mostrasse farla da sé il Piccinino , e il modo fu
astuto e sagace molto: perciocché il Piccinino mostrando
d'essersi sdegnato col duca per gli immoderati lavori che
faceva allo Sforza , fece intendere al papa , che dove egli
fosse da sua Santità aiutalo, gli bastava l'animo in pochi
giorni di ricuperargli tutto lo stalo della Chiesa , che dal
conte gli era stato occupato ; avvisandola di piìi come il duca
per trovarsi a' suoi stipendj i due primi capitani di quasi
tutte l'arme d'Italia, d'insignorirsi di quella ora venuto in
pensiero. Eugenio credendogli , gli mandò denari , e egli
con l'aiuto di quelli e con le genti che aveva , in brcvissimfT
tempo e di Ravenna, e di Forlì, e d'Jmola, e di Bologna
si fece signore. Mentre il conte a soltomeltersi i Norcini
dà oi)era , e con tulio il suo animo di vendirjirsi di Giosia
Acquaviva, da cui alcuni suoi luoghi erano flati daiineagiali,
procura, il Piccinino aggiugnendo al danno gli scherni, fece
int'ìndere a tutti li signori d'Italia questo aver fallo per ven-
dicarsi del pontefice: il quale avendo poco innanzi por tutto
divolgato come il Piccinino si volea conlra il duca accordar
co' Veneziani con nota manifesta della sua fede , l'avea dato
carico di traditore. E ciò fallo, lascialo questi luoghi mu-
niti , passò il Po , e con diligenza increilibile accampatosi a
Casalmaggiore, a capo di cinque giorni, che v'era stalo al-
LIBRO VENTONESIMO. 27
torno, a'29 di giugno il coslrinse ad arrendersi. In Firenze
COSI r Orlandini come Luca libertini seguente gonfaloniere,
e in sulle terre dell' Acquaviva il conte Francesco queste
cose sentendo, restavano quasi stupidi di tali, e cosi preste
risoluzioni prese dal duca, massimamente essendo soprag-
giunti poco dipoi nuovi avvisi, come a' 10 di luglio il signor
di Mantova nimico de'Veneziani s'era scopcrlo. Ma il duca
il tutto antivedendo , diceva, il movimento di Romagna esser
stato senza sua intelligenza, anzi averne sdegno grandissimo
col Piccinino conceputo: col quale quando il tempo fosse
venuto avrebbe a tutto il mondo fallo palese, quanto i tra-
dimenti gli dispiacessero, infino in accennando, ch'egli era
per fargli mozzare il capo. E per addormentare il conte, al-
lora più che mai rinnovò le pratiche di dargli la figliuola
per moglie; anzi sapendo che il conte avea animo di difen-
dere la parte di Renato contro Alfonso re d'Aragona ne'fatti
del regno, il (he i Fiorentini avean caro , egli con lusinghe
maravigliose mostrando una domestica e amichevole confi-
denza, strellauiente il pregava ad aslencrsi di travagliare
il re Alfonso , non perchè il conte non avesse ne' capitoli
fatti con lui avuto libertà di poter prender l'arme in favor
di Renalo, ma perchè non gli bastava il cuore che si di-
cesse, sapendosi per lullo lui essergli genero , e il re il
maggior amico che avesse in quesia vita, che egli non a-
vesse tanta autorità col genero , che da questo noi potesse
rimuovere. Era troppo polente stimolo nell'animo del conte
la speranza di questa moglie, la quale artificiosamente fu
in lutti i suoi bisogni dal duca sapula nutrire , ora con far
tagliare le vesti , ora con assegnar gli uomini che aveano ad
accompagnarla, alire volle con invitar coloro che nella pompa
doveano intervenire, con parlar del luogo ove lo sponsali-
zio si aveva a celebrare, fin dove il duca era tenuto a spese
sue di farla accompagnare, e ultimamente, perchè meglio la
credenza avesse luogo, infin con mandar certa somma di
denari che egli per questo rispetto aveva al conte promes-
so. Ma non si dando mai all'opera compimento, e or una e
or altra cagione di dilazione allegando ; e Ira tanto facendo
il Piccinino progressi grandissimi in Lombardia contro i Ve-
neziani, cominciò il conte l'orlemeiUe a temere, che il duca
28 dell' istorie fiorentine
diventato granile la promessa del matrimonio non gli atten-
desse; i Fiorentini parimente lemeano, che il duca superato
che avesse dietro il papa i Veneziani addosso alla lor Re-
pubblica non si volgesse, e quella debole ritrovando non
opprimesse ; massimamente che Francesco Piccinino fìgliuolo
di Niccolò sceso con genie del duca verso Ciltà di Castello,
aveva del mese d'agosto preso la terra del Borgo a S. Se-
polcro, e ogni cosa d'arme e di spavento ripieno. Onde
Bartolo Corsi gonfaloniere per settembre e ottobre con quella
signoria che era seco entrata, e con gli altri capi del gover-
no a niuna altra cosa attesero con maggior diligenza, chea
trovar modo d'assicurarsi de' futuri e presenti mali, né oc-
correva partito alcuno più a proposito, che di strignersi di
nuovo col conte e co' Veneziani. Ma il conte intrattenuto
ogni giorno da nuove speranze , non potè se non ne' prin-
cipi *^g' nuovo anno, quando affatto si vide beffato, risol-
versi. Tra tanto fu in Firenze tratto gonfaloniere Bardano
Acci;iiuoli , nel qual tempo furono inlercelte alcune lettere,
che venivano da" fuoruscili mandale a Francesco Soderini
contra il presente reggimento ; per la qual cosa fu il Sode-
rini confinato alle Slinche. Vennero a luce i nomi di tre al-
tri cittadini, i quali in questo medesimo trattalo interveni-
vano. Costoro furono Niccolò Gianfigliazzi abate di Passi-
gnano , Antonio Peruzzi canonico di duomo figliuolo di Ri-
dolfo, e Lorenzo Strozzi figliuolo di Palla , i quali tulli Ire
in varj luoghi furono confinati. Poi entralo il nuovo anno
1439 prese la seconda volta il sommo magislralo Cosimo
de' Medici , il quale volendo al mancamento de" cilladini
provvedere, ammesse nel suo gonfaloncralo particolarmente
Ire famiglie la prima volta alla dignità de'signori, Zati, Ma-
rucelli , e Gondi , de' quali fu Simone nipote di quel Si-
mone, che ottani' anni addietro mostrammo essere stalo am-
monito. .Ma la lornnla di nuovo del pontefice Eugenio a Fi-
renze , e la cagione di essa come cose molto principali , e
importanti all'istoria, e di ornamento grandissimo a questa
città , terranno alquanto sospeso 1' animo di chi legge da
ciascun altra materia. Di che nondimeno brevissimamente
mi spedirò: perciocché in che cosa differirei io da coloro,
i quali i fatti de' pontefici e di S. Chiesa scrivono? se senza
LIBRO VENTUNESIMO. 29
por mente che la tuia particolar cura è di scriver I' istorie
iìoreoline, volessi infiiio alle cagioni delle cose ad altri at-
tenenti distesamente come delle proprie mettermi ogni volta
a trattare; cosa nondimeno non solamente schifata, ma sol-
lecitamente procurala da quasi tutti gli scrittori de' nostri
tempi. Era già gran tempo passalo che la Chiesa orientale
per molte cagioni dall'occidentale separatasi, benché più
volte avessero insieme procurato di convenire , non mai ad
Sina vera concordia s'eran potute condurre ; ma sempre ben-
l'hè dopo molti concilj alcuna ditricullà vi era restata. Quella
che in fra l'altre e più che ciascun' altra ora strigneva , si
era intorno alla processione dello Spirito Santo; il quale
dicendo i Greci , che por lo concilio Niceno appariva che
egli procedesse solamente dal padre , biasimavano i Latini
che v'avessero aggiunto, che egli proceJcsse ancora dal fi-
gliuolo. A che i Latini rispondevano non esser quella ag-
giunzione , ma esplicazione della mente di quel concilio, e
che per levar via le radici di quell'eresie, le quali volevano
che il figliuolo fosse minore del padre, e che in Cristo fos-
sero distinte due persone, era stalo necessario e utile il
fare quella dichiarazione. A questo articolo principale vi si
aggiugnevan tre altri. Se la celebrazione del corpo di Cristo
si potea fare così in azimo come in fermentato. Se chi muore
in peccato soddisfai o e non purgato vada in purgatorio, e se
gli giovino l'orazioni de'vivi ; e così parimente se (hi ha
purgato di qua , o non incorso in peccato vada immediata-
mente in paradiso; e se il pontefice romano tenga il prin-
cipato nella Chiesa di Dio , e sia vero vicario di Cristo. Ora
per levar via queste divisioni, e riunire l'una Chiesa con
l'altra , e a fine che l' imperatore greco battuto spesso da'Tur-
ihi potesse ne' suoi pericoli sperare alcuno aiuto da'principi
occidentali, aveano diligentemente alcuni anni innanzi cer-
calo , così Giovanni Paleologo imperadore constantinopoli-
tano , come tutti gli altri capi delia Chiesa orientale di ve-
nire a questa concordia. E stando in pie il concilio di Ba-
silea erasi più volle di ciò trattato appresso qiie' padri; i
quali, sì perchè non avean mai preso quel mezzo il qual
era necessario, e sì perchè finalmente si erano alienati dal
pontefice, onde egli annullando quel concilio n'avea un altro
30 DELI.' ISTORIE FIOHENTINE
inlimato a Forrara , furono cagione, che l'imperatore greco
volgesse 1' animo ad Eugenio , e per questo venvitosene a
Ferrara, e quivi stato per lo spazio di tutto l'anno intero
passato , quando le cose erano assai ben disposte, fu preso
partito per la violenza di una peste, la quale avea comin-
ciato grandemente a molestare quella ciltà , di trasferire il
concilio a Firenze. Cosimo avendo dato ordine a tutte quelle
cose che a tanto apparecchio erano necessarie, a' 22 di gen-
naio ricevette il pontefice coi soliti onori accompagnato da
tre cardinali, e da molti prelati nella ciltà. A' 12 del mese
seguente andò ad incontrare Giuseppe patriarca di Coslan-
linopoli, uomo e per la lunga età e per la dotlrina, oltre il
grado che egli lenea , degno di grande venerazione, il quale
in compagnia di molti prelati greci , i quali venivano con
seco, fu onorevolissimamente ricevuto nelle case dp' Fer-
rantini in Pimi. A'15 si fece il ricevimenlo dell'imperatore
4stesso magnifico e conveniente non solo alla grandezza im-
periale , e all'antico costume de' cittadini , i quali quanto
nelle cose private son parchi , tanto nelle pubbliche riten-
gono maravigliosamente del grande; ma anco alla liberalità
del gonfaloniere , uomo e per le pubbliche e per private
cagioni veramente illustre . il quale per la residenza dell'im-
peratore e della sua corte assegnò tutto il circuito delle case
de' Peruzzi. Ricevette poco dopo Demetrio suo fratello , il
quale alcuni chiamano Despolo; in alcune memorie io trovo
esser nominato re del Peloponneso ; nella cui famiglia erano
stali dieci imperadori coslanlinopolilani: costui fu alloggialo
nel palazzo de' Castellani. La cura di queste accoglienze non
avea fatto dimenticare le cose necessarie per la salute della
Repubblica a riparo della potenza del duca, le cui genti
avendo vinto Ligiiano , passato Adda, e per tutte l'acque
dolci avuto viitoria sopra l'armate de' Veneziani . e tenendo
assediate Brescia e Bergamo , e poter quelle poco più tempo
reggersi, aveano fatto ravvedere i Veneziani quanto teme-
rariamente si erano questa volta nelle lor forze confidali ; e
i Fiorentini avoano confermato nell'opinione che sempre
aveano avuta del duca, che non pensava ad altro che di oc-
cupare sotto v.irj pretesti l'altrui libertà, mentre con esqui-
sile arti le forze di coloro che a lui si poteano opporre te-
LIBRO VENTUNESIMO. 31
isea disunile. Per la qiial cosa desiderando costoro a' futuri
mali, e i Veneziani alle presenli calamità provvedere , fu
trovalo facile il rimedio di ricongiugnersi di nuovo insieme-
essendo massimamente il conte accortosi ancor egli d'essere
uccellato e tenuto a parole dal duca. Ma i primi a richiedere
questa congiunzione furono i Veneziani , i quali mandarono
a Firenze Francesco Barbarigo secondo il Sabcllico, secondo
il Biondo Jacopo Donato principale lor geniilnonio e amico
grande di Cosimo e di Lorenzo per tirar la repubblica fio-
rentina alla nuova lega ; il quale benché fussc guardato mal-
volentieri dal popolo , ricordandosi con quanta alterezza a-
vcano i suoi senatori l'anno addietro i loro ambasciadori li-
cenziato ; nondimeno proponendo Cosimo le cose importanti
alle vane, accettò lietamente la lega; di cui queste furono
le condizioni. Che per cinque anni la ler;a tra' Veneziani e
Fiorentini avea a durare, i Veneziani a due terzi, e i Fio-
rentini ad un terzo della spesa concorressero. Che d'ameii-
duc le repubbliche capitano generale fosse il conte France-
sco, il quale con dugmlomila scudi l'anno fosse condotto:
e egli infino a due anni a combattere di qua del Po , e a
tenere tremila cavalli e mille fanti fosse obbligalo ; obbli-
gandosi olire a ciò le dette due repubbliche di difendere a
loro spese tulio quello (he il conte avea nella Marca . se
guerra gli fusse mossa dal duca. Nella qual lega conchiusa
a' 18 di febbraio fu aggiunto papa Eugenio, e i Genovesi
per quel che dice il Simonella. Il Sabeilico e gli scrittori
ferraresi v'aggiungono il marchese Niccolò di Ferrara. lì
Capponi non facendo menzione del papa dice, che il mar-
chese fu condotto dalla Repubblica con mille lance , e con
mille fanti; tra' quali era Sigismondo Malalcsta con seicento
lance; e che cos'i parimente fu condotto con seicento altre
Guido Antonio Manlredi signore di Faenza , e con mille
Pier Gian Paolo Orsino. Essendo in questo modo conchiusa
la lega, mentre s'attendeva a mettere le genti insieme per
dir principio al nuovo tempo alia guerra, fu in Firenze Irrito
gonfaloniere di giu!>tizia la terza volla Piero Guicciardini, in
tempo del quale io non trovo cos" altra seguila nella città ,
eccetto la traslazione del corpo di S. Zanobi, e di Eugenio
e di Crescenzio suoi discepoli ; i quali seppeìiili nel mezzo
32 dell' istorie fiorentine
della Chiesa in uno avello soUerra, furono periati nel capo
(Iella Chiesa, e quivi in una cappella edificata in nome e a
onore di S. Zanobi, pur sotterra , con maggior venerazione
riposti. Nella qual cirimonia sei car.linali, molli prelati così
greci come latini, e Demetrio fratello dell'imperatore in
compagnia di molti signori e cortigiani intervennero. Poi
prese il gonfalonerato Alamanno Salviali, nel qual tempo il
signore di Faenza avendo tocco nuovi denari dal duca , e
ricevuto Imola, senza restituire i già presi, malvagiamente
dalla lega si ribellò. La qual cosa benché fosse di grande
impedimento a' falli di Romagna, dove il conte s' era con le
sue genti condotto , e Icnea il campo intorno a Forlimpo-
poli, nondimeno si conoscea raanifcslamcnte che molto mag-
gior pericolo si correa , se i Veneziani si lasciavano in
preda del duca , i quali non mancavano tutlavia con nuove
lettere e ambasciale di mostrare a' Fiorentini questo lor li-
more. Né rimedio alito vi era . (he disporre il conte a pas-
sare il Po; la qual cosa benché ricevesse le solile difTìcollà,
così dal lato del conte, perchè egli s'inducesse a passar»',
come da quello de'Fiorentini, perchè non rimanessero espo-
sti con maggior facilità all'ingiurie e assalii del duca, nondi-
meno i minori sospetti furono superali da' maggiori ; e man-
dalo da' Fiorentini Neri Capponi al conte gli fecero inten-
dere, che se il duca vinceva i Veneziani, essi non si cono-
scevano alti a potersi difendere da per loro. E che abban-
donatisi i Veneziani dello sialo di terraferma a lui levereb-
liono il pagamento, e che i Fiorentini soli non gli potreb-
bono in tal caso dar quello, che accompagnali da'Veneziani
gli davano ; per il che non vedere altra via alla comune sal-
vezza , che la sua passata di là dal Po. Conobbe il conte
esser vero quello che il Capponi gli diceva , e per questo
rimase contento eh' egli andasse a |)rofTerire la sua passata
a' Veneziani, purché la strada gli assicurassero. Neri imbar-
catosi in su una paleolla de' Veneziani a Cesena fu con in-
credibili onori dal dogi; e da lutto il senato , che per via
di ierra della sua venuta era sialo informato ricevuto. A'quali
fece toccar con roani che la repubblica fiorentina, non o-
stanlc i grandi pericoli ne' quali rimaneva lasciando passare
al conte il Po, si era messa a pregarlo che il dovesse pas-
LIBRO \ENTUNESIMO. 33
sare, e già T avea a ciò (Ì!sposlo;c che altra diffìcnllà non
riraanea , che a discorrere qiui'.e strada fosse la migliore, e
più sicura per passare in Padovana ; avvertendo quei signo-
ri , che essendo il conte accresriulo di genie , era cosa ra-
gionevole che s'avesse riguardo allo stipendio, sì che egli
potesse il suo esercito mantenere, il quale era di ?eimila-
Irecento cavalli , e di milleottocento fanti , non coniandovi
Michele da Culignola, da lui ultimamente con quattrocento
lancc| e trecento fanti condotto. Dice il Capponi , che f^
Cosa ditTicile al esprimere quali fussero i ringraziamenti fatti
da' Veneziani per co'^t fatta novella; i quali d'una mestizia
grande iii somma letizia convertiti , parea, che avessero de-
posto affatto ogni timore, e che le cose loro prestamente
avessero a mutar faccia; perchè senza perder tempo si po-
sero a trattare della via che era da farsi , acciocché si po-
tessero fare le provvisioni neeessarie così di ponti e di spia-
nale come di vettovaglio. E per uomini praiichi fu trovato
quattro essere le vie: la prima era da Ravenna liingo Li
marina, la quale non veniva approvata per essere la strada
tutta renai , senza erba , e posta in mezzo della marina e
de'paduli, e aveasi a passare sette foci, ovvero porli, cose
tutto diffìcili a chi doveva andar ratio : la seconda era se-
guendo la via diritta, ma su questa si trovava una torre
chiamata 1' Uccellino , la quale era guardala dalle genti dei
duca, che senza vincersi non si polca passare, e vincersi
senza tempo non si polca ; il che per non aver onde prov-
vedersi di vettovaglie , e perchè fra tanio non se le polea
impedire il soccorso , recava con se molte incomodità: la
terza era per la selva del Lugo , ma perchè il Po uscir»
de' suoi argini era in quella trahoeeato, rendea il passarvi
del tulio impossibile. Iliraanea la quarla per la campagna
di Bologna inviandosi verso il ponte a Puledrano, a Cento,
e alla Pieve, e indi per corpo del Hcno fra il Finale e Bon-
deno condursi a Ferrara. Q\n\\ passalo il Po al ponte di
Ferrara seguir verso le fornaci a Brendalo e a Chioggia ,
ove imbarcatosi in burchi rimanergli agevolissimo il cam-
mino di entrare nel Padovano. Questa fu approvata per in
migliore e per la pii'i sicura, ancoraché il Capponi sia d'o-
pinione, che ancor questa danimici polea esser impedita,
Amm. Voi . V. 3
35- dell' istorie fiouentise
polendo far l;ij;liare presso al Bondeno sopra a Panoro. Non-
dimeno fu dal conte passata con lutto 1' esercito felicemen-
te , e con tanta pnsti zza ogni cosa messa ad effetto , elio
essendo Neri nlli 11 di maggio partito di Firenze , a'20 di
giugno il conte si trovò essere sii 1 Padovano : la qual nuova
a' Dieci di balia, i quali erano entrati a caieii di giugno, recò
incredibile allegrezza. Costoro furono il medesimo Neri Cap-
poni, Lorenzo Ridolfi cavaliere e dottore, Antonio Serri-
slori , Lionardo lìruni, Lionardo Barloli , Piero Bcccanugi,
Cosimo de' Medici, Al'ss.indro degli Alessandri, e Cambino
Cambini, e (liuliano Comi per la minore. E fu senza alcun
dubbio questa arrivala all'afilitto sialo de' Veneziani di re-
frigerio grandissinio. Mentre cusi si maneggiava la guerra
di fuori , dentro la città si proseguiva caldamente la con-
cordia Ira i Latini e i Greci con soddisfazione grande cosi
del pontefice Eugenio, come del patriarca Giuseppe: ilqualc
prima che la concordia fosse pubbiicala si morì di vecdiiaia
in Firenze 1' om'ecinio giorno di giugno, e in S. Maria No-
vella con grandissimi onori fu seppellito. Pubbiicossi polla
concordia tra !e due chiese il 6° giorno di luglio , essendo
gonfaloniirc di giustizia Filippo Carducci la seconda volta,
avendo i Greci acconsentito a quelle sentenze , che intorno
i delti articiili erano decise già da" Latini, cos'i della proces-
sione dello Spirito Santo dal padre e dal figliuolo , cojmo
«lei imrgatorio , della consecrazione in azimo e formonlato ,
e della preminenza del romano pontence. La cerimonia di
questa solennità fu tale , die dopo cantala la messa dal papa
salirono sopra un gran pergamo posto nel mezzo della chiesa
con frequenza grandissima di popolo il cnrdinalc Cesarino
0 un prelato greco, di cui non ritrovo il nome, avendo in
mano una lunga cartapecora in due colonne divisa: dalluna
delle quali in sermone Ialino, e dall'altra in greco erano
i capi della della concordia scritti. E rccilala la latina dal
Cesarino, e quella da' Latini e da' Greci con lietissime e
allissìrae voci approvala , cosi fu parimente approvata l,i
greca da amcndue le nazioni , finiìa che fu di leggere dal
prelato greco. Del qual allo quattro notai romani, e quattro
greci ne furono rogali. Ma sopratlutto ebbe cura la Repub-
blica di seibarne memoria in lettere scolpile nel marmo, ii
MBRO VENTDNESmO. 35
quale al lato alla porta della sagrestia maggiore di S. Maria
del Fiore , siccome oggi vediamo, fu coUorato. L'imperatlore
essendo poi dimorato molli dì in Firenze, si partì lìnalraente
della ciltà m<»ito ben soddisfatto di tutta la Repul)i)lica a''i(>
d'agosto, avendo per segno d'onore, siccome dice il Cambi,
fatto conte di palazzo il gonfaloniere Carducci , e levato la
metà di lutti i passaggi, e gabelle, che i Fiorentini solevano
pagare in Costantinopoli, e in tutto il rimanente del suo im-
perio per conto delle lor mercatanzie. Concedette e donò an-
cora alla delta nazione un'abitazione, che anlicanicnle solcano
avere i Pisani per il consolo loro in Costantinopoli, quando
essendo in piò la lor libertà in quelle parti navigavano , e altre
grazie e favori disponsò a'signori priori in ricompensa degli
onori ricevuti da loro. I fatti della guerra erano intanto pro-
ceduti in Lombardia quasi con pari fortuna , perciocché il
conte racquietò nel principio Lunigo e Soave, e moli' altre
castella poste nel Vicentino e nel Veronese ; essendo per
quel che io avviso già entrato in Firenze nuovo gonfaloniere
di giustizia Neri Bartolini Scodellari. Dall'altro canto mentre
per una quasi pestilenzia entrata nel suo esercito è costretto
ritirarsi a Zevio castello del Veronese vicino al Mantovano ,
il Piccinino ruppe 1' armata de'Veneziani sul lago di Gardn,
Quindi temendo i Veneziani non nascesse la perdita di Bre-
scia, comandarono al conte, che con ogni suo supremo studio
alla difesa di quella si volgesse , e eglino diligentemente a
provvedersi di nuova armala si posero. Onde le cose della
lega cominciarono andar al di sopra senza contrasto ; percioc-
ché avendo il conte deliberato di soccorrer Brescia per la
via de' monti , essendo la via della campagna di fosse , di
bastie, e d'altri impedimenti serrala, gli venne fiitlo di dare
una segnalata rotta al nimico ; il quale avendo inleso che il
conte partito di Zevio per Valdacri, seguendo la strada del
lago di S. Andrea era pervenuto a Peneda , e come sceso
nella valle ove passa il fiume Sarca, che mette nel lago di
Garda, s' era finalmente accampato intorno a Tenna , luogo
posto nel poggio, onde era la via d' andare a Brescia, quivi
deliberò di farseli incontro, e di vietargli il passare innanzi.
Incominciossi prima la zufTa con leggieri scaramuccie ora ri-
messe da' fami, e or dalle genti a cavallo ; ma essendosene
3G dell' istorie fiorentine
fra le altre appiccala una molto grossa il nono dì di novem-
bre, essendo in Firenze gonfaloniere di giuslizia Guido Ma-
chiavelli , e quella continuamente rinforzala da amendue le
parti , si venne ai fine a combattere a bandiere spiegale da
ciascun lato con tulle le genti, e durò la ballaglia per buono
spazio senza potersi giudicare qual de' due eserciti ne avesse
il migliore; ma aiulati quei delia lega da' fanti a piò: che
poco avanti erano venuti per le montagne, i quali da'Iuoghi
più alti rotolando grandissimi sassi ferivano i nimici, ebbero
in poco di ora facile la villoria ; perchè messi in i'iiga i du-
chesclii, coloro che non furono falli prigioni, altri in Tenna,
e allri all'armata c'nc aveano al Iago di Garda si salvarono.
Tra i prigioni di conto furono Carlo Gonzaga figliuolo del
marchese di Mantova, Cesare Martinengo, e Sagramoro Vi-
sconte. E credetlesi che l' istesso Piccinino fusse preso an-
cor egli , ma subilo rilasciato. Salvossi egli nondimeno a
Tenna accompagnalo da un solo tedesco suo servidore, uomo
di vilissima condizione, ma di grandissimo corpo e di smi-
surale forze , a cui persuase che messolosi la nolle in un
sacco a guisa d'arnesi, o d'altre robe , come se fusse sacco-
manno sci conducesse per mezzo del campo, ove per la vit-
toria la diligenza era minore, in luogo sicuro. In questo modo
fu, siccome vediamo oggi nelle commedie intervenire a'dap-
pochi innamorali , salvalo uno de' due migliori capitani di
(juelli tempi; il quale non polendo tollerare d'essere stalo
vinto, 0 almtno di non cancellare con qualche nobile acqui-
sto la ricevuta vergogna, dopo aver volto per l'animo diverse
rose, avendo inteso con che poca diligenza era guardata la
ciliadclla di Verona , immaginò potergli riuscire facilmente
di prenderla, se questa cosa con segreta prestezza guidasse.
Lasciate per questo quelle genli che giudicava che bastassero
per la guardia di Tenna, egli montò in riva di Trento sopra
l'armata, e col marchese di Mantova, e col resto dell'esercito
n'andò a Peschiera. Quindi messosi in cammino , di nolle
tempo giunse a Verona, e senza esser da alcuno sentito scalò
e prese la cittadella nuova. Onde sceso nel borgo di S.Zeno,
(; rotta la porla di S. Antonio, di quivi intromesse tutta la
cavalleria , e con somma felicità in fuor che dell'altre for-
tezze , che s<jno tre, ove i ministri de'Vencziani erano rifug-
f.I8R0 VEXTUNESJMO. 37
giti, ili lutto il resto della cillà s'insignorì con tanta sua al-
legrezza e soddisfazione, parendogli non che il perduto ono-
re , ma di vantaggio molto maggior gloria aver acquistata .
che non potè contenersi di non scrivere a Cosimo de'Medici
(di cui sapeva lo Sforza essere amicissimo) che al conte era
il medesimo intervenuto, che avvenne già a Uuccicaldo go-
vernatore per lo re di Francia di Genova, il quale quando
credette doversi impadronire di Milano , allora ribellalasigli
(ienova , dell' una e dell' altra città si trovò scioccamente
escluso. Così il conte quando tentava soccorrer Brescia, aver
perduto Verona. Ma non godè lungo tempo il Piccinino il
vano frutto di questa sua vittoria, perciocché intesa dal conte,
la perdila di quella cillà (benché egli avesse consiglialo prima
i Veneziani a tenervi miglior guardia) è cosa incredibile a
esistimarc , quanto egli se ne commovesse nell'animo suo ,
considerando che un nimico non più rhe olio giorni prima
rotto e superato da lui , e quasi ndracolosamcntc uscitogli
dalle mani, gli avesse tolto così importante città. Deliberò di
levarsi in ogni modo questa vergogna da! viso , ancorché
quasi da tulli i capi del suo esercilo ne fosse sconfortato ,
i quali mostrandogli pericoli grandissimi, a ritirarsi a Vicenza
il persuadevano, anzi voltosi con parole piene d'una certis-
sima confidenza a' provveditori veneziani, e a Bernardelto
de'Medici, il quale per la Repubblica di Firenze era appresso
di lui commcssario , arditamente promise loro di ricuperar
Verona, purché una sola delle tre fortezze non si fosse an-
cor resa. Mandò dunque gente eletla a pigliare un ponte, che
egli avea fallo su l'Adige, dove il fiume si rislrigne all'uscir
della valle Lagarina , e comandato a Gatlamelala che il se-
guitasse con l'artipliorie, e salmciia del campo, egli con le
genti più spedite s' inviò di notte verso Verona ; tanto trava-
glialo dell'importunità della stagione, che è cosa certa molli
saccomanni essersi quella notte morti di freddo. Nondimeno
avuto nuova come i passi erano sicuri , seguitò il cammino
con molta allegrezza , sperando con la celerità ristorare il
danno ricevuto; né si fermò altrove , che al Casale di S.
Ambrogio uscito che fu dalla strettezza delle chiuse. Erari
di quivi due vie per andare a Verona, l'ima per la pianura,
e questa era più breve e spedila, l'altra pe'monti più lunga
38 dell'istorie fiorentine
e più malagevole; ma egli slimando che questa fusse meno
guardala , non si curò dell' altre difficullà , e comparilo il
giorno seguente sopra Verona fé vista di voler passare più
avanti, il che a'nimici, i quali non aveano ancor fallo quelle
difese che bisognavano, porse in principio grande allegrez-
za, credendo, che il conte diffidato di poler ricovrar Verona,
volesse passare a Vicenza. Ma avendo egli fatto girar le genti
verso la Rocca di S. Felice, e in quella entrato, diede gran
terrore a'nimici, ma molto più quando rifatto il ponte, che i
nimici il giorno innanzi aveano abbruciato , calò in quella
parte della città, la quale divisa dal fiume è minore dell'allra,
ove con grand' impeto e con ferocissime grida assaltò gli av-
versar]. Non sperava egli poter quella notte interamente im-
padronirsi di Verona, per la qual cosa avea mandato ordine
a Galtamclata, che la notte calasse giù nella valle che tocca
l'Adige, e qui si fermasse, con deliberazione , che venuto
il di assaltasse quella parte della cillà, la quale era lenula
da' nimici; oltreché egli dubitava di non poter vietare, che
quella città non andasse a sacco , se nella licenza delle te-
nebre tanto numero di soldati , presso che aflamnli , dentro
quella rinchiudesse. Ma fu s'i vigoroso l'assalto de' suoi , e
l'aiuto de'cittadini, i quali benché rinchiusi dentro le lor ca-
se, con Inmi dalle finestre, e con rinfrescamcnli mandali giù
con le fune in panieri e canestre facevano giovamento a'com-
battilori, che non fu di mestiere aspettnr l'aiuto del giorno,
perciocché dopo qualche resistenza cosi il Piccinino come
il marchese di Mantova veggendo le cose loro disperate si
posero a fuggire, maledicemio l'avarizia de'soldaii, i quali in
quei giorni aveano atteso a predare, ninna cura s'era potuta
lor commettere di fortificare la cillà. Così a capo di quattro
di che Verona era slata perduta ritornò per opera del conte
con somma sua gloria in poter de' Veneziani : il quale essendo
il verno asprissirao , volle che l'esercito parte a Verona , e
parte alle propinque ville si riposasse, e Brescia per la via
de' monti di qualche vettovaglia sovvenne, sollecitando che
a Torboli si facessero i legni che erano necessarj per 1' ar-
mata, acciocché al venir della primavera si trovasse , e per
acqua e per terra in guisa forte , che a Brescia si potesse
del lutto levar l'assedio d'intorno. La auova della recupera-
MURO VENTTNESIMO. 39
?.i()nc di Verona, siccome a'Veiicziani fu lietissima, così fu
viccvnla con non difTerentc piacere dalla cil'à di Firenze.
Ove Eugenio alla sua cura pastorale attendendo dopo la con-
cordia falla co'Greci, avea ancor terminato le differenze, che
la Cliicsa latina avea con quella degli Erminij. Ma nel mezzo
di queste concordie falle con popoli cosi lontani, era riflessa
Chiesa romana divisa tra sé per lo concilio di Basilea , il
quale avendo finalmente in virtù di diversi capi deposto Eu-
genio, avea creato a pontefice Amadco duca di Savoia ; onde
Eugenio per fare la sua parte gagliarda deliberò di far pro-
mozione de'cardinali, e per le digiune della pasqua a'18 di
dicembre creò in S. Maria Novella diciassette cardinali , nella
quale eiezione non solo ebbe riguardo alla dottrina e acco-
stumi, ma eziandio alle nazioni, a fin che quasi tutte le Pro-
vincie dc'crisliani del suo giudizio rimanessero soddisfatte,
iniperoccliè egli ne creò quattro Francesi, due Spagnuoli ,
un Ungaro , un Pollacco , un Inglese , un Alamanno , tre
Cìreci, e cinque Italiani, de'quali imo napoletano, e un altro
del regno, un Milanese, un Genovese, € uno ne fu Fioren-
tino ; e questi fu AU)erlo Alberli vescovo di Camerino, e fi-
glinolo già di Cipriano il cavaliere, il quale insieme con Be-
nedetto della medesima famiglia l'anno 1387, siccome in quel
luogo dicemmo fu confitialo.
Segue 1' anno 1440, e gonfaloniere di giustizia Paolo
del Diacceto, il quale sentendo che i Veneziani volevano
che il conte passasse al soccorso di Brescia , e che il
conte allegava ragioni di non essere ancora il tempo op-
portuno , spedì col consiglio de' compagni e di Cosimo
Giuliano Davanzali e Neri Capponi a Venezia e al conte,
perchè i lor pensieri intendessero , e del modo che si
avesse a governare la guerra per la seguente state s'infor-
massero. Ma non furono il nono dì di febbraio giunti prima
a Ferrara, die ebbero novelle come due dì prima il Piccinino
dopo alcune leggieri fazioni falle col conte, avea con seimila
cavalli passalo il Po per venirne in Toscana, la qual cosa al
gonfaloniere significata seguilarono il loro cammino. E giunti
a Venezia, e le ragioni de'Veneziani ascollate, e di là andati
a Verona, ove sentirono quelle del conte , la deliberazione
che si prese per allora fu , che i Veneziani dessero danai/
40 DELL ISTORIE FIORENTINE
al conto , e solleciìassesi l'iiscila a biion' ora con luUe lo genti
perchè Brescia si soccorresse. Ma gli avvisi della calala del
Piccinino in Romagna perturbavano grandcnìcnlc i Fioren-
tini, sapendo che egli veniva accompagnato da' fuoruscili, i
quali stali a trovar il duca gli aveano mostrato come era im-
possibile % incere i Veneziani se non si rimovean da loro gli
aiuti dei Fiorentini, nò i Fiorentini potersi rimovere se non
saranno molestati in casa, i quali quando fossero gagliarda-
mente assalili, e'sarcbbon coflrclli ricliiainarc il conte ni Lom-
bonlin, e a pensare a'casi loro, e non a quei daltri. Rinaldo
dogli Albi/i fra gli allri prometteva alle sue genti la via dei
Casentino aperta per esser egli amicissimo di Francesco da
lìallifulle conte di Po|)pi, e in questo caso diceva esser si-
turo, clic in Firenze si muterebbe lo stalo, trovandosi il po-
polo stanco non meno d^-lle gravezze, che dell'orgoglio de'po-
lenti ciiladini, i quali su[ìerbamenle il tutto a lor voglia gf»-
vernavano. A questi mali si aggiugneva, che se bene il poiì-
tefice Eugenio sentendo la venula del Piccinino in Romagna
s'era confederato co' Fiorentini, dubitando delle cose sue, e
concorreva con le sue genti, dove prima le sue les'ie erano
state in parole ; nondimeno essendo le delle sue genti sotto
il governo del Vilclleschi, a cui ul)!)iilivano mollo più che a!
pontefice istcsso, non solo di quelle non aspettavano alcun
giovamento, ma ne aveano terrore, temendo non poco delia
volontà di quell'uomo superbo e crudele; il quale sapevano
dopo la cacciata di Rinaldo non esser mai stalo amico de'Fio-
rentini interamente, parendogli che sotto la sua fede l'Albizi
fosse stalo traditi^ E già in Firenze facevano i fuoruscili in-
tendere per dar animo ali amici, e torlo a'nimici, che non
dormivano, benché Cosimo, il quale ne in parole voleva es-
ser vinto, facesse rispondere, che n'era certissimo, avendo
cavato loro il sonno da! capo. Ma moltiplicarono molto più
i travagli e i sospetti de' Fiorentini, quando al nuovo gonfa-
loniere F^ionardo Barloli giunsero messi , i quali riferivano
come i Walalesti, non ostante l'esser stati eondolli da'Vcnc-
zfani e da loro, e giii aver tocco danari, si erano convenuti col
Piccinino, e dubilovasi di più, che Pier Giovan Paolo Orsino
capitano della Repubblica^, il quale con quattrocento lance
e dugento fanti era stalo mandato da" Fiorentini in aiuto
LIBKO VEMCNESIMO. ÌJ
de'Malalesli, non fosse slato svaligialo dal Piccinino, Irovnii-
dosi in casa de'nuovi suoi confederati. Con tutto questo non
solo coloro che governavano non si perdcrono d'animo, ma
attendendo a far genti , scrissero al conte the rimettevano
nel suo arbitrio il venire o non venire in Toscana in lor soc-
corso; perciocché essi altenderehbono a difendersi vivamen-
te. E in tanto j)er la diligente cura che si tenca da'Dieci ,
sopra corrieri , slalTette , pedoni , e simili portatori di let-
tere .furono in Montepulciano ritrovale lettere del Vitelle-
schi , senza consentimento del ponlefìce scritte al Piccini-
no ; le quali ])orta!c da quel magistrato ad Eugenio , ben-
ché fossero scritte in cifra , e malagevolmente qual fusse
il vero sentimento di quelle comprender si potesse , gran-
demente r animo del pontefice spaventarono , tardi accor-
tosi quanto tra cosa pericolosa in così fatti tempi ad un
ministro audace e grande , siccome era il Vitclleschi .
aver dato taiit' autorità e ripulszionc siccome egli aveva
l'alto. Deliberato per qucslo di assicurarsi di lui, fu con il
consiglio di Cosimo mand;ito con lettere di crcilenza Luca
Pitti ad Anlonio Uido castellano di S. Agnolo a Roma, il
quale ne! miglior modo che potesse s' ingegnasse d' aver
il patriarca, o vivo o morto alle mani, cosi esser necessario
per quiete e sicurezza della sede apostolica e dello stalo
ecclesiastico. Fu la for'una favorevole al desiderio del pon-
tefice e de'Fiorentini, perciocché volendo il palriarra pas-
sare in Toscana, e per questo partirsi di Roma, mandò a
dire al Rido, che si trovasse la manina seguente a'piè della
porta del castello, perciocché avea seco alcuna cosa a trat-
tare. Il castellano ordinate le cose a questo fine necessario,
si pose ad aspettare la mattina, che il patriarca comparisse,
a cui veggendclo venire gli usci subito infino a'piè del
ponte tutto disarmato e riverente all' incontro; e come non
volesse delle cose che seco parlava da altri essere udito,
presolo gentilmente per la briglia del cavallo sul quale il
patriarca era, così seco essendo egli a pie pianamente ra-
gionando ne veniva, quando in su 'I voltarsi a man manca
del ponte, incontanente si vide calar giù la saracinesca di
quella porta onde s' usciva in borgo, e di dietro fu alzata
su una catena ben Ire braccia alta di terra, la quale in un
42 dell'istorie fiorentine
solchelto fallo a posla la noltc innanzi era slata allerrala.
E in qiieslo essendo dal castellano detto al palriari;a , che
egli era prigione, comparirono secondo il cenno dato fuor
della porla del castello molli soldati armali con alabarde per
accerchiarlo e farlo prigione a man salva; ma egli messo mano
alla spada, la quale aveva a lato, e dato di sproni al cavallo,
porse necessità a' soldati di ferirlo, e così lutto sanguinoso
fu per forza tratto prigione in castello, dove mentre si me-
dica una gran ferita che avea tocco nel capo, Luca Pilli per-
cotendo con la sua mano la tenta, gliela ficcò nel cervello,
e subito si morì. Neil' arcivescovado della città gli succr-
detle Lodovico Sarampi padovano medico e inlimo familiare
del pontefice. In questo mod) furono i Fiorentini e il pon-
tefice di una gran paura liberali, e parca che con maggior
ardire si potessero opporre al Piccinino; il quale volendo
per r alpe di S. Benedetto, e per la valle di Montone pas-
sire in Toscana, fu in guisa dalla virtù di Niccolò da Pisa,
snidato poco innanzi da' Fiorentini ributtato, che non spe-
rando per quella via poter conseguir cosa che egli volesse,
si pose a tentare il passo di Marradi, la qual terra da JJar-
tolommro Orlandini cittadino fiorentino era guardala, avendo
prima preso Orivolo per forza e Modigliana a patti. Era
questo passo non meno difiìcile dell' altro, perciocché Mar-
radi e terra posta a' pie dell'Alpi, che dividono la Toscana
dalla Romagna, e se ben da quella parte che guarda verso
Romagna e nel principio di Valdilamona era senza mura,
nondimeno di verso Romagna i monti e le ripe di essi sono
sì aypre, e di verso la valle il fiume ha in modo roso il
terreno, o ha sì alle le grolle sue, che ogni volta, che un
piccol ponte, che è sopra il fiume è difeso, è quasi impos-
sibile espugrjar quel luogo: ma la virtù dell' Orlandini era
mollo ben differente da quella di Niccolò da Pisa, e per-
ciò nun solo non fece resistenza alcuna virtuosa^, ma non
così tosto sentì appressarsi i nimici , che postosi brutta-
mente con tulli i suoi a fuggire, non mai si ri enne finché
al borgo di S. Lorenzo fu giunlo. Perchè passalo a' 10
d'aprile il Piccinino in Mugello si pose a campo a Pulic-
oiano, discorrendo spesso parte delle sue genti accompa-
gnate da' fuoruscili infin presso a Firenze, parie dei quali
LIBRO VESTI;NESI3I0. 43
avvisi giunti in Lombardia, afflissono grandcnicnle l'animo
•lei conte Francesco, temendo egli se le cose del Piccinino
erano superiori in Toscana, di non perdere quello che avea
nella Marca; per la qual cosa andatone egli slesso in Ve-
nezia, e alla presenza de' senatori introdotto, mostrò come
era necessario e utile alla lega, die egli passasse in To-
scana, perciocché se il Piccinino non avea maggior resi-
stenza, si facea signor della Marca e di Perugia , per lo
quale acquisto crescerebbe in tante forze e riputazione, che
i Fiorentini sarebbono seco al disotto, e che egli per quel
che toccava a se non voleva, ove egli avea passato il Po
signore, averlo a ripassar condotliere; e che avea maggior
obbligo a se e alla repubblica florenlina che a'V'eneziani.
Il doge gli rispose umanamente, e con assai buone ragioni
gli fece vedere, che se egli si partiva, essi erano sforzali
abbandonare terraferma, onde mancava conseguentemenie il
suo pagamento, ma che chi vinceva in Lombartlia vinceva
in ogni luogo, e the passando egli in Toscana veniva a re-
car ad effetto T intendimento del nimico, il quale non per
altro avea mandato il Piccinino in Toscana, che per rimuover
lui di Lombardia. Dove facendosi la guerra in Lombardia ga-
gliarda, al Piccinino conveniva mal suo grado ritornarsene a
casa, perciocché è maggior la cura che si ha intorno a quel
che si può perdere, che circa quello che non si può gua-
dagnare. Nel mezzo di queste dispute vennero a quel se-
nato avvisi della morte drl patriarca, e come si potea far
maggior fondamento nelle genti del papa di quel che non
si sarebbe fatto prima. Come i Malalesti quello che aveaa
fatto era stato più per tema del Piccinino, e per le molte
promesse fatte loro, le quali egli non osserverebbe, che per
altro, onde si riguadagnercbbouo facilmente. Come l'Or-
sino non avea patito alcun danno, e che sollecitava di ve-
nirne a Firenze tosto che egli potesse. Per la qual cosa fu
persuaso al conte che rimanesse; poiché le cose di Toscana
camminavano con miglior pie che non si credeva, e che re-
stasse conlento rimandarne gli ambasciadori fiorentini a
casa. A che finalmente egli acconsenti, avendogli i Veneziani
fallo pagare infino a ollantunmilaCorini per far la guerra al
duca gagliarda. Volle nondimeno che andassero mille dei
M- DELI-'lSTOKtE FIORENTINE
suoi cavalli in Toscana; per la qiial cosa avanti che finisse
il mese d'aprile e gli ambasciadori e li mille cavalli e Pier
Giovan Paolo Orsino con secento allri si trovarono in Fi-
renze. 11 Piccinino Ira tanto bencliè avesse con grande osti-
nazione cercato di pigliare Pulicciano, difendendosi quelli
di dentro francamente, non avea potuto far nulla di buono
se non che da alcuni de' suoi, i quali seguivano i fuorusciti,
fu preso Monteritondo con alcune altre bicocche di leggier
peso. Ben parca 1' aspetto delia guerra oltre modo terribile,
trascorrendo tuttavia i nimici per li monti di Fiesole, e ve-
nendone infino al Ponte a Sieve, e a Kemo'e e lalor pas-
sando Arno, onde i conladfni sgombravano ogni giorno coi
bovi e con altre ior bestie dentro la città, eziandio coloro.
i quali ne' brghi a canto le mura abitavano. Ma non vcg-
gendo il Piccinino cos' alcuna d'importanza poter ottenere
in Mugello, né che dentro la città secondo le vane pro-
messe de' fuorusciti disordine alcuno seguisse, essendo la
plebe affezionala a Cosimo, e i grandi ciltailini partecipando
de' suoi interessi, e se alcuno ven'cra malcontento, non
osando levar le ciglia, deliberò finalmente passare in Ca-
sentino, favorito e allettatovi grandemente dal conte Fran-
cesco di Poppi- Avca la Repubblica fiorentina usato a que-
sto conte certissime dimostrazioni per tenerlo in fede, con-
ciossiachè avendo il patriarca Vitelleschi di ordine del
papa per conto del Borgo a S. Sepolcro , come altrove
fu detto , mossogli guerra e toltogli finalmente di molte ca-
stella e quelle donate alla Repubblica, i Fiorentini le aveann
benignamente al conte ridonate; non volendo che un an-
tico signore Ior raccomandalo e vicino venisse con so-
spetto della loro avarizia o ambizione dell'antica possessione
de'suoi maggiori cosi di fatio spogliato. Oltre a questo in-
fino da che ebbero novelle, che il Piccinino calava in To-
scana , lavean crealo commessario per la Repubblica con
ampia autorità in Casentino. Perchè maravigliandomi io molte
volte da che furore fosse questo meschino stato assalito ,
affinchè con biasimo eterno della sua fede dovesse capitar
male, ho finalmente trovato oltre quello che il Machiavelli
imputa all'amicizia, che egli avea con Rinaldo degli Albizi,
esserne slato cagione uno sdegno da lui compreso con Co-
LIBRO VE?(TCSESIMO. 45
simo de'Medici, a Piero figliuolo del quale era sialo in pa-
role di dar una sua figliuola per moglie detta Gualdrada delie
più savie, e belle giovani, che avesse allora in tulla Tosca-
na; e per avventura ne avea avuto alcuna intenzione da Co-
simo : il quale si credette che per conforti di Neri Capponi,
e d'alcuni altri citiadini , i quali abborrivano l'imparenlarsi
con signori e con foreslicri, avesse rimosso l'animo da quel
parentado. Passato dunque il Piccinino per la via di S. Leo-
lino in Casentino , a'24 di quel mese prese Bibbiena , due
dì poi ebbe la Uocca, a' 27 se gli rese Romena, a cui non
osservò i patti, perchè avendovi preso Bartolorameo del Bo-
lognino pislojcse capo di venlidue fanti che v' erano dentro,
il fece briccoLire in castello S. Niccolò ; ma non volendo
quelli del castello di S. Niccolò seguire 1' esempio de' loro
vicini , il Piccinino qui\i si accampò con tulle le sue genti
per averlo per l'orza, essendovi dentro Morello da Poppi con
crnlovcnli fanti.
Bollendo in tal modo tuttavia le cose della guerra ,
ifu in Firenze tratta la nuova signoria ; e uscì gonfaloniere
di giustizia Giuliano Martini Cucci, il quale perchè ca-
ylello di S- Niccolò^non si perdesse , attese a sollecitare
die Michelotto Atlcndolo venisse della Marca secondo l'or-
dine avuto dal conte. A'-peltavansi di dì in dì due altre squa-
ilre di Lombardia sotto Bosio suo fratello, e Troilo Orsino,
le. quali dal medesimo conte, vigilantissimo che le coso di
Toscana per conto della Marca non andasser male , orna
mandate. Fu commesso ad Agnolo Acciainoli che andasse a
condurre Borso da Este figliuolo del marchese Niccolò , il
quale dalla Repubblica era stalo assoldalo , e pagatogli quin-
dicimila fiorini, ma quel signore mosso da Modena, quando
fu alla divisione delle vie , volto al commessario fiorentino
disse , la vostra è di costà, mostrandogli la via di To cana,
e la nostra è a mano ritta, accennando la strada di Lombar-
dia, e in tal modo avendo tocco nuovi danari dal duca, ab-
bandonò i Fiorentini. Con tolto questo non perdendosi i go-
vernatori della Repubblica di animo , essendo già venute l'al-
tre genti che si aspettavano, furon mandali Piero Guicciar-
dini e Neri Capponi ad accozzare tutte queste genti insieme
a Feglinc , per vedere se in alcun modo castel S. Niccolò
46 dell'istorie fiorentine
si potesse soccorrere. Trovossi che le gonli de' Fiorentini
non erano più che duemila dugenlo cavalli , ove quelli del
nimico erano due terzi più. Il castello era posto in luogo
allo , e a salirvi su di verso il Valdarno ove era il campo
de' Fiorentini, la erta era al doppio maggiore, che da quel
lato ove il Piccinino avea le sue genti, perchè si camminava
a manifesto disavvantaggio da chi volesse andare a soccor-
rerlo. Oltre che il Piccinino avea sopra il giogo fatto una
forte bastia, ove quando ben vi si fosse andato a grand' a-
gio , per non esservi piazza nò da cavalli ne da fanti non
vi si potea fare alcuna fazione, né possibil era montarvi senza
esser dal nimico scoperto, il quale avea per tutto compartito
diligenlissime guardie ; per il che fu deliberato per non met-
ter in pericolo tutto 1' esercito , che gli uomini di S. Nicco-
lò, e quelli del presidio, i quali aveano pattuito di rendersi
fra tre giorni se non fosser soccorsi , provvedessero a' casi
loro. Per la qual cosa a' 25 di maggio il Piccinino entrò in
S. Niccolò, ove pur una saetta, nò un solo carico di polvere
trovò esser restato. Accampossi poi a P.affina, e diesegli a
capo di otto giorni insieme con Bienziua, e con altri piccoli
luoghi. Ma non veggendo cotali acquisti esser premio suffi-
ciente di tante fatiche , si pose a tentare due imprese di
grandissimo frutto se gli riuscivano; l'una di farsi signore
di Perugia, l'altra di prender per trattato Cortona ; ma nò
l'una ne l'altra ebbe effetto conforme al suo desiderio;
perche andossene a Perugia con quattrocento cavalli , ove
come lor cittadino con grandi onori fu ricevuto, benché egli
vi lasciasse un governatore a suo modo con dieci cittadini
di balia; e il legato che v'era del papa sotto titolo di certe
ambasciate, avesse mandato ad Eugenio a Firenze. Egli vera-
mente non cavò poi altro da quei suoi vasti concerti, che ot-
tomila fiorini ; i quali quei cittadini gli dettero volentieri per
levarselo davanti. Di molto minor peso tornarono i disegni
di Cortona, ove il trattato fu scoperto per opera d'un princi-
pal cittadino di quella città detto Bartolomraeo di Senso. A
costui volendo una sera andar alla guardia d' una porta se-
condo era V ordine del capitano , fu da un certo suo amico
del contado detto che non vi andasse, perciocché vi sarebbe
tagliato a pezzi, e cercato di sapere per qual cagione, venne
LIBRO VENTUNESIMO. 47
n notizia del trattato, il quale fatto subitamente palese al ca-
pitano, fiir messe le mani addosso a molti de' colpevoli, es-
sendosi gli altri fuggili, e le guardie furono in modo distri-
Ijiiile, che a Niccolò fu tolta ogni speranza di far bene i fatti
suoi. Tornossene dunque a Ciltà di Castello per veder di ti-
rarla in alcun nriodo alla sua divozione, e già se ne tenea un
poco di pratica per rispello della ricolta-, la quale ancorcliè
tosse poca, imperlava molto a quei cittadini, ch'ella non an-
dasse male; contultociù chiedevano in questo mezzo tempo
soccorso a' Fiorentini , i quali mandatovi Troilo con cento
lance , e Piero da Bevagna con ottanta , e con alcuni fanti,
benché i fanti, e circa trenta scopellieri fossero fatti prigioni
de'nimici, nondimeno assicurarono dei tutto quella citlà. Men-
tre il Piccinino or una, or altra cosa tentando, avea con poco
guadagno lasciala logorare la miglior parte della stale, erano
a' Fiorentini venuti gli aiuti che aspettavano della Chiesa di
tremila cavalli e di cinquecento fanli sollo la condotta di
Lodovico patriarca d' Aquilea slato, come si è dello, medico
de! pontefice, e messolo in luogo del Vitelleschi; fra'quali
era Simonella condolliere di molto nome: per la qual cosa
deposto ogni timore, erano venuti in speranza, non solo di
potere resistere al nimico, ma di superarlo se fossero sfor-
7ati a combattere Ma avendo avuto avvisi di Lombardia che
le cose della lega miglioravano ; che il conte Francesco avea
liberala Brescia dall'assedio, e che d'un d'i in un allro si
aspettavano tuttavia più buone novelle , eran d'opinione di
vincere con la spada nella guaina , sapendo quanto è varia
e instabile la fortuna nell' opere militari, e a quanto disav-
vantaggio si mettano della battaglia , coloro i quali coni-
ballono dentro il proprio paese , ove la perdita può esser
m(jlto disuguale al guadagno. Ma il Piccinino intercelte
queste leltere delia Repubblica, e certilicato ullimamcnte
di Lombardia, come alli 25- del mese tra gli Orci e Soncino il
conte Francesco avea dato una gran rotta a' duchcschi; e perciò
richiamalo dal duca con gran fretta da quelle parli , deliberò
prima che partisse di tentare con ogni industria di venire a
giornata ; se possibil fosse di ristorare con qualche vittoria i
danni ricevuti, oltre che a ciò era caldamente confortato
dal conte di Poppi, e dai fuorusciti , i quali con la partita
48 deli' isToniE fiorentine
di Niccolò vedevano le cose loro esser spacciate. Erano le
genti del pontefice e della Rcpnbblira ad Anghiari poco
concordi in fra di loro, come il più delle volte sno'e avve-
nire negli eserciti delle leghe. Il Piccinino il quale crai tra
Città di Castello e il Borgo, e osservava gli andamenli de' ne-
mici, trovò oltre la poca concordia, che il campo della lega
lenea questo costume, che dalla mattina fino a mezzo gior-
no, perchè mandava i saccomanni intorno, tenca le genti
in ordinanza come se avesse a combattere , e dal mezzo
giorno in ià le cose procedevano con minor diligenza. Egli
fallo a' 29 di quel mese, dì solenne per la festività di S.
Pietro e S- Paolo, dopo il mezzo giorno caricar le bagaglio
con fama di passare in Romagna, se ne venne con le sne
genti in battaglia al borgo, ove prese duemila uomini invitati
da lui quasi alla preda di una certa vittoria, e senza che a'ne-
mici né la mossa di lui, nò l'aggiunta di questa gente fosse
nota, pieno di molta confidenza ne veniva verso Anghiari ,
castello dal Borgo non più che quattro miglia lontano, cre-
dendo trovare li nimici sproveduti. Anghiari è posto nelle
radici dell' Appennino in un colle non molto erto, il quale
ha la china inverso il borgo assai facile, tutto il resto
infino al borgo è pianura , la quale è divisa dal colle da
un fiume che benché piccolo ha le ripe alte, sopra cui é
un ponte di pietra , per lo quale aveano a passare i ne-
mici se volevan combattere con quelli della lega. Erano
i soldati la miglior parte, o disarmati ne' padiglioni, o lungi
dagli alloggiamenti procacciandosi altri diporti, quando Mi-
( hcletto uomo molto espcrimentalo ne' fatti di guerra, guar-
dando da un colle vidde dalla lunge un sottil polverio; il
(piale ingrossando tuttavia, s'accorse essere i nemici, per-
chè subito grido all'arme: e tra tanto chiamato i suoi corse
con grandissima celerità alla guardia del ponte. Fu subita-
mente seguitato costui dal Simonetta e da Pier Giovati
Paolo, ma rimanendo anche spazio a comparire il nemico ,
parve a' capitani, che 1' esercito si dividesse in tre schiere,
acciocché con maggior ordine la battaglia si potesse tirar
avanti con gli avversar]. Fu dato il corno destro al legato
e al Simonetta con le genti della (chiesa; l'Orsino con l.i
cavalleria e commessarj fioicnlini reggessero il sinistro, >(i-
LIBRO VENTUNESIMO. 49
chelelto con gli Sforzeschi, siccome era slato il primo alla
guardia del ponte, così fosse alla fronte; essendo alla fan-
teria commesso di guardar le ripe del fiume, acciocché se
ì fatiti nemici trovando via di passare il fiume passasser di
qua, non potessero con le balestra daiincggiare la cavalleria
della lega da' fianchi. Non erano ancora i soldati a' lor or-
dini ridotti, che i nemici giunti al ponte con grandissimo
empito urtarono in Michelclto, ma egli, non che valorosa-
mente li sostenesse, li ribollo con maggior vigore indietro.
Ma sopraggiunti Asiorrc Manfredi e Francesco Piccinino
con gente eletta, privarono Micheletto del ponte, e per-
cossonlo con tanta forza, che il cacciarono infino al comin-
ciar dell' orla. Il Simonetta vrggcndo il pericolo si mosse
a soccorrere il conijìagno, e restrinse il Manfredi e '1 Pic-
cinino a tornare indietro fino al ponte, ove la zuffa fu gran-
de , e con pari virtù, e per lunga ora d.ilT una parte e dal»
l'altra fu sostentata, ora alle genti della lega, e ora a quetfe
del Piccinino toccando di esser signori del ponte; ma una
cosa era in disfavor de' ducheschi che dove dalla parte verso
Anghiari il luogo era spazioso per aver 1' Orsino fatte fare
le spianate, e potersi i cavalli comodamente maneggiare, di
là del ponte le vie erano strette , e serrate dai fossi fatti
da' lavoratori per ricever le piove del verno, e proibire a-
gli armenti il pascolare i seminali; per la qnal cosa quando
quei della lega erano di qua cacciali, con facilità poteano
esser soccorsi dai compagni , i qu ili per le vie larghe en-
travano freschi ndli battaglia ; ma i ducheschi essendo
stretti e affollati, malage\o!menle poteano dai loro impe-
diti dagli argini e da le fosse giovamento alcuno ricevere.
La qual cosa avvertila primieramente dal Piccinino, dice
il Biondo esser da lui non stala curata , o perchè credea
trovar i nemici alla sprovveduta, come ebbe a trovarli, o
perchè stimava che 1' incomodità sarebbe stala comune.
Con tutto questo combattessi per quattro ore continue, non
avendo quel di Niccolò a ufficio alcuno mancato che a buon
capitano si convenisse, e passato fra l'altre volte il ponte
fece prigione Niccolò da Pisa , che valorosamente combat-
leva , e mancò poco che non facesse anche prigion Miche-
letto, e senza alcun fallo più si combatte di qua che di
Amm. Vol. V. 4
50 dell'istorie fiorentine
]à del potile. Ma il vantaggio del luogo, l'esser le genti e
i cavalli del Piccinino per il cammin fatto, e per esser stali
maggior tempo armali, più stanchi, e quel che alcuni ag-
giungono, l'essersi inverso il declinar del sole levato un
vento dall'Alpi impetuoso molto, il quale giltando la pol-
vere nel volto e negli occhi de' suoi, tolse loro il vedere
e il respirare, diede finalmente la vittoria a quelli della le-
ga; i quali passato grossi il ponte, e con gran ferocia ur-
tato addosso a' nimici, in guisa li disordinarono, che non
avendo più tempo , nò comodità di rimeilersi insieme , li
costrinsero a fuggire , essendo a fatica Niccolò con mille
cavalli al borgo ricoveratosi. Ma egli a ninna di queste ca-
gioni quando poi di ciò si parlava, era uso d'attribuire la
sua perdita , quanto alla sua poca religione , il quale non
guardando alia solennità di quelli apostoli, sollo la cui pro-
tezione la Chiesa romana si ripara, mcrilamenle riconosceva
da loro quella sconfina, anzi aggiungeva in sul vcniine ad
Anghiari averne avolo un prodigio , ma da lui allora non
osservato. Che una lunga e grandissima biscia volendo di
un albero dovella era, in sur un altro lanciarsi, il quale
era di quelli fichi che si chiamano S. Piero, quando final-
inenle vi si lanciò, diede di modo della gola in un ramu-
scello aguzzo di quello, che tutta forata cadde subitamente
morta in terra, interpretando egli per la biscia insegne dei
Visconti r esercito ducale , il qual dall' apostolo S. Piero
doveva essere rotto e fracassato. Dice il Capponi che di
ventisei capi di squadre de' nemici venlidue ne furono pri-
gioni, qualtrocenlo uomini d'arme, millccinqueccnloquaranla
borghesi da taglia , e che insomma furono lutti circa tremila
cavalli. Ma che aiulali dai medesimi vincitori secondo la stolta
disciplina di quei tempi, gli uomini d'arme, e le persone di
quali: à a fuggirsi, con gran fatica dai commossarj fiorentini
furon condoni ad Anghiari sei condottieri di conio prigioni ,
.^storrc Manfredi, Lodovico da Parma, Romano da Cremona,
Sacramoro Visconti, Danese, e Antonello della Torre: fu non-
dimeno la preda grandissima. Il Machiavelli onde questo si
cava, dice in lulla quella battaglia così notabile, e la quale
durò per lo spazio di quattro ore, non più che un uomo
esser morto, il quale non di forila, o d'altro virtuoso co!-
LIBRO VENTUNESIMO. 51
po , ma caduto da cavallo e calpesto morì. Il Biondo scrit-
tore di quei tempi, e segretario del papa, a cui le cose
poleano essere interamente note , scrive de' ducheschi es-
serne stati uccisi sessanta , e quattrocento feriti; di quelli
della lega feriti dugento, de' quali morirono in sul combat-
tere e dopo dieci, e che secento corpi de' cavalli restarono
atterrali in sul campo tra dell'una parte, e dell' altra, e che
Astorre fu fatto prigione essendo gravemente ferito d'un
colpo di lancia nell'anguinaia; anzi dice in quella giornata
da amendue le parli essersi operate l'artiglierie, de' colpi
delle quali alcuni insieme co' cavalli furono uccisi. In que-
sta venula del Piccinino in Toscana in una cosa vien grande-
mente l'accorgimento di quel capitan accusato, e ciò fu l'es-
ser entrato più tosto per lo Casentino, che per 'Valdimarina,
dalla qual parte egli poteva mettersi tra Firenze e Prato, ove
avrebbe avuto abbondanza di vettovaglia e arebbe a'Fiorentini
impedito le biade di Pisa; il che per esser quell'anno caro
avrebbe recalo loro di molte incomodità. Ma questo si dice
essergli intervenuto , o perchè a lui quella via non era nota,
o per i conforti del conte di Poppi ; il quale volendo d' al-
cuni vicini castelli suoi nimici vendicarsi, preponendo li
privali a' pubblici comodi, avea imprudentemente persuaso
al Piccinino di fare quella via ; il quale quando accortosi
di ciò, di là si parti, e egli il vi volea pur ritenere, ebbo
a dirgli che i suoi cavalli non mangiavano sassi. In questo
modo diventarono vani gli apparati e i concetti del duca in
Toscana , i quali sarebbongli ancor più dannosi riusciti, se
! capitani della lega e gli altri condottieri avessero ascol-
tato i ricordi de' commissari fiorentini, i quali volendo la
mattina seguente a buon' ora andare al Borgo per rinchiu-
dervi dentro il nimico , non fu possibile che condottiere
alcuno in fuor di Pier Gio. Paolo lor capitano vi acconsen-
tisse, allegando che bisognava ridurre in luogo sicuro la
preda, così delle robe come de' prigioni, e benché si ri-
spondesse loro che ogni cosa si potea rimettere in Anghiari,
0 per lo poco cammino s' avea a fare condursele dietro, e
non fu bastante persuasione alcuna ad accordarvigli ; es-
sendo risoluti di ripor la preda in Arezzo come fecero il
giorno medesimo; il qual mentre Dell'andar in quella città,
S2 dell'istorie fiorentine
e tornare in Anghiari consumano , diedero agio al Picci-
nino di prender la volla di Romagna, e di mettersi in salvo
con le reliquie dell'esercito rotto. Esempio veramente non pic-
colo , come in questo mollo ben dice il Machiavelli , del-
l'infelicilà di quelle guerre, poiché non solamente lascia-
rono di seguire la vittoria, la quale con la presa del Pic-
cinino e di quell'aure genti sarebbe stata grandissima , ma
fecero con (anta confusione quel cammino, che facilmente
sarcbbono slati potuti mettere in disordine da qualunque
piccola reliquia di ben ordinalo esercito. Andarono pure al
fine al Borgo il primo giorno di luglio, che in Fireny.e
prendeva il sommo magistrato LuIozzoNasi; onde vennero
subito fuori a' commissarj fiorentini ambasciadori de' Bor-
ghigiani pregandoli che in nome del loro comune li rice-
vessero. Fu risposto loro, che per i palli della lega il
Borgo doveva essere di S- Chiesa, a cui per niun conto
verrebber meno della loro promessa: tornasser per questo
dentro, e confortassero quel popolo a darsi al pontefice;
per cui i Fiorentini promettevano, che egli attenderebbe loro
lutto quello che promettesse. Consumossi in questa pratica
lo spazio di due ore , di che al legato cadde un dubbio
nell'animo, non colale tardanza procedesse per opera dei
commissarj, i quali alla loro Repubblica volessero questa
terra acquistare, e sdegnalo forte con esso loro, arrogan-
temente disse , che se la pigliassero non la goderebbono ,
e che egli vi si accamperebbe attorno non altrimenti che
se fosse luogo de'nimici, e altre parole soggiunse tutte
piene di rimbroUi e di villania. I commissarj quando il vi-
dero essersi bene sfogato, risposero, che il papa altre volte
avea offerto a' Fiorentini il Borgo, ma che eglino ne faceano
quel di un dono al papa, e che se egli non procedesse con
quel furore, conoscerebbe pienamente come dal canto loro
si procedea senza fraude, e con lealtà. Ma in quanto al-
l'accamparvisi , che essi si contentavano (se voleva venir a
questa prova) d'esser tutti suoi prigioni, se entrativi den-
tro vel faceano appressare a dieci miglia. Così con pari
baldanza fu 1' orgoglio del legato abbassalo. E in tanto tor-
nati gli ambasciadori di fuora , si diedero a S. Chiesa con
alcuni capitoli, de' quali non vollero i commissarj per loro
LIBRO VENTUNESIMO. 53
altro che uno, che tulli i prigioni che erano nel Borgo per
qualunque modo presi per cagione di guerra fossero libe-
rati. Entrossi nel Borgo pacificamente, e tra quel giorno e
r altro di cinque rocche che il Borgo avea , se n'accorda-
rono due. A' tre di luglio si andò a Monlerchi, castello in-
sieme con alcuni altri posseduto da Anfrosina da Montedo-
glio siala già moglie di Barlolomraeo da Pietramala, la quale
messa su dal duca, avea abbandonato i Fiorentini, e voltasi
a seguitare le sue parli, ove non s'ebbe a durar altra fa-
tica, che di fare alcuni patti con quelli popoli, e Monler-
chi, e "Valialla, e Monteaugutello pervennero in poter della
signoria. Alla donna, la quale con tre figliuole da marito
fu lasciata andare verso Mercatello , fu detto , che se ella
come le valenti donne fanno , avesse atteso alla cura della
sua famiglia, e in quella fede pei severato , che dovea verso
il comune di Firenze , non sarebbe caduta nella miseria ,
nella quale si vedea. La donnalrafitla sentendosi, rispose lei
aver fallo quello che le era ilo per l'animo, e sperar dal suo
signor duca d'esser rimessa in buono slato; il quale tra tanto
mille cinquecento scudi Tanno per vivere le avea assegnalo.
Queste felici novelle cosi della vittoria, come delle cose
che dieiro a quella seguivano, grandemente rallegrarono il
pontefice, e i Fiorentini; i quali per mostrarsi grati a Dio,
e agli uomini, da' quali questa vittoria riconoscevano, non
furono tardi a farne le debite dimostrazioni. Il pontefice
oltre le grazie resene al Signore Dio, creò cardinale il pa-
triarca dandogli il titolo di S. Lorenzo in Damaso , e eb-
belo poi sempre caro , e servissi di lui in tutte le cos€
grandi. I Fiorentini altresì deliberarono di onorare Bernar-
detto e Neri lor comm issar] di cavalleria se volesser quel
grado ricevere, e noi volendo, come noi vollero, si desse
all'uno e all' allro di loro un pennone, un cavallo coperto,
uno scudo con l'arme del popolo fiorentino, e un ricco elmetto.
Appresso ordinarono , che ogni anno in quel dì che seguì
la vittoria dovesse la signoria co' coUegj e capitani di parte
andare a offerire nella chiesa di S. Piero Maggiore. Nel
qual giorno dovessero siraigliantemente i massai di camera
venti poveri rivestir tutti di bianco, i quali con torchi in
mano accesi alla delta chiesa ad offerta n' andassero- E per-
54 dell'istorie fiorentine
che si trovava questa vittoria esser slata rivelala alcuni giorni
avanti dal B. Andrea Corsini già stato vescovo di Fiesole ad
un suo devoto., e da quello ad alcuni de'Dieci, fupariraenle
deliberato, che ogni anno dovesse nella seconda domenica
di giugno la signoria andar con torchi accesi a visitare la
chiesa del Carmine, della qual religione fu esso B. An-
drea , e nella cui chiesa il suo venerabii corpo si riposava ;
la qual promessa tralasciala per alcuni anni da farsi , fu ivi
a 26 anni nel gonfalonerato di Maso degli Alessandri , per
non si spegner la memoria di così miracolosa rivelazione
ordinalo , che in vece della metà dei venti poveri , doves-
sero ogn' anno dieci novizj di esso convento rivestirsi, sic-
come inQno a questi giorni si costuma- L' esercito intanto
senza far punto dimora , avea preso il cammino per ire in
Romagna, e a' 5 si trovò a pie di Valdignano e di Monte-
doglio ; ove s' ebber novelle come il Piccinino andato in quel
di Perugia, non si sapea se egli volea passare in Roma,
ovver nella Marca: per la qua! cosa entrato il legalo in so-
spetto di Roma , e Micheletto con gli altri Sforzeschi della
Marca, coloro a Roma, e costoro che a Perugia si dovesse
andare discorrevano. Ma concorrendo la miglior parte che
si andasse a Perugia, come luogo onde si polca e a Roma
e alla Marca provederc , si tenne dalla maggior parie del-
l'esercito quella strada, andandovi T uno de' commissarj
Bernardelto de' Medici; benché saputosi poi come il Picci-
nino uscito di questi paesi per le castella del conte d' Ur-
bino, avea preso la volta di Lombardia, tornasson tutti di
nuovo verso Romagna. Ma Neri il quale era stalo di con-
trario parere, e perciò venutone a parole col hgalo ,
passò con tutta la fanteria , e con Niccolò da Pisa ,
il quale avea seco circa trecento cavalli a Raffina, la
qual terra da quattrocento fanti de' Fiorentini , e da circa
cinquanta cavalli sotto Agnolo d'Anghiari, il quale avea
poco avanti preso Bibbiena, trovò assediata. Volendo egli
con la sua opera far alcun giovamento a quella im-
presa n'andò a Bibbiena, e presi quattro uomini d'arme,
che vi erano stati falli prigione compagni di quelli di Raf-
fina , e a Raffina menatili , fé sembianti di volerli impiccar
per la gola , se non facevano opera che quelli di dentro
LIBRO VENTUNESIMO. 5S
s'arrendessero. Perchè finalmente Raffina s'oUenne. Eranvi
denlro ottanta uomini d'arme, i quali tolto loro i cavalli,
e gli arnesi, la cui preda fu dato a Niccolò da Pisa, con
un bastone in mano furon lasciati andar via. Quindi n'an-
darono a Poppi , essendo venuto il tempo di gasligare quel
conte della sua follìa; e perchè la cosa avesse presta espe-
dizione furono messi due campi, l'uno sopra il colle fra
Fronzoli e Poppi , e 1' altro nel piano di Cirtomondo. Eb-
bcrsi in pochi giorni alcune bicocche d'attorno; ma non
facendo S. Lorino cenni di volersi arrendere, vi fu man-
dala una bombarda, e cbbesi a palti: cosi si ebbe castel
Castagnaio , nel qual tempo venne al campo Alessandro de-
gli Alessandri, il quale era de'Dieci. II conte veggendo
tuttavia andarsi stringendo , e mancandogli le vettovaglie ,
prese parlilo d' accordargli con Neri , il quale andato a Fi-
renze a ricevere i doni dalla Repubblica era di nuovo ri-
tornato nel campo. Ma l'accordo fu tale, quale si conviene
a vinto ; perciocché egli non potè impetrar altro , che d'an-
darsene fuori di quello slato salvo co' suoi figliuoli , e
figliuole , e con tutte quelle robe che seco ne potesse por-
lare , ogn' allra sua giuridizione rimanendo libera e spedita
nel dominio de' Fiorentini. Provò nondimeno quando per
capitolare scese giù al ponte d'Arno, che passa a' pie della
terra, se con atto d'alcuna umiltà potesse mitigare il giusto
sdegno de' vincitori ; e voltosi tutto afflitto, e pieno d'ama-
ritudine a Neri , gli usò queste parole. Io non posso scu-
sare il mio fallo , il quale la mia cattiva fortuna mi ha fatto
conoscere quello che la prospera non fece, e conosco in-
siememenle che se a quello riguardar s'avesse, io non
dovrei a sorte alcuna d' accordo esser ammesso ; ma la vo-
stra mansuetudine , e se non i miei [lassali meriti , quelli
de' miei maggiori, e la pietà di questi innocenti figliuoli,
i quali non hanno erralo , non mi lasciano privo affatto
d'ogni speranza, se non d' altro almeno di questa casa, la
quale è pure cinquecento anni che i miei anlepassali han
posseduta. Questa, e la vita e ogn' altra cosa che voi ci
lascierete , da voi sarà riconosciuta per l'avvenire, e in
vostro servigio sarà lealmente adoperata, né cosi fatto be-
neficio si partirà già mai dalla memoria de' discendenti dei
56 dell'istorie fiorentine
conti Guidi ; i quali se pure por paterna origine nulla da
voi non meritano, giovi almen loro Tessere per materna
da'Uavignani vostri antichi e cari cittadini discesi. Neri
rispose che egli fermasse l'animo contro la presente for-
tuna, ne vanamente se slesso, o altrui stesse a lusingare,
perciocché i modi tenuti da lui non erano tali , che a patto
alcuno la Repubblica fiorentina si riducesse a volerlo mai
patir per vicino ; del resto non aver seco che travagliarsi,
e che volentieri per amor de' suoi maggiori i Fiorentini il
vorrcbber vedere un gran principe in Alemagna. Allora il
conte come i disperati fanno, lutto d'ira e di cruccio fre-
mendo rispose; e io vorrei volentieri voi più discosto ve-
dere. Neri della sua rabbia ridendosi conliniiò a fare le
cose necessarie, e lasciatone an lare il come con quaran-
taquattro some di mu'o la sua bestialità maldicendo, prese
alla Repubblica di lutto il Casentino la signoria , avendo
oltre a ciò con minaccio astretto il conte a lasciar liberi
alcuni prigioni, i quali egli avea seco , per conto d'aver
dato Pratovecchio al Vitellcschi, e volcagli male far capi-
tare- Intanto tornalo Rernardetto con 1' esercito di Perugia.
e ricevuti gli onori , che alla sua virtù si doveano dalla
Repubblica , fu conchiuso che così le genti della Chiesa ,
come quelle de' Fiorentini, le quali intorno a Chiusi, e
a' vicini luoghi erano alloggiale, in Romagna n'andassero,
deputatovi commessario Piero Guicciardini, e quivi all'ac-
quisto dell'altre terre attendessero. L'esercito entrato in
Romagna riacquistò , essendo entralo gonfaloniere Andrea
Nardi, il Castel di Portico, e trovando poca resistenza ,
perciocché i Malatesti erano ritornati alla devozione del
papa, e all'amicizia de' Fiorentini, ebbe in breve Dovado-
la , Ragnacavallo , e Massa Lombarda. Queste due ullime
terre toccarono al pontefice; le quali per necessità di da-
nari furono poi da lui vendute al marchese Niccolò di Fer-
rara. Ma tra perchè ne venia il verno, e perchè il duca
de' suoi errori ravvedutosi avea fatto dal medesimo mar-
chese Niccolò spargere alcune parole e pratiche di pace ,
l'arme per lo rimanente dell'anno si posarono, e le genti
de'Fiorenlini in Toscana, e quelle del papa in Romagna
andate alle stanze , la pace s' incominciò a trattare con
LIBRO VENTUNESIMO. 57
qualche caldezza , dicendo il duca , che in ogni modo voloa
dar la figliuola per moglie al conte con Cremona e Pon-
tremoll di dota, e lasciar Romagna libera alla Chiesa. E
perchè meglio fosse credulo, concedette la figlinola al
marchese Niccolò che se la menasse seco a Ferrara; ac-
ciocché conchiuso il matrimonio senz' altra replica o dila-
zione al conte la consegnasse. A Cosimo , e al conte pia-
ceva molto r accordo , e per questo si sperava che egli
seguirebbe senz' alcun fallo, avvenga che i Veneziani se
ne mostrasser lontani , onde in Firenze si viveva in molta
allegrezza; essendo massimamente spento affatto dopo la
vittoria d'Anghiari il sospetto de' fuorusciti , i quali tronco
loro ogni ardimento, allora deposero del tutto la speranza
d'avere mai la patria a ricoverare. Drcesi che Rinaldo de-
gli Albizi volendo in questo seguir 1' esempio di Benedetto
Alberti, veggendosi la terrestre patria perduta, per gua-
dagnarsi quella del cielo se n'andò a visitare il sepolcro
di Cristo, tanto più fortunato dell'Alberti, quanto che egli
da quello tornato, non in Rodi come l'Alberti, ma in An-
cona città d' Italia , essendo a tavola nel celebrare le nozze
d'una sua figliuola, subitamente si morì. Quest'allegrezza
fu poi sommamente moderata cosi nella persona di Cosimo,
il quale era principe di quello stato, come di tutta la città
per la morte di Lorenzo de' Medici suo fratello , la quale
seguì a' 23 di settembre, uomo per le molle sue buone
qualità grandemente caro a' cittadini. Gli onori fatti al suo
corpo avanzarono di gran lunga la fortuna d'un privato cit-
tadino, il che fu non piccola testimonianza della potenza
di quella casa ; conciossiachè non solamente egli fusse ono-
rato dalle bandiere del popolo, della parte guelfa, della
mercalanzia, delle capitudini, e degli altri corpi de' magi-
strati della città, ma ebbele ancora dal pontefice Eugenio,
da cui fu specialmente amato e avuto caro. Lodollo pub-
blicamente il Poggio, colui il quale scrisse l'istorie, e fu
accompagnato alla sepoltura dai nipoti del papa, e da tutti
Ji ambasciadori , i quali erano nella città. Il Cambi scrive ,
che il papa vi mandò tutti i cardinali, e prelati della corte.
Di costui non rimase piìi che un figlinolo detto Pierfrance-
sco , il quale per esser fanciullo sotto la tutela dì Cosimo
58 dell' istorie fiiirentine
fu dal padre lascialo. Prese poi il gonfalonerato Domenico
Pescioni , sotto il quale durante tuttavia la pratica della
pace fu di nuovo preso per raccomandato Iacopo d'Appiano
signor di Piombino; il quale ancor egli nella venuta del
Piccinino si era da'Fiorentini alienato. Ma vollero i signori,
che egli fosse tenuto a dare ogn'anno il palio per S. Giovan-
ni , e fur tolte via le rappresaglie, e ogni maleri-i d'odio, e di
nimistà, e le solite franchigie furono confermate. Ma perchè
per le guerre passale , e per lo dubbio di quelle che poteano
avvenire, non essendo ancor la lega sicura della pace , la
città avea bisogno de' denari, Alessandro degli Alessandri
primo gonfaloniere dell' anno 1441, e i signori suoi com-
pagni deputarono cinque cittadini per mettere un balzello
di sessantaraila fiorini, il quale per essere stato messo la
m'glior parie sopra a' più ricchi, e a quelli del governo, Co-
simo ne fu multo commendato. Ma mentre la pratica della
pace si va differendo per colpa de' Veneziani, usati d'an-
dare con r altrui fatiche i loro stati accrescendo , o pure
perchè il duca essendogli cessato il timore , di quella più
non si curava , il Piccinino il quale era stato a Milano, e
erasi rimesso gagliardamente a ordine uscì a' 15 di febbraio
del Parmigiano con diecimila tra cavalli e fanti, e passalo
il Po cosirinse Chiarì ad arrendersi col presidio che v' era
dentro di ottocento cavalli, e a guisa di un filmino in un
batter d' occhio prese Palazzuolo, Manerbe, Pontooglio con
molte altre castella di quel paese, parte per forza, e parte
per accordo. Le quali cose venute a notizia del conte, che
era a Venezia trattando, o di concluder la pace, o di deli-
berare con quali forze s' avesse a proseguire la guerra la
la siale veniente, gli recarono noia grandissima; e perchè
il male non procedesse più oltre se n' andò volando a Ve-
rona, ove con ogni diligenza si diede a riparare all' impelo
del nimico. Dall' altro cinto persuase a' Veneziani che in
luogo del Gattamelata lor capitano, il quale pochi mesi in-
nanzi era morto, conducessero Micheletlo con tremila ca-
valli, e tremila fanti- A se fece accrescere il soldo , che
dove gli davano ogni mese fiorini quattordicimila cinque-
cento ne gli dessero per l'avvenire dicioltomila, pir la qual
cosa egli condusse a' suoi stipendj Sigismondo Malalesla. I
LIBRO VENTUNESIMO. 59
Fiorentini ancora, e per i suoi conforti, e per ordine de' si-
gnori e del gonfaloniere Daniello Canigiani entrati a calen
di marzo, attesero a dar denari alle lor genti , e ricondus-
sero quelle della Chiesa per un anno a venire, perciocché
il papa non avea danari da pagarle; anzi oltre Massa e Ba-
gnacavallo venduti al marchese Niccolò, come di sopra si
disse , e'fu costretto di dare in mano a questi dì il Borgo
a S. Sepolcro alla Repubblica fiorentina per venticinque-
mila ducati di camera , la quale mandò a pigliarne il pos-
sesso Niccolò Valori uno de' dieci. Trovo ancora , che in
questi tempi da' Fiorentini si fece lega co' Lucchesi. Aveva
intanto il Piccinino seguitando il corso della prospera for-
tuna preso Sorcino, ove fece prigione Michele Gritti gen-
tiluomo veneziano, che vi era dentro con sccenlo cavalli.
Quando finalmente essendo passato gran parte del gonfalo-
nerato di Giovanni Morelli, l' esercito della lega, dopo molte
fatiche, si trovò esser a ordine per uscir fuori; e sapendo
il conte che Niccolò era a campo a Cignano terra dodici
miglia lontana di Brescia, egli s'accampò a cinque miglia
presso a' nimici. Aveva il conte con se circa diecimila ca-
valli di condotta, e fanti seimila, talché era superiore alle
genti del Piccinino, ma egli era in sì forte alloggiamento,
avendo fortificato il campo con fossi d' acqua intorno , che
non dubitava d' esser tirato a combattere per forza. Con-
luttociò volle il conte assalirlo dentro i suoi alloggiamenti,
o con speranza d'aver a muover l'animo del Piccinino di
natura ardito, e non punto atto a sostenere l'ingiurie, o pur
credendo, che questo gli acquistasse in ogni modo riputa-
zione appresso de' popoli, e togliesse l'animo a' nimici e
accrescesselo a' suoi. Mosso dunque per andare a trovarlo,
0 nel fine del mese di giugno, o ne primi giorni del gon-
falonerato di Domenico Buoninsegni, commis e a Piero Bru-
noro, e a Troilo, che fossero i primi ad assalire gli allog-
giamenti. Il Piccinino comandato a' suoi che ninno del suo
luogo si movesse , e che ciascuno diligentemente atten-
desse a guardare gli steccati, oppose a Troilo, e a Bru-
noro alcune poche genti, le quali dalli Sforzeschi furono
subito rimesse dentro con grand' impeto. Ma accresciuto
da Niccolò il numero de' suoi, e fattili uscir di nuovo da
60 dell'istorie FIORENTINE
due vicine porle del campo, li spinse da fianco con tanta
sicurezza addosso a' nimici, che non dub lava che avessero
ad essere piìi ributtali ; e quivi si cominciò a combatter
ferocemente , avendo coloro che aveano a passare avanti ,
per essere il luogo pantanoso, disvantaggio; ove a' duche-
schi serviva loro in luogo di fortezza. Il conte avendo ri-
preso Troilo d' aver dello il luogo peggiore, dopo 1' essersi
dalla mattina infino a mezzo giorno corabaltulo valorosa-
menle, fece sonare a raccolta; essendo slati falli prigioni
quasi lutti quelli che erano della sua famiglia, venti uomini
li' arme, e ira molti altri feritivi Troilo, e Fiasco, il quale
vi perde un occhio, con pochi uccisi. De" nimici vi furono
feriti in maggior numero, e ira questi di chiaro nome Ciar-
pellone già condolliere del conte, ma ninno preso. Fu ben
de' cavalli da amendue le parli falla strage grandissima. Ri-
liralosi il conte, tre miglia indietro in un casale detto Co-
dignano, sentì per le spie, il passo d' andare a gli allog-
giamenti libero e aperto esser stato fallato di pochi passi
lontano dal luogo ove si combattè, il quale se preso avesse
senza dubbio sarebbe stato vincitore; [ler questo si prepa-
rava a tornarvi di nuovo il giorno seguente. Ma il Picci-
nino di ciò temendo, fallo di notte levar le tende per Pon-
terico se ne passò lacilamenle nel Cremonese, e quivi di-
stribuì le genti alle ripe del fiume, per vietare al conte
che non passasse. Il conte fermatosi per due dì, tornarono
alla sua devozione quasi tutte le castella poco innanzi per-
dute del Bresciano. Ma volendo soccorrer Bergamo, tro-
vando la via di passar di là dilTìeile, per la molta solleci-
tudine del nimico, ricorse ove la forza non avea luogo al-
l' arti militari. Egli diede commessioue al capitano de'gua-
statori, che facesse far le spianate a man sinistra dalla
parte inferiore del fiume; poi comandò a' trombetti Iche
r esercito si mettesse a ordine, perchè egli volea il dì se-
guente muovere il campo alla seconda del fiume. Poiché
ebbe fatte queste cose palesemente, sicché per le spie po-
tessero esser notificate al nimico , ordinò circa la mezza
nelle a Cristoforo da Tolentino , e a Tiberio Brandolino
che s'inviassero a Ponteoglio, luogo posto alla man destra,
dove è un ponte con una rocca sopra il fiume, che va a
LIBRO VENTCNESIMO. 61
Cremona non lontano del Bergamasco , gnardalo allora dai
nimici , e quello alla sprovedula assaltassero. Quivi consi-
stere tutta la speranza di soccorrer Bergamo. Egli invia-
tosi col resto dell' esercito dietro di loro, avendo camminalo
trenta miglia senza fermarsi, giunse al tramontar del sole
al luogo disegnalo, il quale con grandissimo suo piacere
trovò esser stato occupato da' suoi; e qui si fermò due giorni
per riposare l'esercito. H Piccinino lardi saputo gli in-
ganni del conte, prese ancor egli quella strada medesima,
e immaginando quali fussero i suoi disegni, mandò Iacopo
da Galvano, e Piero Fregoso con mille diigenk) cavalli alla
guardia di Marlinengo, sopendo non aver altra via per ire
a Bergamo che questa; e egli s' ac ampò tra Romano, e il
fiume Seri, come luogo onde polca difendere la Giaradadda
e quella parte del Bergamasco che era in sua potestà: ne
restò del suo avviso ingannalo, perciocché il conte avendo
mancamento di vettovaglie, e volendo passar a soccorrer
Bergamo, giudicò esser ottimo partito il cercar d'insigno-
rirsi di Marlinengo, ove senza perder tempo s'inviò con
tutto il campo; ma perchè avea i nimici a due miglia vi-
cini, volle prima fortificar gli alloggiamenti di fossi e d'ar-
gini, massimamente da quella parte che guardava verso il
nimico, il che non potè però così tosto condurre, che quivi
non si consumasse Io spazio di trenta giorni. Allora con
le bombarde incominciò a batter gagliardamente il ca-
stello , ne mollo indugiò che pose a terra una gran parte
della muraglia, ma la diligenza de' difensori era tale, che
tulio quello che era guasto il di , era incontanente rifatto
ja notte, né segno si polca scorgere alcuno in loro di timo-
re, avendo il Galvano promessa dal Piccinino di presto soc-
corso ; il quale essendo tra questo mezzo notabilmente ac-
cresciuto di genti , s' appressò con far trincero e ripari di
mano in mano ad un miglio presso il campo del conte; onde
cominciò con si spessi assalti a travagliar le sue genti, che
né di dì né di notte rimanea loro momento alcuno di quiete.
Gonducevansi nel campo del conte malagevolmente le vetto-
vaglie, nel campo de' nimici ve n' era dovizia grandissima ,
provveduti abbondevolmente e di Milano, e di Giaradadda,
e di Cremonese. Il conte avea ad espugnar la terra , a far
62 dell' istorie fiorentine
ripari conlra le sonile di quelli di dentro, e in un medesimo
tempo a difendersi, e a far ripari conlra l'esercilo di fuori;
talcliè a mano a mano egli parca più simile ad assedialo che
ad assediatore. Rimaneva un partito di levarsi di campo e
sciorre l'assedio, ma olire la perdila della riputazione, della
quale il conle soleva esser geloso , non era il partirsi per
la propinquità de'nimici sicuro , talché egli era senz' alcun
fallo a slrano termine condotto. Nò i soldati dal mancamento
dell'i cose necessarie afflitti , e del conlinuo da spessi as-
salti di quelli di dentro e di fuori tormentati , poteano più
conservare quell'usata vigoria d'animo invitto. Contiittociò
era il conte deliberato che che avvenir ne dovesse di lev<Trsi
di campo, quando da insperali aiuli della sua amica fortuna
aoccorso, a' presenti pericoli pose fine, e d'ogni tema e so-
spetto se e la lega liberò, e alla sua futura grandezza diede
lieto e felice cominciamenlo. Avca il Piccinino per le cose
da lui falle, e per la vittoria, la quale si teneva certissima
d'aver in mano del conle, scritto al duca, che dopo tante
fatiche da lui impiegate in servigio di sì gran principe, egli
non si trovava aver acquistato pure un caslollo , dove un
giorno essendo ormai vecchio e storpiato s'avesse a riposare.
Che Iddio finalmente e la sua vigilanza gli avean conceduto
il modo di farlo signore d'Italia, avendo il capitano della
lega con sì numeroso esercito, si potea dire in prigione, e
che per questo desiderava aver da lui in dono Piacenza ,
ma che quando di ciò noi riputasse degno, si fosse conten-
talo di licenziarlo. Questa domanda in tal modo e tempo
fatta da Niccolò al duca, sdegnò sì fieramente l'altiero animo
suo, veggcndosi mettere in necessità da'suoi capitani , che
deliberò tra sé di comportare ogni allra indegnità prima che
questa, e subito spacciò segretissimamente al conte France-
sco un certo Usipivolo (dal Simonetta è chiamato Antonio
Guidobuono da Derlona) suo familiare , e grande amico del
conle per fargli sapere, che egli non intendea in conto al-
cuno di voler più guerra seco, che volea dargli la moglie ,
e la dote promessa , e che delle condizioni della pace che
s'avea a far con la lega, del tutto in lui si rimetteva, che
egli con la sua prudenza liberamente del tutto disponesse ,
che non sarebbe per partirsi già mai da quel che da lui gli
LIBRO ve:<tu?(esimo. 63
venisse proposto. 11 conte , e per la cosa istessa , e per la
natura di Filippo all'ampiezza di sì grandi promesse non si
polendo indurre a prestar credenza , rispose contuttociò al
duca, che quando rendesse a' Veneziani quel ch'egli teneva
loro occupato, e queste cose che gli prometteva in parole
le mettesse in scrittura, allora conoscerebbe, che egli di-
cesse da dovero. Il duca , che a questa volta non fìngeva ,
gli mandò per ambasciadore Eusebio Caino , il quale con
pubblici instrnmentì tornò a confermargli la sua volontà , e
in un medesimo tempo per Urbano di Jacopo da Pavia mandò
ordine al Piccinino , che richiedendolo il conte di tregua la
facesse , perciocché egli avea deliberato di far pace con la
Ioga. Fu tale il dispiacere che per sì fatta novella sentì Nic-
colò , che egli fu presso ad uscirne di sé medesimo , reg-
gendosi folta sì grande e sì nobil vittoria di mano ; ora il
duca ingiusto, ora se stesso sciocco e dappoco , che a sì
ingrato e incostante signore avea cotanto tempo servito chia-
mando. Talora in maggior furia montato diceva di non voler
consentire alla tregua , e parea che fosse allora allora per
dar con tutto l'esercito sopra il conte; se Urbano finalmente
non gli avesse fatto intendere com'egli portava ordine dal
duca di volgergli addosso l'esercito se non l'ubbidiva. A-
cquetossi il Piccinino , e seguì non polendo farne altro la
volontà del suo signore , e fece tregua col conte; il quale
fati' intendere il tulio a' Veneziani e a' Fiorentini , trovò di
ciò diversi giuilizj di quelle repubbliche , biasimando i Ve-
neziani ciò che il conte avea fallo, e da lui traditi appellan-
dosi , dove i Fiorentini sommamente nel commendavano ; i
quali spedirono subilo Agnolo Acciainoli e Neri Capponi a
Venezia per far opera che la pace seguisse. Ma il conte il
quale per la coraun causa s'era in queste fuccende lealmente
portato, non tollerando, che la sua fede per il sospetto de'Ve-
neziani venisse in alcun conto macchiata, non dubitò d'an-
dar egli slesso in persona a Venezia per giustificare con
vere ragioni avanti quel senato l'azioni sue , ancorché da
Filippo agramente ne fosse ripreso, ricordandogli quello che
al Carmignola per essersi posto in mano de' Veneziani era
intervenuto. F«estarono finalmente capaci i Veneziani della
fede del conte , e dopo molte pratiche così per parte loro,
64 dell' istorie fiorentine
Come de' Fiorentini i quali sotto il secondo f3;onfalonieralo
fii Barlolommeo Orlandini, di qnesla cosa caKIamcnle i loro
ambasciadori sollecitavano, si lece nel conte il medesimo
compromesso che il duca avea fallo , il qua! compromesso
intino a' 26 del mese di novembre dovesse durare. Per lo
luogo ove questa pratica si avesse a tenere fu deputata la
Cauriana, ove e il conio, e il legato del papa, e gli amba-
sciadori de'Venoziani , e de' Fiorentini, e de' Genovesi , e
del duca istcsso convennero. E per vedere se il duca dicea
da dovvero , parve che per la prima cosa si dovesse tentare
se egli vole.i dar al conte la figliuola per moglie, e Cremona
per dote. Il duca avendo mandalo la figliuola a Cremona
scrisse al conte, che colà n'andasse per lei , ove non per
altro averla mandata, che per consegnarli in un medesimo
tempo, e la moglie e la dote , dovendo entrare subitamente
nel possesso di Cremona, il che fu con ogni diligenza man-
dato ad effetto. Mentre così andavano le cose in Lombar-
dia, in Firenze il pontefice avea ricevuto gli ambasciadori
di Ciriaco re d'Etiopia detto volga rmente il prete Ianni, ac-
compagnati da forse quaranta loro familiari, i quali venivano
ancor eglino per riunirsi con la Chiesa di Roma. L'orazione
di costoro fu molto umile in quanto alla riverenza, che mo-
stravano portare alla sede apostolica , ma conteneva cose
roollo magnifiche del loro signore la ampiezza del paese, la
grandezza delle sue forze, el numero de' re sudditi, e attri-
buivano a non piccola gloria del pontefice , che a lui solo
dopo lo spazio forse di ottocento anni fosse dato di far quella
saula e necessaria unione. Racconiavasi da costoro che il
loro re per continuata successione de' suoi maggiori traeva
origine da David figliuolo di Salomone , il quale egli ebbe
dalla regina Magueda , regina d'Egitto e d'Etiopia, quando
invitata dal grido della sua sapienza andò a visitarlo nella
città reale di Gierusalem, e trovatala maggiore di quel che
ne portava la fama, il giudicò degno che ella di lui conce-
pisse figliuoli. Questa è quella regina nobile per senno, e
per scienza chiamata dalla scrittura Saba; così detta dal
nome d'un' isola posta nel fiume del Nilo , a cui Cambisc
pose poi nome Meroe. Come che la regina venga ancor da
altri appellala Nicaule. 11 quale imperio non alleralo già mai
LIBRO VENTUNESIMO. 65
si recava a gran gloria , che siccome nel tempo già dello
Nicaule ricevette la legge, così nel glorioso avvenimento
del Signore per opera di Filippo aj oslolo la regina Candacc
ricevesse il battesimo. Ma un caso atrocissimo commesso
per ordine del gonfaloniere Orlandini diede in qnel tempo
assai da mormorare alla città, facendosi di quella azione
varie congetture , e giudizj ira il popolo. Portava costui
odio mortale a Baldaccio d' Anf^hiari, uomo in guerra per
condiir fanti stimalo molto eccellente , e della cui valorosa
e fedel opera in molle imprese s'era la Repubblica fioren-
lina servila. La cagione dell'odio era, che quando l' Orlan-
dini proposto al'a guardia d'Anghiari, di quel luogo brutta-
mente si fuggì, ne fu e con parole e con lettere severa-
mente ripreso e accusato da Baldaccio. Perchè essendo ve-
nuto il tempo del suo magistrali), all' Orlandini a cui pro-
fondamente questa ingiuria era penetrata nell'animo, parve
esser venuto il lempo di vendicarsi. E usando l'Anghiari
di venir spesso in piazza per tratiare co' magistrali della sua
condotta, il gonfalorùcre avendo apparecchialo quello che
gli facea di bisogno, mandò per lui quasi delia sua condotta
volesse parlargli. Ubbidì prontamente Baldaccio , non cre-
dendo che con l'autorità pubblica volesse 1' Orlandini delle
private ingiurie prendere vendella. E dopo l'aver alcune
poche volte lungo l'andito delle camere de' signori col gon-
faloniere passeggiato, le quali essendo d'asse, (toco innanzi
erano state fatte di mattoni , fu con grand' impelo da molti
armati, che ivi entro ad alcuna di quelle camere nascosi si
slavano assalito, e l'esser in più parti ferito e preso e per
una delle finestre che in dogana risponde giltalo giù , fu
tutta una cosa; onde per mostrare che la causa fosse pub-
blica, gli fu ivi a poco così morto come egli era, mozza la
testa. Il Cambi dice ciò esser successo, perchè questo Bal-
daccio avea nella presente guerra mosso a sacco Sughereto:
del qual fatto se ne dava il carico alla Repubblica, la quale
per far fede che ciò non era di sua volontà seguito, ne volle
quel gasligo dare al peccatore . che il suo fallo avea meri-
tato. Il Machiavelli afferma oltre lo sdegno dell' Ori, mdini
ciò esser stato fallo con consentimento e di ordine de' g»i-
vernatnri dello stalo per abbassar la potenza di Neri Cap-
Amm. Voi.. V. 3
66 dell' istorie fiorentine
poni , di cui Baldaccio era amico, dubitando non con questa
congiunzione, e per mezzo dell' altre sue qualità in guisa
diventasse grande il Capponi , che non fosse in lor poleslà
poi di maneggiarlo ; onde gravi pericoli allo slato, e a loro
the lo reggevano in processo di tempo fosser per derivare.
Un certo NaMo Naldi in una vita the scrive di Giannozzo
Manetli, dice Balilacrio essere slato ucciso da' Fiorentini .
imperocché egli era slato condotto dal papa e aveagli fatto
contare ottomila fiorini d'oro, dubitando, che il pontefice,
il quale non potea patire, che il conte Francesco gli occu-
passe la Marca, col mezzo di quest'uomo esperimentato nelle
cose militari qualche cosa conlra lo slato del conte non mac-
chinasse. Anzi mostra essersi il pontefice della costui morte
fieramente sdegnato con la Repubblica, la quale mandatogli
il Manetti per placarlo , trovò difficoltà grandissima a ram-
morbidar l'animo suo commosso dall'ira; ora rinfacciando i
Leneficj fatti a' Fiorentini , ora mostrando in quanto poco
conto era tenuto da essi , che in su gli occhi suoi li aves-
sero con tanta crudeltà ucciso un suo capitano e amico.
Qualunque se l'uno di questi rispetti , o pur tutti insieme,
si fosser della morte dell' Anghi;iri stalu cagione, cotale fu
il fine di sì valoroso condottiere quale si è raccontalo. Di
cui restato un piccol figliuolo, e quello in breve tempo mor-
tosi, alla sua moglie, che Annalena ebbe nome, e onesta
e valente donna fu al pari di tutte 1' altro di quella età, del
caro marito e dell' unico figliuolo privala veggendosi, parve
di volger tutto il suo amore , e lutto il suo animo al servi-
gio di Dio , e fatto delle sue case un monastero , che del
nome di lei il monastero d' Annalena ancora oggi chiamiamo,
e io quello con molte nobili donne rinchiusasi, quivi santa-
iriente il rimanente della vita si visse, e morì. Ma il conte
dopo aver celebrate le tanto desiderale nozze a Cremona ,
\ olendo fra il termine assegnato por (ine alle pratiche della
pace, fece intendere a tulli gli ambasciadori che erano alla
Cauriana che venissero a Cremona, dove dopo molte conlese
hi seiiteuza da lui data intorno a' capitoli di essa pace il di
'zO di novembre , essendo in Firenze gonfaloniere Castello
Quaratesi, fu tale. Che buona e perpetua pace fosse fra il
duca di Milano, e la lega, la quale perchè di nuovo a tur-
LIBRO VESTDNESIMO. 67
bar non s'avesse, al pontefice le terre che S. Chiesa solca
possedere in Romagna liberamente si rendessero. 1 Vene-
ziani di ciò che dalla prima guerra in qua aveano perduto
fossero reintegrati , e così eglino quello al duca rendessero,
che del suo dominio si trovavano avere in detto tempo oc-
cupalo. A' Fiorentini Modigliana , Orivolo , e Monlesacco
fossero rendute , e eglino Favozano e Caivanello restituis-
sero , e Astorre Manfredi liberassero; e altri molti capitoli
fur fatti, i quali alle bisogne de'Genovesi, del signor di
Mantova, e de' Lucchesi ebbcr riguardo. La qual pace ra-
tificala e bandita poi il seguente mese di dicembre quasi in
tutte le città d'Italia, grandemente ciascuno rallegrò, avend'i
ad una difficile e pericolosa guerra posto fine quando meno
era dall'opinione degli uomini che questo dovesse seguir
sperato.
-<5*2^lS»>-
Mll' ISTORI! f lORfflTM
DI
SCIPIOI^E AMIIimATO
LIBRO VENTIDUESIMO.
Anni 1442-1453.
JL addeo dell' Antella la seconda volta prese il primo gon-
faloneralo dell'anno 1442 con poca allegrezza della pace
poco dianzi fatta, perciocché il pontefice chiamandosi in-
gannato dal conte , diceva di non voler ratificare a così
dannoso accordo por S. Chiesa, essendogli pervenuto a no-
tizia, come per patti segreti tra il conte Francesco e Nic-
colò Piccinino fatti, al Piccinino era permesso di ritenersi
lutto quello che possedeva della Chiesa, e oltre a ciò gli
fosse lecito potersi insignorir di Perugia e di Siena. II
conte similmente tutto quello che della Chiesa, o del regno
di Napoli potesse acquistarsi, si fusse suo, e quello paci-
ficamente e senza noia d' altrui liberamente si godesse. Ol-
ire che si teneva ancor gravemente oltraggialo del giudizio
fatto di Bologna; la quale non prima che ivi a due anni gli
dovesse dal Piccinino esser restituita. 11 che dispiacendo
grandemente in Firenze a coloro che governavano; i quali
cacciatosi i fuoruscili di seno, desideravano che la città si
riposasse; si procacciò tanto per opera di Cosimo de'Me-
dici, che del mese di marzo nel gonfalonerato di Carlo
Bonciani, il papa fece accordo col conte; il quale pochis-
simo tempo durò; e ciò da un' altra cagione trasse prin-
cipio. Renato d'Angiò di cui di sopra si fece menzione,
pretendendo ragione nel reame di Napoli, subilo che dalle
70 DELL ISTORIE F10RENTIJ5E
carceri del duca di Borgogna , di cui in una batlaglia era
slato fallo prigione, si potè liberare, n'era nel reame di
Napoli venuto, e dopo molle e lunghe contese e battaglie
col re Alfonso d'Aragona avute, la fortuna gli era stata in
modo disfavorevole, che quel re di tutto il reame in fuor
che della città di Napoli avea preso la signoria ; ne spe-
ranza rimaneva altra a Renato, che gli aiuti del conte Fran-
cesco; il quale libero de' fatti di Lombardia, e suo amicis-
simo essendo, e per gli stati che il re d'Aragona gli avea
tolto, di quello inimico credendolo, grandemente il solle-
citava che a Napoli ne venisse ; la qual cosa non essendo
oscura ad Alfonso, scrisse al duca di Milano amicissimo suo
strettamente pregandolo, che con alcun colore il genero in
Lombardia ritenesse, inQn che egli del tutto le cose di quel re-
gno avesse assettate, che in breve era per asseltare. Il duca
entralo in sospetto del genero, il quale per niuno suo conforto
dall'amicizia de' Veneziani e de' Fiorentini vedea potor distor-
re, desideroso di far cosa grata ad Alfonso, e insiememente di
far danno a Renato, non sapendo di sua natura star quieto, e
avvezzo a far sempre dalle vecchie guerre nascer le nuove,
prestò orecchio alle parole del re; e veggendo C occasione
pronta della mala sodisfazione che era tra il papa e il conte,
e su quanto leggier fondamento si era quella mal riconci-
liata amicizia fondata, fece prestamente intendere ad Eu-
genio, come già era venuto il tempo di ritorre al conte
lutto quello che ingiustamenle a S. Chiesa nella Marca avea
occupato. E perchè conoscesse quanto egli fedelmente di
ciò il consigliava, gli profferiva il Piccinino pagato mentre
che la guerra durasse. Non fu mai cosa che Eugenio sen-
tisse più volentieri di questa ; e però rollo il nuovo accordo
fatto col conte, invano i Fiorentini di questa mutabilità ram-
maricandosi, e col Piccinino accordatosi, di cui per esservi
di mezzo il duca non temeva più inganno, lui che nel Bo-
lognese si ritrovava, a venirne a Perugia sollecitò, perchè
di là potesse alla Marca passarne. In questo modo venne
la pace d'Italia a turbarsi di nuovo, con tanto dispiacere
de Fiorentini, ostinali a non volerla per conto loro turbare,
che essendo entralo gonfaloniere di giustizia Luca degli
Albizi, e avendo il Piccinino preso Gillà di Castello, e di
LIBRO VENTIDCE51M0. 71
quivi il podestà cittadino fiorentino Neri Viviani cacciolo-
ne , che per essere la detta città nella lega compresa, ve-
niva ad esser rolla la pace, fecero sembiante di non se ne
avvedere. Né per non esser loro Modigliana restituita si
recarono a romper la pace. Ma sentendo che il Piccinino
entrato di Perugia nclh Marca avea f-reso Todi: e che nel
medesimo tempo Alfonso per un acquidoccio s'era insigno-
rito di Napoli, cose tutte che tornarono in gran danno del
conte, gli mandarono Bernardetlo de" Medici per far opera,
se con la sua industria potesse trovare tra lui e il Piccinino
alcuna sorte di composizione; la quale mentre con ogni sol-
lecitudine si va procurando, e non si ritrova, il re Fienaio
veggendo le cose di Napoli disperate, uè per le guerre de!la
Marca poter più dal conte attendere aiuti, se ne venne a
trovare il pontefice Eugenio a Fircn2e: ove da Giovanni
Falconi gonfaloniere di giustizia fu con grand' onori rice-
vuto; fuglì per abitazione data la ca-a d' Ilarione de' Bsrdi,
e per le spese della sua tavola assegnatili dal publico ven-
ticinque scudi d'oro il dì. Ma alle domande da lui fatte al
pontefice e a Fiorentini per conto di ricuperare il suo rea-
me, non appariva ne dall'una parte ne dall' altra risoluzione
alcuna; stando sospesi in aspettar l'esiio delle cose della
Marca; ove il Piccinino ali" acquisto di Todi avea aggiunto
Belforte, Sernano , e Montefortino ; essendo il conte per
aver minor numero di gente coslretto a ritener i suoi nei
luoghi forti- Io non veggo che i Fiorentini avessero man-
dato genti in aiuto del conte , ma per alcune memorie da
diligenti uomini scritte, che furono in questo tempo impo-
ste dodici gravezze, le quali ascendi vano alla somma di
centoltantamila scudi, perchè a'bisogni del conte si sovve-
nisse; il quale ingrossato fioalmenie di g^nli, e per que-
sto sentendosi gagliardo a combatter col nemico ne' luo-
ghi aperti , andò a trovarlo negli alloggiamenti da lui falli
presso a Sern.mo, dove mentre s'aspetta che tra loro sac-
cedesse la battaglia , fuor dell" aspettìzione di ciascuno .
vennero lettere da Bernardelto de' Medici al gonfaloniere
Bernardo Gherardi la seconda volta , come per opera
sua s' era falla la pace , e i capitani s' erano visitati e
.ibbracciati con segni grandi d'amore e di carità insieme.
72 DELL ISTORIE FIORExNTlNE
Parendo per questo al conle di non aver più a dubitare
de' falli della Marca, riinanevagli il pensiero del regno, ove
il re Alfonso di tutte le palcrne castella l'avea presso clic
spogliato. Per la qual avea comandato a' capitani, che con-
ducessero r esercito verso il Tronto , dov' egli dopo che
avesse visitalo la moglie a Fermo , subitamente appresso
s' invierebbe. Ma non era ancor di Fermo partitosi, che il
Piccinino contro la pace nuovamente fatta prese Tolentino,
il che costrinse il conte a rivocar l'esercito a casa, a fin
(he mentre le terre del Regno già perdute riacquistar vo-
lta, quelle che nella Marca ancor possedea non perdesse.
Questo nuovo impedimento tolse del lutlo l'animo a Re-
nato, che le cose sue dovessero per allora prosperare noi
regno; talché vcggendo perdersi il tempo indarno a Firen-
ze , dal pontefice e dal gonfaloniere Gherardi prese co-
mialo , e messosi in sur una nave grossa de'Genovcsi con
quella in Provenza, la quale era di sua signoria, si ritornò.
Nella stanza che questo re fece nella città, avendo egli di
lungo tempo strettissima familiarità con Andrea de' Pazzi
contralta, trovo che un nipote di lui da Piero suo figliuolo
Katogli tenne a battesimo; e quello dfl nome suo Rinato
nomò; e l'avolo del figlioccio armò cavaliere, il quale con
tanta orrevolezza nato, così sono strani gli umani avveni-
menti , come a suo luogo racconteremo miseramente morì.
Ma il conte tornalo a petto al Piccinino , di nuovo con-
trasse pace con lui; la quale da capo dal Piccinino fu rolla,
avendogli poco dipoi nel gonfaloneralo di Manno Tempe-
rani la seconda volta , tolto Gualdo e Ascesi. Il pontefice
lieto per veder aperta la via alla ricuperazion della Marca,
fu ancor molto più lieto per aver avuto avvisi , come un'ar-
mata di otto galee da lui mandala contro infedeli, con
l'aiuto d' alcune galee de'Franzesi , e del gran maestro di
Rodi era nello stretto incontratisi con quella de'Turchi , e
venuto con esso loro alle mani , benché con morte di dieci-
mila cristiani , avea nondimeno tagliato a pezzi quaranla-
tieraila Turchi, onde venne a cebbrare una solenne messa
iij S. Maria del Fiore, rendendo grazie a Dio de'nimici su-
perali. Ma nella Marca perche il Piccinino si era in Ascesi
j-irmalato. e Ira perchè era il cuore del verno, le genti sj
LIBRO VENTIDUESIMO. 73
ridussero alle stanze, e dieci posa alla guerra ; la quale per
quel che si vedea era al nuovo tempo per crescer maggior-
menle. Perciocché il pontefice Eugenio accorgendosi, che
i Fiorentini non averebbono patito giammai , che il conte
fosse diserto del tutto, essendo venuto l'anno 1443 notificò
a Cosimo, a' signori , e al gonfaloniere Francesco Gherar-
dini di quelli della Rosa, com' egli volea di Firenze par-
tirsi; i quali per profcrte grandissime che gli facessero, noi
vi poterono ritenere. Volle nondimeno prima che partisse,
il 6." dì di grnnaio con le consuete cerimonie consagrar la
chiesa di S. Marco, e quella di S. Croce. Visitò la Nun-
ziata, gli Angioli, S. Maria nuova, e S. Piero maggiore, e
il d« seguente accompagnato da quindici cardinali e da tutta
la corte , prese il cammino verso Siena , ove si fermò poi
iufino a settembre. I.a Repubblica gli deputò sette cittadini
Andrea de' Pazzi, Barlolommeo Orlandini, e Donati di Cocco
tutti tre cavalieri , e Tommaso Alberti , Niccolò Giugni ,
Simone Canigiani, e Niccola Capponi ; i quali ad accompa-
gnarlo e a spesarlo per lutto lo stato, e a lor somirK) po-
tere di onorarlo avesscr cura. Ma egli volto con tutto l'a-
nimo alla ricuperazione della Marca, volendo rimuover le
difiìcollà che questo suo desiderio gli poteano impedire,
conobbe che gli era necessario rendersi benivolo il re Al-
fonso ; il quale se non nimico per T addietro, poco amico
per l'inclinazione mostrata verso il re francese gli po'ea
essere stalo. I Fiorentini sentendo queste pratiche per tro-
varsi preparati, se nuovi mali succedevano, crearono lor
capitano Pier Gio. Paolo Orsino, a cui venuto a Firenze e
a casa Cambio de' Medici r cevulo, il gonfaloniere Gherar-
dini diede il bastone del generalato il di quarto di febbraio,
e per riconoscerlo de' servizj infino allora fatti e per ac-
cenderlo a portarsi fortemente e lealmente per l'avvenire,
i capitani di parte guelfa un ricco elmetto , e un cavallo da
guerra coperto di broccato gli donarono. 11 papa a pacifi-
carsi col re non penò troppo; desiderando il re poter per
mezzo del pontefice far allo alla successione di quel regno
nuovamente acquistalo Ferdinando suo figliuolo bastardo ,
e sapendo per essere quel reame feudo della Chiesa quanto
importasse che egli da lui ne fosse investito , fu per que-
7i dell'istorie fiorentine
sto al gonfaloniere Antonio Boverelli rapportalo , come Ira
il pontefice e il re era falla la lega con questa coudizione ;
che il re aiutasse il papa a far ricuperar la Marca dal conte
Francesco ; nò guari passò dopo la lega conchiusa , che il
Piccinino andò a trovare il re in Terracina per trattar seco
del modo, che s' aveva a maneggiare quella guerra; ove con
grandi accoglienze e onori fu ricevuto , e dal re per segno
d' onore nella sua famiglia adottato. E la deliberazione presa
fu , che verrebbe il re istesso nella Marca con potente
esercito subilo che le biade fossero mature ; perchè del
tulio il conte fusse caccialo da quella provincia. Andasse
intanto il Piccinino innanzi, e con quel miglior modo che
al nimico potesse dar noia, attendesse a infestarlo. Il conte
veggendosi venir addosso così gran piena, mandava conti-
nui messi a Venezia e a Firenze , perchè alle cose sue sov-
venissero, avvertendo quelle repubbliche, che quando il
papa e il re lui avessero superalo, congiuntosi col duca,
addosso a loro si rivolgerehbono, e l'Italia in terzo divi-
derebbonsi. Ma né il Boverelli, né la signoria entrala con
Barlolommeo Spinelli se ne risolveva, quando un accidente
successo a Bologna gli animi de' Fiorentini alle cose della
Marca intenti, a' fatti di quella città tirò. Francesco Picci-
nino , il quale in nome del padre reggeva allora quella città,
parendogli la grazia che Annibale Benlivoglio avea co' Bo-
lognesi esser grande , dubitava non da quello gli fosse un
dì tolto lo stato, e spegnerlo non osava, sapendo quello
che ebbe a intervenire al pontefice, quando dall' OfTìda suo
ministro fu decapitato Antonio padre d'Annibale in quella
città. Avvisando dunque far meglio, avendolo sotto vista
d'andare a caccia nella rocca di castello S. Giovanni coi
due de' Malvezzi condotto, di quivi in Lombardia nella
rocca di Varano il mandò prigione, avendo altrove i Mal-
vezzi fatto carcerare. Ora di questa prigione il Benlivoglio
per opera d'alcuni suoi amici liberatosi, improvviso a cia-
scuno a Bologna n'era venuto, dove gli amici ragunati, e
il popolo all'arme commosso, e con quello corsone in
piazza, tostamente e il Piccinino avea fatto prigione, e alla
patria la perduta libertà avea riacquistato. La quale per po-
ter conservare , mandò subito a' Veneziani e a' Fiorentini
LIBnO VENTIDUESIMO- 75
de' principali della città; perchè in si importarne caso di
mille cavalli e di mille fanti Io soccorressero, e la città di
Bologna nella lega ricevessero: quella città alla lega in
lutti i suoi bisogni dover esser sempre fedele e amorevole
promettendo. Fu subito da'Fiorenlini spedito a Venezia Or-
lando de' Medici per consultare se si dovcano i Bolognesi
ricevere nella lega, e se gli aiuti che addimandavano si
doveano lor concedere. La quale fu da' Veneziani pronta-
mente accettata, ma non prima pubblicata che all'uscita di
luglio nel gonfalonerato di Simone Guiducci. Così gli aiuti
chiesti a loro si mandarono, e a conservarsi in libertà
caldamente fur confortati. Co' quali aiuti non solo vinsero
Luigi del Verme capitano mandato dal duca, tosto che
sentì il caso di Bologna, per conservar almeno la rocca;
la quale essendo forte e ben munita dalle genti del Pic-
cinino ancor si lenea; ma preser poco di poi la rocca
medesima, e quella come nimica alla lor libertà aprirono,
e del tutto spianarono infìno alla terra. La qual cosa dal
Piccinino sentita, maravigliosamente T animo suo commosse,
ancorché poco dipoi il figliuolo scambialo con i Malvezzi ,
i quali egli lenca prigione, fosse stato liberato. Ne le cose
della Marca a lui erano riuscite molto prospere ; conciosia-
chè il conte avea preso S. Natòlia, ove molti de'Braccie-
schi furono uccisi, e Tolentino; né potendo Niccolò far
profitto alcuno in Toscanella , ove avea messo l'assedio,
se n'era levato e ritiratosi nel ducato, ove col re s'avea a
congiugnere; il quale mosso finalmente dal regno , s' incon-
trò presso a Norcia col Piccinino, e la prima opera fatta da
questi eserciti insieme congiunti , ove erano tra fanti e ca-
valli ventiquattro mila uomini armali, fu la presa di Visso,
La venuta d' un re così grande , e così valoroso con il nu-
mero di tante genti tulle feroci e esercitate alla guerra, co-
strinse il conte Francesco, il quale non avea più che otto-
mila soldati a ritirarsi a Fano città di Sigismondo Malatesta
suo genero, avendo in tulle le terre d'importanza messo
buoni presidj con pensiero di sostenersi tanto, finche l'eser-
cito per l'asprezza del verno fosse costretto ridursi alle stan-
ze; considerando chejl re non era per star così lungo tempo
fuor del suo regno in quelli paesi ; e tra tanto tornò a sol-
76 dell'istorie fiorentine
lecilare i Veneziani , e i Fiorenlini a porgerli aiuto. E già
in Firenze della venula di sì polente esercito non poco si
dubitava, trovandosi privi dell'Orsino lor capitano, il quale
era morto in Arezzo, o come altri dicono a Sansovino; il
cui corpo fallo a Firenze condurre, secondo il lor costume,
onorevolmente in S. Maria del Fiore fu seppellito; per la
qual cosa parve ad Antonio Masi nuovo gonfaloniere che si
dovesse prima sentire dal duca , come egli intendeva que-
sta guerra , e se era per continuare nella lega , o se pure
sdegnalo per gli aiuti dati a'Bolognesi intendesse esser rotta
la pace; perciocché essi erano per prendere risoluzione ai
casi loro da questa risposta. Il duca, il quale non seppe
mai in un proponimento lungo tempo star fermo, avendo
veduto il genero presso che consumalo nella Marca, si era
pentito d'aver spinto tanl' olire a' danni suoi le forze del
papa , e d' un re potentissimo- Per il che e co 'Veneziani
e co'Fiorentini confermò la lega; la quale fu bandita con di-
mostrazioni di fuochi e di feste in Firenze il 18." giorno d'ot-
tobre, e mandò prima ambasciadori al re, pregandolo, che
di molestar più il conte Francesco si rimanesse, e contento
d' aver lante terre al pontefice restituite, lieto e glorioso al
suo reame si ritornasse. Ma il re avendo mandato suoi am-
basciadori a Filippo scusandosi , che per gli obblighi che
avea col papa non poteva senza mancar alla data fede, di
quella impresa partirsi , avea tra tanto atteso a far di grandi
progressi in quella provincia ; dove dopo la presa di Visso.
avendo passato l'Appennino, avea preso Monleraellone , e
Monlecchio , che se gli resono; il cui esempio seguirono
S. Severino, Matelica , Tolentino, Macerata, Appiniano,
e Monlefelilrano ; e come avviene il più delle volte, quando
le cose incominciano a prendere volta , alla perdita delle
terre si aggiunse la ribellione de' capitani del conte, il quale
fu abbandonalo da Pier Brunoro, da Troilo, da Fiasco, e
da Guglielmo di Bavera tutti antichi suoi capitani, e amici,
co' quali venne a perdere Fabriano , Jesi, Staffolo, e Masac-
cio. E quei da Cingoli, da Osimo, e da Recanati non solo
si ribellarono , ma misero a sacco i presidj del conte ; nò
il Malatesla suo genero mostrava di dover continuar lungo
tempo nella fede del suocero, raassimamenle che il re col
LIBRO VENTIDUESIMO. 77
Piccinino avvicinatosi a Fano , pareva che quivi volesse as-
sediarlo. Ma la venuta de' nuovi ambasciadori del duca man-
dati al re, 1' essersi conosciuta difiìcoltà non piccola in as-
sediar Fano l'avvicinarsi tullavia il verno, e l'avviso che
gli aiuti de' V^eneziani e de'Fiorentini s'accostavano , fu la
salvezza del conte ; perchè il re se ne tornò nel reame , e
quello che al conte sopraramodo fu caro, messo Pier Bru-
noro e Troilo per alcune sue lettere in sospetto del re ,
era stato cagione, che Alfonso posto loro le mani addosso,
amcndue mandò prigioni in Spagna nella rocca di Setabia,
terra posta nel contado di Valenza. Liberato il conte da un
travaglio , ne gli rimanca un altro di congiugnersi con le
genti della lega; poiché il Piccinino partitosi il dì mede-
simo di Fano, che part'i il re , e passata la Foglia, s'era
posto a Monleloro, luogo del contado di Pesaro, non con
altro intendimento, che per vietare che queste genti non si
congiugnesser col conte. Uscito dunque di Fano lo Sforza
a' 5 di novembre, essendo in Firenze gonfaloniere di giu-
stizia Giovanni Benci , venne alle mani col Piccinino , il
quale dopo aver valorosamente combattuto , restò vinto e
sconfìtlo da lui , e sarcbbesi di leggier messo fine a quella
guerra, se non fosse sopraggiunlo il verno, il quale co-
strinse il conte dopo aver acquistalo al genero il contado
di Pesaro , di ridurre i soldati alle stanze. Onde nel princi-
pio dell' anno 1444 il Sinaonetta se ne tornò con le genti
de'Fiorentini in Toscana, e da Antonio Serristori primo
gonfaloniere di quello anno, fu del suo valor commendato,
e con molti onori ricevuto. Nel seguente gonfalonerato di
Francesco Venturi mor'i nella città Leonardo Aretino, uomo
e per la cognizione delle buone lettere, e per aver lungi)
tempo esercitato fedelmente la segreteria de' Signori molto
caro a'Fiorentini. Furongli fatte dal pubblico l'esequie, e
onorevolmente in S. Croce, ove egli volle esser seppellito,
accompagnalo. Fugli in su la bara per ordine de' Signori
messo il libro dell'istoria sopra del petto, e la corona del-
l'alloro in capo da Giannozzo Manelli, il quale fece ancor
l'orazione funerale, non per ch'egli fosse stalo versifica-
tore, ma perchè non parca in quei tempi che la virtù degli
uomini scenziali, con altro segno si potesse meglio onorare.
78 dell'istorie fiorentine
Fu il suo luogo dato a Carlo Marsuppiiii aretino, e dotto
uomo ancor egli , essendosi la fiorentina Repubblica per
antico tempo maravigliosamenle ad aver notabili uomini in
si fatto esercizio sempre ingegnala. Il sepolcro dell' Aretino
è ancor oggi in piede di marmo fatto da Bernardo Ros-
sellino scultore fiorentino. Ma le poche molestie che si ri-
cevevan di fuori incominciavano nella città a produrre gli
antichi effelli, avendo alcuni pochi cittadini preso animo a
biasimare i governatori del presente stalo. Per la jqual cosa
parve a Cosimo, e agli amici suoi, che non si dovesse più
ritardare a darvi rimedio. Essendo dunque per maggio e
giugno uscito gonfaloniere di giustizia la seconda volta Giu-
liano Martini Giicci , si riprese per i signori collegi, e circa
dugentocinquanta cittadini balia di poter riformar la città di
squittinì, di gravezze, e d'altre cose necessarie. Costoro
tolsero la cancelleria delle riformagioni a Filippo Pieruzzi,
e dalle dieci miglia in là, non avendo a uscir del contado
il confinarono. Posero a sedere per dieci anni tutti gli ac-
coppiatori fatti nel 4.3, e con essi i figliuoli di Iacopo Ba-
roncelli, Neri Viviani, Bartolommeo Fortini, Francesco Ca-
stellani, con molli altri, e tutta la famiglia de' Serragli, salvo
che Giorgio figliuolo di Piero. Confinarono alle Stinche Gio-
vanni Vespucci, e trassonne infin a dieci cittadini che vi
erano condennali ; i quali per varj tempi in diversi luoghi
confinarono. Prolungarono a lutti gli altri confinali il tempo
de' loro confini, ristrinsero il nomerò di coloro, i quali la
signoria aveano a creare , e a molli gli uffici rafTermaronc
Deputarono cinque cittadini a Pisa |ier provedere alla con-
servazione di quella città, e gitlarono i nuovi fondamenti
jier accrescere il palagio. Prese poi il gonfalonerato Sandro
Bilioni, nel qual tempo il Piccinino non solo aveale sue genti
rifatto, ma per gli aiuti dal papa e dal re ricevuti incominciava
ad apparir superiore allo Sforza; onde egli faceva di nuovo
sollecitare in Firenze per danari; de' quali bench' egli fosse
più d'una volta sovvenuto, nondimeno non potendo per que-
sto interamente a' suoi bisogni riparare, era da capo in ma-
nifesti pericoli condotto ; se non fosse stato nel maggior
dubbio de' suoi affari dall' opportuno favore della sua amica
fortuna aiutato; pcrciochc il duca non potendo tollerare con
LIBRO VENTTDl ESIMO. 79
quieto animo la rovina del genero, avea con presto rimedio
scritto al Piccinino, che per cose importanti dello stalo suo,
fotta tregua col conte, a Milano ne venisse, e in suo luogo
Francesco suo figliuolo capitano di quelle genti lasciasse- La qiial
arte benché fosse conosciuta dal Piccinino, e per questo in su 1
principio mostrasse di non voler ubbidire a' comandamenti
del duca, allegando come in ciò si trattava dell' interesse
(le! pontefice, nondimeno tirato dal divino volere, che il con-
duceva a morire in Lombardia, deliberò finalmente d'ubbi-
dire, e lasciata la cura di quell'esercito al figliuolo con or-
dine, che essendo richiesto dal conte di tregua non la ricu-
sasse, se n'andò a Milano. Lo Sforza perchè Niccolò si fosse
partito, non avea per questo migliorato le cose sue, anzi
avea ultimamente perduto Castelficardo; perchè volle tentare
la giornata, la quale appiccò con Francesco il dì 23 d'ago-
sto, giorno reputato prospero e felice dal conte. Come fu
questa battaglia nel principio, e quasi presso al fine tutta
piena di molto dubbio per gli Sforzeschi, essendo il conte
istesso slato a rischio d'essere ucciso, e avendo avuto bi-
sogno di armare i ragazzi del campo con lance per far vista
di lontano di aver delle squadre non ancor entrate nella
battaglia, cosi gli fu nel fine felicissima affatto, avendo scon-
fìtto i nimici, e fra il gran numero de' presi fattovi prigione
il capitano istesso, e il legato del papa; il quale della li-
cenza militare mentre egli n' è menato prigione, non gli gio-
vando dire come egli era cappellano del conte . fu villana-
mente trattato e battuto. Fu la preda grandissima desoldaii,
e il capitano alloggiò la sera medesima negli alloggiamenti
de'nimici, e Monteloro presso la qual terra il fatto d'arme
era succeduto, se gli rese il giorno seguente; dietro la quale
in pochissimo tempo se gli resero Macerata, S. Severino ,
Cingoli, Jesi, e finalmente dopo egregia difesa la Serra di
S. Quirico; le quali novelle udite prima dal Biliolti, e poi
da Francesco Berlinghieri gonfaloniere per seltembre e otto-
bre, fu consiglio di Cosimo de'Medici, che il conte con
ogn' industria procurasse di riconciliarsi col papa, il che fa-
cilmente, trovandosi tanto al disopra , conseguirebbe. Alla
qual cosa fnre fu confortato ancora dal duca e da' Veneziani-
iSè il papn fu duro a lasciarsi a questo persuadere, il quale
80 dell'istorie fiorentine
trovandosi a Perugia, non era senza timore delle cose sue,
nò vedea il modo come potere le terre perdute così tosto
riacquistare, non meno per l'esercito suo rotto, e prigionia
di Francesco, (he per lo mancamento di Niccolò, in cui ogni
sua speranza avea riposto, e il quale conosceva per unico
capitano da paragonare col conte , il quale vedutosi in
Milano aggirare dal duca, e sentila la rolla e presa del ti-
gliuolo, 0 per dolore, o come alcuni credettero di veleno,
si era morto in una villa vicino a Milano l'ottavo dì di set-
tembre. Fu perciò concliiusa la pace in Perugia tra i mi-
nistri del papa, e del conte, essendovi presenti gli amba-
ssiadori veneziano e fiorentino con questo capitolo princi-
pale fra gli altri; che tutto quello che il conte infino a mez-
z'ottobre avesse nella Marca ricuperalo fosse suo; tutto il
resto appartenesse alla giuridizione di S. Chiesa. Ma per-
chè vi restavano ancora di molte difTerenze da decidere,
se ne fece rimessione in tre cardinali, e in Cosimo de' Me-
dici, e Neri Capponi, per opera de' quali ogni contesa (u
finalmente assettata. Essendo in Firenze ogn' uomo lieto
per questo accordo , restava di pregare Iddio che conce-
desse la pioggia del cielo, perchè i contadini poiessero se-
minare, essendo durato per lo spazio di cinque mesi con-
tinui sì grande il secco, che ne pur una gocciola d'acqua
era caduta sopra la terra ; onde con grandissima divozione
fu condotta nella città la tavola di S. Maria Imprunela; per
la cui intercessione Iddio mandò la desiderata pioggia , e
potessi attendere alle bisogne de' campi. L'ultimo gonfalo-
niere di quell'anno fu Carlo Federighi dottor dileggi. Co-
stui raffermò la lega co' Veneziani e co' Perugini per dieci
anni, e tolsesi in tempo suo per raccomandato Federigo da
Montefellro nuovo conte d'Urbino. Di costui molti stima-
rono che fosse padre lìcrardino della Carda; ma Guid' An-
tonio da Montefellro, il quale fu capitano de' Fiorentini Tan-
no 1430 nell'impresa di Lucca, o per i costumi e valore del
giovane , o qual so ne fosse la cagione , lo reputò sempre
per suo figliuoio. Per la qual cosa essendo a questi dì stalo
ucciso da'suoi sudditi Odd'Antonio cot\te d'Urbino, il quale
a Guido come suo primogenito era succeduto, fu di quello
stalo eletto signore questo Federigo, della cui amicizia non
LIBRO VENTIDUESIMO. 81
ebbe mai a pentirsi la fiorenlina repubblica. Trovo ancora
in questo tempo esser passata per Firenze una processione
di più di cinquecento persone vestile di bianco, le qua(li
erano tutte di Valdelsa simile a quella del 99. Segui senza
novità alcuna così di fuori come di dentro il primo gonfa-
lonerato dell'anno 1M5 di Nerone Neroni, a cui succedette
Giovanni Corsini. Avea in questo tempo il re Alfonso dopo
l'esser restato pacifico signore del reame di Napoli, dato
moglie a Ferdinando suo figliuolo Isabella di Chiararaonte
nata di Tristano conle di Cuperlino , o d'una sorella di
Cunertino, 0 d'una sorella di Giovanni Antonio Orsino prin-
cipe di Taranto, barone polenlissimo in quel regno, col qual
matrimonio giudicando di lasciare a pieno stabilito il nuovo
regno al figliuolo, e volendo per questo far magnifiche e
splendide nozze, vi concorsero per segno d'onore quasi
tutte l'ambascerie de' principi cristiani. Perchè la Repub-
blica vi mandò per fare il medesimo ufficio insieme con
Nofri Parenti, Giannozzo Manetti. Il quale famoso per la co-
gnizione delle lingue e dcllp scienze, e gratissimo a quel re, il
quale sopra tutti gli altri principi dell'età sua fu amico degli uo-
mini dotti, avendo il Manetti fatto un'orazione in lode delie
nozze, e essendo anche poi intervenuto in molte dispute con
dottori e teologi di quel principe, diede maravigliosamente
di se da dire a tutta quella corte, e fece chiaramente ap-
parire a ciascuno quanto ben facciano quei principi e quelle
repubbliche, quidi non dandosi presuntuosamente a credere
che la sola autorità di chi manda possa dar dignità e auto-
rità a' ministri, s'ingegnano con ogni loro studio di eleg-
gerli tali, che col valore e qualità propria possano aggiu-
gnere splendore e grandezza a quelli da cui sono mandali.
Come avvenne anco appresso per allro, che essendo venuta
la festività del Corpo di Cristo, la quale in quella città so-
lennissimamente suol celebrarsi, voile il re che Giannozzo
v'intervenisse, siccome in festa che v'interveniva la per-
sona sua propria, e era uno di quelli, che aiutava a por-
lare il baldacchino sopra il Corpo del Signore. Vennevi
l'ambasciadore in compagnia di tutta la nazione fioreudiia
con grandissima pompa, ma inteso i Genovesi esser messi
innanzi a lui, senza far motto ad altri che a'suoi loslamenle
Aìm. VoL. V. 6
S2 dell'istorie fiouentine
a casa se ne tornò, dicePido non voler alla sua patria tor
quello, che egli non l'avea dato. Il re avuto per male la
partita dell' ambasciadore mandò il conte di Fondi per lui .
ma egli dicendo ;il conte non esser bene, che i Genovesi
censuarj del re dovessero a' Fiorentini popoli liberi esser
preposti, e clie egli era tenuto preporre la dignità della
sua patria alla propria vita ricusava d andarvi, nò per messi
mandati su e giù si vedeva, che egli fosse per far altro,
infinchè certificato dal re, che gli si darebbe il luogo che
gli conveniva andò prontamente a far il suo ufficio nella
processione, che olire il costume sì era per tal conto ritar-
data, avendo di ciò non che da altri, riportata finalmente
lode dal re medesimo, come uomo amatore della sua patria
e d'animo nobile e generoso. Segui il gonfaloneralo di Nic-
colò Giugni , noi quale per un tumulto succeduto in Bolo-
gna ogni cosa venne a turbarsi , e da capo si die principio
alla guerra. Erano in Bologna due famiglie polenti, dell'una
delle quali Annibale Bcntivoglio , e dell'altra Batista da Can-
netolo eran capi. Annilìale, la cui fazione era senz' alcun
dubbio superiore, parea che se ne po'esse star sicuro , si
per la lega fatta co' Veneziani e co' Fiorentini , quanto alle
cose di fuori , e si per lo parentado fatto in casa coi Can-
netoli, avendo a Guasparri fratello di Brilisla data una sua
sorella per moglie, senza che egli era siato della lor libe-
razione cagione ; perciocché erano ancor eglino slati prigioni
del Piccinino.
Ma non è vincolo alcuno si grande che non si rom-
pa , ove la cupidità del regnare , o dell' esser supe-
riore all'altro mette in campo le forze sue ; conciossiacosa-
ché 0 Batista, o Baldassar Canneloli, che si fosse, non po-
lendo soffrire questa maggioranza, prese partito di levarsi
Annibale davanti , non senza intelligenza del dura di Mila-
no, il quale, per non perder la prerogativa d'esser cagione
di tulli i liimulli d'Italia, doveva per quesl' effetto mandargli
ad un giorno disegnalo Italiano Furiano con millecinquecento
cavalli. A Canneloli, non prendendo Annibale di ciò guardia
alcuna, fu facile a riuscire il lor desiderio, imperciocché
condotto egli per lor procaccio da Francesco Ghisilieri al
battesimo d'un suo fanciullo nel ;empio di S. Giovan Bai-
LIBRO VENTIDUESIMO. 85
Usta, il dì appunto della festività di quel santo per fare la
scelleratezza maggiore, quivi secondo il partito preso fu
da'Cannetoli insieme con due de' Marescotli assalito e uc-
ciso; non potendo fuggir l'infortunio della sua famiglia, es-
sendo e il suo padre Antonio , e Giovanni suo avolo tutti
due altresì stati uccisi di ferro. Trovavasi in Bologna am-
basciadore per i Fiorentini Donato Donali, e per i Vene-
ziani Zaccaria Trivigiano. Costoro in sul primo rumore, avendo
ì Cannetoli dopo l'uccisione fatta corso la città gridando
l'imperio del duca , si ritirarono nelle lor case, ma sdegnato
il popolo per lo tradimento usato verso la persona di Anni-
bale , e di quello fattosi capo Galeazzo Marescotlo fratello
degli uccisi, gridando libertà e lega, non furono lardi a
vendicar con molto maggior crudeltà l'ingiurie de' morti.
Nella qual cosa e dal Trivigiano e dal Donati riceverono
giovamento grandissimo; i quali usciti fuori con le loro fa-
miglie, e introdotto poco dipoi alcune genti delle loro re-
pubbliche, le quali erano presso a Bologna, frenarono fi-
nalmente i rumori, e al Furiano tolsero l'animo d' avvici-
narsi a quella città. Quasi nel medesimo tempo die in Bo-
logna erano questi rumori succeduti, s'aperse di nuovo la
gwerra nella Marca, il che dall'inquieto animo del duca pa-
rimente ebbe origine. Costui veggendosi senza capitano pregò
e stimolò tanto il conte dopo la vittoria acquistala , che sì
fece dare i figliuoli del Piccinino , i quali a Milano venuti
subito d'arme e di cavalli e d'ogni cosa necessaria provve-
dette. Ma non gli bastando questi, domandò anco al genero
Ciarpellone , disegnando di volgere a quest' uomo tutta la
riputazione della sua milizia. Ma lo Sforza , a cu; l' inquie-
tezza del suocero era nota, e il quale vedea per conseguente
quanto per mezzo d' un tal capitano avrebbe potuto trava-
gliare tutta l'Italia, non solo non glielo diede, ma trovatolo
colpevole d'avergli congiurato centra, il fece impiccare per
la gola. La qual cosa recandosi il duca a sua ingiuria, fie-
ramente s'accese di desiderio di vendicarsi conlra il conte;
e trovato che Sigismondo Maiatesta si era sdegnato col me-
desimo conte per essersi egli mostralo grande amico di Fe-
derigo conte d'Urbino, pensò essergli corsa l'occasione
uroniissima in seno, veggendocon il mezzo di costui poter
"84 dell' ISTGBIE FIORENTINE
facilmente adescare il pontefice a nuove speranze di ricu-
perar la Marca. Ma avendo a questa volta lacciuoli a dovi-
zia, per obbligarsi maggiormente il pontefice, prima che
delle cose della Marca gli facesse parlare , acciò non mo-
strasse, che quosto egli facesse por sdegno che avesse col
conte, gli propose l'acquisto di Bologna, promettendogli
dal canto suo aiuti gagliardissimi a fargliela ricuperare , e
dove la lega vi volesse concorrere , non vi dimostrava difiì-
cultà alcuna. Così si entrò a ragionar di lega co' Fiorentini
e co' Veneziani ; e il papa volea , che queste due repubbli-
che e il duca gli pagassero seimila cavalli, duemila prrcia-
scuno, e che egli ne terrebbe due altri mila , co' quali fa-
rebbe slare ciascuno in p.ice. I Fiorentini essendo venuti
in dubbio , che il papa non volesse con queste genti far
guerra al reame di Napoli , di che essi non intendeano vo-
lersi impacciare , risposero , che le leghe si desideravano
l)er scemare e non per accrescer le spcje , ma che questo
era uno star continuamente su lo spendere senza profitto.
Perchè la cosa non ebbe cfTcMio. Allora il duca propose al
pontefice la ricuperazion della Marca, mostrandogli come il
Malalesla avea sdegno col suocero; e come essendo quel
signore aiutato , facilmente gli moverebbe la guerra. E per-
chè il duca disponea del re Alfonso a suo modo, per l'a-
micizia grande che era infra di loro , e il re desiderava più
la Chiesa ch'i il conte per vicino al suo stalo , dispose il
re a confortart. ancor egli il papa alla medesima impresa ;
anzi amendue i loio aiuti gli profersero , nò il conte fu ab-
bandonalo dalli amici suoi , perciocché avendo fatto inten-
dere a' Veneziani e a' Fiorentini i preparamenti che si gli
facevano contro , avea avuto promessa d' esser aiutato da
loro, poiché conlra i capitoli della pace pochi mesi innanzi
fermata, e con poco riguardo dell' onor loro veniva ad esser
travagliato. Per il che, e nella Marca, e in Bologna si su-
scitò la guerra di nuovo, essendo dall' un lato il papa, il
re, e il duca; dall'altro i Veneziani, i Fiorentini, i Bolo-
gnesi, e il conte; e la cosa era ordinata in modo, che dove
il conte nella Marca dalle genti del papa e del re doveva
essere assaltato, Bologna da quelle del duca doveva esser
combattuta. Ma parve per la prima doversi soccorrer Bolo-
LIBRO VENTIDUESIMO. 83
gna; perciocché benché il Furiano all'avviso de'Canneloli
in Bologna straziali si fosse per strada arrestalo il duca
nondimeno vi mandò poco dipoi Luigi da S. Severino con
cinquemila soldati. Per la qua! cosa Dardano Acciainoli gon-
faloniere per luglio e agosto vi mandò Simonella con sei-
cento cavalli e dugenlo fanti; il quale congiuntosi con gli
aiuti mandati da' Veneziani, il furor de' nimici ripresero; e
non fecero cos' alcuna succedere, che lo stato di quella
tillà dovesse alterare. Nella Marca il conte era uscito in
campagna, e avoa comincialo a far di molle correrie in su
quel di Kiraini e di Fano, con pensiero sopralluUo di non
far congiugner le genti , che si diceva che il duca mande-
rebbe in aiuto di Sigismondo ; ma veggerido chea mantener
una guerra di tanta importanza gli facea meslier di danari,
lasciato r esercito alla cura del conte d'Urbino, e d'Ales-
sandro suo fratello, se ne venne a Firenze; ove ottenuto
per r autorità di Cosimo quelli danari che diceva farli di
bisogno, se ne tornò nel c.impo , e quivi attese a condur
la guerra avanti con successi ora prosperi ora avversi. In
Firenze succedette all' Acciainoli gonfaloniere di giustizia
Cosimo de' Medici la terza volta , il quale veggendo le ri-
formagioni molto intralciate , deliberò che si rivedessero e
si desse loro chiara e ottima forma. Alla qunl cura propose
otto cittadini., la metà de' quali erano dottori di legge. Co-
stor furono Girolamo Machiavelli, Tommaso Salvetti da
Pistoja , Domenico Marlciii , e Guglielmo Tanagli. I non
dottori fur Neri Capponi , Bernardo Glierardi , Francesco
Venturi, e Nerone Neroni. Prese poi il gonfalonerato Tom-
maso Corbellini; nel qual tempo avendo le genti ecclesia-
stiche con gli aiuti del re fatto progressi grandissimi nelhi
Marca, costrinsero il conte verso il fine dell'anno a tornare
un' altra volta per nuovi disnari a Firenze, ove senl'i oltre
l'altre terre e castella, finalmente essersi perduto ancor
Fermo, e poco dipoi ancor la rocca, la quale stinaava ine-
spugnabile, esser pervenuta in poter de' nimici, ne rimaner-
gli nella Marca d' importanza altro che Jesi ; dettcrgli s't
per questo danari di nuovo, promettendo egli cose gran-
dissime per potersi preparare per lo nuovo tempo alla guer-
ra; essendo già gli eserciti ridotti alle stanze. In questo
R6 dell' istorie fiorentine
tempo i Fiorenlini per via d' accordo recuperarono Modi-
gliani da Gtiidanlonio signor di Faenza, e a lui certe co-
sclle ch'egli pretendea restituirono. Il qual signore venne
poi nel principio dell'anno 1440 a Firenze, e fatto rive-
renza alla signoria e al gonfaloniere Galileo Galilei uomo
jìcrilo nella scienza della medicina, fu scambievolmente
da quelli volentieri veduto e onorato.
Aveano in questo tempo gli Anconetani guerra con quelli
<la Osimo; e desiderando col caldo della lega di potersene
vendicare, si confederarono co' Veneziani, i quali senza sa-
puta dei Fiorenlini li ricevettero nella lega, promettendo
«he i Fiorenlini ratificherebbono. La qual cosa saputa in
Firenze se ne fecero molte dispute in palazzo , si perchè
non parea essersi in ciò tenuto quel conto della Repub-
blica che si conveniva, e sì perchè non volevano più di
quel che avevan fallo sdegnare il pontefice- Contullociù
per non entrare in differenza co'V^eneziani finalmente rati-
ficarono. 11 seguente gonfaloniere Ugolino Mazzinghi rice-
vette con grandissima allegrezza de' cittadini Antonio Pie-
rozzi nuovo arcivescovo della città, essendo nel principio
dell' anno morto Andrea appo cui quella digniià era stata.
Fu lieta la creazione di costui per esser cittadino fiorentino
benché di umil condizione, essendo figliuolo di Niccolò Pie-
rozzi notaio, e sì perchè alla santità della vita avea aggiunto
scienza conveniente a tanto grado: era per professione frate
di S. Domenico, e uomo tanto lontano da ogni sorte d' am-
bizione, che avendo rifiutata la dignità profertagli, il papa
ebbe a mandargli le bolle spedite infin al convento di S.
Domenico a Fiesole , richiedendolo sotto pena d'ubbidienza
a voler ricevere il carico che gli era stato commesso, il che
jiarvc tanto più da commendare, quanto che alcuni de'prin-
cipali cardinali della corte aveano importunamente gravato il
papa per quella chiesa. Un mese dopo la venuta dell' arci-
vescovo morì nella città Filippo Brunelleschi, del cui nobile
e elevalo ingegno ottimo testimonio renderà per tulli i se-
coli finche starà in piede la memorabil cupola di S. Repa-
rata. È opinione fra gli artefici di quest'arte lui essere stato
il primo il quale conosciuti gli errori della struttura tede-
sca, la quale in suo tempo in Italia maravigliosamente fio-
LIBRO VENTIDCESIMO. 87
riva , avesse gli antichi ordini de' Greci alle sue prime forme
restituito ; per le quali cose fu dal popolo fiorentino giudi-
cato degno della pubblica sepoltura, e di esser chiamato
dell'antica architettura restauratore, come in S. Maria del
Fiore nella memoria che di lui fece la Repubblica chiara-
mente apparisce. Erasi intanto per la stagione che non l'a-
veva ancora patito riposata alquanto la guerra ; quando nel
gonfalonerato di Giovanni degli Alhizi in ogni luogo si venne
a desiare. Ma prima per sollecitudine del duca si senl'i in
Lombardia, essendo messo in speranza per via di trattato
di potersi insignorir di Cremona . dove subitamente fece vol-
gere il Piccinino; il quale benché avesse tentato in vano
d'averla, prese nondimeno in quella mossa Soncino. I Ve-
neziani veduto dato principio alla guerra , mandarono per
dubbio delle cose loro alcune poche genti alla guardia di
Cremona, dentro la quale in nome del conte era lacopaccio
da Salerno uomo valoroso e fedele al suo signore. Costui
uscendo spesso della città dava di grandi molestie al campo
de'nimici. Nel qual modo si ruppe la guerra in Lombardia.
Maggiore e più gagliarda era quella che si faceva in Ro-
magna per conto di Bologna , ove il duca avea invialo Gu-
glielmo da Monferrato e P.artolommeo Coglione , benché
costui per sospetto fosse poi richiamato dal duca in Lom-
bardia, ne molto dappoi messo in prigione, e in suo scam-
bio mandato Carlo Gonzaga. Questa città importando alla
lega pur troppo che ella in poter del duca non venisse, nò
i Veneziani né i Fiorentini fur tardi a soccorrerla, da
quelli mand.'itovi Taddeo da Esle e liberto Brandolino, da
costoro Guidanlonio Manfredi fatto poco innanzi loro amico
come si disse, e il Simonetta. lì medesimo rumor d'armi
era intorno Pontremoli molestato da Luigi da S. Severino,
e da Piermaria de' Rossi capitani del duca, e dalle genti
de' Fiorentini a lor sommo potere difeso. Maggior di tutti
era quel della Marca per esservi la persona del conte ; per
cagione del quale s'era in tante parti d'Italia accesa guerra
sì terribile, e spaventosa. Era stato il conte per conforti di
Cosimo persuaso a passar nel ducato con qualche speranza
d'entrare in Roma; dove facilmente con la prestezza gli sa-
rebbe potuto riuscire di fare il papa prigione , ma trovala
88 df.ll' isToniE fiorentine
queir impresa mollo diversa diiiropinione di chi glie l'avca
proposta , era sialo costretto ritornarsene a Fano , sì per
guardar le cose che ancor possedea, come per ricorerar le
perdute, quando le genti del papa, che dalle fresche e dalle
vecchie ingiurie era stimolato , gli vennero addosso con
l' aiuto del re , e quello fieramente assalirono. Nò mollo tempo
[tasbò , benché avessero in vano tentato Jesi , che acquisia-
rnn la Pergola. Fecero che gli Anconetani a ritornare alla
devozione della Chiesa si disposero. Costrinsero il conlc non
potendo campeggiare a ritrarsi ne' luoghi forti, e di lauto
terrore ogni cosa riempierono, che Alessandro Sforza dispe-
rando dello stalo e della salute del fratello, se, e Pesaro,
ove si trovava alla guardia, pose in mano del papa. Il «onte
avvenga che da cosi fatte percorse fosse gravemente liallu-
lo, sentiva nondimeno magp,ior travaglio per le cose di Cre-
mona e di Ponlreinoli; onde a' Veneziani e a' Fiorentini di
continuo si raccon'.andava , che in Innle disavventure de'loro
aiuti non fosse abbandonato; poiché ili quivi la comun salute
dipendeva.
Erano entrali in Firenze i nuovi signori, e con esso
Joro gonfaloniere di giustizia Ruberto Pitti. Costoro veg-
gendosi da lanle diftìcollà circondati , avendo in un me-
desimo tempo a provvedere a molte e diverse parti, delibe-
raroiio mandare a Venezia , sebben vi teneano prima Dome-
nico Martelli , Neri Capponi , e IJernardo Giugni per dispor
quel senato con maggior forze al soccorso di Cremona , e
non fu r opera indarno ; imperocché dopo molle contese si
fermò, che si snidassero per metà dall'una e dall'altra re-
pubblica quattromila cavalli, co'quali i disegni del duca si
polrebbon reprimere. Per le cose di Bologna e della Marca
jiresero altri partiti, perciocché nella Marca aveano disposto
a passar a"ior soldi Italiano Furiano, e Jacopo da Caivano ;
ma costoro essendo stali scoperti, furono presi dal palriar-
ca , e mandali prigioni nella Rocca contrada ; ove non molto
dopo ad amendue fece mozzare il capo. Migliore avvenimento
ebbero le cose di Bologna; perciocché essendo gare e dif-
ferenze grandissime Ira Guglielmo da Monferrato, e Carlo
<ìonzaga, i quali si trovavano in Castel S. Giovanni, si ten-
(u ro tali pratiche con Guglielmo, che introdotto nella rocca
UBHO VENTIDUESIMO. 89
il Brandolino, e quindi fallolo entrare nella terra, non solo
si riebbe il castrilo, ma vi fur falli prigioni la miglior parie
de' soldati del Gonzaga; e egli con pochi de'suoi a rifug-
girsi a Modena fu costretto- Di che non solo nacque lo scampo
de' Bolognesi , i quali riacquistarono ancor poco dipoi Ca-
stelfranco, ma fu ciò cagione di tutti i felici successi, che
in quelle guerre in favor del conte, e delle due repubbli-
che accaddero, così in Lombardia come altrove , conciossia-
chè i Fiorentini speditisi di questa impresa poterono mandar
Guidantonio e Simonetta con tremila cavalli, e Gregorio
d'Anghiari con mille fanti in aiuto del conte; e i Veneziani
fatto venir le lor genti nel Bresciano , le fecero congiugnere
col Culignola lor capitano , per esser preste a quello che
bisognava , sì per la difesa di Cremona , come di combattere
co' nimici , se fosse venuta l' opportunità. Con tutto queslo
non si lasciava di procurare , se possibil fosse , che senza
proceder più oltre , le cose ricevessero qualche composizio-
ne ; e per queslo fu mandato al re di Napoli Bernardello
de'Mcdici; benché imprigionato in Roma dal papa, non
ostante il salvocondotlo avuto dal patriarca , sotto pretesto
di certi danari di Monte , (he il papa dicea dover consegui-
re, avesse alquanto differito il bisogno di quell'ambasceria.
Vollero ancora i Veneziani, che Puccio Pucci, il quale era
ambasciadore appresso di loro per conto della Repubblica
n'andasse con un loro ambasciadore al duca per tentar di
svolger r animo suo alla pace , e dal gonfaloniere Andrea
Nardi e da' signori entrali a calen di scllembre fu accon-
sentito. Ma essendo stati poco cortesemente licenziati dal
(luca, i Veneziani scrissero al lor capitano, che se gli ve-
nisse il destro , dtsse addosso a' nimici. Racconlasi che Puc-
cio, il quale era uomo animoso e geloso delia riputazione
della sua repubblica, vedendosi digerire dal duca l'atidien-
za , il qual avea fama di governarsi a punto d'astrologi, se
n'era molto turbato fra se medesimo; perchè mandalo poi a
chiamare dal duca, averli risposto, che egli non era accon-
cio ad andarvi , perchè se era venuto il punto del duca ,
non era già venuto il suo. Erasi il Piccinino, disperato d'a-
ver Cremona, volto a Castiglione, e quello insieme con Uli-
celo avea preso ; quando sentendo che Michelelto volea pas-
90 dell'istorie rions>(Ti?«E
sar Oglio , egli sì pose a Casal Maggiore. Ma avvicinatosi il
nimico a quattro miglia vicino al suo campo , prese partito
di mutare alloggiamento , e posesi in un' isola che fa il Po
sopra Casale, s'i per non parer affatto d'aver per tema ab-
bandonato Cremona , la quale per un ponte verso quella
parte fatto potea correre e predare a suo modo ; e sì perchè
il luogo era assai comodo ad esser vettovagliato di verso
Parma; e venia fatto forte dal fiume; oltreché egli con due
bastie e con l'artiglierie l'avea ottimamente munito. Il Cuti-
gnola preso S. Giovanni a Croce, deliberò tentare se polca
tirar Francesco a combattere , e con le S( hiere fatte se ne
venne verso i nimici. Francesco avendo fatto armare i suoi
più per cautela, che per credenza d'aver a combattere, at-
tendeva a far guardar il ponte , onde facilmenle ributtava i
nimici. Ma acrortosi il Cutignoia che mentre in sul ponte
con poco profitto si scaramucciava , certi saccomanni con al-
cuni cavalleggieri aveano trovato non lungi dal ponte il guado
di passare il fiume, e che già molt' altri il passavano, co-
mandò che per quindi si ponesse una parte dell'esercito a
passare, con ordine che ogn'uomo d'arme si mettesse un
fante in groppa per valersi di là del fiume della lor opera.
I nimici si volsero ancor eglino in quella parte , e valoro-
samente combattendo ripignevano spesso i Veneziani; e sa-
rcbbesi senz' alcun dubbio fatta cosa di poco giovamento,
se coloro i quali erano a'ia guardia del ponte, veggendo i
nimici andar tuttavia passando nell'isola, con stolto consiglio
non avessero abbandonato il ponte; per lo quale potendo
passar coloro che rimanevano con maggior facilità , non eb-
bero molta fatica a superar il nimico da due parti accer-
chialo. I capitani nimici veggendo le cose loro spacciate si
salvarono con la fuga tenendo la via dell'altro ponte, e
quello feccr tagliare; onde in poter de' Veneziani pervennero
i cariaggi , e una parte di quelle genti ; le quali chiusa loro
la strada di potersi salvare, fur fatti prigioni a man salva.
Questa vittoria giovò molto alle cose del conte ; il quale
avuto r aiuto de' Fiorentini non dubitò di andar a trovare il
patriarca, che assediava Lunato, sì per levarlo dall'assedio,
come per tirarlo a combattere. Ma il patriarca non veggendo
il tempo , convenne far quello che poco innanzi era stato
LIBRO VE?(TÌDUESIMO. 91
fallo dal conte, cioè ritrarsi ne' luoghi forti, e non dar al
nimico comodità di poterlo sforzar a combattere. E benché
avendolo il conte sfidalo, egli avesse accctlato il guanto della
battaglia , nondimeno non voile per conto alcuno uscire da-
gli alloggiamenti; talché tutta la fortuna delle cose s'inco-
minciò a cangiare , imperocché e Alessandro ritornò al fra-
tello, e egli andato in quello di Pesaro acquistò Pozzo, la
Tomba, Monteloro; e non spaventato dal verno, che gli
era venuto addosso , essendo già entralo il mese di novem-
bre, e in Firenze avea preso il sommo magistrato Domenico
Pescioni , volea per assedio in ogni modo insignorirsi di
(Iradara, castello in quel paese e per sito , mura , torri , e
per esservi dentro un molto buon presidio di fanti forestieri
giudicalo fortissimo. Mentre pgli con tulle le sue forze at-
tende ad espugnar Gradara , il Culignola avendo messo in
fuga i nimici , si era insignorito di tulio il contado di Cre-
mona , e benché avesse trovalo alcuna difficoltà in Soncino,
l'avea pur costretto ad arrendersi a' ministri del conle. Quindi
passato in Chiaradadda, quella avea preso tutta in fuori che
Crema, onde i Veneziani aveano dal' ordine, che passala
Adda si penetrasse nel Milanese. Il duca fornita Crema e
Lodi , e rifatte al meglio che potè le genti rotte nel Cre-
monese, avea commesso a Luigi da S. Severino , che atten-
desse a guardar Adda. Ma il Brandolino a cui era stala com-
messa la cura della vanguardia, trovata difficoltà a passare
il fiume per forza, si volse all'industria, e informalo che il
fiume si polca passare verso una parte che fa padulc , la
qual non era guardala , qui volse tutto il suo ingegno , e
fallo far graticci , e venire molli cavicelli in su carri , per
quelli la padule , e per questi fattone un ponte d'aver a
passar il fiume propose. E già l'esercito, venuto il sesto dì
di novembre, essendo le cose a ordine, con maraviglioso
silenzio era cominciato a passare, quando scoperto dal ni-
mico, Campanella condotlier di Luigi, subitosi spinse oltre
per vietare il passo, ma ributtalo gagliardamente da quelli
ohe eran passati, e egìi, e Luigi, e in somma tulle le genti,
le quali erano a guardia della riva abbandonarono il fiume,
e posersi a fuggire ; quali in uno , e quali in altro castello
cercando di ricovrarsi. Per la qual cosa entrati i Veneziani
92 dell' istorie fiorentine
nel Milanese paese abbondtinlissirao , e di ville, e d'uomini,
e di bcsliarai, e d'ogni bene al pari di qualsivoglia altro ri-
pieno, quello luUo ingordamenle predarono, e correndo
senza trovar resistenza alcuna infino alle porle di Milano ,
il paese, ma mollo più il duca della sua iniquitezza tardi
pentitosi, soprammodo afflissero : arebbon fallo effetti mag-
giori, se dalla stagione del verno non fossero stati impediti:
la qual cosa porse all'affannoso animo di Filippo per allora
alcun riparo. Ma considerando che a tempo nuovo egli da
capo da' Veneziani sarebbe assalito, e che tra tanto Gentile
della Leonessa lascialo a Casciano con duemila cavalli e
mille fanti , quando il tempo il permetteva non lasciava di
molestare tulio il Milanese , prese partilo di ricorrere a di-
versi principi per aiuto. E non solo al re Alfonso suo amico
si raccomandò , mostrandogli le vittorie de' Veneziani esser
di comnn pericolo a tutta Italia , ma ricorse anco alle forze
forestiere , mandando amhasciadori al re di Francia , e
promettendo di restituirgli Asti , la qual terra lungo tempo
avea posseduta , purché in tante calamità alcuno aiuto gli
porgesse. Nò si sdegnò di procurare per mezzo di Eu-
genio di riconciliarsi la grazia del conte , umilmente pre-
gandolo che la protezione del vecchio e cieco suocero ab-
bandonar non dovesse , facendogli lusinghevolmente inslillar
negli orecchi , che se non per rispello del duca , almeno
per lo proprio suo interesse, a cui quel principato presto
avea a ricadere , sì fatta cura prendesse. Era già entrato
l'anno 1447, e in Firenze avea preso il gonfalonerato Ber-
nardelto de' Medici; quando per l'asprezza del verno e il
conte si levò da Gradara, e le genti ecclesiastiche, e quelle
del re si ridussero alle stanze. Essendo le cose quiete pa-
rca che da ciascuno si attendesse a discorrere qual fine
dovesse aver quella guerra la stale vegnente. Né si credea
che il re, né che il conte medesimo fosse per abbandonar
Filippo , poiché attendendo il conte tuttavia a chieder da-
nari, e non potendone aver quella somma che desiderava,
si dubitava che avesse almen con questa scusa a prender
un dì occasione di partirsi della lega. Ma la poca tema, che
si aveva di Filippo , togliea anche quel tanto rispetto che
al conte solca portarsi; e i Veneziani si sentivano spesso
LIBRO VENTIDUESIMO. 93*
andar mormorando , che si era fatto più di profitto da' lor
capitani in due mesi, ohe non in tanti anni dal conte. Anzi
e' si crede , che nò a Cosimo fosse dispiaciuto che il conte
si fosse congiunto col duca , non solo per la privata amici-
zia, ma per lo comune benefizio d'Italia, csislimando egli
esser molto me;;Iio che Io sialo di Milano pervenisse in
poter d'un principe solo , che non quello alla potenza dei
Veneziani s' aggiugnesse ; con la quale si sarebbono in modo
ingranditi, che avrebbnno posto in servitù tutta Italia. Stando
dunque le cose in questi termini, sopraggiunse a" 23 di feb-
braio la morte di Eugenio; la quale da coloro che gover-
navano in Firenze fu tenuta buona novella , non essendo
quel pontefice per i favor ch'essi prestavano al conte, verso
loro mollo ben disposto. E aspettandosi con sommo desi-
derio per le cose che correvano qual de'cardinali dovesse
essere a tanla digniià promosso , vennero alla signoria en-
trata con Lulozzo Nasi Icttrre esser stato crealo pontefice
Tommaso da Sarzana , non stato fallo cardinale prima
che l'anno innanzi a questo, e pochissimo tempo prima
fallo vescovo di Bologna , il quale Niccolò volle esser chia-
mato ; ma né l' ignobililà della famiglia, ne il ricordarsi in
Firenze molti averlo veduto repctilore de' figliuoli di Rinaldo
degli Albizi , ne l'essere per sì breve tempo dimorato in
qualche fortuna , gli scemarono punto di riputazione; es-
sendo per altro, e per dollrirta , e per costumi, e per
grandezza d'animo stimato degnissimo di quel grado. Gli
furono per questo dalla Repubblica deputati ambasciadori
de' principali cittadini Agnolo Acciaiuoli , Giannozzo Pitti,
e Alessandro degli Alessandri tulli tre cavalieri, e Neri
Capponi , Giannozzo Manelti a cui fu commesso il carico
di far l'orazione, e Piero de' Medici figliuolo di Cosimo.
Trovo scritto, che costumando i pontefici di dare a' Fio-
rentini udienza segreta, cioè nella sala del Pappagallo,
siccome facevano a repubbliche di simili qualità, essendo
usi di dar l'udienze pubbliche agli ambasciadori degli im-
peradori e de' re Niccolò V fu il primo, il quale per
onorar la Repubblica ricevette i suoi ambasciadori nella
sala dei re; la qual cosa quanto passò con maggior peri-
colo del Manelti, il quale ebbe in molle cose a variar la
94 dell' istorie fiorentine
forma dell'orazione da lui fatta, tanto dagli uomini dotti
di quel secolo gli fu a maggior lode attribuita , avendo con
maravigliosa felicità e fama di memoria il suo ufficio for-
nito. Andarono i medesimi ambasoiadori per commessione
della Repubblica a trovare il re d'Aragona, il quale era a
Tivoli, e da parte de'Ioro signori gli significarono, loro
intenzione esser di volerlo per padre, e per amico, a'quali
il re rispose, che nella lega che egli col duca di Milano
avea fatta, avea serbalo luogo a' Fiorentini ; ma da quelli
fu replicalo, che senza i Veneziani non poteano godere
quel benefizio dal re. Conchiusesi , che ciò era bene trat-
tarne col papa , il quale tornati gii ambasoiadori da Tivoli
prese la cura di praticarla. Il luogo ove s' avesse a trattare
come luogo comune, e per quel che altre volte s'era fatto,
fu deputata Ferrara, chiamata per questo dagli scriltori di
quel tempo albergo di pace. I mezzani doveano essere il
cardinale Morinense legato a ciò eletto dal papa, e il mar-
chese Lionello figliuolo del marchese Niccolò ; a cui morto
nel fine dell'anno 1445 era in quello stato succeduto. Ma
per questo non si lasciavan da parie le cure della guerra ,
perciocché a Lodovico Verrazzani nuovo gonfaloniere era
stato rapportato , come le genti della lega uscite di nuovo
a' 17 di maggio in campagna aveano fatto danni grandi sopra
lo stato del duca , presogli Sonano, Romanengo , Brivio, e
molti altri luoghi, aveano corso infino alle porle di Mila-
no, e il popolo che avea ardito d'uscirgli contro, fu da
loro animosamente infino dentro a le mura ripinlo. Nel qual
tempo il cardinale Morinense, il quale andava a Ferrara per
la pace , capitò a Firenze , ove fu con grandi onori ricevuto.
Tra tanto il re veggendo lo slato del duca tuttavia
in pericolo, acciocché mentre la pace si trattasse, i Vene-
ziani affatto di Lombardia non s'insignorissero, avea deli-
berato muover guerra in Toscana per tener divise le forze
di quelle repubbliche ; sapendo che i Veneziani soli non
avrebbon potuto opprimere il duca. Entralo dunque gonfa-
loniere di giustizia Giovanni Bartoli , ecco fuor dell' espet-
tazion di ciascuno venir novelle nella ciità, come circa
cento fanti erano entrali in Cennina castello posto nel Val-
darno di sopra, e quello gridando il nome del re d'Ara-
LIBRO VENTIDUESIMO. 93
gona , mentre i terrazzani erano fuori per i campi a lavo-
rare , aveano occupato. Poco prima erano ancor giunti avvisi
come Guidantonio e Astorre Manfredi acapiloli che aveano
con la Repubblica , non avendo riguardo, s'erano condotti
a' soldi del duca; nondimeno essendo in Ferrara le cose
della pace molto ben digerite , ove intervennero per i Fio-
rentini Bernardo Giugni e Neri Capponi, se n'aspettava
d'ora in ora alcuna buona conclusione; quando si seppe
]ier cosa certa il duca il tredicesimo giorno d'agosto essersi
di questa vita partito. Voleva ciò non ostante il legato se-
guitare innanzi la pratica della pace ; ma i Veneziani , i
quali aveano in quel tempo acquistato di più Lodi e Pia-
cenza, si mostrarono sotto varie scuse in modo alieni da
quella, esistimando esser venuto il tempo, che facilmente
si poleano di tutta la f^ombardia insignorire, che il legato,
e gli ambasciadori de' Fiorentini , e degli altri principi veg-
gendo perdersi il tempo indarno, se ne tornarono nelle lor
case , lasciando i semi vivi delle discordie ; e fu la Lom-
bardia variamente molestata dall'armi de' Veneziani , e del
conte, il quale sentita la motte del suocero , condusse il
suo esercito in quella provincia. Né la Toscana stette quie-
ta, ove l'armi del re Alfonso s'incominciarono a sentire-
Essendo diinrpie ogni ragionamento di pace tolto via , i
Fiorentini attesero in prima a ricuperare Gemina, essendo
luogo forte di sito, e atto a far molti danni ai paese, e dopo
quindici dì la riebbono a patti , avendo però fatto impic-
care alcuni di que' principali , per opera de'quali si credea
quelli fanti esser stati condotti , imperocché il re certificava
tuttavia i Fiorentini non aver con esso loro cagione di contesa.
Nondimeno essendo entralo gonfaloniere Puccio Pucci si ve-
deva, che il re era armato, e all'uscita di settembre si seppe
che egli con settemila cavalli , e quattro mila fanti , e con
guastatori e altra gente inutile che arrivava al numero di
quindicimila uomini avea già passato Roma , e tuttavia s'av-
vicinava verso Toscana. I Fiorentini dubitando noi re gli
cogliesse alla sprovveduta , crearono subitamente i dieci di
balia. Costoro cercarono di mettere quelle genti insieme ,
che più poleano; nel principio de' quali preparamenti una
cosa accadde loro prospera, o un'altra avversa; imperuC'
96 dell'istorie fiorentine
che il Simonella avendo finito il lempo della sua condotta,
passò con mille cavalli a'stipendj dei re , e ii conte d'Ur-
bino proffertosi di sua libera volontà a' servigi della Repub-
blica ne venne con mille fanti e sccenlo cavalli in suo
aiuto. Olire a questi provvedimenti mandarono ambascia-
dori a'Sanesi, confortandoli a mantenere la loro libertà;
e finalmente essendo già il re a Montepulciano arrivalo ,
spedirono a lui oratori Giannozzo Pilli, e Bernardetlo dei
Medici per intendere con che animo veniva verso lo stato
de' Fiorenlini , e qual cagione lo spìgneva a muover lor
guerra, non avendo mai i Fiorenlini contro il suo stalo
macchinato. Costoro esposta la loro ambasciala al re, eb-
bero per risposta, com'egli non avea mai altro, che la
quiete d'Ilalia desideralo, e per questo lui essere stato
{)rincipal cagione , che in tempo d' Eugenio la pace in Fer-
rara si traltasse , ma poiché egli avea indubitatamente co-
nosciuto, che non il duca Filippo, ma i Veneziani erano
quelli che volevan turbarla , poiché dopo la morte sua con-
tinuavano nella guerra, e intendevano in ogni modo d'in-
signorirsi di quello stato, il quale a lui come a erede in-
stituilo dal duca apparteneva , lui esser stato costretto per
conservazione delle cose sue di pigliar l'arme contro dei
Fiorenlini, come quelli col cui aiuto erano i Veneziani en-
trati in quelle speranze , sapendosi per tutta Italia , che
mentre eglino fur soli , non ebber mai potere di far oltrag-
gio a Filippo. Ne altra cagione di guerra aver co' Fioren-
lini di questa. La qual cosa se punto dubitassero esser
vera, facesser prova di spiccarsi da' Veneziani , e conosce-
rebbero non aver amico in Ilalia maggiore del re Alfonso;
il quale santamente solca le sue amistà conservare ; così
narrano quelli scrittori , i quali ebbero cura di raccoman-
dare alla memoria de' posteri i falli di quel re. Fu doman-
dato dunque dagli ambasciadori spazio di cinque giorni per
consultar questa cosa col senato; ma non venutane altra
risposta, 0 perche non paresse onorevole, ne securo alla
Kepubblica allora romiier la lega co' Veneziani , e fare la
pace col re , che egli era entrato armato nel suo paese ; o
che pure credesse in ogni modo non essere a tempo ciò
che si facesse, il re ruppe manifcslamenlc la guerra. E
LIBRO VENTIDUESIMO. 97
vcggendo per la via del Valdarno di sopra come avea prima
disegnalo , non poter far cos' alcuna di momento , avendo
i Fiorenlini riacquistalo Connina, e provveduto ottimamonte
que'luoglii, se n'andò all'uscita d'ottobre in quel di Vol-
terra, e a' 10 di novembre, sotto il secondo gonfalonorato
di Castello Quaratesi , il primo luogo che occupò alla lio-
pubblica fu Kipomcrancia, il quale per ispavenlo degli aliri
permise che fosse posto a sacco da" soldati. Perciò se gli
diedero subito quelli di Caslelnuovo, ancorché il luogo fosse
forte, e da potersi difendere, e così quelli del Sasso, del
castello de' Rossi , e di Monlt-verdi. Ma non trovò poro la
medesima facilità in Monlecastello ; per la qual cosa vi pose
l'assedio; ma tra per mancamento di vettovaglia . e perchè
si levarono fieri e impetuosi venti , che né pur dentro i
padiglioni i soldati potevan posarsi, e molli si trovarono,
che furono dalla forza di essi portati in aria, né senza le
bombarde era speranza di potersi avere il castello, le quali
a condurre in quel luogo era rogito malagevole , il re fece
levare il campo, e ordinò che s'andasse in Campiglia , per
entrar quindi in quel di Pisa , allettato dall« promesse di
Fazio e di Arrigo conti della (Iherardesca; i quali essendo
nimici de' Fiorentini , lungo tempo aveano il re seguitato- Il
quale perchè per ogni via i Fiorentini molestasse, avea già
dato commessione, che tutti i loro mercatanti , e qualunque
altro Gorentino che ribello non fosse, fra poco spazio di
tempo da' suoi paesi dovesse sgombrare. Intanto non riu-
scirono vane le promesse de' conti ; avendo il re per la
costoro opera preso Montescudaio, Guardistallo, Bolgheri ,
la torre a S. Vincenzio, e Ripalbello. Ma non gli venne
perciò fatto di prendere Campiglia, la quale da quelli di
dentro fu valorosamente difesa. Continuò nondimeno l'as-
sedio per buona parte del gonfaloncrato di Bernardo Ghe-
rardi la terza volta primo gonfaloniere dell'anno 1448, ma
non veggondo segno alcuno, che quelli di deniro si voles-
sero arrendere , e essendo la stagione asprissiraa , fu il re
costretto ritrarsi cinque miglia addietro a Portobaratto , sì
perchè quivi era fornito copiosamente per la via di mare
dal regno di ciò che gli facea di bisogno, e sì per esservi
l'aria il verno, come è sempre ne' luoghi accanto alla ma-
Amm. Vol. V. 7
yS dell'istorie fiorentine
rina, più temperala. E fece gli alloggiameiili nel colle che
sopiasla al porlo, ove l'aulica Populonia fu edificata. E
Piombino di questo luogo non più che tre miglia lontano;
di cui in qnel tempo era signore Rinaldo Orsino marito di
Caterina Appiana: la quale per la morte di Iacopo suo pa-
dre senza figliuoli maschi, di cui altrove in quest'opera s'<''
fatto menzione , a\ea quello sialo redalo. Conosceva il re
esser questo luogo molto opportuno per chi volesse far
guerra allo stalo de'Fiorenlini , e avendo sentore che Ri-
naldo per aver a sospetto la potenza de' Fiorentini, non stava
mollo bene con esso loro , stimava facilmente poterlo lir.irc
alla sua devozione ; ma Rina'do , il quale come uomo perito
delle cose militari, sapeva con quanto cattivo consiglio pel-
le speranze delontani principi s'acquista l'odio de' vicini:
e eragli avanti gli occhi fresco I' esempio del conte di Po[)-
pi , avca fermo nell'animo di non dithiararsi nimico de'Fio-
renlini, ma tenendo diiigentcmente guardato il suo, as|>e(-
tare ove le cose di questa guerra a\ess(ro a riui^cire. Per-
chè vanendogli il re armalo intorno le muia, gli chiuse le
porte in sul viso, nò fuor d'alcuni pochi soldali, e quelli
disarmati pati che entrassero nella terra , né le veltovagiic
che al re venivano per mare, quando poteva lasciava an-
dare air esercito. Stando il re in queste parti gli vennero
avvisi , come alcuni soldati mandati da' Fiorerilini per la
guardia di Castiglione della Pesc;iia gli darebbero la terra:
perchè comandò a Simoneito, che con le sue genti vi ca-
valcasse; il quale avuta la terra, subito il re v'andò con
lutto l'esercito, rimanendo il sȓcondo procinto e la rocca,
che per i Fiorentini ancora si lericano. Dolse profondamente
l'avviso di questa perdita a" Fiorentini, considerando che
se il re della rocca appresso s' impaironiva , non si sarebbe
(acciaio per un pezzo di Toscana , esseiido quel luogo
mollo allo a tenerlo abbondantemente provveduto dal regno
di Napoli di ciò che gli bisognava, dove convenendoli stare
tulio dì sotto le tende, il disagio e l'incomodila l'avercb-
bou costretto a tornarsene a casa. Speravano nondimeno
essendo la rocca forte, e avendovi dentro alla guardia Ber-
nardo Arinuhieri lor cittadino , e Sermanno por commessa-
rio , che fossero per tenersi. E tra tanto mandarono con
\ LIBRO VENTIDUESIMO. 99
gcnli in Maremma di Pisa Bernardello de' Medici e Neri
Capponi; i quali accampatisi intorno Ripnlbcllo il preser
per forza e disfecerlo. E passalo in quel di Volterra ricu-
perarono Ripomerancic e molte altre castella , quando noi
primi giorni del terzo gonfaloncralo di Manno Temperani
s'ebbero novelle, come quelli di Castiglione aveano pat-
tuito di darsi (Va dicci giorni, non venendo loro soccorso
da' Fiorentini, il qual soccorso non potendo loro esser
^ato, Castiglione si perde. Ma perchè e' fu opinione che
ciò non passasse senza mancamento di chi ne avea la cura,
e a Bornardo e a Manno fu dato bando del capo. Dopo
la presa di quel castello essendo ancora il fre<ldo grande .
benché si fosse entralo nella primavera , il re lasciato pre-
sidio sufficiente a Casli;jljone , si ritirò ad Acquaviva , e i
Fiorentini a provvedersi con ogni diligenza diero opera. E
avendo inteso come il re avea condotto a' suoi soldi Gi-
sraondo Malatesta con secenlo lance e quattrocento fanti,
e aveagli prestato infìno alla somma di trentamila scudi per
averlo in quella guerra , non dubitarono di mand^irgli Gian-
nozzo Manotli per tirarlo a' servigi della Repubblica, il quale
ricordandogli l'antica amicizia de' Fiorentini co' suoi prede-
cessori , e le grandi comodità, che egli potrebbe sperare
ogni volta che ne gli venisse bisogno da una Repubblica,
la quale avea sempre tenuto conto dei vecchi amici, o per-
chè conoscesse queste cose esser vere , o per imborsarsi
oltre i danari de' Fiorentini la pecunia del n , finalmente
piegò a' conforti del Manetli, il quale nel secondo gonfa-
lonerato di Alessandro degli Alessandri il condusse a' soldi
del comune; la qual cosa perciò parve ancora a' Veneziani
maravigliosa , che tra lui e il conte Federigo d Urbino gravi
nimistà passavano per mezzo ; le quali furono in lulla quella
guerra dall'industria dc'commessarj felicemente tenute cal-
cate. Ora essendo il conte Federigo in quel di Pisa , e Gi-
smondo non ancor mossosi dalle sue terre, essendo neces-
sario accozzar queste genti insieme, fu scritto al Malatesta
che ne venisse in quello d'Arezzo; e essendo Neri Cap-
poni tra questi signori buon mezzano, dopo aver compreso
qual era l'intenzione del conte, se ne andò per levare ogni
cagione di gara e di contesa in Arezzo ; e col Malatesta
100 dell'istorie FIOREXTI^E
convenne d' accozrarsi su la Cecina Ira Montescudaio e
Volterra. Prese ciiiscuno il suo viaggio, e trovaronsi final-
menle allo Sptd.tlc'lo , ove la Repubblica si trovò avere
sollo questi duo capitani, e altri stioi condottieri, essendo
commessari del campo il Capponi e Bernardetlo de'Medici,
cinque mila cavalli, e quattro mila Tanti, e infìno a mille
guastatori. Il re tra questo mezzo con l'esercito |)iiiltoslo
accresciuto che diminuito, s'era accostalo a Campiglia , e
quando si credca che volesse campeggiar quella terra , si
volse a Piombino. Era Rinaldo raccomandato de'Sanesi, e
per questo fece subilo loro intendere lo sialo in che si
trovava. Ma i Sanesi non poUMido soccorrerlo con le forze,
mandarono in favor suo ambasciadori al re, i quali nulla
operarono, on ie egli si volse a'Fiorenliiii. Era entrato
gonfaloniere di giustizia l,uea Pitii uomo animoso , e per
r opera usala verso il patriarca vernilo in qualche rijìnla-
zione , la quale in processo di tempo cr- bbe poi grandis-
sima, fiiubc un'altra volla venne a cadere. CdsIuì col con-
senlimenlo di Cosimo e de' Dicci deliberò, che a Rinaldo
si dovesse porgere luUo queir aiuto che si sarebbe alle
cose proprie, e per questo e per terra e per mnre senza
risparmio o tardanza alcuna gagliardamente si soccorresse.
.\ndalo l'ordine in campo, parse che per la prima cosa
s'avesse a pensare di mandare alcun soccorso a Piombino,
<• non [lotendo per la via di lerra , avendo il re fallo una
bastia a Capazuolo , fu bisogno pigliar quella del mare, e
perchè erano lornate di pochi di di Fiandra due galee grosse
della Repubblica, fu dato ordin£ che con due altre tosta-
mente s'armassero, e trecento fanti con polvere , e verret-
toni , e altre monizioni mellesser dentro a Piombino, il che,
non essendo allora in quc' mari l'armala del re, felicemente
agli 8 di luglio venne lor fallo. Ragionossi appresso del
luogo ove il campo s'avesse a porre, e pareva che metten-
dosi alle macchie di Campiglia fosser certi che i nimici
ogni volta che volessero partirsi per terra sarebbero rotti,
o presi al sicuro. Ma non essendo ancor comparito Taddeo
Manfredi signor d' Imola , il quale morto di pochi di Gui-
danlonio suo padre era slato condotto con m'Ilcdugonto
cavalli e dugenlo fanti dalla Repubblica , e per queeio non
LIBRO VENTIDIESIMO. 101
parendo d'esser sicuri nel piano, si ritirarono ne' monli
sopra le Caldane un miglio presso a Campiglia ; luogo il
quale da chi non ha provvisioni per acqua , può malagevol-
mente essere provveduto; perciocché qui\i le terre circo-
stanti son rare, poco abitate, hanno cattive acque, e so-
prallntlo mancano di vino; il che era slato cagione, che poco
meno di dugento saccomanni s' eran fuggiti nel campo del
re , il quale dall' armala che poco avanti era venula con vet-
tovaglia , da strame in fuori d'ogni cosa era ollimamenle
fornito. Anzi perchè le delicatezze abbondassero , avendo il
re i suoi, falconieri fatti venire, si condusse per quelli a
chieder snlvocondolto da' rommessarj, i quali risposero, che
gliel' avrebbor dato volentieri , se si fosse ad altro , che alle
starne uccellalo. Era dunque staio eomme>;so , che le ga-
leazze provvedesscr di vettovaglie il campo per la via di
Pisa. Ma scoperte mentre erano Ira S. Vincenzio e porlo
Barano dall' armala ri già, la quale si trovava nel canale di
Piombino, gli usci subilo inconiro con grande speranza della
vittoria. Barlolommeo Facio , il quale scrive i fatti di quel
re, dice esser stalo sei galee e Ire navi da carico, e quelle
piccole. Il Ciipponi conforme nel numero delle navi senza
parlare della qualità di esse , afi'erma essere st;ite dieci galee
sottili. In cene memorie che sono appreso di me d' incerto
autore, ma le quali soglio ritrovare mollo vere, apparisce
che furono sette galee, una nave, due balenieri, così dice
egli, e alcune fusic. Onde io crederò, che le dieci galee
sottili fusser tra fusle e galee ; e così s'a vero quello che
dice il Capponi, e per avventura il Facio, il quale volle
molto ingrandire le cose di quel re , altltia scemalo il nu-
mero de' legni i)cr far maggiore la vittoria. Le galeazze ve-
duto l'armala de'nmi i presero la via del mare, acciocché
lasciando inverso terra da man manca gli avversarj , fossero
presti secondo l'occasione , o a dar dentro, o a ritirarsi.
Quegli del campo dc'Fiorenlini, perciocché l'uno e l'altro
esercito fu spettatore di questa pugna , veggendo le lor
galee levarsi n' ebber piacere, credendo che elle si ritiras-
sero; slimando che con quelle del re per nessun conto fos-
ser del pari, ma poiché a capo d' un'ora videro che si ri-
volsono a quelle . ne fecero cattivo giudizio. Nondimeno
102 dell'istorie fiorentine
e' non fu mai combiltiilo in mare, né con (anta ferocità,
uè con virtù in sì falla disuguaglianza pari a quella; e fu-
rono i Fiorenlini lanto lontani dal perdere, che in sul prin-
cipio guadagnarono una nave ria carico , e credeltesi che
se si avesse atteso più a combattere che a preilare , che
leggermente ne avrebbon riportato vittoria. CorabaUessi per
più di cinque ore continue, tanto che sopraggiunta la notte
furono perdute di vista, nò si sspea qual delie due armale
fosse stata superiore, quando la manina s' ebber novelle
due galeazze esser stale prese, e l'altre due campale non
senza grande uccisione dall'una parie e dall'altra. Il capi-
tano de'nimici fu Garzilasso Richisens nobile spagnuoln, ma
di cui si conducesse le quattro galeazze de' Fiorentini ap-
presso ninno autore o seiitlura ritrovo alcuna notizia.
Questa rolla la quale seguì a'13 di luglio inlesa dal campo
dei Fiorentini fece perdere aflalto la speranza dei rinfresca-
menti, onde non che i saccomanni , ma insino a' più prin-
cipali incominciavano a mormorare, che non era da star
più in un luogo, ove mancasse il vino, l'acque fosser cat-
tive, e vi s'ardesse di ealdo. Perchè fu deliberato il par-
tiri:i , e per non perdere il tempo indarno, attender tru
lauto alla ricupera/ione delle castella perdute ; sperando
che l'esercito del re non avrebbe lungo tempo retto in
quel paese, ove se non mancavano i viveri, v'erano in
modo cresciule le nialallie per la cattiva aria , che nel
tempo della state in quei luoghi si genera, che pareva tutto
quel rampo appestalo, e già s'ap])ressavano a mille corpi
morti di malattia solamente. Posesi dunque il campo intorno a
Monlcseudaio, e col mezzo delle boirdjarde grosse falle venire
di Pisa si riebbe a capo di dodici giorni; nel qual mezzo
lempo il re non slava a bada, tentando con spessi assalti le
mura di Piombino, e non lasciando dall'altro canto di proporre
ogni dì nuovi parliti all' Orsino , perchè alla sua divozione
.si volgesse; de' quali niuno volle mai aceelt.ire. I Fioren-
tini veggendo un re potente in casa loro, il quale non si
soleva per leggicr fatica stancare, sa|iendo dopo lunga pa-
cienza e oslinazione a capo di venti anni essersi insigno-
rito del reame di Napoli parie così nobile e principale di
Italia, non vedevano ove questa guerra si avesse a riuscirò.
LIBRO VENTIDLESIMO. {03
E come nazione più che qualsivoglia altra sollecila , e la
la quale volle per antico costume che l'abbondasser sem-
pre i partili, mentre non si mancava degli uflìcj apparte-
nenti alla guerra, fece tratiare d'accordo; e mandato al re
Bernardetlo de'Mcdici s'ebbe questa risoluzione; che ogni
volta che la Repubblica gli pagasse cìnquanlamila scudi ,
e non s'impacciasse de' fatti di Piombino, egli verrebbe
pronlissinio nell'amicizia de' Fiorentini. Concorrevano la mi-
glior parte de' cittadini a quest'accordo come meno dan-
noso , che il continuare nella guerra, infuori (he Neri Cap-
poni; le cui ragioni furono tali, mostrando egli massima-
mente, che la vicinità d'un re tulio ripieno di desiderio
di gloria poteva un di nuocergli troppo , rhe fu concliiuso,
con quella costanza che il re soleva gli altri slati occupare,
con la medesima i Fiorentini il lor dominio dover difen-
dere, né per conto alcuno doversi piegare a far pace col
re, se il signore di Piom!)ino nel suo stalo non rimanesse.
Non riuscito dunque il fare la pace, si ricorse ad un altro
parlilo. Aseano i Veneziani non mollo tempo prima man-
dato un loro ambasciadore a Firenze per vedere di con-
durre a comune il re Renato in Italia , acciocché il re Al-
fonso comune nimico travagliasse. Ma i Fiorentini conside-
rando che gli interessi de' Veneziani erano molto diversi
dai loro , imperocché essi ciò facevano per insignorirsi di
Ajiiano , nel quale il re pretendeva, dove i Fiorentini né
r imo né gli altri avrebber voluto di quello stalo signori ,
lasciarono per allora la pratica sospesa. Ma sentendosi ora
indebitamente tuttavia travagliati dal re , percioccl'.è sebbenf*
eglino erano in lega co' Veneziani, non aveano però in quel
tempo porto loro alcuno aiuto, e il desiderio che quel du-
calo pervenisse in poter del conte Francesco era occulto ,
spedirono al senato Giannozzo Manetli per vedere di tirar
a\auti quella pratica già mezzo addormenLila , acciocché co-
stretto il re a difendere il regno di Napoli , di molestare
più Toscana si rimanesse. Intanto gli eserciti attendevano
a tirare innanzi ; il re a infestare continuamente Piombino,
quello della Repubblica a ballerc Guardistallo , il quale ri-
cuperalo che ebbe si volse a Bolgheri , e quello per trai-
tato ottenne, e poco dipoi entralo gonfaloniere Alamj.'iiio
101 dell' istorie fiorentine
Salvigli la seconda volta, ebbesi a' 7 di setlembre per simil
mezzo ancora Monleverdi. Essendo per queslo le strade
fatte libere fino a Campiglia, che priraa non erano, si de-
liberò che si dovesse tornare alla macchia , sì per dar
«nimo al signor di Piombino . e si perchè volendo il re
psrlire gli fossero addosso. Il re o dubitando di questo ,
o perchè il suo campo per l'infermità, e per molli mortivi
da quelli di dentro , e feriti , era molto mal condotto ,
avendo a partirsi, volle far l' ultimo sforzo per veder se
con r impelo d' un estremo valore il suo desiderio gli ve-
nisse fornito.
Avendo per questo con ornato e grave ragionamento
infiammalo i suoi a portarsi ncll' ultima fazione di quel-
r anno valorosamente (perciocché fu quel re oltre l'al-
tre sue virtù molto buon dicitore ) comparti gli uffici tra i
più grandi dell' esercito con maraviglioso ordine. A Pietro
di Tardona commise che con l'artiglierie grosse, le quali
di Niipoli avea fatto venire, attendesse a battere la fortezza
di terra , la quale guarda verso oriente , ove i d'i addietro
una torre con parte delle mura aveva giltato a terra, volle
che Inico di Ghevara con una scelta man de' soldati assa-
lisse la terra di verso occidente- Assoldati forestieri diede
la parte di tramontana ove è la porta della terra; 1' armata
commise alla virtù di Berlinghieri Barile; il quale per la via
di mare, e con le balestre, e con ogn' altro arlificio i Piom-
hinesi infestasse. Ciò fatto , e conforlato ciascuno a pren-
dere riposo, comandò , che per la mattina seguente all'appa-
rir drl sole sì trovassero tulli apparecchiati al combattere.
Venuto il di , e essendo il re primo di tulli montalo a ca-
vallo , fece che un corpo di guardia stesse lungi alquanto
dalle mura, il quale se i nimiri venissero pnles.«e soste-
nergli tanto che egli fosse a tempo al riparo ; mandali
prima innanzi gli scorridori, i quali se cos' alcuna apparir
vedessero, subilo al re i! rapportassero. Usala questa dili-
genza comandò che con le trombe si desse il segno della
battaglia. Rinaldo Orsino che dai preparamenti il giorno
innanzi fatti, avea compreso qual fosse l' intendimento del
re. si era maravigliosaraenle apparecchialo a ricever 1' as-
.«alto, e di sassi, e d'artiglierie, e di saeltume, e d'uorairà
LIBSO VENTIDUESIMO. 103
nvca diligentemente inlorno cinto le mura. Alle donne avea
commesso che con pane e con vino i lor mariti e fratelli
stanchi del combattere rinfrescassero; e dove conosceva
esser maggiore il pericolo, ivi i più animosi e valenti
giovani, ne' quali egli molla fidanza soleva avere, avea
coraparlili. Insomma ninna cosa a^ea a dietro lasciala, che
alla difesa d' nn luogo, quale quello era si appartenesse. Gli
Aragonesi udito il cenno con gran vigore così da lerra come
da mare a batter la lerra cominciarono, e in un medesimo
tempo altri lanciarsi nel fosso , altri appoggiar le scale alle
mura, e altri salir su per quelle si vedeano ; mentre dai
tuoni delle bombarde e delle grida, così digli assalili come
degli assalitori, ogni cosa di rumore e di confusione era ri-
pieno. Facevasi ogn' opera in su gli occhi del re, da cui e
premio e vergogna grandissima, secondo ciascuno si por-
tava, era certo di dover conseguire; per la qual cosa né
Tessere una o due voile a dietro ripinti, o a terra dalle
mura e dai merli giltali, purché le forze servissero a reg-
ger il corpo, giovava a tener discosto gli assalitori. Né il re
mancava punto a tanta prontezza de' suoi soldali , il quale
trascorrendo in ogni luogo accendeva i valorosi, confortava
gli stanchi, faceva rilrar della lialtaglia i feriti , e i freschi
e gagliardi in luogo di quelli mandando , lutti finalmente
rincorava e lodava. L" Orsino mostrando il pericolo comune,
se i nimici su le mura snlir si lasciassero; e ricordan-lo
spesso che ora non da Italiani a Italiani si combaKeva, ma
con Catalani gente rapace e crudele, é cosa incredibile a
dire quanto ciascuno alla difesa commovesse; perchè noQ
solo r artiglierie s'adoperavano, il mcslier delle quali non
era ancora a quella perfezione ridotto che ora vediamo, e
le saelle e le pietre, ma quello che era di non piccolo danno
agli assalitori, acqua fervenlissima e calcina viva; la quale
passando per l'arme e colando per tutti i membri delia per-
sona, soprammodo l'ardimento e le forze de'nimici ritardava.
In quella parte soprattutto erano malmenali gli Aragonesi,
che era tocca al Cardona , battuti da un muro che guardava
loro per fianco, ove 1' Orsino molli buoni balestrieri, e certi
piccoli pezzi d'artiglieria avea rizzato; i quali cogliendo di
mira qualunque di salir su le mura s' arrischiava, pochi fai-
106 dell' istorie PinnENTINK
lavano rlie non uccidessero. In lanlo pericolo apparì chiara
la virtù di due, Gio. Antonio Possano e Caldora, i quali con
incredibil valore fur veduti combattere su le mura con quelli
di dentro. Ma i terrazzani per lo contrario erano molto slrelli
da quella parte che combatteva il Ghevara, essendo di lungi
della Fortezza , e nondimeno e Francesco David valorosa-
mente combattendo aveano già fatto prigione, e Bernardo
Slerlich, e Martino Nuccio, che eran montati su '1 muro vi
avean ucciso. Concorrono molti scrittori a dire . che degna
d' ammirazione sopra tutti fu la virtìi, che in questo assalto
si vide di Galeazzo Bardassino; il quale non ostante l'es-
ser tre volte stato ributtato dal muro sopra il quale
era salilo, tornò sempre più fiero e più animoso a mon-
tarvi da capo , e sarebbegli leggiermente riuscito d' oc-
cupar quella parte, essendo uomo d'incomparabili forze, e
famo'^o per aver \into quattro steccali da solo a solo, se
r ultima volta che egli altaccalosi a un merlo era già vicini»
a lanciarsi su la muraglia, percosso da un grandissimo sasso,
e in un medesimo tempo mancandogli quella parte del mu-
ro, ove avea posto le mani, non se ne fusse insieme con
esso rovinosamente giù caduto. Mentre in questo modo Piom-
bino si combalte, ecco al re è rapportato che s'incomin-
ciava a scoprire la cavalleria de'nimici; il che fu cagione
benché si fusse certificato essere alcuni pochi cavalli, che
facesse sonar a raccolta. E considerando così la difiìcollà
d'insignorirsi di Piombino, come perchè ne venia tuttavia
il verno quella della vettovaglia, oltre il mancamento delle
sue genti, che ogni dì erano ile diminuendo . deliberò di
partirsi fa( endo la via fra la marina e lo slagno. Non vol-
lero i Fiorentini far prova di seguitare il re, o per non
concitarsi maggiormente Io sdegno di lui, o pur seguendo
quell'antico precetto militare, che non si debba travagliare
chi va via. Giunse Alfonso con le sue genti molto mal con-
dotte a Castiglione della Pescaia, ove lasciò buono e ga-
gliardo presidio. Quindi minacciando che a tempo nuovo
tornerebbe a vendicarsi dell'onte de'Fiorentini , entrò in
quel de' Sanesi, e prima in Ansedonia, e poi passalo in
qurl del papa a Civitavecchia si condusse, ove commesso
all'esercito che per terra a Napoli se n'andasse, egli mon-
LIBRO VENTIDUESIMO. 107
tato su le galee a fatica dopo molti pericoli a Gaeta per-
venne, ove sbarcato, per terra a Napoli se n'andò , avendo
conosciuto per isperienza quanto è dìflìcil cosa superar gli
Italiani quando veramente si vogliono difendere. Appena
erano i Fiorentini dalle molestie del re Alfonso liberi re-
stati, che per lettere del Manelti udirono le risposte che i
Veneziani alle lor domande facevano, e insiememente i suc-
cessi sinistri di quella Repubblica, i quali perchè meglio
s' intendano brevemente dirò, li conte Francesco, il cui
animo era stalo sempre di farsi signore di Milano, e per
questo avea con tanta pacienza lungo tempo sostenuto gli
scherni e l'incostanza del duca circa il dargli la figliuola
per moglie, udita la morte del suocero, oltre che da quello
prima che morisse a' suoi soldi era stalo condotto, non penò
a partirsi della Marca, e a prender il cammino verso Lom-
bardia. E come uomo savio, e il quale mollo bene le sue
forze conosceva, veggendo che volere scoprire questa sua
volontà non gli tornava a profitto alcuno, massimamente che
i Milanesi a volersi reggere in libertà protendevano, si con-
tentò d'esser capitano de' Milanesi; i quali, ribellandosi tut-
tavia molle città di quel ducalo, intendendo con l'esempio
loro di viver libere, o a lor piacimento altra signoria dover
seguire, avidamente di ciò l'avcano richiesto In fra di quelli,
che o per bonavoglia o per forza molti luoghi de' Milanesi
aveano occupalo, erano i Veneziani; onde il conte a nome
de' Milanesi prese la guerra con quella repubblica, la quale
in modo guidò, che dopo molti luoghi ricuperali , e molli
notabili danni a quella fatti, finalmente aveva dato loro una
rotta grandissima, e maggiore di tulle l'altre a Caravaggio,
per cui i Veneziani forte storditi rimasero, e all'aiuto dei
Fiorentini fur coslretli ricorrere, a'quali infino allora coi
solili loro vantaggi procedendo, poco aveano curalo di sod-
disfare; perciocché domanrlando i Fiorentini che essi il re
Renalo con quattromila cavalli e duemila fanti soldassero ,
finche egli in Lombardia dimorasse, aveano risposto non più
che con due mila cavalli senz' alcun numero di fanti volerlo
condurre. E ciò fare con patio, che con ninno i Fiorentini
far lega potessero senza averne prima il lor consentimento
impetrato. Volevano appresso i Veneziani che di nuovo la lega
i08 dell'istorie fiorentine
in fra (li loro si confermasse, accennando che accadendo che il
conle Francesco di Milano s'impadronisse, eglino con il conle
come erede del duca con l'aiuto de'Fiorcnlini l'arme pren-
der potessero, non avendo a mente, come il Manetti diceva,
che la lega era stala falla per conservazione degli stali, e
non per dar travaglio e molestia a chicchessia. Contultociò
i Fiorentini, i quali infino a quest'ora da che il conte andò
in Lombardia in cos' alcuna di quesla guerra s' erano trava-
gliati, sì perche da niuna delle parti erano siali ricerchi, e
essi erano occupati nella guerra del re; e sì per la ragion
della della lega, non vollero, essendo ora rcst;tli liberi dal-
l' arme regie, mancare in sì importante occasione a' bisogni
di quella repubblica , e mandaronle Gismondo Malalcsia
con duemila cavalli, e Gregorio d'Anghiari con mille fanti,
non perchè avessero mutalo volontà verso il conte, ma per-
chè così portavano i tempi e gli obblighi che per allora far
si dovesse. Ma accordatisi i Veneziani col conle, il quale dai
Milanesi diceva esser mal'.ratlato , e obblifialisi ad aiutarlo
infmchè acquistasse Milano, e i Fiorentini dall'altro canto
non piìj per ora del re dubitando, cessarono le pratiche di
condurre Renato; e il Manetli a casa fu richiamato; avendo
caro i Fiorentini che il conle con. il mezzo delle forze dei
Veneziani, benché non sperassero quesla amicizia dover
lungo tempo durare, dello stalo di Milano s'insignorisse.
Venne poi alla cillà, essendo Agnolo Acciaiuoli gonfalo-
niere di giustizia, Rinaldo Orsino per ringraziare i signori,
i quali con tanto loro dispendio in signoria l'aveano man-
lenulo, promettendo infm che ritenesse lo spirilo non mai
dover esser ingrato di così illustre beneficio ricevuto dal
popolo fiorentino. Fu non solo volentieri veduto da tulli i
citladini, e accarezzalo e onorato grandemente per lo va-
lore da lui mostralo in quella dilesa, ma il condussero per
un anno con 1500 scudi il mese, sì perche quella guerra
gli avea tulio T entrale, e sì perchè stando egli a Piombino
tenesse con le sue genti corti quelli di Castiglione, sicché
i terreni de'Fiorcnlini non danneggiassero. Vennero simil-
menle in questo tempo ambasciadori del conte Francesco ,
e in pubblico alla signoria, e in privalo a Cosimo de' Me-
dici, pregandoli d' aiuto, poiché con tanto giusto titolo si
LIBRO VKNTIDtESIMO. 109
era mosso alla guerra di Milano; il quale a' figliuoli nati di
lui e di Bianca figliuola del duca Filippo ragionevolmente
s'apparteneva. Sovvcnnclo. come alcuni scrivono, la nuova
signoria uscita il primo dell'anno 1i49 sotto Ugolino Mar-
telli, di venti o venlicinquemila scudi, ma molto maggior
somma si crede essere slata quella che da Cosimo gli fu
presiata ; co' quali danari e con altri aiuti si volse tutto a
proseguir la guerra milanese- 11 Simonetta non fa menzione
che il conte fosse stato a questa volta da' Fiorentini di da-
nari aiutato, se non rhe essi gli mandarono per ambascia-
dorè Alessandro degli Alessandri a scusarsi se per la guerra
già due anni col re avuta, porgere alcun aiuto non gli potea-
no, ma che desideravano bene rhe l'Alessandri appo Ini e
il suo esercito sempre dimorasse, acciocché almeno con que-
sta dimostrazione e .noscessc ciascuno questa guerra esser
approvata e fatta col giudizio e consentimento de' Fiorentini.
La città in quanto a se rimase quell'anno vota di guerra,
conciossiachè il re attendesse a dar favore a' Milanesi. Onde
nel seguente gonfaloncrato di Tommaso Soderini si fecero
alcune provisioni convenienti a' tempi di pace, imperocché
veggendo the molli disordini procedevano dal rendere i par-
lili con le fave scoperte, fu fatta una legge, che per nessun
conto per l'avvenire scoperte dar si dovessero. Fu dato or-
dine che si raffrenassero l'immoderate spe?e, che si facean
per conto degli ornamenti delle donne. E perchè la peste
incominciava ad essere in Firenze grandissima, ordinò l'ar-
civescovo, che si facessero processioni per sei giorni, pre-
gando oltre a ciò Iddio per la pace d' Italia, come avea fatto
fare il pontefice in Roma. A tempo di Niccolò Giugni gon-
faloniere la seconda volta si celebrò in Firenze il capitolo
generale de' frati di S Francesco, ove più di mille religiosi
di quell'ordine convennero, a cui donò la signoria fiorini
mille per le spese. Canlossi una messa molto solenne su la
ringhiera de' signori, dopo la quale predicò con mirabil con-
corso fra Ruberto Caracciolo cittadino illustre della mia pa-
tria, e (la un fratello del quale per canto di madre trasse
origine lo scrittore di queste istorie. Piero Davanzali gon-
faloniere per luglio e agosto, non so io che cos' alcuna par-
licolarmenle si facesse, se non che la pare più volle col
110 dell'istorie FIOBENTINE
re trattala non obhc mai effeilo, instando egli sempre che
Piombino nella pace non fusse compreso, il che la Repub-
blica non volle mai acconsentire. Nel gonfalonerato di Die-
tisalvi Neroni s'avvidero i cittadini esser vero il giudizio,
che avanti tempo avean fatto della poca durabilità dell'ami-
cizia de' Veneziani e del conte; perciocché quando il conte
era nel meglio delle sue speranze circa i falli di Milano ,
allora gli fu in nome di quei padri fatto infendere , che
8' astenesse di travagliare i Milanesi; coi quali essi s'e-
rano nuovamente confederati; anzi confortarlo a voler an-
cor egli entrar nella lega, a cui onoralo luogo e one-
ste condizioni da non aversene a ritrarre indietro gli
aveano serbalo, ma non più che sei giorni aver tempo da
ratificare. Turbò grandemente qiieslo modo di procedere
l'animo del conte, e mollo più quando mandati i suoi am-
basciadori a Venezia, sentì i Veneziani averli per minaccie
costretti a raiificarc; per la qnal cosa i)ropose, disprezzando
l'orgoglioso fatto del senato veneziano, di seguitar oltre la
guerra gagliardamente. Ma perchè i Veneziani s'erano la-
sciati intendere, che in detta lega co" Milanesi fatta avean
serbato ancor luogo a' Fiorentini, parve alla Repubblica di
mandare a Venezia Giannozzo Pitti e Luca degli Albizi per
vedere secondo le cose passavano, o di accettar la lega, o
di mantenere in pie quella pratica senza dichiararsi; quando
passalo il gonlalonerato di Pier del Benino, e entralo quello
di Franco Sacchetti, che fu il primo dell'anno 1430, i Mi-
lanesi stanchi delle fatiche di così lunga guerra , e della
strettezza e miseria dell'assedio presente, Lionardo Veniero
legato de' Veneziani con una parte di quelli, i quali a man-
tenersi in libertà l'aveano confortato, tagliarono a pezzi;
e il conte per lor signore chiamarono, e quello con lietis-
sime grida nella lor città Iriceverono , lor principe e duca
appellandolo; delle quali cose perocché elle furono fatte
a' 26 di fcbbrajo, ne vennero avvisi e lettere scritte di
mano del medesimo duca in Firenze, ne' primi giorni
de! gonfalonerato di Niccolò Malegonnella. Direbbe cosa
molto minore del vero chiunque s' affaticasse di voler espri-
mere con parole 1' allegrezza che i Fiorentini dì sì rara fe-
licità del nuovo duca sentirono, parendo loro che quell'an-
LIBRO VENTIDUESIMO. Ili
lieo c mortale odio, il quale per Itinghissirao spazio di tempo
con la casa de' Visconti aveano avuto, e per cui cagione
aveano tante spese fatte, e tanti pericoli corso, e tanto san-
gue versato, per 1' avvenire per opera del nuovo principe
in buona e cara amistà e fratellanza si convertirebbe. Fu
per questo deliberato che si gli mandasse una onorevolis-
sima ambasceria per dimostrare con queste apparenze non
Sdlo r allegrezza di ciò conceputa, ma per far fede qual do-
\csse essere per l' innanzi l'animo di tulio il popolo fio-
rentino verso il mantenimento di colai sua fortuna e gran-
dezza Furono gli ambasciadori Piero de' Medici, Neri Cap-
poni. Luca Pitti, e Dietisalvi Neroni, veramente se tu ne
lievi Cosimo, i più slimati cittadini di Firenze. In que.slo
tempo i soldati del re Alfonso, i quali erano ;il presidio di
(]asligli<me, prenderono Gnvorano castello deMalevolli gen-
tiluomini sanesi più per mala guardia, che per allro; per
la qual cosa avendo già mollo prima i Fiorentini discorso
i maii che durante questa nimistà col re poieano pervenirne
alla Toscana , e i danni che per lo divieto delle mercalau-
zie ne sentivano i privali, senza che il papa non finiva mai
di confortarli alla pace, mandarono non ostante l'esser lante
volte stati licenziati, di nuovo il passalo gonfaloniere Franco
Sacchetti uomo mollo eloquente , e Giannozzo Pandolfini
|»er prati; are la pace col re. Gli ambasciadori mandali a Mi-
lano, i quali tornarono a Firenze nel gonfalonerato di Si-
raone Carnesecchi, riferirono gli onori grandi ricevuti dal
duca, e come egli ora disposto vivere e morire amico dei
Fiorentini, ne in cosa alcuna doversi mai discoslare dal
giudizio e consiglio di questa Repubblica, con infiniti altri
segni di sincera e non punto finla benevolenza. Quegli di
Napoli scrivevano non esser del tutto il re lontano dall'ac-
cordo, purché il signore di Piombino gli desse ogni anno
in nome di tributo un vaso d'oro di valuta di 590 fiorini,
e il re Castiglione e '1 Giglio da lui presi si ritenesse. I
Fiorentini vcggendo non altrimenti poter aver la pace del
re. per liberarsi del sospetto della guerra scrissero a' loro
ambasciadori, che quando ad altro non potessero il re ti-
rare, fermassero pure con queste condizioni la pace, e non-
dimeno vollero Ira questo mezzo, iierchè si trovassero prov-
112 dell' istorie fiorentine
veduti a ciò che potesse occorrere , creare lor capitano ge-
nerale Michele da Culignola, a cui il gonfaloniere Carno-
secchi il quarto giorno di giugno diede il bastone del ge-
neralato. In questo mezzo la pace fu fermala tra il re Al-
fonso, e il popolo fiorentino il 29" giorno di quel mese
co'patti delti di sopra, essendo\isi molto adoperato An-
tonio cardinale d'Ilerda, il quale in nome del papa avea
non meno i Fiorentini che il re a far questo sempre ar
dentenicnte ricercalo. Giannozzo Pandolfini l'uno de' due
ambasciadori fu dal re in questa conelusione della pace
fatto cavaliere; la qual finalmente fu poi fatta bandire nella
filtà da Luigi Uidolfì seguente gonfaloniere il 18° giorno
di luglio con allegrezza grandissima de' cittadini. Ma l'Or-
sino mortosi in questo mezzo spazio di tempo, che corse
tra ravviso e pubblicazion della pace, lasciò goder questo
frutto alla moglie; la quale essendo dirella padrona di Piom-
bino, accettò e confermò tulio quello che dalla Repubblica
era stalo fallo, e da essa fu presa per raccomandata. As-
settato in questo modo le cose volsersi i cittadini agli
sludj della pace; e bandironsi subito le galee grosse per
le raercalanzie in varie parli del mondo, in Catalogna, in
Sicilia, in Alessandria , e altrove. Era in questo tempo in
Roma il giubileo, per la qual cagione non era dì che in
Firenze cinque e seimila forestieri non capitassero ; non
essendo ancora per i nostri peccati infettate l' oltramontane
Provincie di cotante selle e eresie siccome oggi vediamo.
Furono a ciò dati buoni ordini circa 1' esser tulli comoda-
mente albergali e nutriti, ma perchè per i disagi di sì lungo
cammino molti per strada infermavano, fu conosciuta singo-
lare e maravigliosa la carità di coloro, alla cui fede lo spe-
dale di S. Maria Nuova si trovava esser commesso; per-
ciocché essi mandavano del continuo attorno uomini co'lor
muli, i quali gli infermi che per le vie trovassero allo spe-
dale ne portassero, ove diiigeutemcnte cran fatti governare.
Ne il santo arcivescovo a cos'alcuna al suo uflìcio apparlc-
renlo mancava; il cui ardcntissimo zelo merilò che egli
fiisse dopo la sua morie tra il catalogo de' santi annoveralo.
Egli informato in questo medesimo tempo, conciossiachè in
niuna eia m.anchino de" buoni e de' cattivi esempi, che un
LIBRO \EN"T1DL'ESIM0. 113
medico ili |>rofoiula scienza, il cui iiuiiic fu Giov.innida MotUc-
caliuo, negava l'immortalila deirauiina, dopo averlo più volle
Icalalo a farlo da sì malvagia opinione ritrarre, uè a cos'alcuna
le preghiere, né finalmenle le minaccic giovaudo, il diede come
impenilenle alla curie secdl.ire, da cui lu impi calo e poscia
arso. Contniuò la cillà senza Uirbazione di cos' alcuna di fu ziri
per (ulto il seguente gonfaloncrj'.o di Lorenzo SpinelH, e si-
milmente per quello di Giovanni Popoleschi, se non che in
questo la lega falla da' Veneziani col re d' Aragona grande-
mente diede a' Fiorentini da sospettare, dubitando non
quella a" danni loro e del duca fosse falla ; di che inco-
minciarono ben loslo a vederne alcun segno, avendo i Ve-
neziani circa il fine di quel!' anno fallo una legge, die in
Venezia rion potessero entrare panni forestieri, e che i fo-
restieri uomini a pagar cene gravezze fossero tenuti, b;
quali cose tulle in pregiudizio particolare de' Fiorentini pa-
reano esser fatte. Era ancor la Repubblica da Giannozzo
M.inelti, il quale appo il re tcrieva per ambasciadore, di
mano in mano informala , come segrete prati he correano
Ira il re e i Veneziani; taUhò ella continuò in qiieslo so-
spetto per tulli i due primi mesi dell'anno 1451 , che fu la
soconda volla gonfaloniere di giustizia Aldobrandino Aldo-
brandini, quando qnallro giorni dopo esser entralo gonfalo-
n*ere Simone Canigiani vennero in Firenze due ambascia-
dori del re. e uno de' Veneziani ; questi d'Ilo Matteo Vel-
lori , e quelli IvOilovico Podio e Antonio Panormila, dai
quali prestamente i Fiorentini il lor sospetto esser stalo
vero compresero, Cosliro venendo di Napoli pa-is.Tvmo a
Venezia per cose apparlenenli a' lor principi, e nondimeno
dicevano recare alcune ambasciale alla signoria; perchè
dopo essere stali con onori slraordinarj ricesuti, e più che
con altri per 1' addietro non s'era costumalo di fare prcsen-
lali, il seguente giorno furono alla presenza de' signori in-
Irodotli. Eglino primieramente riferirono la lega fra loro
signori essere slata falla a difesa degli siali comuni, e non
p&r offendere chicchessia, e aver serbalo luogo a chi vo-
lesse entrarvi; la qual parte del loro ragionamento abbelli-
rono eoo singolare artificio, mostrando il desiderio grande,
(he così il re come il senato veneziano avea del quieto e
Amm Vol. V. 8
114 dell'istorie fiorentine
(ranqiiillo stato d' Italia. Que>le cose furono dette in co-
mune, ma r ambasciador veneziano soggiungeva in partico-
lare , che jiiccomc alla sna repuliblica niuna cosa era più
a cuore che la della pace e quiete d' Italia , così grande-
nicnle la olTe!idcrebl)e chiunque procurasse di dislurbarl.i ,
fatendo ufiicj (ali onde altri avesse cagione di risentirsi ; e
che se si valevano ponderar bene le cose, a essi Veneziani
gliene era slata data grandissima da' Fiorentini , i quali non
ostante la lega che era infra l' una repubblica e V altra ,
aveano commesso due cose di grave pregiudizio a' confe-
derati; r una in aver l'anno passalo conceduto il passo ad
Alessandro Sforza fratello del duca per Lunigiana, il quale
conduceva gcnli in Lombardia in aiuto del fralello; T altra
in aver prest.ito danari al duca, e col lor consiglio averlo
fatto amico del signore di Mantova. Ne' quali moili se essi
erano per p( rseverare, non do\eano prender ammirazione,
il che dicea di ricordar loro amorevolmmle, se talora in-
corressero ne' pericoli, e quando meno sci credessero si
vedessero scoperta una guerra addosso; mostrando esser
cosa ragionevole, che chi non tien conto de' compagni, non
ne fusse lennto di lui. il gonfaloniere Canigiani rispose in
in quanto alla lega faltfl, che la sna Repubbli» a ne sentiva
incomparabii piacere , trovandosi massimamente amica del
re , e in lega co' Veneziani, imptrocchè questo era un modo
di tenere unita tutta Italia. In quanto alle doglionze usate
dall' ambasciadore veneziano, e alle modeste minacae fatte
da lui disse, che se gli risponderebbe appresso con animo
più riposalo, e che si manderebbe per loro. Fu dato il ca-
rico del rispondere a Cosimo de' Medici come capo della
repubblica e informatis.-imo di tutte le cose, e il quale uè
dall'ira, ne dalla timidità si lasciava mai soprafare. 11 cui
ragionamento, essendo gli ambasciadori siali mandali a chia-
mare, si dice essere sialo tale. Non sono ancora tre anni
passali, signor ambasciadore veneziano, clic noi fummo ri
chiesti di prender l'arme con esso voi a'daimi del conte
Francesco, il che facemmo conlra la prima confederazione
stata fatta Ira noi , la quale era per la conservazione dcgJi
stali comuni, e non per offendere chicchessia E come stima
vi deve esser nolo che mandammo Gisraondo .Mal desta con
LIBRO VENTIDUESIMO. H5
duemila cavalli, e Gregorio d'Anghiari con mille fanti ai
servizj voslri. E ciò facemmo non ostante, che essendo voi
poco innanzi richiesli da noi a conlur a' vostri stipendj il
re Renato con quattro mila cavalli e due mila fanti nega-
ste di farlo per i fanti, e de' cavalli non volevate discendere
più che a duemila, e tante altre condizioni ci chiedevate ,
che finalmente ci ritraemmo da parie senza darvi molestia,
e allora come si e detlo, a quello che ci fu da voi richie-
sto ci lasciammo tirare senza astringervi a patto , o a con-
dizione alcuna di nuovo. V accordaste col conte , e noi che
ci eravamo con voi coui^iunli , amici parimente del conte
divenimmo, e come con amici si costuma, non neghiamo
d'esserci con esso lui dc'suoi buoni avvenimenti r.illegrati.
Or se voi per nuovi accidenti vi sete col conte , divenuto
già duca, inimicali, di che vi dolete di noi? La prima lega
fatta Ira noi a difesa degli stali comuni sta ancora in pie,
né da noi è stata violata , né voi né altri può opporci che
in essa abbiamo fatto errore alcuno. La seconda particolare
fatta centra il conte spirò con l'accordo fatto da voi; e se
nuova cosa succedendo altro vi occorreva di dire , giusto
era, che da voi ci fosse fatto intendere, acciocché rispo-
stovi da noi quel che ci occorreva, allora a voi, o di rin-
graziarne, 0 di dolervi di noi fosse restata cagione ; se pur
non c'imputate a colpa il non esserci apposti a quel che po-
tea senza esprimerlo piacervi o dispiacervi. Ben si poirebbe
dal canto nostro dir molte cose, se trascorrendo por lutti i
tempi, che le nostre repubbliche si sono insieme confede-
rate , volessimo far prova di rammemorare con quanti av-
vantaggi vi è piaciuto di proceder sempre con noi. Ma con-
cedasi questo alla grandezza, e maggioranza dell' iJluslris-
sima signoria veneziana , la quale essendo per colanti ri-
spetti l'onore e lo splendore d'Italia, ci contentiamo, che
ci porli questo vantaggio , purché non ci sia tolto di po-
tervi rispondere a quella parte, nella quale oneslamenle mi-
nacciandoci, ci fate accorgere a non parerci strano, se
quando men cel credessimo ci vedessimo addosso una nuova
guerra scoperta. Nel che vi dico, signor ambasciadore, da
parte di questi miei signori, che niun popolo, o principe
che voglia vivere con onore può far altro, che ingegnarsi
116 dell'istorie fiorentine
di operare in modo che non dia legiilimamenle occasione
altrui d' esser offeso. E se prudeiilcnienle e lealmente ciò
facendo venga offeso, slimerò che non solo con quella pru-
denza saprà difendersi, con la quale avrà sapulo govornarsi,
ma che vi sarà aitche aiutalo da Dio, a cui 1" in^iuslc cose
non pinccidno. E in vero non con allre arti abl)iamo am-
plialo questo dominio , che con portarci diriltamcnle e leal-
mente co' vicini n&stri, cercando di ben vicinare co' linoni,
e di sbarbare a {?uisa di pestifere e velenose piante i rei.
E se da forestieri e lontani principi ci sono stale prese
l'arme contro, a'obiamQ, aiutali da Dio e dalle nostre forze,
in guisa fallo, die sifcome voi a gran ragione vi gloriale
non esser la città vostra siala calcala da piante nimiche. di-
fesa dall' a;.'que che \i circondano, cos'i nò la nostra ancor-
ché posta in terra ferma ha mercè delia divina bontà infino
a quest'ora, da che gode la sua libertà, ricevuto dentro le
tnnra sue 1' orgoglioso e vitorioso irimico Non sostiene la
n!ode»ilia de' miei cittadini, riè 1' uso di questa cil'à, scarsis-
sima ne' vanti suoi, il proporre esempi di coloro, i quali
venni superbamente a nuocerci, uniiimcnlc dal procinto di
quesle mura si sono parlili. Ma solo questo soggiungerò, che la
sicurià della HDStra coscienza ci fa vivere più con speranza che
con timore , ammaestrali tuttavia per co'anti esempi a temer
meno. E ci rendiamo ancor certi, che qu^Tudo la vostra re-
piibhlica bbcra da alcun affetto, che ora per avventura l'in-
gombra . si porrà con 1' animo posato a giudicar le cose, non
meno per la sua dirittura che per altre cagioni che a ciò la
sospigneranno , sarà più presta a prender l'arme in favore,
che a' danni de' Fiorentini. Non potè 1' ambasciador veneziano
.1 cos' alcuna di quelle dette da Cosimo contradire, anzi mo-
strando di rimaner soddisfattissimo disse , che quel che egli
avca prima detto ora stato più per levare ogni ruggine, che
\ìcT le cose occorse o dall'una parie o dall'altra polca es-
ser nata , che perchè la sua repubblica avesse per questo
grave odio e volontà verso i Fiorentini conceputa. Partironsi
dunque di Firenze seguendo il lor cammino per Venezia più
tosto con apparenze amorevoli che odiose. Ma non penò
molto a scoppiar fuori lo sdegno de'Veneziani, adirati co'Fio-
renlini per molle cagioni, imperocché c'si dolevano d'un
UBllO VENTIDUESIMO. 117
canto , che fusse siala lor lolla sì beila occasione di farsi si-
gnori di Lombardia, solo dogli aiuti e consigli dati da'Fio-
rcnlini al duca Francesco. Pareva die la loro prudenza a
quella de'Fiorenlini fosse restala di sotto , i quali con quiete
e senzii molta boria aveano meglio il lor intendimento sapulo
condurre che essi non aveano fallo; i quali senza aver con-
segiiito cosa di n^olta importanza , si erano al giudizio di
lulla Italia scoperti per ambiziosi. Gravava grandemente an-
cor loro dall'altra paté lo stimar di non eser tenuti per
l'avvenire in quel conto, che prima solevano da quella Re-
pubblica , la qu.ile per lo lì.nore de' Visconti era stala co-
stretta per r addietro di aderir quasi sempre alle voglie e
disegni loro, e ne all(ga\ano per esempio, che quando gli
ambasciadori fiorcnlini mandati a rallegrarsi col duca di Mi-
lano vennero a Venezia per rinnovare con qu< 1 senato palli
e confederazioni , si erano nel meglio della pratica parliti
da loru; la qual cosa al onta grande s' avean recato. Entrato
dunque gunfaloniere di giustizia Bernardo Giugni vennero
avvisi come i Veneziani il di pr.mo di giugno aveano fatto
jin ordine, ihe per tutti i 20 di quel me-e ogni Fioren-
tino 0 suddilo de" Fiorellini con tulle le lor cose da Vene-
zia , terre , e luoghi del suo dominio sotto gravissime pene
dovessero sgombrare. Il medesimo avea si ritto Giannozzo
Manelli , che avea fallo il re Alfonsa in tulli i suoi regni.
Seppesi che i Veneziani aveano fallo lega co' Sanesi per va-
lersi della comodità che porgeNa la vicinità del loro stato
centra dei Fiorentini. Aveano di più procuralo d'acquistarsi
i Bolognesi, rimettendo in quella cita i fuorusiili; ma per
lo valore di Santi Bei.tivoglio non venne lor fatto. Di cui
perchè altrove ron si è fatta menzione, e la sua buona e
maravigliosa fortuna procedelte da" Fiorentini, richiede il
mio uflìcio, che io ne l'a< eia in qneslo luogo. Fu costui fi-
gliuolo d Ercole Benlivoglio, il qual Ercole fu fratello d'An-
tonio , e zio di Anniha'e idtirnamon:e ucciso in Bologna?
da' Cannedoli. Ma p- rchè egli era nato di non legittimo ma-
trimonio in Poppi dalla moglie d un Agnolo da Cascese, fu
infìno alla morte d'Annibale per figliuolo d'Agnolo, e morto
lui per nipote d'Antonio fratello di dello Agnolo riputato ,
e secondo il mestier del zio nell'arte della lana in Firenze
118 dell' istorie fiorentine
fu allevato , Santi da Caseose chiamandosi. Ora essendo re-
stalo d'Annibale un fanciullcllo d'età d'intorno a sei anni
detto dal nome de! bisavolo Giovanni , que' principali della
sua fazione, i quali i Cannedoli aveano crudelmente ucciso ,
dubitavano forte prima che il fanciullo in età pervenisse da
potef reggere quella parte , non qualche disordine nasce&se
nella città che richiamasse a casa la fazione contraria, il che
della lor rovina fusse cagione. Questo lor travaglio cono-
sciuto dal conte di Poppi , il quale dopo la sua cacciata in
Bologna si riparava , e a cui l' istoria di Santi era intera-
mente nota, nnn lardò punto a scoprir loro in che modo vi
poteano riparare , cotesto Santi a casi richiamando- Parve
in sul principio a Firenze , ove questa cosa ebbe a trattarsi
per mezzo di Neri Capponi , il quale d'Antonio da Cascese
era amico, una favola; ma avutine molti riscontri e tulli
veri trovatili, fu a preghiere de' Bolognesi e con il consiglio
di Cosimo, Santi a Bologna onorevolmente mandato, a cui
tutta la grandezza de' suoi maggiori fu prestamente girata.
Ora considerando i "Veneziani , che mentre Santi questa mag-
gioranza in Bologna conservava, non era possibile che quello
stato dalla divozione de' Fiorentini si spiccasse , si volsero a
dar favore ad alcuni fuoruscili, i quali inlrodoUi di notte
per le fogne in Bologna in compagnia di certi signori di Car-
pi - e de' fanti veneziani, levarono il rumore, e fu ora, che
d' essersi impadroniti della città immaginarono. Ma Santi in-
teso il lumiillo , come che da molti gli fusse ricordalo il
salvare la vita, credendo co' successi della sua casa sbigot-
tirlo . volle animosamente uscir fuori per non mostrarsi in-
degno del sjingue Benlivoglio , e fece con l'ardire e conia
presenza sua in modo, che dato animo a' suoi e toltolo ari-
belli , potè facilmente superarli, e con uccisione di molli
cacciarli dalla città, tra' quali uno di detti signori di Carpi
restò n)orto. senza quelli che fatti prigioni riportarono poi
le pene del lor folle ordimento. Vedendo dunque i Fioren-
tini che non si lasciava dal canto de' Veneziani cosa intentala,
e però aspettando che d'ora in ora la guerra si movesse lor
contro . ricorsero subito con incredibile diligenza agli usali
loro provvedimenti, e in prima a'i2 di giugno i Pieci di
balia crearono , i qudli furono Cosimo de* Medici . Neri Cap-
LIBRO VEMIDCESIMO. 119
poni, Agnolo Acciaiuoli, Luca di'gli Albi/i, Olio Niccolini,
Caslello Quaratesì , Domenico Buoninsegni, Francesco Or-
landi, Giuliano di Parlicino albi^rgalore , e Barlolommeo di
Francesco armaiolo. Costoro fra pli altri condollicii presero
a! lor soldo Simonella, già sialo allre volle capitano de' Fio-
rentini, spedirono anibasciadori a quasi lutti i principi e re-
pubbliche d'Italia, parte per giustificare le cose loro e gua-
dagnarsi la loro volontà , parte por intendere e scoprire i
consigli de'nimici, e in somma per procacciarsi luUi quelli
utili che in sì falli casi si sogliono procurare. Ma il princi-
pal fondamento, e il quale non rius( i fallace, fu la pratica,
che per mezzo di Dielisalvi Neroni si tenne col duca di Mi-
lano, col quale nel gonfaloneralo di Niccolò Mori si fer«ò
lega per dieci anni, e cosi per ogni aderente a difesa degli
slati comuni, la quale fu poi bandita a' 15 d'agosto. Otto
Nierolini uno de'Dieci raanciato a' Sanesi referiva, che eglino
non darebbono passo, né vollovaglia , né ricello alcuno a
chi venisse con animo di f;ir guerra; la qual risposta fecero
ancora ad un ambasciadorc mandtito d;d duca di Milano, ag-
giugncndo che col re d'Aragona per nessun conto enlrereb-
bt»no in lega. l*<r lettere di Giannozzo Manetli parca che il
re fosse rammorbidato alquanto verso dei Fiorentini, prof-
ferendosi, non ostante il bando fallo, di dar salvocondolto
a chi glie l'avesse addomandato. De'Bdlognesi fu trovata
prontissima la disposizione verso della Repubblica, affermando
di voler ben vivere e vicinare con quel popolo, da cui nei
loro maggiori bisogni sì preclari benefìcj avean ricevuto. Il
panlefice , il quale e per sua natura e per elezione da lui
falla avea V animo lontano dalle guerre cristiane rispose ,
che in sì falli tempi che la potenza de' Turchi andava cre-
scendo , e si temeva dell" imperio di Coslanlinopoli, era mollo
meglio volger l'arme contro infedeli, che per vane gare e
conlese rompersi ogni dì il capo infra di loro? per questo
non poter né dovere niuno da lui attendere altre rispos'.e ,
che conforti e preghiere ardentissime all'unione della pace
universale. De' Veneziani si scoperse tuttavia essere acerbo
e mortale l'odio verso dei Fiorentini, i quali allegando non
poler senza il consentimento del re, con cui erano in lega,
di cos' alcuna trattare con esso loro, non vollero prestare il
120 dell'istorie fioremine
j;i!\ tc lulollo all'ambasciadoic . il qunic dalla Repubblica a
quel senato era slato eletto. Nò mancarono altri «irgomenti
de la mala disposizione di quella città, perciocché passando
per Firenze ambasciadori di Costantino Palcologo imperadoro
di Costantinopoli, i quali anda\ano a Roma , essendo venuti
a far riverenza alla signoria entrata con Rernardo Carnesec-
elii , e a pregarla the in quel che potesse aiutasse 1' impe-
rio costantinopolitano contro la potenza de' Turchi, riferirono
come r impcraiiore b r signore era strettamente stalo richie-
sto da' Veneziani a licenziale da tutte le terre dell'imperio
i mercalanli fioreiitini ; ma che egli sapendo le cortesie dalla
lor l'icpubblica usate all' impcradore Cìiovanni suo frati ilo di
foiice memora , quando a (empo d'Eugenio a Firei zo si ri-
trovò fer lunione della chiosa cristiana, non glie l'avea loro
in foi t(i alcuno voluto acconsentire. I medesimi ufficj si sen-
ti; o«o a\er fallo in Ragugia, e averne la medesima risposta
riportali!. Con Uilto questo non parendo al re per la fresca
paco fatta in Firenze, la quale in nessuna parie era stala
turbata , ne a' Veneziani durando ancor la lega con la Repub,
bliea, di procedere ad atto di guerra senza colorire mollo
ben prima le loro ragioni, di comun consentimento del be-
rnrono di mandare ambasciadori a Firenze, non senza spe-
ranza di poter seminare tra' cittadini alcuna discordia per l'u-
mor delle parli, il quale sapevano non esser mai sialo spenlo
(!el lutto. Accozzatisi dunque in l^ rugia Cecco Anlonio dot-
tor di leggi, e Zaccaria Trivigiaiio, quello ambasciadorc do!
re. e questi della repubblica venoziima , mandarono a Fi-
renze per sa!voc( mlollo , avendo da tratiare di cose impor-
tanti con quelli signori. Fu da Niccolò Sodcrini ultimo gon-
f.ib niere di quell'anno, e da'signori suoi compagni all' am-
basciadoie del re conceduto il salvocondotto ampiamente.
A quello de' Veneziani , fu lisposlo , che essendo i Fioren-
tini in lega col duca di Milano, non poìoano senza sua par-
locipazione riceverlo , non che asccdlarlo nella loro città :
perchè i Veneziani s' incominciarono a ravvedere , che in Fi-
renze non si tcnea più conto di loro, che essi de'Fiorentini
in N'cnezìa si facessero- Non ebbe dunque efTetto veruno
quella ambasceria, non volendo il legalo del re senza quello
de' Veneziani venirne a Firenze. Attendendo dunque cia«-.cuno
MIÌRO VENTIDUESIMO. 12 1
a provvedersi per la guerra , il re e i Veneziani co' Bolo-
gnesi, e i Fiorentini co' Genovesi <!' accompagnarsi procur,!,
roiio. I Genovesi per mezzo del duca prontamente entrarono
in lega co' Fiorentini , ma i Bolognesi in quella del re e
de Veneziani non vollero entrare. Mandarono ancora la Ue-
pulbHca e il duca ambaseiadori al re di Fraiicia per procti-
rar d'entrare in lega con lui. Nel mezzo de' quali prepara-
menti entrò l'anno 14S2, essendo gonfaloniere di giustizia
Mariollo Benvenuti. A costui il iì° d'i di gennaio ven-
ne una solenne ambasceria di Federigo d'Austria, chie-
dendo alla Repubblica il passo per duemila cavalli , dovendo
egli andare in l\om;« a prendere pacificamente la corona del-
l' imperio. Era costui il quinto imperadore di quella fami-
glia, e era uliimamcnte succeduto ad Alberto imperadore
suo secondo cugino l'anno 1440; per !a qual cosa fu loro
r sposto, che sua Maei-tà disponesse di quella città non al-
trimenti che farebbe delle cose sue; e senza perder tempo
gli furono incontanente spedili tre ambaseiadori Bernardo
Giugni, Otto Niccolini , e Carlo Pandoltini, i quali trovato
r imperadore a Ferrara, ivi la volontà e disposizione della
loro Uepiibbiica gli significarono. Arrivò l' imperadore, avendo
ii( tiimenhì ricrvulo gli ambaseiadori a'26 a Bologna , e a '29
venne a Scarperia, ove trovò una gran parto della nobiltà
liorentina con ordine e apparecchio maraviglioso. I quali a
casa Cosimo e Bernardelto de' Medici se e la sua rorie ri-
ceverono. Il di seguente gli uscirono incontro irtir.o ail l e-
cellaloio r arcivescova Antonino co' suoi canonici, e venti-
due cittadini cavalieri con più di sessanta giovani nobili tutti
pomposamente vestiti e bene a cavallo; co'quali a S. Gal-
lo essendo ancor molto del giorno ne venne. Quivi smon-
tato sotto le logge del monastero , le quali erano nobilmente
ornate , e posto a sedere in luo<;o rilevato se gli presenta-
rono a piedi con segni di grandissima riverenza i Dieci di
balia; in nome de" quali e de'signori priori e di tutta la citta
fece un bello e acconcio ragionamento Carlo Marzuppini se-
gretario della Bepubblica , mostrando l' allegrezza che quella
città della venuta di si gran principe ricevea , e insieme-
mente le forze e tutto il suo stalo a' servigj di sua Cesarea
Maestà largamente profferendo. A' quali rispose in nome di
122 dell' istokif. fiorentine
Cesare Enea Piccolomini suo segretario , quello che fu poi
in processo di pochi anni promosso al ponleficalo, e dello
Pio II , ringraziando sommamenle la Repubblica della sua
buona e pronta volontà verso Cesare. E montalo di nuovo
a cavallo reggendogli il freno i Dieci già delti, venne per
ipnno air anliporlo, ove dal gonfaloniere Benvenuti e da'si-
gnori e collegi era aspettato. Costoro ricevutolo sotto un
grande stendardo con l' insegne dell'imperio, e postiglisi alla
briglia il gonfaloniere da man ritta , e da manca il propo-
sto, il quale fu allora il Rosso de'Ridoifi, stando a vedipre
le donne dalle finestre, e essendo gran popolo per le vie
ragunalo , a S. Maria del Fiore il condussero. Dove fatto
riverenza all'aliare, per la medesima via che fece papa Mar-
tino ne venne a S. Maria Novella, ove le stanze all'usanza
reale magnificamcnle erano apparecchiate, e quivi fu la-
scialo riposare. In questa stanza che fece l'imperadore a
Firenze creò il dì della Candelaia quattro cavalieri . Orlando
de'Medici, Alessandro degli Alessandri , Carlo Pandolfini
cittadini fiorentini , e un figliuolo del podestà , il quale era
napoletano. Nel qual giorno venute novelle che l'imperatrice
sua sposa era arrivala a Livorno , li furono subitamente spe-
diti quattro ambasciadori , il Medici e l'Alessandri novelli
cavalieri, e Giannozzo Pitti e Franco Sacchetti, non solo
per segno d'onore e di reverenza, ma con ordine di farle
le spese mentre sarebbe stala sul dominio fiorentino con
ogni sorte di splendore e di magnificenza. Due di poi arri-
varono in Firenze due cardinali da parte del papa per te-
ner compagnia a Cesare infino a Roma ; i quali furono si-
milmente dalla Repubblica onorevolmente ricevuti e alber-
gali. Federigo stato un altro giorno nella città, si partì fi-
nalmente mollo soddisfallo della Repubblica il sesto giorno
di febbraio, nel quale l'imperatrice in Pisa fece l'entrata,
essendogli stati deputati Bernardo Giugni , Carlo Pandolfini,
e Giannozzo Manetli , sì per accompagnarlo a Roma, come
per intervenire in nome del popolo fiorentino nella pompa
della sua coronazione. L' imperatrice partì poi di Pisa a'23
di quel mese, la quale si congiunse con 1' imperadore a Sie-
na ; donde partiti di compagnia e arrivali a Roma a' 9 di
marzo , fu dagli ambasciadori scritto a Domenico Buoninse-
LIBRO VENTIDUESIMO. ili
gni gonfaloniere che a' 15 di quel mese il papa l'avea so-
lennemente coronato ; dopo la qual celebrazione fecer le
nozze e consumarono il matrimonio con grande allegrezza
de' suoi , e del popolo romano. Volle ancora il pontefice
come amico singolare degli uomini letterati onorare in que-
sta coronazione della dignità delia cavalleria Giannozzo Ma-
netti uno degli ambasciadori fiorentini. In questo tempo
giunsero in Firenze gli avvisi della lega fermata Ira H re
di Francia dall'una parte , e il duca e i Fiorentini dall'al-
tra per difesa degli stali comuni ; la quale riempiè la città
d' incredibile allegrezza , stimando che 1' autorità di sì
grande re fosse per giovare grandemente alle lor cose. In-
tanto l'imperadore era anialoa visitare il re Alfonso a Napoli,
il quale di Leonora madre dell'imperatrice moglie già di
Edoardo re di Portogallo era stato fralello. Quindi l'impera-
trice per Venezia p.irtilasi, l'imperadore per onde era ve-
nuto si ritornò; e a' 5 di maggio a Firenze ne venne, es-
sendo gonfaloniere di giustizia Ugolino Martelli ; da cui per
riceverlo e per spesarlo Tommaso Sederini, Franco Sac-
chetti, Giovanni Bartoli, Niccolaio degli Alessandri, e An-
tonio Lenzoni per la minore fiir deputati. Era con l'impe-
radore fra gli altri signori e principi che il seguivano La-
dislao re di Boemia e d'Ungheria, il quale nato dopo la
morte dell' imperadore Alberto suo padre, Elisabetta sua
madre, figliuola già dell' imperadore Sigismondo e di questi
regni erede, alla guardia e pietà dell' imperadore Federigo
infin da bambino teneramente raccomandò. L'imperadore
aspettando l'età che egli potesse se slesso e i regni a lui
spettanti governare, non l'avea mai agli Ungheri, che in-
stanlemente gliel'aveari chiesto, voluto concedere; de' quali
fra 1' altro ambascerie per questo conto all' imperadore man-
date, una a punto ne gli arrivò in su questo ritorno che egli
lece a Firenze ; la quale non polendo dall' imperadore aver
audienza.jjregò i signori che questa grazia appo Cesare gli
impetrassero, il quale se non per loro amore, almeno per
quello della Repubblica a' lor popoli il re suo restituisse.
Kispose Federigo al gonfaloniere Martelli, che egli quando
fusse in luogo di sua signoria pervenuto, allora del re quel
che fusse di dovere delibererebbe JSè sopra di ciò fu più
124 dell' isToniE fiorentine
rnojionnlo, non ascollamio volenlieri Federigo colali ragio-
namenli, come quegli che avea con gli Ungheri molle ca-
gioni di cruccio e di s(l( gno. Furono dall' istesso re segre-
tamente i Dieci di bal'ia pregati , che piacesse loro dargli
spalle a potersi dell' imperadore deliberare , di cai era poco
men che prigione, e a' suoi regni tornarsi, che somnno ob-
bligo a quella Repubblica in perpetuo ne sentirebbe. A che
non vollero L Dieci acconsentire, si per rispetto dell' impe-
radore, il quale allnmentc, essendo in lor casa arebbon of-
Icso, e si per la poca età del garzonclto re, di cui aveano
senlito tutte queste cose fare corarnosso da' conforti d'un
suo precetlnrc. >è fu l' imperadore senza sospetto che i
Fiorentini al re fussero per prestare favore, anri e' sì du-
bitò, cotesto timore esser stato cagione che egli avesse la
sua partita affrettalo- Nondimeno giunto poi a Vienna , e
avuto notizia, che i Firtrenlini alle preghiere del re non
nveano prestato orecchi, rese loro per lettere molte grazie
dell'ufficio usalo, e il maestro cui sapeva della fuga del re
esser stato sollecito confortatore severamente gnsligò. Parli
r imperadore di Firenze due giorni dopo la sua arrivala in
gran fretta, non avendo pure aspettato i signori, i quali già
erano montali a cavallo e partitisi di palazzo per tenerli
compagnia. R.iggi-unsonlo nondimeno per strada, e fattogli
le debite riverenze fasciarono con lui Guglielmo Tanagli
loro ambasciadore, il qual facesse ricevere l' imperadore per
tutto lo stalo co' solili onori e accoglienze che s'era fatto
al venire, e accompagnasselo infino a Ferrara, ov' egli avea
promesso di voler trattare la pace fra le due leghe nimiche,
benché per opera degli ambasciadori veneziani, i quali dice-
vano non avere il mandalo, nulla di ciò si conchiudesse. Onde
l'inipcradore crealo Rorso da Esle successore di Lion»llo già
morto duca di IModona e di Reggio per gli onori da quel
principe ricevuti, sen^a molto in luogo alcuno trattenersi, a
Vienna se ne tornò. La guerra come se avesse aspettalo che
l'imperadore d'Italia partisse, non tardò più ad uscir fuori . «^
quasi in un medesimo tempo i Veneziani, il duca, e il re i
Fiorentini assalirono. Volle nondimeno il re , quel che i Ve-
neziani) non fecero, annunciare a' Fiorentini prima la guer-
ra, facendo loro intendere quelle cagioni che a venire con
LIBRO VESTIDI ESIMO. 123
armalo esercito a'ior danni il movcaiio, e ikI metiesimo
dì, che fu i" undecime giorno di giugno, i soldati del re i
quali erano a Castiglione, cavalcarono in quel di Volterra, e
fattovi molli danni ne riporlaroiio prede d'uomini e di be-
stiami. Avea il re per metter maggiore spavento ne' Fioren-
tini el Ilo per questa guerra la persona di Ferdinando duca
(li Calabria suo figliuolo, e diligonlemenle di capitani e di
soldati fornilolo, conciossiachè de' suoi s-uddili 1" avesse dalo
Antonio Caldora, I>eonelIo Accrocciamiira, don (yar/ia Ca-
vaniglia, e Orso Ors^ino, tulli uomini operali di lungo tempo
nelle guerre napolilane. Do' forestieri Federigo conle d'Ur-
bino , a cui era commessa la cura di lutlo l' esercito , e
.'\verso e Napoleone amenduc di casa Orsina capitani ciliari
e di molta riputazione. Noi campo ninuco diccvasi essere olio-
mila- cavalli e qua Iromila fanti bnotiissima gente. Apparec-
rhiavasi ancora per mrre un' armala, benché di non molti
lecni, alta mindimeno a dar rinfrescamenli agli amici, a in-
festar le marine, e a tener divise le forze de' Fiorentini. In
su la fama di questi apparec hi , e perchè in Lombardia si
era fieramenle rolla la guerra tra i 'Veneziani e il duca, parve
a' Dieci e alla signoria entrata con Giannozzo Pilli a calen
di lualio, che la Repubblica avesse di ra dio maggior prov-
vedimento bisogno, che infuio a quell'ora tiùn s'era fallo. K
perchè non s'avesse del conlinuo per la mutazione de' ma-
gistrali a variar disegni e pensieri, e a fin che la guerra es-
sendo pronto il danaro gagliardamente maneggiar si potesse,
si vinse di prendere nuova balìa , che per cinque anni do-
vesse durare, con aulorilà ampissima di far nuovi squittini,
d' impor gravezze, e di Irallar e risolver alire cose impor-
tanti secondo il bisogno richiedeva; le quali cose non es-
sendo ancor finite, ecco si ebbero novelle come Ferdinando
per la via di Perugia era il duodecimo giorno di luglio en-
tralo in su' terreni de' Fiorentini. Fu pensiero di Ferdinando
di tentar per la prima impresa Cortona, acciocché non s'in-
cominciasse a lasciar luogo nimico dietro le spalle. Ma co-
noscendo la difficullà di espugnarla, sì per esser quella cillà
posta in un colle malagevole e aspro a montarvi, e si perchè
ora fama che fusse molto ben munita, comandò, saccheg-
gialo che ebbe il conlado, che si ailcndcssc a cflmminar ol-
126 BELl'lSTOniE F10RENT1NB
Ire con le schiere ordinnle, perchè dalle genti de'Fioreiilini
che erano in su'coili di Castiglione Aretino non fusssro dan-
neggiali- Scrive Barlolommeo Facio, che si sarebbe con gran-
dissima fatica r esercito regio di qua dal Tevere e dalle
Chiane condotto senza incorrere in alcun grave pericolo, se
i Fiorentini valendosi del vantaggio del sito se gli lusserò
in questo luogo opposti; ma egli non s'avvide che non vi
era dalla Repubblica corpo tale di gente ancor ragunato, che
se ne fosse potuto sperare opera di frutto alcuno; non es-
sendo prima che i nimici fussero a Foiano , giunti in Arezzo
il Simonetta e Astorre signor di Faenza capitani dilla Re-
pubblica. Venne dunque Ferdinando infino a cinque miglia
presso ad Arezzo , ove occupate intorno a cinque piccole
caslelletta si venne in disputa per qual via s'avesse a pro-
cedere, seguendo la valle d'Arezzo a man dritta, o pur ca-
lare a man manca, e vedere d'espugnar Foiano per aprirsi
la via d'entrare nel Chianti. Fu preposto Foiano oltre gli
altri rispetti , sperando per questa via poter aver maggior
copia di vettovaglie. Accampossi dunque 1' esercito intorno
a Foiano a' 22 di quel mese, nel qual d"i Astorre e Simo-
netta ad Arezzo ne vennero per tenere in qualche freno
i nimici. Era dentro Foiano un contestabile de' Fiorentini
detto Piero de' Somma con dugento fanti, uomo valoroso e
fedele a' suoi signori, il quale gagliardamente la terra di-
fendeva, ne per continui assalti, né per torri di legno di al-
tezza pari alle mura fattevi dal duca rizzare, in conto alcuno
si era sbigottito , sperando pure che le genti , le quali
erano in Arezzo , tenessero almeno col farsi vedere in
alcuna gelosia i nimici, di non aversi a perdere. Ma tra-
dito Astorre Manfredi da un suo staffiere mentre andato con
cinquecento cavalli in quel di Montepulciano attendeva il
tempo d'assalire i saccomanni del duca, e per questo dato
in una imboscata, ove perde più di cento de' suoi cavalli,
grandemente la difesa di quel castello venne a turbare;
non polendo il Somma dalle sue genti, le quali non osa-
vano più uscire in campagna, ricevere alcun giovamento,
massimamente che avendo il duca fatto venire le bombarde,
una gran parte del muro a\ea a terra gittalo; onde egli fu
costretto pattuire co' nimici d'arrendersi salvo l'avere e le
LIBRO VENTIOCESIMO. 127
persone, se fra lo spazio di cito giorni da' Fiorentini non
ricevesse soccorso; il quale non essendo vernilo, egli a' 5i
di settembre nel gonfaloncrato di Francesco Orlandi a capo
di quarantatre di che v'era sialo il campo , consegnò ii
castello a Ferdinando, e a Firenze se m; venne, ove per
sì egregia difesa fu amorevohnenle ricevuto, e non poco
da' cittadini commendalo, avendo dato spazio a' Fiorenlini
non solo di munire i luoghi importanti , ma di mettere in-
sieme un ragionevole esercito: imperocché eglino aveano
con somma sollecitudine, olire Asiorre e Simonetta, con-
dotto Sigismondo Malalesta , il quale avca il carico di tulle
le genti, Domenico suo fratello signore di Cesena , Michele
da Cutignola, Taddeo Manfredi signor d'Imola, Carlo de-
gli Oddi, e altri minori capitani, che tulli facevano il nu-
mero di caralli selle mila e poco meno di quattro mila fan-
ti, a' quali comandarono che verso i nimici s'inviassero, ma
con ricordo espresso di fuggire con ogni lor potere il com-
ha'.tere, tastando alla Repubblica che il nimico non pren-
desse alcun luogo importante; sapendo che i piccoli come
facilmente si perdono, con la medesima facilità cessata la
guerra si riacquistano. Ferdinando lascialo quattrocento ca-
valli e altri hnnli fanti alla guardia di Foiano, come luogo
atto ad infestare il contado d'Arezzo, e per far delle scor-
rerie in quel di Firenze , se ne venne per lo territorio di
Siena a Rencine luogo forte e da potersi difendere , se la
poltroneria di due conneslabili che vi erano dentro, non
l'avesse reso assai debole, i quali da Bcrnardelto de' Me-
dici commissario del campo mandati a Firenze , portarono
le pene della loro villa. Narrasi, e a buon proposito fu dai
medesimi autori napoletani lascialo scritto a' posteri, che
essendo da un pauroso cittadino raccontalo a Cosimo d«i
Medici il gran naufragio, che la Repubblica con la perdila
di Uencine avea palilo , il sagace vecchio con volto tulio
Wcis) e sereno lo domandò , che per sua fé gli dicesse in
qual parie del dominio Rencine fosse collocato. Posesi poi
il campo, occupalo Rencine, intorno a Broglio e a Cac-
chiano ville della famiglia de'Ricasoli, ma ridotte in qual-
che fortezza, le quali in conto alcuno non potè espugnare;
onde il duca si accampò a' 2} di quel mese interno alla
128 nELL' ISTORIE nOUENTINE
Castellina . non lasciando fatica o induslria alcuna addietro
perchè di quel luogo s' insignorisse- Mentre Ferdinando è
intorno la Castellina occultalo, in Firenze a molle cose si
diede ordino in virtù della balìa fatta; imperocché in quanto
a' falli de' privali cittadini, ci fu tolto il divieto, il quale
era tra Capponi e Vettori , eccello a' signori , collegi, e Di'ci
di balì.i; e a Lorenzo e Alessandro de'Bardi fratelli cugini
fu conceduto, che dagli altri Bardi lor consorti si potessero
divid. re , e per 1' avvenire Ilarioni si chiamassero , e come
nuova famiglia dalla legge del divieto non fusser compi esi.
l'er onir pubblico si vinse , che una sala grande per lo
consiglio far si dovesse ; conosciuto per isperienza , clu'
dopo la venula di tanti cittadini , i quali di ^'enezia e di
Napoli erano siali cacciati , quel luogo ove prima ragunar
si solevano non era di tanie genti capcvole. Mandossi per
conto della guerra , secondo col duca di Milano si era con-
chiuso , Agnolo Acciainoli e Francesco Venturi al re di
Francia per disporlo a mandare il re Renalo in Ilalia ; ob-
bligandosi d' aiutarlo a fargli rlacquislare il regno di Napoli,
tosto che dalle guerre , dalle quali erano di lìresenle tra-
vagliati, potessero prender fiato. Crearonsi poi a' 28 di quel
mese i nuovi Dieci di balìa, Alessandro degli Alessandri,
Bernardo Giugni, Giannozzo Pandollìni , Donato Donali.
Luca Pilli , Bernardo Ridolfì , Piero RuccUai , Giovanni
Barloli cittadini popolari, e due artefici Francesco Corsci-
lini, e Giovanni di Dino. Costoro mandarono il primo d'ot-
tobre i)er commess«rj al campo , il quale ancor egli alla
Ca'stellina s' era appressalo , Giannozzo Pandolfini uno dei
Dieci, e Iacopo Venturi, ove talora tra 1' un campo e l'al-
tro si scaramucciava. Ma fu scnz' alcun dubbio supcriore la
virtù di quelli di dentro al campo di fuori, imperocché alla
terra il duca non potè far danno alcnuo , ancorché egli ciò
imputasse al un pezzo d' artiglieria , the al primo colpo se
gli era rollo , nel quale mollo confidava. Dove a quelli di
fuori recò non piccol biasimo 1' avere ili questo tempo fallo
i nimici di molle correrie fin presso 'a S. Maria dell' Im-
pwinela, guadagnato più di tre mila capi di bestie, preso
Pielrafitla. Grignano , e la fortezza delie Slinche , la quale
arsero , e molli prigioni menatine liberamente all' esercito
LIBRO VENTIDUESIMO. 129
senza trovar persona che l'impedisse; perciocché se ben
Simonella al romor de' contadini che sgombravano liisse
con secenlo cavalli uscito in campagna per reprimere Dio-
mede Carrafa , il quale con trecento cavalli e cinqucccnlo
fanti avea fatto queste fazioni, non incontratosi con lui, fu
costretto senza profiUo ritornarsi nel campo. Ma in quanto
alla somma delle cose non avea perù Ferdinando fallo in-
fino a quest'ora cosa che rilevasse; il quale slato intorno
la Castellina quarantaquattro giorni , e cominciali a venire
i catlivi tempi, e a mancare a' cavalli gli strami, essendo
ogni cosa di neve coperto, a' 5 di novembre ne! gonfalo-
neralo di Federigo Federighi si levò con poco onore dal-
l'assedio di così piccolo e ignobile caslcllelto , e rilirossi
a Rencine per rinfrescare alquanto gli uomini e i cavalli, i
quali molto aveano palilo- Ma sialo quivi tre giorni senza
avervi trovato quella copia di viveri che bisognava , alla
Badia di Sangalgano si ridusse in quel di Siena, luogo op-
portuno ad esser fornito di vellovaglie così di mare come
di terra. La Repubblica avendo inteso con qunnta virili i
soldati e il Rosso Ridolfi , il quale era commissario dentro
la Castellina s'erano portali, grandemente li commendò e
ristorò, e il Rosso creò per un anno capitano di Livorno.
Sentito poi che il duca si ritirava per vernare verso il mare,
comandò a Simonetta, che in quel d'Arezzo si restasse.
Al Malatesla permise che alle sue terre per quel verno si
riducesse. Ad Astorre e agli altri capitani diede le stanze
in quel di Pisa, acciocché volendo pure il duca alcuna cosa
in quel verno lenlare, non si trovassero del tutto que' luo-
ghi sprovvecluli. Né fu vano il sospetto de' Fiorentini , im-
perocché il duca per segreti avvisi del padre aspettava con
Tarmata Antonio Oleina; il quale veniva con animo di met-
tere in terra a Vadq per occupare quel luogo, e egli si
volea trovar vicino per poter dar qucH aiuto che bisognas-
se. Ma la viltà, o come fu creduto la ribalderia del Rosso
Atlavanli cittadino fiorentino, il quale era castellano di quella
fortezza, avendo tocco danari da'nimici, fu tale, che né
a' nostri convenne di soccorrer Vada, né a Ferdinando di
porgere aiuto a quelli dell'armata, avendo l'Oleina in un
medesimo tempo sbarcato ollocenlo soldati , cinto la rocca,
Amm. Voi.. V. 9
130 DELL ISTORIE FIOUENTINE
e costroUo il Rosso, salvo l'avere e le persone, ad arren-
dersi , percliè meglio il iradìinenlo ricoprisse; a cui nondi-
meno fu poi dalia Repubblica come a ribello dato bando
del capo. Grauilemente dispiacque la perdita di Vada a'Fio-
renlini, conoscendo quanto da quel luogo polea essere in-
festato il contado di Pisa, e però al Simonetta e ad Astorrc
comandarono, che in quel luogo si volgessero, se per av-
ventura via fusse da poterla ricuperare. Ma avendo costoro
inteso che Ferdinando s'era mosso ancor egli con le sue
gcnli , e the era impresa vana il tentare in quel tempo la
ricuperazione di Vada, a' lor luoghi si rilornarono; e il
duca ad Acquaviva si ridusse alle stanze. Il che fu il fino
de' fatti di quell'anno intorno la guerra toscana; essendo
quella di Lombardia variamente siala maneggiata: percioc-
ché e il duca di Milano in quel dì che Ferdinando s' ac-
campò a Foiano dette una gran rotta al marchese di Mon-
ferrato confederato de' Veneziani, e poco dipoi Alessandro
suo fratello un'altra a un ponte presso a Lodi da' Vene-
ziani ne ricevette. Nella città giunse a' 21 di quel meso
il cardinale d'Angiò, il quale consagrò l'altare della Nun-
ziata , e come legato apostolico grandi indulgenze vi lasciò.
Erano molto prima tornati di Francia gli ambasciadori Ac-
ciaiuoli , e '1 Venturi , i quali non riportarono per allora
dal re di Francia, occupato intorno la ricuperazione di Bor-
deaux toltogli dal re d'Inghilterra, se non promesse di non
mancare agli amici suoi sbrigato che si fosse della guerra.
Riraandossi per questo in Francia 1' Acciaiuoli solo in com-
pngnia d'un arabasciadore del duca di Milano nel principio
dell'anno 14.53 dal gonfaloniere Francesco Neroni , accioc-
ché alla nuova stagione Renalo fusse a tempo di trovarsi in
Lombardia.
Aspettando tra tanto che col tempo nuovo la guerra
dovesse uscir fuori, prese il gonfalonerato Luigi Guic-
ciardini , il quale non istimando convenirsi alla fioren-
tina Repubblica per le noie di fuori tralasciar in conto al-
cuno le buone usanze della citlà, essendo nel suo tempo
morto Carlo Marsuppini , volle che se gli facessero 1' ese-
quie pubbliche , non altrimenti che a Lionardo suo ante-
cessore furono fatte. Alla cura delle quali furono (>ropo.''ti
LIBRO VENTIDUESIMO. 131
Gìannozzo Manelli , Niccolò Soderini , Matleo Palmieri ,
Ugolino Martelli, e Piero de' Medici , de' quali il Palmieri
lelteralo e dotto uomo ancor egli , e che era allora de'col-
legi , il coronò e con ornala e bella diceria le sue lodi rac-
contò. La sua sepoltura di mano di Desiderio da Seltignano
eccellente scultor di quei tempi, vediamo oggi posta dirim-
petto a quella di Lionardo , da non desiderarvi nulla in
questa età. [ signori presero in suo luogo Poggio da Ter-
ranuova uomo nolo negli sludj delle lettere umane ; il quale
si trovava allora a' servigi del ponleGce , e seguitò poi a
scrivere l'istoria di Lionardo. Ma già era il tempo nuovo
venuto , e la terza signoria di quel!' anno con Bernardo
Gherardi gonfaloniere la quarta volta uscita , quando Fer-
dinando venuto d'Acquaviva a C.isli^lione della Pescaia alle
faccende della guerra si preparava. Né i Fiorentini perde-
vano tempo, i quali avendo bisogno di gente, e al duca di
Milano mancando danari , con scambievole aiuto di giovarsi
l'un l'altro procurarono; imperocché il duca mandò ad essi
con due mila uomini Alessandro Sforza suo fratello, o eglino
il duca accomodarono di ottanta mila fiorini ; il qual partito
riuscì molto utile a' Fiorentini e al duca. E tra tanto fu la
Repubblica per lettere dell' Acciaiuoli certificala . come egli
avea già cond<iIlo il re Renato ; il quale a mezzo giugno
si troverebbe in Italia con duemila quattrocento cavalli pa-
ratissimo per far guerra in ogni luogo, ove dalla lega fosse
richiesto. La cui venula benché per impedimenti ricevuti
dal duca di Savoia fosse stata alquanloj)rolungala, non per-
ciò si lasciò tra lauto di guerreggiare cosi in Lombardia
come in Toscana, esclamando il pontefice, che mentre i
principi cristiani con empie armi l'un l'altro si proi-.uraii
di spegnere, e la misera Italia da tante continue guerre
comballula in tutti i suoi membri miseramenle van laceran-
do , r immondissimo Maometto principe de' Turchi del no-
bilissimo imperio di Costantinopoli si fosse insignorito ,
avendo il 18° giorno di giugno con nostra grandissima infa-
mia, e con immortai gloria del nome suo, non solo vinta
ed espugnata la città di Costantinopoli , ma tagliatovi a pezzi
l'infelice imperadore Costantino, e tutte le forze de'Greci
abbattute e spente in quella sola battaglia; le quali novelle
132 dell' istorie fiorentine
nel principio del gonfalotieralo di Martino Bencivenni già
erano lagrimevolmenle stale sparse per lutto. E nondimeno
non per questo l'arine già prese si posavano, anzi aveano
i Fiorentini di più a' lor soldi condotto Emanuello Appiano
signor di Piombino con mille cinquecento cavalli , il quale
a Caterina sua nipote carnale come figliuolo di Iacopo era
in quello stato succeduto. Col quale esercito in questo modo
accresciuto andarono i Fiorentini a Rencine; e benché Fer-
dinando si fosse studiato di soccorrerlo , il riebbero ia
breve tempo per lorza d'artiglierie in su' primi giorni d'a-
gosto. Andati di quivi a Foiano , quello ancor ricuperarono
a' ventiquallro di quel mese , essendo in vano Ferdinando
venuto a Sorano ; ove i! suo esercito incominciò di modo
a infermare , che non che a combattere , ma ne a pena era
possente a muoversi degli alloggiamenti. Dispiacque sopram-
modo alla Repubblica che quel castello per mal provvedi-
mento fosse ito a sacco , e talmente arso e quasi disfatto
de! lutto , che fu necessario con molti prcmj e esenzioni
invitar quelli del castello , purché a venir a riabilarlo di
nuovo si riducessero. Nel qual tempo era finalmente Re-
nato con le genti promesse venuto in Lombardia ; il quale
alle cose del duca di Milano giovò grandemente. Mentre il
<;ampo intorno a Foiano si ritrovava, ebbe la Repubblica
per un trattato a ricevere un grave sinistro , il quale ca-
duto sopra del capo di chi v'avea tenuto mano , a lei ap-
portò nel fine benefizio non piccolo. Trovavasi la signoria
di Valdibagno in persona di Gherardo Gambacorti figliuolo
di quel Giovanni , a cui per ricompensa della dedizione di
Pisa, fu l'anno 1406 dalla Repubblica assegnala. Costui, o
perchè per esser cognato di Rinaldo degli Albizi fosse fatto
nimico di quella parte , che ora la fiorentina Repubblica
reggeva 5 o che pretendesse non essere da' Fiorentini al pa-
dre interamente le promesse fatte osservate . o qual se ne
fosse la cagione, perche negli scritiori ninna ve n'appare,
cadde in uno strano pensiero; il che fu di dar quella si-
gnoria al re Alfonso , purché egli d' un allro slato fosse da
lui nel reame di Napoli provveduto. La quid cosa piaciuta
al re sommamente, perocché avrebbe recalo giovamento alla
guerra, avea commesso ad un fra Puccio cavalicr friere ,
LIBRO VENTIDUESIMO. 133
il quale mollo in simili cisi adoperava , che con Ferdinando
la comunicasse , il quale con 1' esercito in Toscana si rilro-
vava , e quelli modi che slimasscr migliori tenessero , pur-
ché la cosa ad effclto fosse condotta. Questo maneggio non
si potè in guisa tenere occulto, che alcun odore a* Fioren-
tini non ne pervenisse ; i quali benché malagCTolmente s'in-
ducessero a prestarvi credenza , pure mandarono un lor cit-
tadino grande amico di Gherardo, perchè cautamente degli
andamenti suoi s informasse , e dove cosi gli paresse di
dover fare, del suo errore piacevolmente l'avvertisse, ri-
cordandogli i beneficj clie egli e il padre di lui dalla Re-
pubblica in diversi tempi aveano ricevuto. Trovò il citta-
dino in apparenza il Gambacorti molto loiilano da queste
imputazioni; perciocché egli non richiesto, mandò a' Fio-
rentini un suo figliuolo di età di 14 anni, perchè di lui si
assicurassero, prcgoUi ardentemente che alcuno lor citta-
dino a prendere la tenuta delle sue castella gli mandasse-
ro , dolendosi sopra tutto, che per trovarsi infermo non
potesse egli slesso andarne in persona a Firenze , e a met-
tersi nelle mani di quei signori, purché di lui senza so-
spetto vivessero. Fu rassicurata per tanti argomenti la Re-
pubblica, credendo ciò che del Gambacorti si era detto,
essere stali inganni e false caluiin'C per macchiar la fama
d'un signore afl'ezionato e devolo di quella signoria; quando
mandato Gherardo per fra Puccio , prestamente il mise in
tenuta delle sue torre, quelle in nome di-1 re consegnan-
doli- Ma la fortuna amica de' Fiorentini foco, che mentre
il Gambacorti era in sul consegnare a fra Puccio la fortezza
di Corzano , un citlndino pisano, che con esso luì era, il
cui nome fu Antonio Gu.ilandi , non polendo si fatto tradi-
mento sostenere, e veggcndo che mal volentieri qne'popoli
al consiglio del lor signore acconsentivano , colto il tempo
opportuno , imperocché egli era verso il dì deniro la rocca ,
prese con ambi le mani Gherardo , e quello rovinosamente
pinsc fuor della fortezza , disleale e malvagio chiamandolo;
la qual cosa inlesa in Ragno e ne' luoghi vicini con molta
loro letizia le gemi regie cacciarono , e alzalo le bandiere
de' Fiorentini quello stalo alla Repubblica conservarono. !l
che fu senza dubbio a' Fiorentini cosa molto utile, concios-
134 dell'istorie fiorentine
siachè se Ferdinando questi luoghi occupalo avesse, avrebbe
con gran facìlìlà potuto correre in Yalditcvero e in Casen-
tino , il che avrebbe forse impedito la ricuperazione di
Foiano. Siccome l'aver certi soldati per opera d'Antonio
Salimbeni ribellato la rocca di Valiano, fu di grande stor-
pio a quell'esercito, che maggiori acquisti non Tacesse. Pur
si riprese la rocca per forza , partito che fu il campo di
Foiano ne'primi giorni di settembre; fne' quali era stato
gonfaloniere di giustizia Matteo Palmieri , e subitamente
si prese deliberazione che s' andasse con 1' esercito a Vada.
Fu questa espugnazione molto lunga, nel qual tempo fu la
Repubblica richiesta da! pontefice, che gli dovesse man-
dare due nmbasciadori a Roma per Iraltare la pare comune
d'Italia, affinchè si potesse attendere alla guerra contro
del Turco; dalla quale vi furono subilo mandali Bernardo
Giugni e Giannozzo Pilli. Ma perchè praticandola e' vi si
trovava denlro di molti nodi, domandando il re a' Fioren-
tini i danari in questa guerra spesi , e eglino a lui la re-
stiluzion di Castiglione della Pescaia e di Gavorrano, e
simiglianlemenle di esser ristorali delle spese falle cercan-
do; e quasi le medesifne cose passando tra i Veneziani e
il duca, proruppe il pontefice in ira, dichiarando ch'egli
scomunicherebbe coloro per cui di far la pace si rimanes-
se. Per la qual cosa fu di più mandalo a Roma Otto Nic-
colini dottor di legge per intender bene come questa pra-
tica s'avesse a guidare. E tra tanto Vada quasi verso il fine
d'ottobre fu presa, avendola difesa quelli di dentro valo-
rosamente , i quali veggendo al fine di non poterla più
tenere, vi poser fuoco, e montati in su' legni, che erano
nel porto , cos'i abbruciata ai Fiorentini la lasciarono, dai
quali a'i26 d'ottobre fu ordinato che ella affatto si disfa-
cesse. Non si conduceva in Roma la pace ; perchè in Fi-
renze fu dispulalo quello che dopo la presa di Vada si
avesse a lare , e benché e' fosse omai tempo di ridurre i
soldati alle stanze , pareva a molli , che essendo i Fioren-
tini superiori in campagna , si dovesse de' Sanesi prender
vendetta, i quali aveano in questa guerra dato aiuti grandi
al re; ma per consiglio di Cosimo de' Medici e di Neri
Capponi fu mostralo, che ad Alfonso non si poteva far
LIBRO VENTIDUESraO. 133
cosa che più gì' avesse a recare piacere di questa , costrin-
gendo i Sanesi a raellersi liberamenle nelle sue braccia ,
il che era allro che aver l'anno passato occupato Rencine,
Vada, e Foiano. Doversi per questo far vista di non vedere
i torti, che da quel comune si erano ricevuti; poiché non
sarebbe mancato del tempo, cessata che fosse la guerra,
a far conto con esso loro; la quMi sentenza fu approvata.
E tra tanto poiché in Toscana non si temea più dell'arme
aragonesi , fu stimala opera utile rimandar Alessandro
Sforza al fratello, perché dall' esser bene stretti , e com-
battuti i Veneziani in Lombardia ne nascea por conseguente
il riposo di Toscana, e la pace con più riputazione si con-
cliiuderebbc. Ma dove i Fiorentini erano alquanto dalle
guerre di fuori cominciati a respirare , parve che molto più
dalle rainaccie di Dio fossero sgomentali : essendo la notte
tJelli 28 di settembre maravigliosamente tremala la terra ,
o per lo spazio d'un mese seguitato più volte il tremore
con tanto sbigottimenlo di ciascuno , che abbandonato le
case , molli nei luoghi scoperti soli© tende e padiglioni a
dormire si conducevano; ed è c«sa certa infino a' signori
essersi in quel tempo dal pubblico palagio partiti. Accioc-
ché dunque l'ira di Dio si placasse furono dall'arcivescovo
Aulonino ordinate solenni e devote processioni, e daDieci
molte limosino furono a' poveri distribuite, e molla gente
all' orazioni e a' sagramenti ricorse. Ma cessati i tremoti, e
entrato a calen di novembre gonfaloniere di giustizia Luca
Pilli la seconda volta , vedendo che la pace non seguiva, si
crearono nuovi Dieci di balia il gonfaloniere Pilli , Cosimo
de' Medici, Neri Capponi , Agnolo Acciainoli, Dietisalvi Ne-
roni, Otto Niccolini , C^rlo da Diacceto, Simone Guiducci.
e due artefici Barlolommco Michclozzi t e Andrea Guardi.
Fu ancora in questo tempo la balìa che l'anno avanti fu
presa per cinque altri anni prolungala. Diedesi ordine, che
dove prima il podestà andava in mezzo al capitano e al
gonfaloniere, per l'avvenire il gonfaloniere v'andasse; e
nella seconda coppia il proposto fosse posto in mezzo da
due signori. Deliberossi che per maggior maestà della si-
gnoria dodici mazzieri con le mazze d'argento l'andasse
avanti ogni volta che in pubblico usciva. Ne' quali pensicii
136 dell'istorie fiorentine^
roiiliiiiiondo Matteo Morelli primo gonfaloniere dell'anno
lioi, procurò che una somma di danari si spendesse in
arazzerle e argenti per il servigio de' signori , e che lutto
le stanze dcgl'ufficj, i quali erano sotto gli archi nella corte
del Palagio, perchè quello fosse più spazioso , via si levas-
sero ; e che il mercato, che in su la piazza de' signori si fa-
ceva , in quella di santa Croce si trasferisse ; e così altri
mercati di alcune piazze in altre o maggiori o più comode
si trasmutassero. E contutlociù le cose più gravi non si tra-
lasciavano , imperocclic e' si mandò a Milano Dielisalvi Ne-
roni per tirare a' soldi della Repubblica Bartolommeo Co-
glione ; il quale dovea partirsi dal duca e andare a' servigi
de' Veneziani. E essendosi partito il re Renalo di Lombar-
dia per gli suoi stali , si aspettava Giovanni suo figliuolo .
ii quale a Firenze venisse per capitano della Repubblica
per apporlo a Ferdinando come suo vero competitore , in-
titolandosi ancor egli, per esser primogenito del re Rena-
lo, duca di Caliibria. Il quale con grand' allegrezza di tutti
venne finalmente a Firenze il 7° giorno di febbraio; per la
cui venula e balli e giostre con mirabil pompa da' signori
fur falle celebrare , come se tanti apparali e giuochi più
convenienti a tempi tranquilli, che a tempestosi, come
quelli erano, fiissero certi segni della futura pace; la quale
non tardò oltre il gonfalonerato di Manno Temperani la
quarla volta a conchiudersi tra' Veneziani e il duca, ser-
bando luogo a' confederati. Pace conchiusa più per privati
interessi, che per pubblica carità, essendo tutti parimente
stanchi delle spese , i Veneziani in particolare sbigottiti per
i successi felici del Turco , e il duca desideroso di trovar
nrm;ii dopo tante guerre riposo , e potere stabilire pacifi-
camente e senza briga così ricco e nobile imperio a" suoi
successori. Ma non seguì cos' alcuna senza consentimento
de' Fiorentini , essendo venuto a' 23 di marzo lettere del
duca a Cosimo , con le quali il pregava a non voler dalla
pace allontanarsi , quamio bene dal re Castiglione della
Pescaia e Gavorrano per ora non si riavesse, mostrando
per molte ragioni come non si dovea perciò lasciare di ab-
bracciar la pace ; e per questo lo richiedeva che gli man-
•iassc ambasciadorc , il quale in nome della Repubblica iio-
/
LIBRO VENTIDURSIMO. 137
rcnlina ncllr. conclusione di della pace intervenisse. Cosimo
conferilo il lutto co' Dieci, scrisse al Neroni , che segui-
tasse quanto pareva al duca de' fatti della pace; la quale fu
poi conchiusa in Lodi 1' nndccimo giorno di aprile , e in
Firenze a' quattordici , di solenne per la domenica dell'uli-
vo , pubblicata. Non ebbero il medesimo rispetto i Vene-
ziani al re , che il duca a' Fiorentini avea avuto , a cui cosa
alcuna della pace prima che ella fosse seguita non fecer
sentire; onde egli di ciò forte sdegnato fu piìi lardo a con-
sentirvi di quello che gli altri aderenti non fecero, maldi-
eendo con agre parole, conlra la sua natura, e con rigide
riiraoslrazioni la veneziana perfidia.
-c»:3«c@o-
DELL' ISTORIE FIORETTISI
DI
SCIPIOI\fE AMMIRATO
LIBRO VENTITREESIMO.
AnoJ 14^4-li76.
IjraiifJe fu in Firenze la letizia clie dalla nuova pace falla
sentirono i Fiorentini , per cui mostrò rallegrarsi ancor
grandemente il duca Giovanni ; il quale in memoria di essa
armò cavaliere in S. Reparata il gonfaloniere Temperane
nella frequenza del popolo , che ivi per conio delie pub-
bliche processioni per questo fine ordinate era ragunalo. La
quale allegrezza crebbe ancora mollo più , quando nel se-
condo gonfaloneralo di Dietisalvi Neroni si sentì, che i Ge-
novesi e i Sanesi V aveano ratificala , e che si credeva per
fermo, il che mollo importava, che il re eziandio la ratifi-
cherebbe, raffreddato che fosse in lui alquanto lo sdegno,
che per lo poco rispetto mostratogli da' Veneziani avea con-
ceputo. Perchè pensò la Repubblica per uscir una volta
d'affanno, che alla pace la lega fra lutti delti principi e
repubbliche aggiugner si dovesse. La quale desiderava il
papa, richiedevano i tempi, e ciascuna delle parti dovea
ornai sopra tutte le cose bramare. Perchè furono in un me-
desimo tempo mandati ambasciadori al papa Carlo Pandol-
tìni, a' Veneziani Piero de'Medici e Giannozzo Pandolfini,
e al duca di Milano Alessandro degli Alessandri, affinchè
detta lega praticassero. E intanto fu nella città tolta via la
balìa , la quale in tempo di Giannozzo Pitti fu fatta. 11 duca
di Milano volle che per riputazione de' Veneziani la lega ia
140 dkll' istorie fiorentine
Venezia trattar si dovesse ; ove egli mandò per conto suo
Guernero da Castiglione e Niccolò Arcimboldo; i quali in
compagnia degli ambasciadori fiorentini del mese d'ago-
sto, esseniio in Firenze gonfaloniere di giustizia Tommaso
Soderini la seconda volta, con gran facilità la conchiusero;
e quella per lo spazio di 25 anni fermarono a difesa degli
slati comuni, riserbando luogo al re e a' Genovesi. Ma
perchè col tratlar del re Alfonso come aderente, nel se-
condo errore non si cadesse, fur richiesti instanteraenle dai
Veneziani i confederali , che si dovessero i già detti, o al-
tri ambasciadori insieme con quelli che il lor senato eleg-
gerebbe mandare al pontefice, e pregarlo slretlamcnte che
accompagnandoli con un suo legato al re, con questa dimo-
strazione d'onore il rappacificasse, e insiemcmente ad ac-
cettar la lega il disponesse ; il che così fu fatto. 11 re Al-
fonso veduto fra questo mezzo, che i Veneziani por le cui
preghiere avca mosso la guerra in Toscana , eran fatti amici
co'Fiorenlini, scrisse a Ferdinando, che lasciato presidio in
Castiglione e in Gnvorrano a Napoli se ne tornasse: e tra
tanto apparvero in Firenze i segni delle greche calamità;
avendo un gentiluomo greco comparso da quelle parti re-
cato con se molte reverende reliquie , e un libro ove era
in lingua greca scritto il nuovo testamento , molto bello e
maravigliosamente adornato; le quali cose i signori per lo
pregio di mille fiorini d'oro comprarono. Preso poi il gon-
falonerato Giovanni Niccolini vennero in Firenze con gli
ambasciadori della Repubblica Girolamo Barbarigo e Zac-
caria Trivigiano ambasciadori del senato veneziano, e Bar-
tolommeo V^isconti vescovo di Navarra , e Alberigo Maleta
per lo duca di Milano; co' quali eletti dalla signoria per
nuovi ambasciadori Bernardetlo de' Medici e Dictisalvi Ne-
roni fur subilo lasciati partire per Roma, acciocché la tanto
desiderata lega si conchiudesse. Non perde tempo il pon-
tefice desiderosissimo sopra ciascun altro di veder prima
che morisse questa buona intelligenza tra'polentali d'Italia,
d'aiutare così pietosa e onesta domanda con la sua auto-
rità; perchè mandò al re insieme con 1' ambasceria de' con-
federati Domenico Capranica cardinale di Fermo per di-
sporlo a questa amicizia e confederazione. La qual cosa
LIBRO VENTITBEESIMO. 141
prima che avesse i! desiato fine passò tulio il gonfalone-
rato di Agnolo Acciainoli la seconda volta, nel tempo del
quale niun' altra cosa accadde , se non che Borso da Este
volle ancor egli entrare nella lega ; e Alessandro Sforza
pretendendo ingiustamente di non aver avuto l' intero soldo
da' Fiorentini, svaligiò per trentamila fiorini di robe alcuni
lor mercatanti con grande dispiacere del duca; e in Firenze
nuovi squittini si focero. Ma enirato l'anno 1455, e gonfa-
loniere di giustizia Agnolo della Stufa , poiché al re Alfonso
parve d' aver in parte ricuperalo la sua ripu'.azione , non
volendo mancare come buon principe alla causa comune, si
contentò di far la pace e di entrare nella lega universale
d'Italia, dalla quale volle che solo i Genovesi, e Gismondo
Malatesta , e Asiorre Manfredi non fossero compresi. Co-
storo due come quelli che avendo tocco da lui denari ai
servigi de' Fiorentini si erano ri\oIti, i Genovesi pcrmolle
e varie pretenienze che avea con quella nazione. Se la pace
rallegrò la Repubblica, maggiore senza comparazione fu il
piacere che sentì della lega; nella quale volle ancor en-
trare il pontefice, per anni venticinque per sé e suoi suc-
cessori ricevendola. Ritornali dunque in Roma tulli gli am-
basciadori, con giubilo universale fiir ricevuti, e fu per con-
siglio del papa conchiuso, che per comune soddisfazione di
tutta Italia si dovesse della lega far bandire a' 25 di marzo
in ogni città a' detti principi e repubbliche soltoposle. Ma
non fu a Niccola conceduto polcr lungo tempo goder il
frutto di questa tranquillila; il quale essendo già vecchio
e infermo , e dopo la perdila di Costantinopoli rade volle
vedutosi rallegrare, si mori pieno d'angoscia e d'amaritu-
dine la notte che precedelle a'2'(- di marzo- Bernardo ri-
dolfi, 11 quale risedea in quel tempo in Firenze gonfaloniere
di giustizia, nel giorno che avea con solenni cerimonie falla
pubblicare la lega , sentì la morie del papa ; la quale mo-
derò in parte cotanta allegrezza , essendo slato quel pon-
tefice per lo sue buone qualità singolarmeiiie amalo da' Fio-
rentini. E aspettandosi la creazione del successore, vennero
novelle ossero sialo crealo papa agli 8 d'aprilo Alfonso
Borgia nobile valonziano e vescovo della sua pairia, uomo
lV antica età , e perito nelle leggi civili e canoniche ; a cui
142 dell'istorie fiouentine
fu spedila una nobile ambasceria di cinque cilladini, l'ar-
civescovo Antonino, Giovanni de' Medici figliuolo di Cosi-
mo . Antonio Ridolfi fratello del gonfaloniere, Olio Nicco-
lini, e Giannozzo PandoHìni, sì per rallegrarsi seco in nome
della Repubblica della sua promozione, e sì per confortarlo
a continuare nella lega con tanta lode e cosi di fresco dal
suo predecessore fermala. Partirono gli ambasciadori di mag-
gio, essendo entralo gonfaloniere di giusUzia Piero Corsi, e
furono ricevuti da Calisto IH, che questo fu il nome del
nuovo pontefice, con molle dimostrazioni d'onore e d'amo-
revolezza; il quale non solo promise loro di voler conti-
nuare nella lega, ma mostrò com'era tempo di farne vedere
r esperienza. Conciosiacosachè Iacopo Piccinino licenzialo
dal soldo de' Veneziani e congiuntosi con Matteo di Capoa,
e con altri condottieri, quasi a somiglianza dell' antiche com-
pagnie, avesse messo insieme tante genti che faceano forma
di un giusto esercito, e con sì falla moltitudine vaga di
preda tuttavia ingrossando, ne fusse venuto in Romagna, né
si sapesse dove egli volesse volgersi. Richiedeva per que-
sto gli ambasciadori in nome della loro Repubblica, che do-'
vesserò opporsi di compagnia contra il Piccinino , quando
egli lo stalo della Chiesa, o di qualunque altro confederalo
imprendesse a molestare ; della qual cosa avutone i signori
contezza non se ne mostraron lontani, ancorché il Piccinino
passalo di Romagna in Toscana avesse mosso la guerra ai
Sanesi; co' quali se bene i Fiorentini avean fallo pace, non
aveano però obbligo di difenderli; non essendo con quel
popolo entrali in lega, anzi aveano cagione di desiderare la
loro rovina per gli aiuti dati nelle guerre passale agli Ara-
gonesi. Tra tanto il duca Giovanni si partì di Firenze aven-
do la sua condona finita, forse nel profondo del cuor suo,
non interamente soddisfallo de'Fiorenlini, veggendoli col suo
competitore rappacificati , ma ben con segni apparenti d' in-
finito contentamento, mostrando come egli non dovea per
suoi comodi invidiar la quiete e tranquillità degli amici suoi.
Per la qual cosa gli furono dalla Repubblica, perchè egli
affatto amico loro si partisse , usiile cortesissime dimostra-
zioni; avendogli olire la condona donato ventimila fiorini
d' oro di [iccunia numr rata^ novanta libbre d'ariento lavoralo
LIBRO VENTITREESIMO 14:5
in vascilaincnli da tavola di nobilissiiao arlificio, e MU)i«>
accompagnare da due reiteri, i quali in nome del comune
per tulio il dominio gli facessero le spese del pubblico. Ma
già il Piccinino trovato i Sanesi per la sicurezza della pace
sprovveduti, avea col (erro e col fuoco notabili danni fatto
in quel paese : insignoritosi di Celona, costretto ad arren-
derscgli Sartiano, e altre piccole castella occupalo; ma il
fine di questo movimento, entrato gonfaloniere di giustizia
Piero Rucellai, fu tale, che mandatogli contro dal papa Gio-
vanni conte di Ventimiglia suo capitano, dal duca di Milano
Curradt) da Fogliano e Ruberto Sanseveriio, da' Veneziani
Carlo Gonzaga e Pier Brunoro liberato di prigione da Al-
fonso ad istanza de'Veneziani, e da" Fiorentini il Simonetta ,
e col Piccinino venuti alle mani non lungi dal fiume Fiore,
il costrinsono a ritrarsi a Castiglione della Pescaia , non
senza opinione che il re Alfonso il favorisse ; né quivi potè
lungo tempo fermarsi, che rifuggito nel regno, fu da quel
re amichevolmente ricevuto. Ma Alfonso perchè non pa-
resse voler conlra tutta la lega favorire un capitano di
ventura, fece dopo alcun tempo restituire a' Sanesi le terre
tohegli dal Piccinino ; il quale da loro veni mila fiorini ri-
cevette. E benché avesse il re per un pezzo persuaso ai
confederali, che per levar \ia ogni cagione di disturbo si
dovesse conducere per capitano di essa lega il già dello
Piccinino con provisione di centomila scudi l'anno, pure
e di queslo pensiero al fine si rimosse; mostratogli dal
papa come era cosa mollo indegna, che tanti principi diven-
tassero Iribularj d'un ladrone, il quale avea con ingiuste
armi assaltalo l' Italia; le quali cose in varj tempi succe-
dute , ho in questo luogo raccolte per non averci più a ri-
tornare. I Fiorentini mentre queste cose fuori si lralta\ ano
ridussero la tratta de' signori a sorte, essendo infino a
queslo tempo dopo il 34 per le spesse balìe ripigliate
slati sempre traili dalli accoppiatori a mano; e fu il gon-
faloniere Rucellai il primo a cui fusse tocca la sorte; di
che grandemente i cittadini grandi si rallegrarono, parendo
che in questo modo meno la potenza di Cosimo, e più
quella di loro in comune avesse luogo. Imperocché costoro
i quali non per ben pubblico , ma per privati interessi
144 dell'istorie FIORENTINE
aveano la grandezza di Cosimo sostenuta, veduto che eb-
bero né per le cose di fuori essendo la guerra cessata, ne
per quelle di dentro aver piij cagion da temere, desidera-
vano graiidemenle, e soprattutto i proprj amici di Cosimo ,
che la sua potenza si diminuisse; da' quali umori in processo
di tempo seguirono dicisioni e contese g'andissime. Man-
daronsi in questo tempo quattro cittadini di grande auto-
rità a Pistoja, i quali insieme col podestà e col capitano le
differenze de' contadini acquetassero , fieramente in fra di
loro imbestialiti per antiche gare ad uccidersi l'nn l'altro.
In questa universal quiete d' Italia non parve al pontefice
tempo più da prolungare a confortare i principi e i po-
poli cristiani a pigliar l'arme contro del Turco. Per la qual
cosa mandò a Firenze nel secondo gonfaloneralo di Ber-
nardelto de' Medici maestro Giovanni da Napoli, il quale
grandemente il popolo fiorentino con le sue prediche com-
mosse, e le borse e le persone trovò pronte di chi voleva
andare a questa impresa oltre mare per spargere il sangue
per onore e mantenimento di santa fede cattolica; perchè si
fece a' 19 d'ottobre una solenne processione, ove è fama
più di ventimila anime essersi ragunale. E certo se mai si
sperarono efTetli grandi intorno questa impresa, allora parve
che ne fusse venuto il tempo, avendo due principi quasi i
più potenti d' Italia, oltre la lega, congiuntisi ancor di pa-
rentado insieme , come per un araldo del re Alfonso fu
pubblicato in Firenze, il qual fece intendere per parte del
suo re a' signori, come egli avea ad Alfonso suo nipote fi-
gliuolo di Ferdinando dato una figliuola del duca Francesco
per moglie, e a una sorella di esso Alfonso avea Gio. Ga-
leazzo figliuolo del detto duca dato per marito: la qual cosa
diceva aver voluto far intendere a quella Repubblica sa-
pendo la gran bcnivolenza, che ella e il duca si portavano
insieme, affine che ancor egli entrasse per terzo in quella
così cara amicizia e fratellanza. Fu sommamente ringraziato
il re di così amorevoli dimostrazioni; e l'Araldo ne fu con
danari e con vestimenti a Napoli rimandalo. Non succede
poi cos' alcuna degna di memoria, uè per lo line di quel-
l'anno, che risedette gonfaloniere di giustizia Francesco
del B nino , nò per tulli i due primi dell'anno Ut'òl] di
LIBRO VENTITREESIMO. 143
MarioUo Benvenuti, e di Francesco Venturi amendue la
seconda volta- Quello di Domenico Martelli fu alquanto
spaventoso per una cometa apparila nel cielo di maravi-
giiosa grandezza, la quale continuò cinquanta giorni a ve-
dersi con una coda lunghissima di color d' oro volta verso .
i! levante , la quale divenuta di color di fuoco , venne a
poco a poco mancando , verso iramonlana a spegnersi.
Riferivano ancor uomini degni di fede, e così lascia-
rono notato molli scrittori, essere in Roma piovuto sangue,
in quel di Genova carne; ne' Sabini esser nato un vitello
con due capi, e nella Marca d' Ancona un bambino con sei
denti col volto di maravigliosa grandezza, i quali prodigi
da di\ersi furono diversamente interpretali, secondo nei
loro paesi le cose prospere o avverse succedettero. Ma in
Firenze entrato gonfaloniere di giustizia Daniello Canigia-
ni , non ebbe lungo tempo a dubitarsi quello che per tali
sogni l'ira di Dio minacciasse, e nondimeno fu poco prima
la città d'una lieta novella grandemente rallegrata. Questa
fu la copia di una lellera scritta al pontefice dal cardinale
di Sant'Angelo suo legato in Ungheria della vittoria, che
gli Ungheri conlra Maometto imperadore de' Turchi aveanu
avuto; il quale insuperbito dell'acquisto di Costantinopoli,
e per questo venutone con centocinquantamila uomini a
Belgrado e a cattivo termine condottolo , fu dalla virtù di
Giovanni Corvino Vaivoda della Transilvania e capitano va-
loroso , e da Giovanni da Capistrano frale dell'ordine di
S. Francesco uomo di santissima vita, da quell'assedio con
strage grandissima de' Turchi ributtalo; la qual vittoria co-
me che avesse a ciascuno potuto far vedere, che non era
del tutto impossibile, che quella fiera nazione si potesse
vìncere, il che doveva accendere le forze de'Cristiani cen-
tra infedeli, raffreddò nondimeno in guisa gli animi di tulli
i principi italiani, come fosse cessato interamente quel ti-
more che dall'armi loro si avea, che poco piii s'ebbe l'ani-
mo a quella improsa, volendo ciascuno attendere a cavar i
frutti di quella pace, che tanto tempo in Italia era slata desi-
derata, ma non sperata. Era ancor fresca la letizia della
fuga del Turco, e dell' assedio sciolto a Belgrado , quando
per una tempesta di cui non si legge nò prima ne dopo
Ami. Voi.. V. 10
146 OELLISTOUIE FIOUE.NTI^E
infino a qucsli tempi per memoria di scrittori esserne stala
alcuna altra simile in Toscana, fu grandemente la Repub-
blica sbigottita. Apparì nelle parti di Valdt'lsa di là di Lu-
cardo la mattina de' 22 d'agosto alquanto innanzi a! dì una
gran qnaiililà di nugoli neri e folti, e tanto bassi a terra,
che non più di venti braccia era la lor maggiore altezza ,
e meno d'un miglio d'ampiezza occupavano, i quali cam-
minando verso S. Casciano, e per la via di S. Maria Im-
pruneta, in pian di Ripoli, e quindi passalo Arno , poco
più in là di Seltigna no e di Vincigliala si distesero quasi
un corso di venti miglia. Da questo così fatto turbine com-
mosso da un terribile e impetuoso soffiamento di venti in
fra di loro contrarj uscivano senza alcun intervallo spaven-
tosi baleni, i quali secondo la forza di quel venie, nel
quale prima incontravano, così essi or di salire verso il
cielo, e or di calare a terra, e ora di volf^ersi in giro e
urtarsi e percuotersi insieme eran costretti; per la qual
zuffa era sì grande il rumore e lo strepito, che parca che-
la terra e '1 cielo rovinasse ; perchè gli effetti di tal lem-
pesta ov' ella potè esercitar il furor suo, furono sopra ogni
credenza stupendi e raaravigliosi, conciossiacbè non solo
ella abbattesse case, sbarbasse alberi, uccidesse animali,
e trasportasse uomini insieme co'carri e con le bestie d'un
luogo in un altro , ma quello che ogni maraviglia ecce-
deva, fu che alcuni luoghi gillali, non tutti per un ver-
so, come il vento suol fare cadevano, ma d'una me-
desima muraglia una parte vers-o tramontana e im' allra
verso mezzodì si vedeva abbattuta, come in un palagio
de' Vettori presso a S. Casciano m potè vedere. Una casa
d'un lavoratore fu tagliata d<il palco in su tutta per un
verso braccia otto, e per l'altro quindici, e portata di netto
braccia venti discosto senza lasciare in sul palco un matlone
o un calcinaccio. Ad un contadino, il quale avea in casa
parecchie moggia di grano, In portato via tulio per una fi-
nestra ferrata senza avere fatto nocumento alcuno all' abi-
tazione. Ad un altro ne fu tratto un bugnolo pieno e por-
talo iu campo senza versarne un granello. Lungo sarebbe
a racconlare i diversi e strani accidenti che per quella
tempesta si videro in lutti i luoghi onde ella passò; i quali
LIBRO VENTITREESIMO. 147
diligentemente da Giovanni Riicellai in un libro furono r;ic-
coiti; perchè si penò molli dì prima che per le strade
pubbliche si fusse potuto passare por le quorcie e per gli
altri alberi, cosi selvaggi come domestici, da' quali erano
attraversale. Né solo i palagi e le case private, ma nò al-
cune chiese al servigio di Dio dedicale dal rabbioso im-
peto di così fatto turbine si poterono difendere. Per la
qual cosa fu spelta olo veramente lagrimoso , cessola che
fu la tempesta, 1' andar di luogo in luogo i danni palili
considerando. Ma parve che Iddio non solo la Toscana a-
vesse voluto minacciare, ma come poi s' intese anche il re-
guo di Napoli, dove nell' ultimo mese dell'anno, che in Fi-
renze era gonfaloniere di giustizia Barlolommeo Lenzi, il
quale a Donalo Cocchi gonlaloniere per settembre e otto-
bre era succeduto, i danni furono senza comparazione mag-
giori; imperocché per ccrli tremoti , i quali a' 5 di dicem-
bre incominciarono, e poi andaron sempre maggiormente
crescendo per tulio il fine dell'anno, molte castella, e città
intere furono disfatte, e meglio che trentamila persone peri-
tovi, e fu luogo ove non si poteva a quattro miglia appressare
per lo puzzo de' corpi morti. Erano per altro le cose mollo
quiete, onde attese la signoria col gonfaloniere I^enzi a provve-
dere che i pubblici interessi scemassero, de'quali la Repub-
blica per le passate spese mollo abbondava. Ma entrato
r anno 1457 gonfaloniere di giustizia Andrea della Stufa
furono uditi gli ambasciadori de' Sanesi, che riferivano co-
me la loro repubblica avca la città di Siena di molli suoi
nimìci purgata , i quali conosceva essere anco poco amici
de'Fiorenlini; e che per questo ella intendca di vivere in
pace e in buona fratellanza con la Repubblica di Firenze,
da'cui consigli e conforti non mai si discosterebbe, e che
perciò desiderava di far la lega insieme per meglio slabi-
lire questa loro amicizia. Furono sommamente ringraziali
i Sanesi per un ambasciadore mandatovi dalla signoria en-
trata con Francesco Bonsi , ma non però vollero entrare
in pratiche di lega, slimando che questo punto contenesse
in se di molte cose dubbiose. Matteo Morelli prese ap-
presso il gonfalonerato la seconda volta , il quale fece
molle provvisioni intorno gli avanzi del comune, imperocché
148 dell'istorie fiorentine
e levò le doli posle sul raonle a' figliuoli maschi, e pose
gabelle a chi falle o riscosse l'avesse. Fecesi una riforma-
gione, che il tempo di certe paghe sostenute, le quali si
aveano a pagare si prolungasse ; che tutti i giudei della
città e contarlo, i quali denari de' Fiorentini tenessero,
quelli sotto gravissime pene dovessero palesare, pagan-
done dieci per certo al comune; la qual porzione mettes-
sero a conto del capitale o degli interessi di cui fussero.
Poi fu tratto gonfaloniere la seconda volta Simone Gui-
ducci, nel qual tempo la pestilenza facea gran danno nella
ciltà, da che presero alcuni cittadini occasione di far no-
vità, stimando che per votarsi la terra di genti leggiermente
sarebbe venuto lor fallo quello che disegnavano. Capo di
questa congiura fu Piero de' Ricci figliuolo di Giovacchino,
seguitato da Alamanno degli Adimari, e da un figliuolo ba-
stardo di Niccolò Valori cognominalo il Bolticello , uomini
nobili, ma scellerati e di perduta speranza; de' quali mentre
il Ricci cerca tirare in sua compagnia un altro cittadino , il
cui nome fu Francesco di Vermiglio, da lui alla nuova si-
ji,noria entrata con Francesco Ginori fu tutto il trattato sco-
perto. Fur poste le mani addosso al Ricci, non essendosi
gli altri potuti avere; il quale messo alla colla e rigida-
mente esaminalo, palesò cose mollo gravi ordite contro la
Repubblica, ammazzamenti, arsioni, e mutazioni grandissi-
me. E credendo col nominar allri fuggire o almeno di--
minuire il gasligo che gli si doveva, confessò olire alcun altro
Carlo de'Birdi figliuolo di Lipaccio; il quale per esser tro-
valo innocente fu liberato, e al Ricci la manina de' 16 di set-
tembre a piò del palagio del podestà mozza la lesta. Al Ver-
miglio in premio del palesalo tradimento furono dulia Repub-
blica date l'arme in vita, conceduto per dieci anni i lava-
toi di Pisa , fiittolo esente delle gravezze , e molti altri be-
neficj conferitili. Cessalo questo tumulto atlese la Repubblica
a trovare tuttavia modi da rifarsi; e per tal conto si fece
una legge in materia di paghe riscosse per polize da per-
sone che non erano sue; onde si trasse buona quantità di
denari. Tennesi poi per alcuni una pratica mollo stretta d'ar-
dere lo squillino de' priori fatto l'anno 1453 in tempo del
Morelli; ma perchè non si volea fare Icgitlimamenle , e di
LIBRO VENTITREESIMO. 149
conseiilinieiìlo del popolo, Cosimo de' Medici in conio al-
cuno non vi avca voluto acconsentire, sentendo gran con-
forto, che quelli cittadini , i quali non aveano voluto che
più la balìa si ripigliasse , ma che la sorte prevalesse, si ac-
corgessero dell'errore che aveano fatto: poiché in questo
modo procedendo , non a lui a cui non mancava il favor
del popolo, ma a sé stessi avean toltola riputazione; per-
ciocché allargate le borse, e ammesse negli ufRcj e ne' gradi
molte persone , non si avca più loro quel rispetto e rive-
renza che si solca a\erc, ma indistintamente erano come
gli altri trattati, e bene spesso da quelli che gli erano siali
inferiori, e aveanli talora scherniti e oltratigiati , erano vi-
cendevolmente ancor essi belTati e olTisi. La qual cosa ap-
pari molto più esser vera passalo che fu il gonfalonoralo di
Luigi Guicciardini la seconda volta. Venuto adunque l'anno
1458, e preso il sommo magistrato da Nofri del Caccia , il
padre del quale era il primo della sua famiglia entralo nel
governo della Repubblica, e il suo gonfaloneralo il mille-
simo dopo che la Repubblica da Baldo Rudoli incomincian-
do , avea l'anno 1293 a quel magistrato dato principio, parve
a'signori tutti intenti a veder di cavare il comune di debi-
to, che si facesse un nuovo calaste simile a quello del 27
a che furono subilo deputali dieci cittadini , i quali fra
il termine d'un anno dovessero averlo messo. La qual
cosa i grandi soprammodo sbigotli ; perchè tulli si rislrin-
siro intorno a Cosimo, pregandolo, che non permettesse
che dalla plebe, e da questa nuova gente fossero sopraffal-
li, e che per questo non attardasse a riprendere la balìa ,
col mezzo della quale egli avea sempre mantenuto gli amici
suoi grandi, e la casa sua potente. Ma Cosimo perseverava
costante a non voler ricorrere a' modi slraoniinatj, ove dalla
necessità non fosse costretto. Intanto vennero avvisi come
Casliglione della Pescaia ribellato al re d' Aragona per opera
di certi mandriani, di nuovo a devozione della Repubblica
era tornalo. Ma non volendo i signori che por un castello
si fallo si avesse da capo ad accendere la guerra in Tosca-
na, n'avvisarono il re ; e benché quello fusse prima stalo
del lor dominio, mostrarono tenerlo a sua istanza, la qual
profcrta non fu dal re rifiutala. Seguì gonfaloniere di giù-
130 DELI.' ISTORIE FIORENTINE
sliria per marzo e aprile Matteo Bartoli; il quale volendo
conlra la volontà di Cosimo a' conforti dei sopraddetti cit-
tadini far il parlamento, non gli fu da' compagni aeconsen-
lilo, anzi schernito da loro, fu a far quasi lulto il contra-
rio sforzato ; impcrochè e'si vinse, che non si potesse far
balia nessuna per l'avvenire , se prima per le nove fave nere
Ira' signori non si vincesse , e dipoi tra' signori e collegi per
tutte le fave nere non s' approvasse, e di mano in mano per
lo consiglio del popolo e del comune, e del dugenlo non
passasse , sottomettendo a gravi pene il proposto, e poscia
i signori che a questa legge contravvenissero. Ma per uno
strano accidente portò la cillà pericolo di sollevazione. Ciò
fu r improntitudine d'un frale di S. Francesco milanese
della casa de' Visconti, i! quale per molte prediche avea
preso a mostrare come si potea legillimanien'.e torre a' giu-
dei lulto quello che essi tenevano , come roba che vera-
mente non era loro, ma guadagnata altrui con usure: il
quale benché dall' arcivesrovo gli fosse detto che attendesse
ad altra materia per non far sollevare il popolo, da questi
sua malta impresa non si volea rimanere. Perchè la signo-
ria gli mandò in su le Ire ore della notte due mazzieri ,
che in quell' istess' olla fuor della porla della città l'acco-
miatarono , con ordine che fra tre dì si trovasse avere sgom-
bro i terreni della Repubblica.
Nel terzo gonfaloncrato di Ugolino Martelli non succede
nella cillà cos' alcuna di nuovo, se non (he s'ebbero novelle
di fuori, come Pierino Fregoso doge di Genova non potendo
più ripararsi dalla guerra, che il re Alfonso gli facea, per di-
sperazione avea dato la cillà a Carlo VII re di Francia, e in
nome del re il duca Giovanni d'Angiò era venuto a pigliarne il
possesso. La qualcosa fu a'cittadini di somma letizia, sì per
l'amicizia che aveano col duca Giovanni, e sì perchè parca loro
d'aver trovalo senza spendere uno scudo da opporre al re Al-
fonso, quando mai per desiderio di cose nuove dalla congiun-
zion della lega si dipartisse , e sotto qualche occasione gli al-
trui stati imprendesse a infestare. Ma il re Alfunso sopraggiun-
to dal giorno estremo delia morte, ne co' Genovesi, nò col
duca ebbe più a travagliarsi , avendo lascialo per aver troppo
voluto, un grave nimico a Ferdinando suo figliuolo. Non
LllSKU \ t;> 1 I IHlitM-HU.
ostante qtiel che si è dotto, perchè appartiene alla nostra
fede ii riassumere la natura e i coslnmi d' un preclarissimo
re, il quale, e i successori del quale ebbero tanto che fare
co' Fiorentini, e col resto d' Italia, diremo con verità tutte
quelle virtù che possono fare un re chiaro e famoso, essere
slate in Alfonso I. E fu cosa degna di maraviglia , che es-
sendo egli gran guerriero apprezzasse cotanto le lettere, e
che con essere cotanto vago di quello , attendesse con pari
affetto all'opere militari. Non solo fu liberale premiando
largamente chi il meritava, ma fu più volte veduto con le
proprie mani porgere aiulo ad uomini di privatissima con-
dizione. Fu tenerissimo co' suoi, e nondimeno sostenne con
gravità reale le morti di quelli. Ancorché egli e per ispo-
rienza , e per senno naturale fu>;se s.tvio e prudente piin-
cipc , non di.sprczzava i consigli d'alcuno. Nei casi prosperi
r,on isvaniva, e gli avversi non lo sbigottivano. Osservò
giuslizia infìno con sé medesimo, onde senza torre al fra-
tello i regni ereditar] , volle che il figliuolo si contentasse
di quello che egli s'avea con l'arme acquistato, intero os-
servatore fu di quello che prometteva, si fattamente, che
non che Filippo duca di Milano si pentisse d'averlo liberato,
ma il volle instituire suo erede. In tante sue virtù potè
tanto in lui con le forze della sua bellezza Lucrezia d'Ala-
gli a , che patì che ella trattasse in corle di Roma se possi-
bil fusse che il re sciolto dal primo matrimonio come ste-
rile , col suo si congiugnesse, se pure cerio che ciò non
potesse avvenire , non si fosse compiaciuto dar questa ap-
parente soddisfazione a chi cotanto amava. Le novelle della
sua morte non prima a Firenze arrivarono , essendo morto
verso gli ultimi giorni di giugno, che fosse la terza volta
entrato gonfaloniere di giuslizia Luca Pitti. Era Luca come
altrove abbiam dimostrato uomo animoso e audace , e per
essere egli uno di quei cittadini, a cui né il catasto, né
questo slato cos'i largo piaceva, fu subitamente, ricevuto
che ebbe il magistrato, da'compagni in palazzo andato a
trovare , e con molte parole i prissali e presenti umori rian-
dando , gli mostraroC'; come a viver grandi e riveriti bi-
sognava far nu^^ro parlamento, riassumer lo slato, e insomma
con il ritstrignere lo borse reprimere la temerità della plebe
JÌ)Z DELL ISTORIE FIOKb.MlAK
c degli nomini nuovi; ]a quale mollo parca che fosse per
ondare surgcndo. Ma Luca volendo in un medesimo tempo
accompagni e [a Cosimo soddisfare, si pose a lenlare se per
via di petizione potesse il medesimo fine conseguire ; mo-
strando come era necessario ripigliar le borse , far nuovi
squillini, eleggere accoppiatori, e ad altre occorrenze simili
provvedere", la qual petizione in modo alcuno vincer non si
polca. E dove camminando la pratica per le fave segrete era
difficollà, che i grandi 1' avesser potuta spuntare, l'audacia
di Girolamo Machiavelli dottor di leggi die la causa vinta
in mano degli avversarj. Costui opponendosi con parole bal-
danzose contro do' signori diceva; a che fine doversi a que-
sto tempo simil petizione proporre ? che sospetto, quale ni-
mici deniro o fuori apparire che a ricorrere a sì falli par-
titi l'avesse a coslrignere ? se si aveano a trovar danari,
che cosa meglio potersi immaginare del catasto, trovato ri-
medio eccellentissimo per conservare 1' equalila- Alcun in-
ganno dunque star nascosto sotto questo velame , il quale
era da torre dinanzi agli occhi degli altri cittadini, per non
starsene al buio de' falli della loro Repubblica. Non vedere
quali opere o quali meriti concorrer sì grandi in que' po-
lenti, che tenendo gli allri a guisa di servi esclusi dal go-
verno del lor comune, eglino a lor posta a guisa di tiranni
tutte le cose manoggiassero. Queste e simili parole delle
con molla licenza dal Machiavelli fecero l'ira dc'signori,
sdegnali di non poler quel che bramavano conseguire, vol-
ger centra di lui; perchè fattolo pigliare e incontinente porre
alla fune, il fecero da"rellori addomandare, col caldo dt cui
egli si era posto a parlare con tanlo poco rispetto de'suot
signori; che nuovi vocaboli di servi e di tiranni aver semi-
nalo in una città libera; e insomma quali pratiche tener pa-
lesi 0 segrete contra il quieto e pacifico sialo della Re-
pubblica. 11 Machiavelli vinto dalla forza de' tormenti con-
fessò aver intelligenza con molti cittadini, a' quali le mede-
sime cose che egli aborriva dispiacevano, e per principali
compagni nominò Antonio Rarbadori e Carlo Benizi; i quali
presi e posti ancor essi alla fune, quel che il Machiavelli ave»
dello confermarono; perchè trovalo il vilupj-.ì esser grande,
parve a Luca, e a Cosimo istesso, il quale però luila que-
LIDRO VENTITREESIMO. 153
sfa pralira dall' arln'trio di Luca lasciò guidare, che in ogni
modo si dovesse fare pailamcnio. Fallo venir dunque in
piazza di molti soldati con Tarme, e prese e forlificate le
bocche onde in essa si entrava, perchè scandolo non se-
guisse, fu al suono della campana grossa il popolo a par-
lamento chiamalo ; e sceso i signori in ringhiera, e preso
in loro, e circa dugen'.o cinquanta altri cittadini balìa am-
pissima, senza esser rumore seguilo, ne fu ciascuno a casa
mandato. Fccersi dagli elettori gli squittinì, gli accoppiatori
i segrotarj e tulle l'altre provisioni, che essi stiranrono es-
ser necessarie, ma sopratlulto a'17 d'agoslo il Machiavelli, il
Barbadori, e il Benizi con quattordici altri cittadini confina-
rono, parte de'quali anco in dai ari fur condennali. Crearonsi
in questo tempo gli Olio di balìa, che così s'avessero a far
sempre per 1' avvenire, i quali credo sian quelli, che furono
jìoi chiamati gl'Olio di pratica, e bandironsi cinque galee
|)or diversi loro viaggi. Il gonfaloniere per aver bene am-
ministrala la Repubblica crelibe appo lutti in tanta aulorilà
e riputazione, che non più Cosimo che Luca era come prin-
cipe della Repubblica riguardato. A lui chi avea d'alcuna
cosa bisogno ricorreva. A lui si facevano doni e presenti
grandissimi, egli a guisa di principe era per le strade ri-
verito, in casa visilalo, in palazzo accompagnato, nelle chic-
se, nelle ragunanze , ne' luoghi pubblici, o privali ceduto-
gli e datogli luogo per tutto. Nò egli mancav.i ad aciTCscersi
i favori del popolo mostrandosi cortese a tulli con le paro-
le, coi favori, con la piacevolezza, e con ogni sorte di gen-
tilezza, e d'umanità; sì fattamente che aiutato, onorato, e
servito da tutti ebbe ardire di por mano a due edificj l'uno
dentro, e l'altro fuori della citlà, più tosto a guisa di re,
che di privalo cittadino. Nò fu dubbio, che con quello della
cillà avesse cerco di avanzare quello di Cosimo , della cui
potenza sì scoperse in quesla sua grandezza esser fatto e-
mulo e concorrente ; il che dimostrò con l' impresa della
bombarda, la quale come se \\ fosse stato dato fuoco, traeva
una palla , quasi egli avesse abba'.tuto la grandezza de'Me-
dici, di cui sono insegne le palle. Ma poco innanzi che
queste cose succedessero era in Roma Calisto di questa vita
partitosi; e poscia a' 23 del mese Enea Piccolomini, di cui
154 DELI.' ISTORIE FIORENTINE
dì sopra si parlò, succcdulogli nel ponlificalo ; i! quale per
dimoslrare per avventura 1' oKima disposizione dell' animo
suo , Pio li volle esser chiamalo. A costui furono cinque
ambasciadori deputati, l'arcivescovo Antonino, Pier Fran-
cesco de' Medici nipote di Cosimo, quello che alla sua cu-
ra dicemmo essergli stalo lascialo dal fratello , Piero de'Paz-
zi, Guglielmo Rucellai , e Luigi Guicciardini, i quali si par-
tirono nel principio del gonfalonerato di Olio Niccolini la
terza volta. In questo tempo imperocché avvenne , die quasi
tutti gli stali d'Italia mutassero principe, essendo anco in
Venezia mutalo il doge l'anno passato , vennero alla Repub-
blica lellere così del re Ferdinando di Napoli , come del
duca Giovanni di Genova, perle quali mostravano voler vi-
vere in buona pace e concordia con la Repubblica, il che
fu sommamente aggra lito. E come avviene quando si vis e
in pace di pensare a' comodi degli siali, deliberarono i Fio-
lentini di metter Arno in canale, cosa molte volle tentala.
ma non mai posta ad effetto , e fu questa cura assegnala a
(Cosimo e a Luca Pilli con quallro altri cittadini. Poi en-
tralo ultimo gonfaloniere di queir anno Bardo Allovili di
nuovo al confinare, e all'ammonire si ritornò; e trovalo
che il comune era da' ministri delle porle . e della dogana
ingordamente rubalo , se ne fece severissima giustizia, aven-
done oltre molli ammoniti, cinque in Firenze, due in Pisa,
e quattro in Arezzo fallo impiccare per la goln; oltre un al-
tro ciie da sé stesso s'uccise in prigione. In tempo di Ru-
berto Sostegni primo gonfaloniere dell'anno 1459, durando
ancor la balia, si fece un consiglio mollo ristrclto del conio.
Si vinse che i signori , i quali erano delti priori dell' arti ,
per l'avvenire si chiamassero priori di libertà; e il penno-
ne, che al nuovo gonfaloniere si solca dare dal podestà, da
quindi innanzi si desse dal vecchio gonfaloniere; co' quali
ordini terminò 1' autorità della bal'ia.
Ma tutta Italia era volta all'ardente affollo del nuovd pon-
tefice, il quale d'ogn'allro pensiero spogliatosi, solo a trovar ri-
medi come alla ognor crescente potenza di Maometto riparar
potesse attendeva. Perchè mandato Latino Orsino suo legalo a
dar rinvestitura del regno a Ferdinando, giudicando parlilo più
quieto il confermar uno, il quale era in possesso, che averlo a
LIBRO VENTITRERSIMO. 15S
chiamar di fuori, egli se ne venne a Siena per passar a Man-
tova, ove avea convocalo tulli i principi cristiani o loro am-
basciadori per consultar delia guerra che s" avea a muover
contro a' Turchi. Fu dunque cura di Agnolo Vellori seguente
gonfaloniere, che il pontefice e gli altri signori che per la
sua venula a Firenze s'aspettavano , fossero raagniflcaraenlc
ricevuti, de'quali il primo che alla città venisse fu Giovanni
Galeazzo Sforza primogenito del dura di Milano accompa-
gnalo da Ircccnlocinquanla cavalli; il quale da Cosimo nel
suo magnifico paligio fu con pompa reale alloggialo. Venne
il seguente giorno (ìismondo Malatesta signor di Rimini, e
di mano in mano i signori di Forlì, di Carpi, il fratello del
conte d'Urbino, e alcuni cardinali sopraggiunscro infino a'25
d'aprile, ne! qua! dì arrivò il papa , a cui ricevuto con le
solite pompe, le consuete stanze di S. Maria Novella furono
assegnate. Non ispese mai la Repubblica nella venula di
principe alcuno t.into profusamente , quanto fece allora ,
massimamente per intratlencre con diversi spellaceli Gio-
vanni Galeazzo , a cui per la sua fresca età si polca cre-
dere che simili diletti aggradissero; per la qual cosa se
gli fecero balli , giostre , cacce . e armeggierie molto ric-
che. Nella caccia fatta in su la piazza di S. Croce, oltre le
fiere di mandria, furono condotti lupi, cignali, lioni, e una
giraffa. Donaronsigli in vassellamenti da tavola cenloventi-
cinque libbre d'argento. Questa comune allegrezza della
città intorbidò la morte del santo arcivescovo ; la quale segni
il primo giorno del gonfaloneralo di Bernardo Gherardi. Fu
gran segno della sua carità verso i poveri , ninna cosa es-
sersegli nella morti* trovala, altro che un cucchiaio d'ar-
gento. Il papa avendolo grandemente lodato, si partì il
quinto giorno di quel mese, essendo di due giorni prima
parlilo Gio. Galeazzo , e prima che a Bologna fusse arri-
vato pronunziò arcivescovo della città Orlando Sonarli cit-
tadino fiorentino, che era in quel tempo auditore di ruota ,
e riputalo per uomo di vita incorrotta; il quale venne ali.»
città senza voler pompa alcuna il lo*^ giorno di luglio, ri-
sedendo gonfaloniere di giustizia Lionardo Barlolini. Non
molli giorni da poi si morì in Firenze in andando per le-
galo del papa all' imperadore Iacopo cardinale di Lisbona,
loG DELL ISTORIE FIORENTINR
1)011 figliuolo del re di Portogallo, come scrive 1' Orufrif.,
ma ben della casa realo, e (igiiuolo di quel Pielro, il quale
capitò a Firenze, di cui altro\c abbiamo fallo menzione in
questa istoria. Fu seppellito con molto onore a S- Minialo,
sì per la grandezza del sangue , e per esser cugino del-
l' imperalrice Leonora, e si perchè egli il valse per meriti
suoi particolari. Scrivesi di costui , che essendogli dello
da'medici, che usando il coito, camperebbe leggiermente di
quel male, volle prima aspettar la morte, che ricomprar la
vita col prezzo del peccato, il che gli si potè a tanto mag-
gior lode recare, quanto che non avea ancor egli il venti-
settesimo anno della sua età fornito. Nel gonfalonerato di
iSicolao degli Alessandri, passando in Livorno il duca Gio-
vanni con un'armata di venli galee chiamalo da alcuni ba-
roni del regno contra Ferdinando, ricevè da' ministri della
ttcpubblica onori grandissimi. Gio. C.-ihigiani ultimo gonfa-
loniere di quell'anno creò in luogo del Poggio morto se-
gretario de' signori Benedetto Accolti aretino. Ma il pon-
tefice ritrovale maggiori difficoltà, che non avea prima sti-
mato nell'impresa da farsi contra Turchi, e sentendo la
guerra essere accesa noi regno tra Ferdinando e il duca
Giovanni, deliberò tornarsene a Roma. Giunse a F'irenze
a' 27 giorni dell'anno 1460, che fu gonfaloniere la seconda
volta Francesco Orlandi , e non essendovisi più che due
giorni fermato, segn'i il cammino verso Siena. All' Orlandi
Iacopo Mazzinghi, e al Mazzinghi Silvestro Lapi succe-
dette , stando i Fiorentini a vedere a che fine le contese
del regno fra il re, e il duca dovessero riuscire. Quando
vennero anibascindori dell' uno e dell'altro alla città, Fer-
dinando in virtù della lega, e il duca Giovanni per l'an-
tica amicizia che quel popolo avea avuto con la casa di
Francia , domandando d' essere aiutali. Non parca alla Re-
pubblica che ella fosse astretta più dall' obbligo della lega ;
la quale per 1' arme mosse dal Piccinino in Toscana stima-
vano essere dal re Alfonso slata violata. Prevaleva dunque
l'amicizia dc'Franzcsi, e per questo si fece un decreto,
che il duca Giovanni di ottomila fiorini 1' anno dovesse es-
ser soccorso, mentre egli penasse ad acquistare il reame
di Napoli; ma per consiglio di Cosimo ne fu sospesa la
i
LIBRO VE?«TITREESIMO. 157
pubblicazione, raenlre sopra ciò s'avesse il giudizio del
duca Francesco ; il quale non che a ciò acconsentisse , ma
mostrò aver deliberalo di soccorrere con tutte le sue forze
Ferdinando, e in questa sentenza aver tratto il pontefice:
alla quale non essersi mosso per rispetto del parentado ,
quanto perchè così stimava prr molte ragioni esser utile al
buono e tranquillo stalo d'Italia. Fu dunque in Firenze
dopo molle dispule conehiuso che il decreto si dovesse an-
nullare , e che la Repubblica seguendo in ciò il giudizio
de' Veneziani di questa guerra non si dovesse impacciare,
né al re , ne al duca, né in palese, né in segreto prestando
aiuto 0 disaiuto alcuno Per la qual risoluzione furono gli
ambasciadori a' loro principi rimandati con cortesi parole ,
scusandosi se per esser la loro Repubblica oppressa di molli
debili non potea a nissundi loro esser d' alcun giovamento.
Intanto fu condotto a Firenze Girolamo Machiavelli preso
in Lunigiana per poca fede d'un di quelli marchesi, men-
tre circondando l' Italia andava diversi principi contra la pa-
tria sollevando ; il quale tormentalo aspramente per sentire
le pratiche eh' egli in quest' ultimo tempo avea tenuto , si
morì per i disagi patiti prigione nel seguente gonfalonerato
di Tommaso Soderini la terza volta ; essendo stalo cagione
<li far confinare più di venticinque altri cittadini da lui no-
minati; di ripigliar per cinque altri anni a mano le borse,
e di propor certi premj a chiunque uccidesse alcuno ribello.
Ma Ferdinando veggendo non trar da' Fiorentini altro che
parole, e essendo gagliardamente molestalo dal duca Gio-
vanni , mandò nel gonfalonerato di Giovanni del Caccia per
un suo ambasciadore, protestandosi di lulli i danni e inte-
ressi, che per la inosservanza della lega fattagli da' Fioren-
tini era per patire ; e il medesimo fu protestato da un gen-
tiluomo del re Giovanni d'Aragona zio di Ferdinando. A
che fu risposto non essere la Repubblica ad obbligo alcuno
tenuta, e per questo non potersi accus.!rc d'inosservanza.
Come provarono con ragioni e con scritture, delle quali fe-
cero più loro notaj rogare, per potersi con quelle difen-
dere dinanzi al cospetto di lutti i principi d' Italia ; benché
fosser certi i Veneziani sentire il medesimo che essi sen-
tivano. In lempo del gonfaloniere Francesco Cigliamoilii
158 dell'istorie fiorentine
capitarono a P'irenze ambasciadori d'alcune parti di Persia,
d' Ermeaia, e dell' inaperadore di Trebisonda , i quali anda-
vano ai papa per chiedere aiuto contro la potenza de'Tui-
chi, non essendogli ancor noto, come assaltato già con po-
tentissima armata l'infelice loro impcradore Davit da Mao-
metto, e dell' imperio e non molto da poi della vita era stalo
spogliato. Nò altro operarono gli apparati de'Cristiani oc-
cidentali, che a metter sospetto al Turco, perchè con tanta
maggior solleritudine affrellasse la ro\ina delle sventurate
reliquie de' Greci; i quali forte lemea, che di porti, d'ar-
mi, e. di consiglio, e d'ogn' altra cosa necessaria gli uomini
e l'armate che aspettavano di qua non aiutassero. Eranno
de' detti ambasciadori de' discendenti del poeta Dante Ali-
ghieri; perchè fu da' Fiorentini volentieri veduto e accarez-
zato. Piero de' Medici figliuolo di Cosimo prese il primo
gonfalonerato dell'anno 1461 a cui Bernardo Corbinelli ,
Franco Sacchi Ili la seconda volta, e Guido Bonciani suc-
cederono , continuando sempre la città nella solita quiete;
la quale Cosimo sciolto da ogn' altro pensiero altendeva così
dentro come di fuori maravigliosamente ad ornare; massi-
mamente poiché s' avvide esser quasi stato ingannalo dal
duca Francesco, il quale promessogli in minor fortuna se
mai diventava signore di Milano di far per i Fiorentini l'im-
presa di Lucca, non se n'era poi voluto travagliare. Bava-
gli ancor noia il vedere, che i citta dini grandi diventati in-
solenti usavano troppo acerbamente la loro autorità, né egli
per la vecchiaia potea quella cura aver più delle cose pub-
bliche come solca. Per la qual rosa accomodandosi coi
tempi e con gli pnni slimò non poter meglio impiegare il
suo sludio, che in abbellir quella patria , da cui avea co-
tanta riputazione acquistata, e per mezz o di quelle opere ,
le quali sono commendate da'Cristiani aprirsi , in quanto le
umane forze si stendono, la strada del cielo. Attendea dun-
que tuttavia a murare , a instaurare , ad abbellire con pit-
ture, e con altri ornamenti in Mugello una chiesa di frati
minori; ne' monti di Fiesole S, Girolamo, e la Badia, in
Firenze il convento di S. Marco, il tempio di S- Lorenzo.
e il monastero di S. V^erdiana. Avea confortato i gio vani fio-
rcniiiii alli slulj delle lettere greche, e per questo co ndolto
LIBRO VENTITREESIMO. 159
a Firenze l'Argiropolo poco innanzi dalle ro\ ine della Grt.-
(ia scampalo. A Marsilio Filino concedeva ville e opportu-
nità necessarie al sostentamenlo della vita, perchè potesse
a bell'agio attendere alla traduzione di Platone E perchè
alia cultura non mancasse il suo luogo edificò quattro ville
con niiigoificenza reale, a Careggi, a Fiesole, a C;ifaggioIo, e
al Trebbio, mi parlicolarmente fece in tempo del gonfaloniere
Bonciani consagrar con grandissima solennità dall' arcivescovo
Bonarli l'aliar maggiore di S.Lorenzo, tempio particolarmente
dedicato per la fam-glia de' Medici. In questo tempo ven-
nero novelle, rom' era in Francia morto il re Carlo VII,
e suct eilulo;^li nel regno Lodovico XI suo figliuolo. Parve
però alla seguente signoria, di cui fu capo Carlo Pandolfini
cavaliere che se gli dovessero mandare ambasciadori , si
per condolersi seco delia morte del padre , e rallegrarsi
della sua assunzione, e s'i per rinnovare l'antica amicizia,
che il popolo fiorentino avea sempre avuto con la casa di
Francia. Gli ambasciadori furono Filippo de' Medici arci-
vescovo di Pisa, Buonaccorso Pitti figliuolo di Luca, e
Piero de' Pazzi compare del re Renalo, il quale tornò alla
patria fatto cavaliere dal re. A' 10 di novembre essendo
gonfaloniere Alessandro Machiavelli venne alla città Car-
lotta regina di Cipri per passar a Roma a chieder aiuto al
papa centra Iacopo suo fratello bastardo; il quale occupa-
tole con le forze del soldano del Cairo ingiustamente il
regno, che a lui non apparteneva , le lenea di più asse-
diato Lodovico di Savoia suo marito dentro la rocca di
Nicosia. Furonle falli molli onori dalla Repubblica, e ella
visitalo la chiesa di S- Miniato, ove il cardinale di Lisbona
fratello del primo marito era seppellito, a capo di Ire dì
se ne passò a Roma. Mandaronsi poi a Milano Bernardcllo
de' Medici e Dietisalvi Ncroni per avvisi venuti di là co-
me il duca Francesco s'era gravemente infermalo; e che
per una fama che si era sparsa di fuori, ch'e'fosse morto,
i villani del Piacentino desiderosi di cose nuove aveano
assalito il governatore, negando di voler pagar le gabelle.
Ma il duca ristorato del male ringraziò sommamente i Fio-
rentini, che in casi cosi dubbiosi avessero avuto pensiero
di conservar quello stalo a' suoi figliuoli. Quasi nel fine
1G0 dell' istorie fiorentine
del gonfulonerato di Carlo da Diaccelo gonfaloniere per
gennaio e febbraio dell'anno 146:2 morì l'arcivescovo IJo-
narli*, il quale in S. Reparala fu seppellito, a cui in quello
di Giuliano Vespucci fu pronuncialo successore dal ponte-
fice Giovanni Neroni fratello di Dietisalvi. In quello di
Piero de' Pazzi novello cavaliere passarono per Finn/r
ambasciadori del re di Francia, che andavano a Remi per
protestare a Pio II che egli non dovesse prestar favore a
Ferdinando d'Aragona conlra il duca Giovanni, acni qiud
regno legittimamente s'apparteneva. I seguenti gonfalonieri
Luigi Pitti, Francesco Baguesi, e Gherardo Gianfìgliazzi non
hanno cosa alcuna degna di memoria, se io non volessi con-
lra il mio costume gli altrui falti andar raccontando. Con
questo silenzio passarono Antonio Pucci e Cristoforo del
Bugliaffa primi gonfalonieri dell'anno liG.'J Fu ben pieno
di lurbnzione quello di Francesco Salviati per la perdila
del regno di Rossina, il quale se ben cosa esterna, assai
appartiene a ciascun potentato de'Crisliani ciò che dal Turco
comune nimico viene occupato. Ne furono le sue vittorie
senza parlicolar danno degli uomini fiorentini, essendo in-
torno a questo tempo finito per la costui crudeltà nella
casa degli Acciainoli il ducato d'Alene, il quale per lo
spazio di settant'anni si era in quella famiglia conservato,
perchè Maometto avea ultimamente fallo morire da' suoi
giannizzeri Franco Acciainoli duca d'Alene: non ostante
che il duca Neri suo zio se gli fosse reso nell'assedio di
Croia, e Franco seguitasse la sua corte come amico. Manno
Temperani la quinta volta, e Giovanni Lorini gonfaloniere
in cos' alcuna non ebbcr che fare. Ma il primo dì che prese
il sommo maj^islrato Antonio Ridolfi seguì con gran dispia-
cere del vecchio padre la morte di Giovanni de' Medici fi-
gliuolo di Cosimo. Avea in costui il padre gran parte della
speranza della sua futura successione fondato , giudicando
che Piero 1' altro figliuolo per essere spesso infermo fosse
poro allo a sostenere il peso della Repubblica; e se bene
a Giovanni era prima morto un figliuolo , il quale dal no-
me dell'avolo fu dello Cosimo, sperava nondimeno essendo
giovane di quarantadue anni, e mollo vigoroso, e avendo per
olonna la Ginc\ra degli Alessandri figliuola d'Alessandro
LlBllO VENTITREESIMO 161
il c<'i\ oliere, che non gli avessero a mancare figliuoli; e per
la des>rez?a del suo ingegno , per l.i bonlà e uraanilà sua
credeva, eh' e' fusse per conservale in ogni modo la ripu-
tazione d. Ila famiglia. Dicesi per quello, che facendosi un
giorno dopo la morie di sì caro figliuolo portar per la ca-
sa, che avesse amarissimamente sospirando dello , quella
esser troppo gran casa per si poca famiglia , non veggcn-
do di Piero poco alio a più procrearne , sulvo che due fi-
gliuoli, e quelli molto fanciulli , non avendo Lorenzo il
quindicesimo, e Giuliano il decimo anno della loro età finito.
Il pontefice tra tanto vcggcndo il Turco andar tuttavia fa-
cendo acquisii grandissimi con d inno e vergogna del nome
cristiano, e in questo lempo le cose del regno esser presso
«he acquetate, e la Chiesa aver ridotto ad ubbidienza i
Malatesli, cominciò a mandar uomini e lettere per tutta
l'Europa confortando i principi e i popoli cristiani a do-
versi trovare per lutto il primo di giugno dell'anno se-
guente in Ancona; onde 1 armata cristiana, su la quale egli
stesso era per montare, parlirebbc por 1' impresa conira
Turchi, il quale ufficio fece l'undecimo giorno di dicembre
in nome del pontefice Mariano de'Scr\i vescovo di Corto-
na. Il dì poi di Natale fu faito cavaliere di popolo Luca
Pilli per mano di Bernardo Giugni «reato per questo ef-
fetto sindico delia Ut pubblica. Nel principio dell'anno 1464,
che in Firenze riseile\a gonfaloniere di giustizia Orlando
Gherardi, il [)ontefice vecchio e infermo ne venne a Siena
])er poter esser subilo nel) entrar della firimavera com'era
usato a'ba;^ni di Pelriuolo, acciocché al tempo assegnate»
|»olesse trovarsi in Ancona.
Ma costretto lornar a Roma 1' aprile come fu scritto
al seguente gonfaloniere Andrea Carducci, e ivi da' do-
lori delle podagre con febbri fieramente assalito, non potè
trovarsi in Ancona in quel tempo che aveva proposto Con-
lullociò mandò innanzi Niccolò Forteguerri pistoiese cardi-
nale di Chicli suo legalo , il quale arriv«ì a' lO di maggio
a Firenze, ov era Nigi Neroni gonfaloniere. E egli benché
non fosse inleiamenle del male ristorato si parli di Roma
a' 18 giorni di giiigno, e tenendo la via della Marca , or-
dinò che a' 22 si bandisse la ciociala in Firenze; avendo
Amm. Vol. V. Jl
iC)-2 DFIL' ISTOIÌlE FIORENTINE
Cosimo avuto a dire, che gli doleva, che il papa es<ciui<«
vecchio si iiietlcsse a far una impresa da giovani, come se egli
avesse anlivedulo la vicina morie di Pio, a coi nondimeno
la sua di diciassellc giorni andò innanzi. Era eali arrivato al
.sellanlacinquesimo anno della sua età, essendo slato lullo
il rimanente della sua vita di saliite prosperi^s ma , e
di complessione mollo gagliarda e robusta ; ma mentre in-
cominciato a i)atir dolori di stomaco e ritenzione di oriii.ì,
cerca nella sua villa a Careggi di ristorarsi, ivi il primo giorno
d'agosto, essendo in Firenze gonfaloniere di giustizia Gior-
gio Ugolini, di questa vita passò, uomo per prudenza, per
grandezza d'animo, per modestia, e per le ricchezze ine-
stimabili che egli possedeva, di tanta autorità e riputazione
nella patria sua e in tutta Italia, che per cittadino privalo
dopo la declinazione dell' imperio non si crede aver mai
città 0 repubblica alcuna avuto uomo simile a lui. Ma
jiiuna cosa arerebbe tanto questa sua gloria, quanto eh."
tacendo con l'opere e con gli cffelli cose da principe, nel-
l'apparenza non trapassò mai il grado di privato cilladino.
sapendo esser peccato della natura umana il non patir di
veder con piacevoi occhio in allo colui, cui nostro pari ab-
biam conosciuto. Furono deputali dalla Repubblica dieci
cittadini, Ira' quali Luca Pilli, Oiclisalvi IS'croni, e Agnolo
Acciainoli , con auloiilà ampissima d' onorare , non ostanle
qualunque spesa , la sua memoria. Costoro (alto con-
durre il suo corpo a Firenze , 1' accompagnarono con ma-
ravigliosa pompa dietro al figliuolo e a' nipoti il giorno se-
guente a S. Lorenzo, Sedici di poi mori il ponlelice, men-
tre pieno di desiderio d'aver a Car cosi gloriosa impresa.
stava aspetlaudo Cristoforo Moro do'i;e di Venezia, e gli
altri signori con 1' armale e genli promesse in Ancona :
morte succedula con danno non piccolo de' Cristiani , poi-
ché inlerroUi quegli ordini che dalla vita di lui dipendeva-
no , diventarono vani lutti gli apparati di quella guerra. Fu
a' liO d'agosto dopo esser in Homa stalo ri|iorlalo il corpo,
e celebrale l'essequie del morto pontciìcc , crealo suo suc-
cessore Pietro IJarbo nobile veneziano nipote già per lato
di sorella d' Fugenio , e eh amato nel pontificato Paolo IL
A costui da Giovanni Serristori gonfaloniere e da' signori
LIBRO VENTITREESIMO. 163
suoi compagni furono deputali sei ambasciadori a prestargli
l'ubbidienza Tommaso Soderini , Luij;i Guicciardini, Olio
Niccolini , Filippo de' Medici arcivescovo di Pisa , Carli»
Pandolfini , e Buonaccorso Pilli, de' quali i primi Ire ci
tornarono fatti cavalieri dal papa in tempo di Giovanni
Venturi Enlrò l'anno 14G5 insieme con Maso della Rena
gonfaloniere di giustizia col solito riposo quanto alle cose
di fuori , ma grandi gare si scopersero iu un momento
esser tra quelli di dentro, non tollerando Luca Pitti a conto
alcuno che Piero de' Medici, il quale dopo la morte del
padre era restato il primo cittadino di Firenze , di autorità
e di riputazione l'andasse avanti. Al qual suo pensiero avea
per compagni principali Agnolo Acciaiuoli e Diotisaivi Ce-
roni ; quelli i quali più da Cosimo erano stali falli grandi
e potenti. Ma di costoro procedeva con maggior artificio
di tutti il Neroni , il quale mentre segretamente mostrava
a Luca di esser suo seguace , intendeva dall' altro cantn
servirei di lui come d' un instrumenlo della grazia che egii
avea col popolo; sperando abbai luto che fosse Piero, fa^
cilraenlc con la sagacità e con la prudenza potersi levar
Luca d'avanti, uomo per esser d'animo aperto, facile ad
esser ingannato. Di Piero non solo si mostrava amico , ma
intimo consigliere e segretario, avendogli persuaso, che
per assettar le sue cose , le quali erano in qualche disor-
dine , attendesse a riscuotere i crediti del padre ; il qoal
consiglio pietoso in apparenza , conteneva sotto di se il
veleno , avendo Piero con questa importuna domanda ren-
dutosi nimici una gran parte degli aflezionali e aderenti del
padre. Luca intanto scopertosi manifestamente nimico di
Piero diceva , che non era da sofferire in una città libera
questa continuazione di maggioranza da padre a figliuolo,
e che molte cose si concedettero alla prudenza , all' età, e
a' servigi falli da Cosimo alla sua patria , che a Piero non
si doveano concedere, uomo avaro, altiero, di poca espe-
rienza, e per la sua infermità poco o niente utile alla Re-
pubblica. Dall' alira parte , da quelli che con Piero si erano
ristretti , i quali di questo procedere si erano accorti, si
diceva , che Luca vendeva lo slato a ritaglio , che dispo-
neva degli ulTicj come voleva , che la casa sua era del con-
16Ì DEI.r ISTORIE FIORENTINE
tinuo piena di sbandili , di condannali, e d'ogni sorte di
cattivi e scellcrali uomini : e che sotto una falsa apparenza
di cortesia e di liberalilà rubava i! pri\ato , spop;ilava il
pubblico , e non prezzando Iddio ne santi confondeva in
un tempo medesimo li- co^e umane e le divine. Talché
surte su le fazioni , se le diede ancor prestamente il no-
rne , e quella di Luca per essere le sue abitazioni poste
alle radici del colie di S. Giorgio fu detta dd Poggio,
quella de' Medici si cogìiominò del Piano. Essendo la citlà
in queste faz-oni divisa, e aspettandosene da quelli, i quali
desideravano la quiele della patria cattivi effetti, ebbe nn
poco di posa per la passala che fece per !a città Federigo
d'Aragona in tempo del gonfalonerato di Niccolò Gipponi,
si perchè egli si fermò [ter al- uni di alla citlà , e sì per-
chè fu in sua compagnia mandalo a! duca lìi Milano Dieli-
salvi Neroni per rallegrarsi seco delle nozze della figliuo-
la, la quale Federigo andava per menare ad Alfonso duca
di Calavria suo fralel maggiore a marito. Fu Dielisalvi in
questa allegrezza fallo cavaliere dal duca , e in Firenze in
questo tempo fu per decreto pubblico Cosimo padre della
patria chiamalo. Ma ritornato Dielisalvi a casa, ove da Lo-
renzo Niccdlini gonfaloniere furono Federigo e la sposa
con Ascanio e con Sforza fratelli di lei realmente ricevuti,
e nel partirsi con grandi onori accompagnati , non tarda-
rono i cittadini a ritornare alle medesime sedizioni; le quali
crescendo grandrmente nel gonfalonerato di Martino Scharlì ,
finalmente o per opera di Niccolò Cerretani, che li segui
gonfaloniere per settembre e ottobre, o per industria d'altri
buoni uomini si conchiuse d'accordo, che le borse si ser-
rassero , e che la signoria si traesse per sorte. Il che fu
l'atto con tanla allegrezza de' cittadini e con univcrsal con-
sentimento di ciascuno, che non furono di tutto il consi-
glio trovale più che sei fave bianche , a cui il serrar delle
borse non piacesse. Parca che le conlese fossero in que-
sta guisa assai bene acquetate , quando venendo la tratta
de'uuovi signori, usci la seconda volta gonfaloniere di
giustizia Niccolò Soderini amico della fazione del Poggio ,
uomo eloquente, di tenace memoria, e animoso mollo:
con cui tosto i tre principi di quella fazione si ristrinse-
LIBRO VENTlTUEESlilO. 165
ro , c soUo lo scudo della romuno lilìcrlà varie cose gli
proposero, le quali (inalmente tulle a questo tendevano,
che in qualche modo l'aulorilà di Piero si diminuisse. Era
fratello del gonfaloniere Tommaso Sederini uomo savio, e
per essere stalo tre volle gonfaloniere e poco dianzi tor-
nato ambasciadorc e cavaliere dal pontefice nella patria sua
mollo slimalo, e sopra tulio singoiar amico di Piero. Co-
stui dall'altro canto mostrava al fralelìo che ei non dovea
lasciarsi svolgere da chicchessia, né soito omhra di bene
permettere che danno alcuno alla sua palria succedesse; e
poli he eran serrale le borse, e la s'gnoria si traeva a sor-
te, a tener fermo quello stalo continuasse. Il popolo a cui
gran parie di q.icsl' an ìamciili eran palesi , slava aspellando
che da Niccolò uscisse qualche buon frullo , essendo in
cometlo glande dell' univeisale , e non dubitando che altri
l'avesse a corrompere. Ma egli aggiralo ronliìiuamenle dalle
varie senlen/c di coloro che gli erano tutto di all'orecchio,
resse e fini poi niiel magistrato con maggior basimo , che
non r avea con loclo e con riputazione coir.iticialo. Ragunò
dunque a' quatiro di del suo udieio più di cinquecento cil-
ladini in ]iaiagiu , e parlò per una luiiga ora al popolo,
raccontando i disordini ne' quali la llepuljblica era perve-
nuta , e quali danni, se a ciò non si ri|>arava, ne poleano
intervenire, e per questo domandava noi (ine del suo ra-
gionamento, che ciascun (i:taiiino spogliatosi de' particolari
affetti cousigiiasse <juelìo che in ciò fosse da fare. Monla-
rono molli dicitori in ringhiera, e vari parlili furono pro-
[)0sli senza che ninno se ne conchiiidesse , in guisa erano
i pareri delle conlrarie fazioni contrappcsali. Fece sette dì
pA nuova pratica d'un consiglio più ristretto, ove inter-
vennero trecenlo citladip.i ; e avendo con un'altra copiosa
e ornala diceria dimo- Irato le avversità, che alla città di
Firenze erano intervenute per cigione delle discordie, non
solamente in tempo del popolo, ma de' grandi, e quante
uccisioni, quanti abbruciamenli , quante case spente e altre
simili calam.lii erano per colali gare seguite , cercava di
nuovo che ogn' uomo che amasse la pace della sua casa ,
la quiete de' cilladiiii , e il bene universale della Repub-
blica volesse liberamente dire il parer suo. Ma nò più nò
166 DF.LI.' ISTOUIE FIOniìNTINE
meno segui della priaia volla, essendo per i dispai eri dei
('onsullori ogni cosa ilascne in fumo. Entrò in pensiero che
si rivedessero i conti di coloro, i quali avevano amministrala
la Hepubltiica. e per consiglio di Luca Pilli non se ne fece
c-os' alcuna. Tentò d'esser fallo cavaliere dal popolo e non
l'ottriine. Corresse ma con molta fatica, alcune coso mal falle,
Ira le quali fu lolla la legge falla in tempo del fratello, che
concedeva premi a chiunque uccidesse alcuno ribello. Final-
mente fu messo su in far nuovo squillino , la qual cosa gii
tolse affatto la grazia e la reputazione, che per 1' addietro
s'aveva acquistala, essendosi scoperto per uomo debole, e
che come era presto a jiigliare i partili , così riusciva lento
e tarilo a risolverli, se non dove non gli giovava. Finissi
questo squillino in tempo di Francesco IJagncsi primo gon-
faloniere dell'anno 14C6, ma non por ciò finirono le conte-
se; le quali quanto più coperte procedevano in questo tem-
po , per non mostrarsi ninna delle parli malcontenta di quel
(he era seguito, tanto più di vigore e di forza prendevano
p.er iscoppiar poi con tanto maggior impeto a deslrnzionc
d" una delle parti. Di che parve che ne fosse stalo segno non
solo l'inondazione del fiume, ma certi prodigj del cielo;
essendo il primo dì che prese il gonfalonerato Bartolommeo
Lonzi apparite alle sedici ore Ire stelle di sotto al sole, che
lo copersono ; delle quali v'era una che a guisa di cometa
avca una coda molto ben lunga. Ma per essero agli 8 di
marzo suocedula in Milano la morte del duca Francesco, si
credelle da molti , che quelle stelle la morte di sì gran-
d' uomo avessero dinotalo, dalla cui morie grande arcrcsci-
riiento presero le fiorentine discordie, parendo a quelli del
I^oggio. che spogliato Piero di sì grande aiuto con minor
dilTicollà si potesse abbassare ; non istimando che fosse da
lar gran fondamento nel nuovo duca. Sostennero nondimeno
che se gli mandassero Luigi riuicoiardini e Bernardo Giu-
gni ambastiadori por far quelli unicj dio in simili casi si co-
stumoiìo.
Ma essendo nel gonfaloneralo di Maso dogli Alessan-
dri gli ambasciadori ritornati di Milano , e in lor compa-
gnia venuto un ambasciadore di Giovanni Galeazzo per con-
icrinar ccrle convenzioni, che il duca Francesco suo padr-i
LIBRO VENTITREESSMO. 1G7
sveva con la Repubblica, Ira le quali ve n" era una , che i
Fioronlini soleano pa;;are a quel principe ogn' anno una
certa somma di danari . quindi si aperse da capo la strada
alle usate contese. Perchè Piero de' INIcdici avea dello pale-
semente , che egli era di opinione , che la convenzione si
dovesse osservare, se non per rispetto di Giovanni GaliMzzo,
almeno per i proprj comodi della lor Repubblica, la quale
(on mantener quel principe in riputazione veniva a mante-
ner la libertà sua istessa ; non dando cagione a' Veneziani,
vì^ggrndolo da' Fiorentini disgiunto di procurar la sua rovi-
na, onde poi quella di Toscana sarel)be proceduta. Nò per
altro essersi per 1' addietro fallo tante guerre, tenute tante
inlelligenze col duca Francesco, incorso nell'odio di papa
Eugenio, inimicatosi il re Alfonso, e i medesimi Veneziani
sdegnatisi , che per non lasciar pervenire quclln ampissimo
stato in man loro , con la cui (ipporlunilà si fossero di tutta
Italia insignoriti. Palla parte contraria non erano queste ra-
gioni ai)provale, dicendo che elle erano invenzioni trovalo,
in fino dal tempo di Cosimo; il quale volendo provvedersi
d'un amico gagliardo, la cui autorità contra i suoi avversari
m Firenze grande il mantenesse , avea s<>tto lo scudo della
Repubblica e del bene universale d'Italia procurato la gran-
dezza di Francesco in Milano : dal quale però niun benell-
cio avea la loro Repubblica consegnilo giammai. T cui vestigi
ora Piero seguitando voler a spese del comune quest' altro
idolo mantenere, acciocché eglino pagassero con perpetuo
tributo i ministri della lor servitù. Ma non giovando ne le
parole ardite e libare di Luca , né lo segrete arti di Dieti-
^alvi a tirre il credito a Piero, nella cui parte oltre il fa
vure della plebe era senza dubbio maggior riputazione ,
parve ad alcuni che si venisse a' rimedi più gagliardi; e fu
chi propose che si dovesse ammazzare ; ricordando quello
che a Palla Strozzi, a Rinaldo degli Albizi, e agli altri di
quella l'azione intervenne per aver lasciato Cosimo vivo. Al-
tri ne' quali era maggior prudenza mostravano come questo
non bastava; perciocché i fautori de' Medici leggiermente si
sarebbono voltati contra coloro i quali a sì fatta scelleratezza
avesser tenuto mano; onde era necessario vedere con quali
appoggi di dentro o di fuori una s"i fatta impresa ave^-^c a
16S DELI.'lSTOKIE F50nn>Tl>F.
guidarci, siccliè il flcsificralo fine se ne polessc sperare. Sl:-
inarono dunque esser necessario aver into|lin;enza con qual-
che condolliere , il quale quando essi avessero una signori.!
n lor divozione il facessero a Firenze venire, e con le spallo
di quelle senti allora risolversi a pigliare qualche parlilo, che
in sul fallo fosse giudicato esser più utile , e più sicuro per
loro. E parve tornar molto al lor proposito Ercole da E^te
frale'lo del duca Borso , quello a cui dopo la sua morte ri-
cadde la signoiia di Ferrara : col quale entrato gonfaloniere
di giustizia Ber. lardo Lotti, si convennero, che stesse a or-
dine . che in su 1 bisogno si servirebbono di lui. Ercole si
profcrse ess r prontissimo al bisogno , la qiial prontezza
fece risolvere i congiurali a procurar la morte di Piero, sli-
mando con qui'sl'aiulo poter f.rlo sicuramente ; e questa es-
ser la via più spedila a far loro conseguire quel (he brr-
mavano. A die fare gli pro^tava ancor caldo il sentii e neila
presente signoria ritrovarsi molti de loro amici; e il Iiioizo
e il tempo di assalirlo era, o nell'andare, o nel tornare
fhe egli faceva di Careggi; ove essendo impedi'o delle gotto
sì faceva il più delle volle in lettiga portare. Era il 23°
giorno d'agosto venuto; r Piero agjzrava'o del male in Ca-
rogsi si ritrovava, qnando per due cavallari speditili l'uno
iiuiaiizi l'altro ila Giovanni Bentivoglio principe di Bologna,
già {lervenulo iti età di pr»i<r go^e^nale, inlese circa mil!e-
lrcccn;o cavalli trovarsi in su! fiume d' Alba a' confini di Pi-
stoja. e quelli capitanali da Ercole da Eslf^. e da altri si-
gnori venirne verso Firenze. Oucsla cosa comrao se grande-
mente Piero, e spedilo con diligenza nitdli messi a diverbi
suoi cimici, e pariicolarmente ad un capitano del duca di
Milano, il t;ua'e si ritrovava in Romagna ci^n dueinilaciis-
quecento cavalli , clic dovesse spaccialamente appressarsi a
Firenze , egli il di medcs'rao in lettiga in mezzo d'alcuni ar-
mali a Firenze ne venne. TS^iccolò Valori, il quali^ seris^e la
vita di Lorenzo de'Medci, dice clic infino di questo tempo
apparve mirabile l'aci ertezza di quei giovanetto: perciocché
avendo egli inlcso da ai-uni contadini, come per la via di-
ritta d'andar alla città si erano veduti molli uomini armati.
e sospettando di quel che volessero , fece andar il padre
per un'altra via più lontana, e occnlla . e egli messosi a ca-
r.lB"0 VENTITREESIMO. i09
valcar per la strada solita rflerniava Piero venirne poco ad-
dietro ; co! quale avvedimento il padre d'un gran pericolo
liberò; il che mi fa riliniare per falso quello, clie il Ma-
chiavelli dice. Piero aver finto d aver ricevuto questa let-
tera dal Benlivoglio , nias'imamonle avendo io riscontri per
altre memorie molto fedeli, che mostrano la cosa esser an-
data in quel modo che da me è racrontala , oltre che in
vero si vede il Machiavelli esser poco ddigente in tutta
quelli sua opera; i cui errori se noi volessimo andar ripro-
vando, 0 non osserveremmo il decoro dell' istoria , o senza
didib'io ci acquisteremmo biisimo di maligno. Imperocché
eg!i fa morto il duca Fraic 'Sco iniìanzi al gì nfaloneralo di
Niccolò Soderini , e vuol che Piero de' Medici sia vivo dopo
la morte di pana Pagolo- Aliriboisce a LucaPitti quello che
è di Hulicrlo Sostegni, nomina Bardo Altovili per gonfalo-
niere di giustizia dopo Huherto Lioni , che non vi fu mai.
Insomma scambia gli anni, muta i nomi, altera i falli, con-
fonde le cause, accresce, aggiugne , toglie, diminuisce , e
fa tutto quel che gli torna in fantasia senza freno, o rilegno
di legge alcuna , e quel che più pare noioso è , che in molti
liìoghi pare che egli voglia ciò fare [dù tosto artatamente ,
the perchè ci prenda errore, o che non sappia quelle cose
esser andane allrimenii; forse perchè cosi facendo, lo scri-
vere più be!Io, o men secco ne divenisse, che non avrebbe
f/itto se a' tempi e a' falli avesse ubbidito . come se le cose
allo stile, e non lo siile alle cose s' avesse ad accomodale.
Ma è bene «he noi ritorniamo onde ci siamo partili. Pirro
venuto a Firenze , e con maravigliosa diligenza i suoi amici
talli raguiiare , mostrò a que li le lettere del Benlivoglio;
le quali mandò anco alla signoria , si per iscusarsi , se egli
per sua salvezza ricorreva a quelle armi , che ingiustamente
da' suoi avvcrsarj erano siale prese, e sì perchè essi prov-
veilessero con la lor'» autorità alla salute della Repubblica.
I signori non polendo mancare al loro uHìcio , eiessero
commissario Bernardo Corbinelli , si per informarsi che
gente questi fossero , e da cui mandate , e sì per far opera
che elle non passassero più avanti. E per alcuni cittadini
di mezzo mandarono a pregar le fazioni, che posassero
l'arme, e le differenze Ira loro civilmenle si terminassero.
170 HEI.l/ ISTORIE KIOUENTINE
Ma non parendo a" capi che qiiestn bastasse ari assicurarli,
ciascuno atleso a provvedersi d'amici, di arme, e «H vel-
lovaglie. E la sera medesima, olire quelli della cillà , si
Irovò Piero aver molti fanti mandatili da Serristori e da altri
suoi amici , che in ccnlado si ritrovavano. Di Luca le prov-
vigioni furono più Iarde , perciocché non avendo pensato a
difiMidersi . slimava che le gen!i elette all'offesa fossero
state a bastanza. Nondimeno comparito in su le due ore di
notte al suo palagio • Niccolò Sederini con piti di dugento
persone . le quali avea ragunate al forte di Camaldoli . pa-
rea che le for/e fossero ragguagliate. Dispulavasi per que-
sto q.iello che fosse da fare , e alcuni erano di opinione
che s'andasse a pigliare il palagio, perciocché v avcano
cinque signori della loro fazione , tra' quali era il gon-
faloniere, che per esser del quartiere di S. Spirilo eia
amico del Soderini e del Pitii Altri volevano che s andasse
a meller fuoco alle case di quei cittadini, che s'accosla-
vano a Piero , e secondo i fini e i disegni di ciascuno , da
diversi diverse cose si proponevano. Non istavan le cose
del lutto quiete dalla parte di Piero, perciocché v'erano
di molti, che consigliavano che s'andasse di là del fiume
a trovar l'altra parte, e con quella azzuffarsi e venir alle
mani, prima che col mezzo de' signori alcuna cosa acerba
contra loro polesser deliberare. Ma quivi per 1" autorità di
Piero, e ivi per la diversità delle sentenze ninna cosa fu
messa ad effetto ; avendo Niccolò Soderini avulo a dire a
Luca, che egli per aver fatto troppo a voglia rli Luca, e
Luca per aver fallo poco a senno di lui rovinerebbero.
Venuto il d'i di S. Bartolommeo , e praticandosi pace o
accordo intra le parti, non si trovava mezzo alcuno da rac-
chetarle ; se non che correvano parole per mezzo di non
offendersi, finché qualche partito si ritrovasse, che ba-
stasse ad assicurarli. Le quali dilazioni a Piero non davano
noia, perciocché non confidava molto nella presente signo-
ria, e dovendo fra pochi dì uscire la nuova, e toccando il
gonfaloniere a S. Croce , dove avea degli ninici , sparava
poter far meglio con gli altri. E tra lauto praticava diligeii-
lementc se potesse tirar Luca dalla sua, a cui fece pro-
porre ragionamenti di parentado , parlandosi di dare una
LIBRO VENTI riEESlMO. JT(
sua nipote por niojilie a Giovanni Toinabiioni die era co-
gnato di l'iero. Luca veggendo la sua parte andare sce-
mando, imperocché egli non avea fatto quelle provvisioni
che bisognavano, e sapendo che quella di Piero era accre-
sciuta infino al numero di quattromila fanti, incominciò a
prestar volentieri orecchi a questi ragionamenti, tanto che
in queste pratiche si consumò luito quel tempo che corse
infino a'28 del mese; nel qual dì soleva uscire la nuova
fratta. Seppersi prestamente da amcndue le parli, e da tutta
la città i nomi de' nuovi signoti, ne si stelle molto a du-
bitare che quelli fossero degli amici di Piero Onde tanto
pili facilmente; Luca parlandoglisi d'accordo, vi si lasciò
condurre- Accozzatisi dunque i vecchi con i nuovi signori,
honcliè non avessero ancor preso il magistrato , mandarono
per le parti ; e per quella del Poggio venner Luca e i com-
pagni con altri loro amici. Piero non potendo intervenirvi
in persona per l'allra, vi mandò Lorenzo e Giuliano suoi
(igiiuoli accompagnali dai principi della fazione, i quali di-
nanzi alla signoria rappresentatisi , si rappacificarono insieme,
con molti segni d'amore, e di levar 1' odesc , e di 1 cen-
ziar le brigale promisero. Il dì seguente Luca con quasi
ttitli quelli della sua parte andò senz'armi a visitar Piero
nel letto; il quale benignamente il ricevette , e senza aspet-
tare che egli, o allri delle cose seguite si scusasse, g!i usò
quest' islesse parole ; le quali raccolte da chi vi si trovò
presente non ho voluto in conto alcuno alterare. M. Luca
voi siale il benvenuto. Il nostro Sijinore Dio e nostra Don-
na, e questi nobili ciltadini che mi sono intorno mi sieno
testimoni, come sempre v'ho tenulo in luogo di padre, e
son cerio che Cosimo v'amò coma buon fratello, e per que-
sto mi maraviglio di ciò eh* è avvenuto infra di noi. Luca
imputando la colpa de' sospetti successi a coloro, che avcano
riferito dcile bugie, pregò Piero che le cose passate si di-
menticassero, e per l'avvenire attendessero con buona
unione al governo della Repubblica. Questo fu detto in pa-
lese , ma siali lor due con Lorenzo e con Giuliano soli , o
non allri per mezz'ora in segreti ragionamenti, alla fine
s" abbracciarono insieme e baciaronsi in bocca , e con lo
lagrime in su gli occhi Luca da Piero si dipartì. Diccsi che
172 BRLL' ISTO'.'.IE FIORENTINE
Niccolò Sodorlni, il quale non intervenne in questa visita
con gli altri, andò a trovar Luca tornato elio fu in casa,
e si gli usò questo parole. Voi vi credete M. Luca d'aver
fatto la pa<e cori Piero , e d'aver a vivere in questa città
con quella riitutazione che avete fatto iiifìno a quest'ora;
il clic Lidio sa quanto m' incresce per conto vostro, per-
ciocché T intervenire agli uomini grandi de'sinistri, suol
essere lalor colpa della fortuna , onde da molti possiamo
essere scusali; ma T ingannarsi da se stesso e solo errore
e peccalo nostro , di (he ninno quintunque amico ci
può difenderò. Non sono le offi se gravi di natura , che
le si possano ristorare con le parole , e se alcuna ve n' è
che pesi nelle ragiinaiìze degli uomini , quella che ci si fa
per conio di stato è gravissima. Per questa rare volte il
padre dal Tgliuoìo , e il figliuolo dal pa ire si è tenuto si-
curo; e i fratelli uccidersi 1' un l'altro insieme è divenuta
ormai poro meo che cosa ordinaria lu'^omnia non è legame
alcuno SI forte , che a guisa di vetro non si spezzi agcvol-
menle da qualunque piccol sospetto che altrui entri nel
capo. E voi credete che Piero abbia a dimenticar questa
ingiuria mes'^o da noi in manifesto pericolo dello slato e
della vita? A filli grandi o non si dchbe por mano, o
posta che una volta vi si è , non se ne debbe cavar senza
frullo; perciocché non che il cominciarli, il sognarli reca
quel medesimo rischio che il finirli. Alla parità della pena
è molto disuguale il premio, conciossiachè i fati degli uo-
mini coraggiosi benché infelici sono ammirali , e spesso in-
vidiali nelle loro miserie; de' dappochi e de' timidi e scher-
nita e tenuta a vile la felicità islessa. Noi siamo anco in
piò, b' genli che abbiamo di fuori non sono lontane, il
gonfaloniere è dalla nostra , nella città non ci mancano de-
gli amici. Abbiamo a fare con un avversario il quale tien
l'anima co' denti , e con due fanciulli, che appena sono
usciti da' bandiini. Perchè in questo poco di tempo che ci
resta non diamo noi dentro ? perche non facciamo venire
queste genti in Firenze? perchè non si chiama il popolo
a parlamento? e far una balìa a modo nosiro ? o pur è vero
quell'antico proverbio, che Iddio a cui vuol male tolga il
senno. Onde a me nel gonfalonerato , e a voi ora sia vie-
LIBRO VKNTITREESIMO. 173
(alo provvedere allo scampo noslro. Oucslo lio voluto «lirvi
per non mancare allii parte inlìno noli estremo Del resto
segua quel che si voglia , non si dirà mai che io al primo
cirore abbia agsiunlo il secondo. E se prima io non pos-
setli , 0 non seppi da' conforti altrui ripararmi, ora non pa-
tirò che a guisa di cieco da me stesso inciampi e m'in-
ganni; son certo che a me sarà men noioso il mio libero e
onorato esilio, che non recherà altrui conlcnlo il rimanere
a casa circondalo da sì dure e sozze catene di servitù.
Hideelossi in Luca per queste parole il vecihio stimolo, e
scrissesi a Ercole che s' avvicinasse. Chiamaronsi gli amici
della città, e nuove praiiche si fecero; le quali tulle a Piero
fur pubblicate ; quelle di dentro da Domenico iMartelli e
da Niccolò Pedini la notte seguente, q-.ieile di fuori dal
capitano di Pislnja il dì che venne aj^presso de' 30 d'ago-
sto, avvisando come le genti ili Fium' albo si facevano in-
nanzi verso S. M.Kcer.o. Queste novelle dier gran trava-
glio a Piero , essendo massimamente presentatagli una li-
sta , ove tutti coloro i quali aderivano al Poggio si erano
soscritti : onde fu costretto far nuove provvisioni, e ordi-
nalo ancor egli che i suoi partigiani si soscrivessero , si
maravigliò forte che molti di quelli che contra lui si erano
scritti, ora in favor suo si soscrivessero. Ma per tentar
ogni cosa prima che venire al sangue, man Io a Luca J>o-
renzo suo figliuolo per intendere che nuovi movimenti eran
questi, e se possibii era, che si fermassero ; il quale seppe
in guisa persuadere quel vecchio , il cui animo già era co-
minciato a crollare , che a maraviglia sei rese mansueto e
benivolo , tanto che terminò finalmente quella signoria
senz' altro disturlto. Ma entrato Ruberto Lioni nuovo gon-
faloniere , non islctte però sospesa la parte di Piero a pren-
der parlilo; perciocché raunatiglisi tutti inlorno , dicevano
che non era da far fondamento alcuno nelle fallaci pro-
messe degli avversari ; i quali come per isperienza si era
veduto, non di dì in dì, ma d'ora in ora si eran mutali,
e che tanto ritardcrebbono a nuocergli, quanto spera'^sero
poterlo fare con lor sicurezza. Per questo recisa ogn'alira
pratica conchiudevano , che i (re cavalieri e il Soderini si
dovessero far morire , nò sperar mai mentre cotestor fosser
174 dell' istorie fiorentine
vivi, che la Repubblica avesse a posare, riero non volendo
il] conio alcuno udir parola di sangue disse , che si osser-
vasse il costume antico della città, convocassesi il popolo
a parlamento , e facessesi una balia che a quesli disordini
riparasse ; la quale dovendo di ragione la maggior parte
esser de' loro amici, non s'aveva a temere, che di comuii
consentimento non s' avesse a provvedere a la quiete di
ciascuno. Questa sentenza fu messa ad effitto. e fatto il
tutto intendere al gonfaloniere, non più lardi che nel se-
condo d'i del suo magistrato , si chiamò il popolo a parla-
mento. Nel quale è cosa eerla , e Luca Pilli e Dietisalvi
esser intervenuti. Presesi la bal'ia, posaronsi le armi, li-
cenziaronsi i soldati, e creati a' 6 di soltcìiibre otto cilia-
dini di balia insieme col capitano del popolo, uscirono su-
bilo con essi i provvedimenti del nuovo magistrato. La
prima legge fu , che le borse del priorato per dieci anni
si tenessero a mano; appresso si lessero i nomi de' confi-
nati. L' Acciaiuoli e i figliuoli a Barletta, il Neroni e due
fratelli in Sicilia , il Soderini con Gerì suo figliuolo in Pro-
venza tutti per venti anni , Guallier Panciatichi per dieci
anni fuor del liominio. Non fu nel numero Jp'conlinati Luca
Pitti, il che gli accrebbe biasimo, come se egli avesse
patUiito la sua salute col danno degli amici e compagni
suoi. Ma mollo presto conobbe essergli stato predetto il
vero da Niccolò Soderini; perciocché la casa sua non era
più frequentala, non trovava persona per via che gli facesse
multo, e chi di lontano il vedeva, scantonava e si fuggiva
da lui per non aversi ad allrist,:r seco della sua miseria.
Altri gli mormorava dietro, rapace e crudele chiamandolo.
Si trovarono molti, the le cose da loro donalegli , come
prestate chiesero che gli fossero restituite, talché non solo
del suo superbo edificare si rimase , ma finì il resto della
vita che gli sopravanzò con oscuro e ignobii silctizio. Ma
non terminò quivi la severità della balia ; da cui quattordici
giorni dopo questa pubblicazione allri cittadini furono , o
condannali in denari , o privati degli ulTicj , o in varie parti
confinali ; nondimeno fu in quel giorno mollo maggior il
numero di coloro rcstiluili agli ulTicj , i quali altre volle
p' erano stati privali. A" venliquallro si tolsero l'arme a forse
J.IBKO VENTITREESIMO 175
quar;ì!ila cillaùiai, de' quali avea lo slato qualche so-pelLo.
(^)ucslo fine ebbe la congiura di Luca Pilli donlro la cilla;
|ier cui specialmente luUa la casa de'Neroni fu disellala;
pereliè l'arcivescovo islesso non gli parendo slar in Firenze
con alcuno onore, si elesse volontario esilio a Roma. Prese
1)01 i! uonfaloneralo Paolo Federighi , e si coniìbbc che per
y.er cacciato della città i confinali, non eran perù fermi i
pericoli che dalla congiura si temevano , anzi se ne aspcl-
l;ivan maggiori; perciocché il Neroni in luogo d'andare a
Sicilia se n'era ito a Venezia, onde l' ambasciadure che
vi era per la R pubblica scriveva, che il Nennii >i lro\ava
ogni giorno ne! consiglio de' Pregai, e che lenea strette
l)ralichc con Bartolommeo Coglione lor capitano, ila ebe
dubitava che qualche grave co<a non si deliljerasse in quel
senato per i suoi conforti contro la loro Repubblica. Parve
dunque a' signori e a coloro che governavano, die queste
cose non si dovessero disprezzare; raa che si attendessero
a provvedere con ogni sollecitudine, acciocché se al tempo
nuovo si movesse loro guerra , si trovassero apparecchiati
a difendersi ; ma in prima perchè col far vista di non ve-
dere la temerità de' fuorusiiti più non crescesse , fu da
(lucili della balìa a' 4 di dicembre dato bando di ribello al
Neroni. Scrissesi a molti principi i sospetti che dei fuoru-
scili s'aveano, e come la Repubblica fiorentina desiderava
vivere in pace, mi che se ella assaltata da' suoi avversar]
fosse coslrella ricorrere all'arme, sapessero da cui la colpa
si procedeva. Ma perchè le guerre senza danari maneggiai
non si possono, Carlo PandoUìni primo gonfaloniere del-
l'anno 1467 pose un balzello di cento mila fiorini; e oltre
al Neroni fece il Soderini e l' Acciainoli giudicare ribelli,
trovato che ancor essi avean rotti i confini. Collcgossi per
venlicinquc anni col duca di Milano, e con Ferdinando re
di Napoli; il quale restato libero delia guerra mossajili da/
duca Giovanni, e da' baroni , desiderava obbligarsi con qual-
che ufiìcio la Repubblica fiorentina la qual sapeva esser
mollo ferma in conservar l'amicizie, e credeva con questa
dimostrazione aversela a guadagnar per sempre , spiccan-
dola del tulio dall'amicizia della casa d' Angiò. Falli que-
sii provvedimenti , e entrato gonfaloniere di giustizia Tom--
176 dell'istorie fiorentine
1U.1S0 Sodcrini la quarta volta , si conliiiuù a far 1 altre cose
neccessarie, riserbando la creazione dei Dicci delia giurra
per r ultima provvisione. Condussuiisi per questo Astorre
Manfreiii signor di Faenza , e Taddeo signor d Imola ; ma
Astorre secondo il suo costume, avendo preso d.mari dai
riorentiiii , rizzò poi le bandiere de' Veneziani. Seri sesi a
Federigo conte d' Urbino perchè gii piai esse di pigliare il
carico delle gelili della Uepubbl:ca, e si ebbe. Le quali di-
ligenze non furono punto fuor di proposilo , essendosi final-
naente i signori accertali come Bartolommco (ìoglione culi
scm la cavali e con molli fanti si e a mosso per senirne
a' danni de' Fiorentini , accompagnalo e guiilali» da' fuoru-
scili; e se bene soUo voce d'essersi mosso di suo libero
volere, nondimeno con certo consentimento e aiuto dei
Veneziini, i quali niuna cosa tirò tanto a questa impresa,
quanto l'acerba memoria che ritenevano, che parlicolar-
ciente per opera di Cosimo de'Medici era loro stalo impe-
dito l'insignorirsi dello stalo di Milano. Il che da'fuorusciti,
i quali aveano in quel tempo insieme con Cosimo maneg-
giala la Rejiubbiica, eli fu sapulo ottimamente dipingere.
Fu ancor fama che Hartolommeo si fosse mosso ad instanza
del pontefice , sdegnalo conlra il re Ferdinando per non
aver soddisfallo la sede apostolica del tribulo, che se le
dovea per lo reame di Napoli. Per la qual cosa entralo
gonfaloniere Giovanni dell' Anieila si senti come a' 10 di
maggio Bartolommco avea già ordinato di passar il Po ,
essendo accresciuto il suo esercito inlìno al numero di otto
mila cavalli, e di seimila fanti. Era egli seguitalo da Ercole
da Esle , da Alessandro Sforza principe di Pesaro, da
Cecco e Pino OrdelafR signori di Forlì, dal Manfredi
signor di Faenza, da' signori della Mirandola e di Carpi,
da Deifebo conte dell' Aiiguil ara , e da moli' altri signori,
laiche e per lo numero , e per la qualità degli uomini era
stimato un esercito molto fiorilo, uè dopo la moi te del
Piccinino, il quale per opera del re Ferdinando era stato
due anni addietro fallo morir prigione in Napoli, si sli-
mava esser restalo capitano alcuno di riputazione maggiore
a Barlolommeo. Allora non parve a' Fiorentini più da in-
dugiare , e crearono Dicci di bal'ia il gonfaloniere jiass^io ,
LIBRO VEXTiTREESISIO. 177
Piero de' Medici , Bongianni Gi.mfigliazzi, Bernardo Cor-
binelli , Niccolò Giugni, Malten Palmieri, Mariolto Benve-
nuli , Bartolommco Letizi, Romolo di Nofori , e Niccolò
Pedini. Costure mandarono il conte Federigo in Romagna
con ottocento cavalli, solo per osservare gli andamenti del
nimico, e lencrln in sospetto fin che le genti de' confede-
rati sopraggiugnessero. Bartolommeo passato il Pò avea già
occupato Mordano, B;ignara , Bubano , e Dovadola, pii-
cole castella del contado d'Imola, e finalmente ad Imola
s'era accampato; quando l'eseriilo della lega incominciò
a ingrossare, essendo venuto dal reame Federigo figliuolo
del re, e poco poi da Milano il duca Giovanni Galeazzo
is'esso , con cui s'era congunlo Giovanni Beiitivogiio con
tante genti, che già pareggiavano quelle de' V'eneziani. Né
il capitano principale di Intla la lega, che (u fatto il conte
Federigo d'Urbino, era di valore e di ardimento inferiore
al nimico. Questo esi-rcilo postosi in quel di Bologna mollo
vicino a' nimici , non lasciava a Bartolommeo far cosa di
molla importanza; e stava aspettando l'occasione se con
suo vantaggio gli potesse venir fatto dassallar il nimico;
parendo che oltre la causa pubblica s'avesse in questo con-
fiitto a far giudizio della scienza militare de'capitani. Stando
dunque l'uno e l'altro sul vedere, e essendo in Firenze
entralo nuovo gonfaloniere Bongianni Gianfigliazzi uno dei
Dicci , il duca Giovanni Galeazzo ne venne a Firenze , o
per visilar Piero e i signori, o pure chiamato artificiosa-
mente da loro , avenilo inteso che la sua presenza nel
campo era più tosto di danno , che d' utile ; perchè essendo
egli di gran riputazione e di poca esperienza , ne da se
sapea fare , ne a quelli che sapeano voleva prestar fede.
Nella qual dimora il conte Federigo prese l'occasione del
combattere, avendo in su le sedici ore assaltato Alessandrr)
Sforza; il quale guidava l'anliguardia nel volere alloggiare
alia Molinella. Incominciossi la battaglia con una piccol.i
parte d'amendue gli esercili; facendo forza il capitano della
lega d'impadronirsi d'un ponte, il quale se da' nimici ve-
niva occupato, gli potea leggiermente esser impedita la
vettovaglia. Ma crescendo e riscaldandosi maggiormcnlo
tuttavia la battaglia , accadde che alcuni cavalli di quelli
Amm. Vol. V. 12
178 dell'istouie fiuRentinr
del duca di Milano volendo animosamente farsi innan/.i ,
dcltero in mia imboscala di fanti, i quali fuggendoli dinanzi
lì tirarono in un pantanelo , dove rivolto loro il viso , e
gridando come in quei tempi s'usava alle cigne, in poco
d'ora, più di sessanta corsieri grossi del duca di maravi-
gliosa bellezza sfondarono, e molli di quelli che v'eran
sopra uccisero. La qual cosa sentita dal conte Federigo ,
egli fece gridar carne, segno che ad uccidere, e non a far
prigioni s'attendesse. Combattessi con incredibii valore da
amendue le parli infino a notte scura con morte dell' una
parte e dell' altra di trecento uomini d'arme, e di quattro-
cento corpi di cavalli ; se a chi scrisse la vita del Coglione
si deve prestar fede. Lo scritlor delle cose Ferraresi dice
di mille persone. Alcune memorie che sono appresso di
me fanno menzione di ottocento, la miglior parte de' Ve-
neziani. Il Machiavelli schernendo, come egli suol far, quella
milizia , dice che non vi morì niuno. Dal Sabellico senza
esprimere il numero , è chiamata quella battaglia molto san-
guinosa: così siamo trascurati a saper la verità delle cose;
ma che la vittoria fosse stata dal lato del conte Federigo
vi concorrono tulli gli autori, eccetto lo scriltor delle cose
del capitano de' Veneziani ; anzi il Sabellico islcsso afferma
che temendo i Veneziani dopo questo successo , non i prin-
cipi e i popoli , che erano in sull' arme riducessero tutto
il peso della guerra addosso a loro , poiché già si era di-
volgato , che questa impresa non era stala falla senza le
loro forze , mandarono alquante squadre e fanterie in aiuto
di Barlolommeo , sollecitandolo che quanto prima rimenassc
il campo in Lombardia. Non succedette poi cos' alcuna no-
tabile tra questi eserciti, o perchè B.irlolommeo si fosse
ritirato, come alcuni accennano, verso Lombardia, o per una
tregua ( il che mi si fa più credibile ) che si fece tra loro
a gli 8 d' agosto per venti giorni , affinchè il duca Borso
avesse tempo di poter trattcTie alcun buon accordo fra que-
sti potentati. Circa la qua' bisogna nacquero molle difTì-
collà , perciocché i Fiorentini non intendevano di farla pace
con Barlolommeo come capo di quell'esercito, senza esservi
espressi i Veneziani , non volcano comprometlcre libera-
mente nel duca Borso , non si contenlavano che il papa
LIBRO VENTIDCESIMO. 179
fosse passalo in questo nuovo accordo sollo silenzio, non
piacea loro in conio alcuno d'assicurare i fuorusciti ; ma
rimosse parte di queste difTicollà da uno ambasciadore del
duca Borso , fu finalmente acconsentilo che egli per lor
conto trattasse la pace. A che tanto più agevolmente in-
chinarono quanto si erano accorti del furioso procedere del
duca di Milano , il quale sdegnatosi prima fieramente che
il conte d'Urbino avesse attaccato il fallo d'arme senza la
sua persona , giunto nel campo, anche di là prestamente si
parli . e ne menò seco il fiore delle sue genti per una
guerra mossa in Lombardia da Filippo fratello del duca di
Savoia conLra Guglielmo marchese di Monferrato suo amico.
Venne nondimeno in questo tempo in aiuto della lega Al-
fonso duca di Calavria con duemila cavalli, e col conte
Orso degli Orsini famoso cnpilano di quei tempi , che gli
era stato dato dal padre per maestro , e per consigliere.
Onde parca che fosse adempito al mancamento delle genti
del duca di Milano. Ma per tutto ciò non parve che le pra-
tiche cominciale della pace s'avessero a tralasciare. Per la
qual cosa fu nel gonfalonerato di Andrea di Cresci man-
dato Tommaso Sederini a Ferrara per passar poi di là a
Venezia, e Otto Niccolini al pontefice per dimostrare che
dalle cose giusle non si discosterebbono. E dall'altro canto
Alfonso senza fermarsi mollo in Toscana n'andò per accoz-
zarsi col conte d'Urbino in Romagna; acciocché la pace
con tanta maggior lor dignità si trattasse , o gillandosi i
nimici alla guerra , si trovassero apparecchiati a quello che
facesse di bisogno. Ma essendo sopraggiunlo il verno prima
che la pace fusse conchiusa , rinscuno si ridusse alle stan-
ze, scoprendosi tuttavia maggiore l'arroganza del giovane
e folle duca di Milano , il quale sentendo il Sederini a Ve-
nezia venuto, ebbe a dire che i Fiorentini a guisa di men-
dici andavano per Dio accattando la pace. Ma il Sederini
fece modestamente intendere a quel signore , come la pace
era di principio siala trattata , e si trattava tuttavia dal duca
Borso, che n'era stalo mezzano, e movilore. E che a Fer-
rara era prima comparito il cardinale di Sant'Angelo Icgatu
del papa , e Andrea Vendramini ambasciadore de' Venezia-
ni. che uomo alcuno della Repubblica di Firenze, ma se
180 dell'istorie fiorentine
ptire i Veneziani per cos' alcuna avessero a insuperbirsi,
credeva egli , avere lor dato colesla baldanza le parole da
sua eccellenza delle nel campo della lega, quando partitosi
per Milano disse , che chi voleva rompere il capo andasse
a urlare nel muro , che egli non inlendea per allora di voler
più guerreggiare. Entralo dunque su questi maneggi ultimo
gonfaloniere di quell' anno Bertoldo Corsini , fur condotti
in Firenze tre fralelli di Dietisalvi prigioni con un suo ni-
pote detto Lotiieri , i quali in Mugello <■ in Prato andavano
nuove cose Icnlando; e ritrovato che la donna istessa di
Dietisalvi, superando la natura dell' animo femminile, cer-
cava in Firenze i congiunti e gli amici del marito, di solle-
vare , fu a' 22 di novembre dal capilai-o della ba'ia confi-
nala fuori del contado. Fccersi poi nuovi provvedimenti di
denari per Ire anni d'un milione e duf^ento mila fiorini,
non avendo molta speranza che la pace avesse a riuscire ;
sì perchè lìartolommeo voleva denari , e i fuoruscili sicu-
rezzi , a che i Fiorentini non voleano in conto alcuno ac-
consen'ire . e sì perchè v' avea posto le mani il pontefice,
di cui si dubitava, che per l'odio che aveva con Ferdi-
nando egli non avesse a conchiudore cosa che fusse a sod-
disfazione delle parli , o che almeno si lasciasse dall' amor
della patria trasportare a consentire con pregiudizio altrui
cose in favore de' Veneziani. Il che si vide in parie esser
verincato entrato che fu l'anno 1468 Perciocché risedendo
in Firenze gonfaloniere di giustizia Piero Mellini , ricevè
la signoria dag'i ambasciadori che teneva in Roma lettere,
le quali contenevano come il pontefice aveva a' 2 di feb-
braio dì solenne per la purificazione della Vergine pubbli-
cato una pace a modo di sentenza ; per la quale oltre molli
altri capitoli, voleva che rinnovandosi la pace e lega falla
al tempo di papa Niccola , si dovesse da quella soldare
IJartolommeo Coglione con cento mila scudi 1' anno per la
guerra, che s'aveva a fare in Albania contro a'Turclìi. Il
quale pagamento in questo modo s' aveva a compartire, che
diciannove per uno ne toccasse al papa, re, Veneziani, e
duca di Milano , quindici a' Fiorentini, quattro a'Sanesi, Ire
a Ferrara, e due per metà a Mantova, e a' Lucchesi, ri-
servando luogo a chi volesse entrarvi, e scomunicando chi
LlBaO VENTITREESIMO. 181
de' nominali non volesse ubbidire. E perchè ninno avesse
cagione di dolersi, voleva che Dovadola a' Fiorentini, e due
caslellcUa al signor d'Imola tolte si restituissero. Non pia-
cque a' Fiorentini questa dichiarazione fatta dal pontefice,
giudicando che questo onorato e illustre titolo dell'impresa
d'Albania era un colore per nutrire a loro spese il capi-
tano de' Veneziani ; onde essi dicevan fra loro, che il papa
aveva cavata questa arte dall' esempio del re Alfonso ,
quando ancor egli propose, che al Piccinino il medesimo
stipendio dar si dovesse. Ma che era ben meglio aver egli
in questo immilalo Calislo , il quale scoprendo i disegni del
re disse , che era cosa indegna della lega 1' avere a pascer
un ladrone per ristoro d'aver con ingiuste armi voluto met-
tere r Italia in nuovi scompigli. Ma fingendo di non si ac-
corger dil fine del papa, risposero che eglino per la lor
rata allora sborserebbero il danaro, che il capitano avesse
posto il piò nel paese de' Turchi. Ma sentendo che il duca
di Milano palesamente la biasimava , dicendo che egli non
voleva che i Vencziimi si valessero de' suoi danari contro
di lui, gli mandarono Tommaso Soderini. e Antonio Ri-
dolfi, il quale era stalo fatto ancor egli cavaliere da Paolo II,
perchè -con più unione s'apponessero a' voleri del papa,
trattando insieme di appellarsi al futuro coni ilio; quando
il pontefice volendo star fermo nella sua sentenza proce-
desse ad atto di scomunica contra di loro. Era del mede-
simo parere il re Ferdinando , benché in sul principio non
avendo ancor ben consideralo i capitoli, per i quali veniva
escluso da certe protezioni, avesse lodato quella sentenza.
11 papa sdegnato olire modo, sì per non vedere ubbidir
gli ordini suoi, mossi siccome egli dicea, da cosi giusta ca-
gione, e si per aver sentilo parlare di concilio, disee che
egli non era per raulare cos' alcuna dc'capiloli falli, e mi-
nacciava d'aver a far pentire chi di questa inubbidienza
era slato cagione , impedendo per suoi disegni una impresa
tan!o onorata, tanto santa, tanto necessaria. Queste cose
scritte dagli ambasciadori a Cipriano di ser Nigi gonfalo-
niere furono cagione, che si creassero nuovi Dieci di balìa
Luigi Guicciardini, e Antonio Uidolfi cavalieri e dottore.
Bernardo del Nero , Francesco Dini , Giovanni Serristori,
182 dell' ISTOR lE FIORENTINE
JJartolomraco del Zaccheria, Francesco Cigliamochi , An-
drea Carducci, Iacopo de' Pazzi e Piero de' Medici. Già dal
re, dal duca, e da' Veneziani si preparavano genti, arme,
e cavalli in Romagna per rinnovar la guerra , quando final-
mente 0 mitigato il papa da' conforti del duca Borso , o da
se stesso consideralo di quanti mali sarebbe stato cagione,
se per lai rispetto permetteva che la guerra andasse in-
nanzi, si dispose a mitigare la sentenza data senza far più
menzione di Bartolomroeo ; solo che chiunque cosalcuna
avesse tolto la restituisse , con alcuni all'ai capi a niuna
delle parti pregiudiciali. La qual pace fu pubblicala in Roma
a' 23 d'aprile, e in Firenze a' 27, benché alcuni ripongano
questa cosa nell'altro gonfalonerato. Di che si fecero non
solo l'usate feste, e fuochi, ma se ne resero grazie a Dio
con processioni, con limosine distribuite a' poveri , e con
aver fatto venire alla città la tavola dell' Impruneta; essendo
tutto ciò seguito non solo con piacere , ma eziandio con
molla riputazione della Repubblica. Mentre queste cose di
fuori si trattavano, in Firenze fu giudicato ribello per aver
rotto i confini Agnolo Neroni. Comperossi da Lodovico
Fregoso Serezzana, e Serezzanello , e alcune altre castel-
letla per trenta mila fiorini. Scopersesi un Irallato che te-
nevano i fuorusciti nella città, per lo quale molti ciltadini
fur presi e confinati. Cappone Capponi, Giuliano Strozzi.
Pierantonio Pitti, Ugo degli Alessandri, Lorenzo Soderini
figliuolo di Tommaso , e altri. Ne venne a luce un' altro
in Icmpo di Carlo de' Medici gonfaloniere che seguì ap-
presso, d'un figliuolo di Papi Orlandini, il quale lenea mano
di dar Pescia a' banditi, e gli fu mozzo il capo, finalmente
non apparendo dentro nò fuori lurbazione alcuna, il duca
di Calavria si part'i di Firenze in tempo del gonfalonerato
di Mnriolto Lippi , e tornossene a Napoli. Ma ne la rotta
della Molinella, non i confini, non le prigioni , non le mor-
ii, non ogn'allra cosa infelicemente tentata sbigottiva i fuo-
ruscati di cercare ogni di novità. Per la qual cosa fu a Fran-
cesco Dini gonfaloniere per settembre e ottobre scritto da
Francesco Pucci capitano di Marradi , come un Francesco
da Brisighella insieme con quindici compagni era venuto
per occupar di furto la rocca di Casliglionchio , i quali tulli
LIBRO VENTITREESIMO. i83
infuor di uno, dia difendendosi era slato ammazzalo, si
ritrovavano in sua balìa. Cosloro falli venire a Firenze con-
fessarono ciò aver fallo ad inslanza di Pino Ordelaflì signor
di Forlì, e di Galeotto fratello di Carlo Manfredi, il quale,
morto poco innanzi Astorre suo padre, era succeduto alla
signoria di Faenza ; e costoro essere slati mossi da' fuoru^
scili ; perche far lutti condannali al supplicio.
A tempo di Niccolò Tornabuoni non succedelle cosa >ii
nuovo, se non la passala dell' imperadore Federigo per la via
di Romagna a Roma. La qual cosa come che molti avesse
fallo maravigliare, e i Fioreniini medesimi; nondimeno si tro-
vò quel viaggio essere stalo l'alto da quel religioso prin-
cipe nel cuore del verno per scioglier un voto a cui egli
si era obbligalo. Prese il primo gonfaloneralo dell'anno
li69 Incopo de' Pazzi , il quule per aver bene ammini-
strala la Repubblica «la Tommaso Sederini eletto Sindaco
del comune fu per coraandaraenlo de' signori fatto cava-
liere. Iacopo Guicciardini , e Francesco Cocchi in cosa
alcuna per quanto io rilr,ovo non s' impacciarono. Ma il
gonfaloneralo di Piero Minerbelli fu per le cose di Riraini
travagliato mollo , benché con gloria della Repubblica. Era
nel fine dell'anno passalo morto Gismnndo Malalesla signor
di Rimini uomo mollo inlendenle delle cose della guerra ,
ma per altro di sì scellerata vi!a e di sì corrotta, che di
ladronecci, di lussuria, e di crudeltà lutti gli altri uomini
della sua età sopravanzò. Costui non avendo di tre donne
che egli ebbe figliuolo alcuno potuto generare, le quali
tulle crudelmente si tolse dinanzi, né lasciò uno da una
sua femmina chiamato Ruberto, il quale riuscì poi glorio-
sissimo capitano, e nell'allrc qualità in modo dissimile al
padre, che quanto colui di ribalderia non trovò chi gli n>et-
tesse il piede avanti; tanto costui di liberalità , di cortesia,
e d'ogn' altra bella virtù trovò pochi, o quasi ninno, che'l
pareggiasse. Ora egli benché bastardo tra per l'amore
de" sudditi, e per la sua destrezza, e per lo parentado fatto
col conte d' Urbino , di cui avea una figliuola per moglie
era succeduto nello stillo paterno; nel quale perchè meglio
si confermasse si era subilo raccomandato a' Fiorentini. Er.i
ancora stalo preso in proiezione dal re Ferdinando, la qual
18 i dell'istorie fiorentine
cosa è difficile a dire quanto l'aniaio dei ponlence pcrlur-
Lasse, il quale pretendendo quel Tudo per mancamenlo di
prole Icgiuima esser iscadulo alla sede apostolica, non po-
lca darsi pace , che per cagione di altri fosse la chiesa inal-
vagiameule de' suoi diritti spogliata. Per la qual cosa dopo
l'avere in concistoro agramente T ambizion della Repubblica
fiorentina e del re accusala infìn con dire , the egli non era
maraviglia che un illeg Itimo da un altro non legillirao ve-
nisse difeso, e dopo avere scritto a gli altri principi quanto
iniquamente si gli voleva legar le mani, perchè alie ragioni
de Li chii'sa non pole«se attendere , ne essendo fuor di spe-
ranza di far venire in Italia il duca Giovanni per le cose
del regno, del.berò di assaltar Rimini, cacciarne Ruberto,
e pigliarla con qualunque a'suoi giusti desi.ierj avesse cer-
calo d'opporsi, più mosso da impelo, che d'aver ben prima
misurate le forze sue. Propose a questa guerra Lorenzo ar-
civescovo di Sftnlrilro ; ma molto più si era appoggialo nella
persona di Alessandro Sforza, il quale essendo signor di
Pesaro per la vicinità del ppesc il giudicava mollo utile a
quella impresa; e Alessandro essendo una volta entrato nel
|)osscsso delle cose de' Malatcsti (perciocché Galeazzo signor
di Pesaro per le molestie , che riceveva da Gismondo suo
parente era stalo coslretlo di venderlo al duca Francesco ,
con patto che il dovesse dare ad Alessandro, che aveva
una sua nipote per moglie) sperava potersi ancor fa' ilmenic
in su questa occa>iione insignorir di Rimino ; il quale se si
toglieva a Ruberto, credeva che sut:o un giusto censo l'a-
vcrebbe oltonulo dalla chiesi ; talché si come il fratello in
Lombardia mancali i Visconti, così egli in Romagna [u-r di-
fetto de'Malatesti un nobilissimo principato venisse a fon-
dare. Posersi dunque 1' arcivescovo , e Alessandro intorno
a Rimini del mese di l.iglio con uno assai buono esercito;
se a' tempi debiti egli fosse slato delle sua paghe soddi«if;it-
to. E in su 1 principi!» presero per inganno il borgo di S.
Giuliano, e speravano di far progressi grandissimi, ancorché
Ruberto gagliardameule si difondesse; [lerciocchè i Vene-
ziani non potendo mancar al pontefice lor cittadino gli aveano
mandato di molli fanti e cavalli; quando e il conte d'Ur-
lino primo di tulli, e il re Ferdinando , e i Fiorentini con-
LIBRO VENTITEESIMO. ISS
corsero con presti e valorosi aiuti in difesa del Malatesta.
Accozzossi col conte il duca di Calavria per parie del re
suo padre con cinquemila cavalli, duemila fanti, e quattro-
cento balestrieri a' 12 d'agosto. Ruberto Sanseverino rapi-
lano de' Fiorentini con Tristano Sforza fratello del dura
Giovanni Galeazzo arrivarono al cnmpo per la via del Mu-
gello con cinquecento cavalli a' 28. Tre dì poi si venne al
fatto d'arme. Durò la baltnglia lunga ora: perciocché se
non da tutti combattevasi saldamente da una parte per par-
ticolari interessi ; da Alessandro Sforza , imperocché già
avea fatto disegno in quello sialo ; dal conte Federigo per
la salute e signoria del genero. Finalmente fu rotto Ales-
sandro con esser mancati de' suoi tra morti e presi circa
quattrocento soldati. La qual novella grandemente rallegrò
il gonfaloneralo di Giovenco della Stufa. Il papa per non
incorrere in più gravi sciagure, essendo i nimici in sulle
arme , non solo la guerra , che imprudentemente avea preso
abbandonò, ma fu coslrello , si come dice il Platina, rice-
vere quella pace che da'\i citori gli fu oflerta. Parca per
questo esser venuto il tempo che i Fiorentini , e per con-
seguente Piero de' Medici dovesse ormai dalle passale mo-
lestie respirare, domati i nimici domestici, e forestieri;
quando essendo entralo gonfaloniere di giustizia Piiro Nasi,
ed egli tuttavia piìi nel male aggravando a'3 di dicembre di
questa vita si partì. Fu Piero uomo molto umano e di l)e-
nigno ingegno, e in quelle novità che nel suo leiQ[>o accad-
dero alla Repubblica fu buona cagione , che molti suoi
partigiani nel sangue de' loro cittadini ?non s'avessero le
mani bruttnle , a che slraboccbevolmenle li vedeva rivolti.
Non gli mancò nò esperienza, ne vivezza di spirito, ma
l'infermità quando sono continue indeboliscono non che il
corpo ancor l'animo. E alla fama sua tolse molto 1' essersi
trovato tra un padre, e un figliuolo, i raggi del cui valore
arebbono ogn' altra chiarezza offuscato. Fu portalo a seppel-
lire secondo io ritrovo senz' altra onoranza, forse p< rchè
così egli in sua vita avesse disposto, o perchè con le ap-
parenze non s'accrescesse a' successori l'invidia; a' quali
d'essere e non d'apparir grandi importava. Tommaso Sode-
rini, a cui Piero i figliuoli, morendo, avea caramente racco-
186 dell' ISTORIE FIORENTINE
mandati, non volendo seguir l'esempio di Dielisalvi , fece
di notte ragunar molli cilladini de' più principali in S. An-
tonio , e da alcuno suo amico fece proporre lo sialo in che
la ciltà si ritrovava , e come per alcuni segreti avvisi era
venuto in notizia, che il pontefice intendeva di dar Bolo-
gna a'Veneziani. Per la qual cosa era necessario discorrere
in che modo per l'avvenire s'avessero a governare, potendo
ciascuno da per sé stesso considerare in che stato la loro
Repubblica si troverebbe, se i Veneziani di Bologna s'in-
signorissero. Non era il più stimato uomo in tutta la ciità
dopo la morte di Piero senz' alcuna contesa di Tommaso ;
perrhc a lui erano gli occhi di tutti rivolti, né parca che
fosse alcuno, il quale osasse d'arringare, se prima egli non
avesse detto la sua sentenza. Laonde Tommaso con una
grave e prudentissima dicerìa mostrò , che a mantener quella
città grande e possente non vedea modo alcuno migliore ,
rhe seguir quello dei governo incomincialo , e confermar in
Lorenzo de'Medici la riputazione dello slato in luogo del
padre; essendo più facile il continuar in quelle cose a che
gli uomini sono usali, che inlrodurle nuove. Il che diceva
essere otlimamenlc slato conosciuto dalla felice memoria di
Pio il. quando non per altro suo affetto , che per la quiete
d'Italia giudicò esser meglio il confermare il reame di Na-
poli a Ferdinando d'Aragona; il quale in quel regno si ri-
trovava, che in richiamare di fuori Giovanni d'Angiò. Par-
larono dopo Tommaso alcuni altri, e quasi tulli in questa
sentenza convennero. La qual unione sentila di fuori dal
papa, fu cagione che le cose di Bologna s'acquetassero,
essendo egli certo che i Fiorentini trovandosi in casa quieti
non lascerebbono in conto alcuno, che quella ciltà in poter
de' Veneziani pervenisse. E per questo il primo gonfalone-
rato dell'anno 1470 sotto Bernardo Salviali fu quietissimo.
Ma la rabbia de' fuoruscili non era ancor doma affatto. Onde
nel gonfalonerato d'Antonio de' Nobili si senti in Prato un
grande e impensato tumulto essere a'6 giorni d'aprile avve-
nuto ; il quale quanto in sul primo avviso apjìarì pericoloso,
tanto poi riuscì vano e di niuno momento. Tra i ribelli di-
chiarali gli anni addietro per conto d'aver seguitato il campo
de'nimici, fur due fratelli della famiglia de' Nardi, Salvcstro,
LIBRO VENTITRUESIMO. 187
e Bernardo figliuoli di Andrea; il quale fu gonfaloniere nel
46. Bernardo avendo conoscenza con un messo del podestìi
di quella terra , il quale era allora Cesare Petrucci , ebbe
ardimento d'entrare in Prato, d'occupare il palagio, di fare
il podestà col suo cavaliere prigione , e di correre la terra
con principi lietissimi della sua malta e bestiale inlipresa ,
perchè trascorrendo egli a guisa di furioso promelleva li-
bertà al castello, esenzione a' terrazzani , premj a chi il se-
guiva, e d" impiccare, e di squartare il podestà o i ministri
de' Fiorentini aiinacciava. Trovavasi per avventura in Prato
in quel tempo Giorgio Ginori cittadino Horenlino , e cava-
liere di Rodi , il quale inleso questo movimento del Nardi,
e uomo leggiero conoscendolo, immaginò non poterlo aver
fatto con molto fondamento, e accortosi come veramente
egli non avea menalo seco più che trenta compagni, e come
della terra non era alcuno che avesse le arme prese in suo
favore , avvisò di far un' opera molta grata alia sua Repub-
blica se il furor di cotesto pazzo raffrenasse. Perchè ragù-
nati molti altri Fiorentini , che in Prato abitavano con alcuni
della terra, ne quali egli confidava, e conoscevali amanti
della Repubblica assaltò il Nardi ; il quale non polendo far
lunga difesa restò a capo di cinque ore , che questa sedi-
zione avea mossa preso e ferito. Era intanto di Firenze, ove
questa novella era in fretta arrivala , stato spedilo Bernardo
Corbinelli con molli fanti, perchè a questi disordini ripa-
rasse, quando trovalo il Nardi con molti de' suoi già fatto
prigione , non ebbe a far altro che a rimenarlo in Firenze,
avendo prima dodici de' suoi in Prato fatto morire. Dal Nardi
a Firenze il dì seguente condotto si conobbe con quanti
piccoli appoggi si sogliono spesso metter gli uomini alle
grandi cose ; imperocché se ben questo trattalo non era
stalo senza saputa del Neroni, nondimeno e si seppe per
fermo, che quell'uomo astuto si curò poco d'avventurare
a discrezion della fortuna la temerità di costui , il quale due
di dopo fu decapitalo , essendo ivi ad alcuni altri giorni sei
altri per tal conto mandatine al supplicio. Entrò poi gonfa-
loniere di giustizia la terza volta Carlo Pandolfini, il quale
essendosi accorto come il papa co' Veneziani era una cosa
medesima , e non sapendo interamente quello che di Bolo-
188 dell' istorie fiorentine
glia potesse succedere, e reggendo che i fuoruscili mai di
tentar novità non (ìnavano, procurò di rinnovar la lega col
re, e col duca. La quale concliiusasi in tempo di Giovanni
Kidolfi suo successore , fu pubblicata in Firenze a'15 giorni
d'agosto. Ma certo con poca allrgrezza, avendo quasi nel
tempo medesimo il re scritto a" signori come da un suo ca-
valiere , il quale egli tenea nella Velona , avea avuto avvisi
della perdita di Negroponte , isola chiamata dagli antichi Eu-
lea , ovver Callide. Queste infelici novelle delia grandezza
de' Turchi fur cagione, che un'altra volta si tentasse di rin-
novar la lega universiile d'Italia per le cose di Rimini in-
terrotta ; perciocché i Veneziani , e il re specialmente per
la vicinità de' loro stati, e il papa per l'interesse della re-
ligione n' aveano sospetto e timore non piccolo. Andate per
questo su e giù leti ere, messi, e ambasciadori più volle
(nel che si consumò tulio il gonfalonerato di Ristoro Serri-
stori ) finalriente del mese di dicembre in quel di Bongianni
Gianfigliazzi fu la delta lega conchiusa fra il papa , il re, i
Veneziani , il duca , e i Fiorentini, e loro aderenti con alle-
grezza grande di tutta Italia. Molte allre cose in questo ma-
gistrato cos'i dentro come fuori con utile della Repubblica
furono ordinale, onde per pubblico decreto fu creato sindaco
liei comune Lorenzo de' Medici ; il quale in nome del po-
polo in S. Rcparala desse al gonfaloniere l'ardine della ca-
vallerìa. Agnolo della Stufa fu il primo gonfalonieri dell'anno
1471 in tempo del quale uscì il catasto , che montò dieci-
mila fiorini, e la decima; la quale annullando le bocche, e
ogn' altro peso arrivò a quarantaduemila. Seguì appresso
Gino Capponi figliuolo di Neri , nel qual tempo venne a
Firenze per cagione di \oto insieme con la sua donna , e
con una pomposissima corte il duca Giovanni Galeazzo , il
quale fu da Lorenzo de' Medici a sue private spese allog-
gialo, avendo a lutti gli altri signori e cortigiani che il se-
guitavano assegnato la signorìa le spese del pubblico , e
stanze e abitazioni per la città. Questo principe fu ne' falli
della sua casa molto magnifico ; talché coloro i quali raccon-
tano di colesla sua venuta a Firenze , narrano le maraviglie
della sua m;ignificcnza , avendo fra l'altre cose fatto condurre
per ischiene di mulo per 1' alpe dodici carrette per Io scr-
LIBRO VENTITREESIMO. 189
vigio (lolla duchessa, e delle sue dame tulle con le coperte
di panno d'oro e d'argcnlo legf^indramente ricamale, olire
cìiiquanla cliinee e bellissime menale a mano, solo per la
persona della moglie, cinquanta grossi corsieri per lui con
selle di panno d'oro, e altri guernimenli mollo ricchi. Cento
uomini d'arme, e cinquecento fanti per. la sua guardia, cin-
quanta stafiieri vestili di panno d'argrnlo e di seta per lo
servigio della staffa, cinquecento coppie di cani, e infinito
numero di falconi, e di sparvieri per l'uso della caccia e
deiriicccllarc , la qual pompa i;iiitata da'corligiani e da'suoi
baroni, che lulli fecero il numero di duomila cavalli, ren-
«Icva uno spcltacolo il più superbo e il più bello , che in
que' tempi si fusse polulo vedere. Conlullociò egli benché
giovane e aliiero, e in si grande fortuna collocato ebbe a
dire , che da'la magnificenza di Lorenzo era di gran lunga
stalo superalo, perciocché negli arredi de'Medici la ric-
rhezza della materia era di g'-ande spazio avanzata dalla
maestrìa e eccellenza dell' arlificio , cosa tanto più nobile
quanlo è meno comune, e con più stento e fatica s'acqui-
sta; e le cose istesse per la rarità di esse erano molto piìi
che l'oro a' riguardanti di stupore e di maraviglia; impe-
rocché egli vi avea veduto numero grande di vasi di pietre
preziose e da lonlani paesi recale. le quali il suo splendi-
dissimo avolo avea dr)po lungo processo di tempo con spesa
e diligenza grande raccolte e messe insieme. Grandemente
restava egli ammiralo dalle molle tavole da oliimi maestri
dipinle; essendo per propria inclinazione vago mollo della
pittura ; delle quali maggior numero diceva aver veduto
dentro il solo palagio de' Medici , che non in tutto il resto
d'Italia; e così dei disogni, delle statue, e dell'altre opere
in marmi, così de' moderni , come degli antichi artefici;
delle medaglie, delle gioie, dei libri, e dell' altre cose singo-
lari, e di pregio grandissimo; appetto alle quali egli diceva
stimare per cosa vile qualunque somma grande d'oro, o d'ar-
gento. Arrivò questo principe alla città a' 13 di marzo, con
cui volendo pure i signori in nome del pubblico fare ogni
sorte di complimenlo, fecero rappresentare tre spettacoli
sacri per trovarsi in tempo di quaresima, che per l'artificio
ingegnosissimo delle cose che v'intervennero riempierono
190 dell'istorie fiorentine
di somma ammirazione gli animi de' Lombardi. In S. Feli-
ce r annunziazione della Vergine , nel Carmine l'ascen-
sione di Cristo in cielo ; in S. Spirilo quando egli mandalo
Spirito Santo a gli apostoli. Ma come suole il più delle
volte avvenire , che col fine delP allegrezze vada sempre
congiunto qualche principio di amaritudine; la notte che
seguì a questa ultima rappresontazione si appiccò il fuoco
nella già detta chiesa di S. Spirito , che tutta arse senza
cos' alcuna rimanervi salvo , che un Crocifisso. Il che non-
dimeno fu cagione , che molto più bella , siccome oggi
vediamo si rifacesse. Due di poi si partì il duca dalla
città per tornarsene a Milano soddisfattissimo , così de'pub-
blici , come de' privati onori da Lorenzo ricevuti •, con
cui con stretto vincolo d' amicizia congiunto rimase, avendo
conchiuso, che congiungendo i danari de' Fiorentini con le
genti, arme, e cavalli de' Milanesi, facilmente d'ogn' altra
potenza quantunque grande si sarebbon difesi. Bardo Corsi
vivendo la città in una quiete grande fece poi risedendo
nel supremo magistrato mettere la palla di rame inorata so-
pra la cupola , opera d' Andrea Verrocchio , di che fece
incredibil festa il popol fiorentino. Nel qual tempo giunsero
avvisi della morte del duca Dorso , pochi dì prima crealo
duca di Ferrara dal pontefice, il quale ancor egli a' 26 di
luglio nel gonfalonerato di Piero Malegonnelle chiuse 1' ul-
timo giorno della sua vita. Fu Paolo II, seguitando in ciò
l'uso de' Veneziani, destinato dalla fanciullezza alla merca-
tura , e non prima che udita la promozione del suo zio cu-
gino a pontefice, si diede alli sludj delle lettere. Onde si
come in quelle non potè far profitto d'alcun momento, così
fu degli studiosi di esse poco amatore. Cercò di dar ripu-
tazione al pontificato con la pompa degli ornamenti , così
suoi come di cardinali, aiutandolo in questo la grandezza
e maestà del suo corpo , con la quale a guisa di nuovo
Aaron apparve venerabile e reverendo sopra tutti gli altri
pontefici nel cospetto de' riguardanti. Fu ancor magnifico
negli edifici, e all'apparecchio della tavola; ma mentre in-
tento alle cose apparenti non curò l,e sustanziali , difTicile
ijcl)' udienze , avido di accumular denari , e per questo in-
tjiscrcto distributore delle dignità ecclesiastiche, poco os-
LIBRO VENTITREESIMO. 19l
sctva(orc di quello che proraetlea , irainoderato parlatore ,
sollecito ricercatore di gioie , il quale molto si dilettava
d' apparire sagace e astuto, mostrò manifestamente egli aver
jircso errore non piccolo, sperando per cotali vie poter con-
seguire gloria dal suo pontificato ; e sebbene egli sovvenne
talvolta co' denari della chiesa a' bisogni d'alcuni, non per-
ciò scemò il biasimo d' averli per non debile vie ammassa-
ti; non consentendo la legge cristiana, che per qualunque
gran bene si possa alcun male commettere. Ardi nondimeno
di privare come eretico del regno di Boemia Georgio Pog-
gibraccio , e privollo ; si sono tremende e potcnli le forze
de' pontefici quando eglino non escono i confini dell' ofiicio
loro. \{ì questo tempo fu vinto per i consigli di far cinque
accoppiatori con potestà di eleggere insieme co' signori qua-
ranta cittadini , da' quali dugento altri ne fur nominali- Co-
sloro avuta potestà, eccetto di levare il catasto e la deci-
ma, di far tutto quello che il popolo fiorentino insieme
l)olea fare, annullarono il consiglio del comune e del po-
polo, e altre cose ordinarono per stabilimento di quello
stalo. E subito s'intese esser stalo crealo nuovo pontefice
il cardinale di S. Piero in Vincola, chiamalo Francesco della
Rovere, frale di S. Francesco, uomo di nazione assai umi-
le, come colui il quale da padre pescatore, in una piccola
villa del contado di Savona era nato, ma per la dottrina
delle lettere sacre, e per la eloquenza del predicare molto
nolo a' suoi tempi. Onde prima d'esser fatto generale della
sua religione, e poscia cardinale da Paolo II avea meritalo.
A costui secondo 1' uso della città fu deputala una nobile
ambasceria- Agnolo della Stufa, Bongianni Gianfigliazzi ,
Domenico Martelli , Piero Minerbetti , Donato Acciaiuoli ,
Lorenzo de' Medici, de' quali Donato, uomo eccellente nel-
l'opera delle lettere, ebbe il carico di far l'orazione. Il
Martelli, e il Minerbetti ci tornarono in tempo d'Antonio
Taddei falli cavalieri. E Ira il pontefice e Lorenzo appar-
\ero nel principio segui grandi d'amore e di benivolenza;
la quale fu poi poco durabile. È fama , che Lorenzo avesse
avuto animo di f.ir il fratello, Giuliano cardinale per rimaner
egli nelle cose del governo della città piìi libero, ma che
al pontefice non parve di aggiugner tanta riputazione a
192 dell'istorie FIOREMIM!
quella casa, onfle per avventura nacque quel mollo, (he
si attribuisce a Giuliano , che essendo e^li ilo a Roma por
un cappello per un suo amico n'avea in luogo di que Io
riportalo una milera , benché altri crederono per qu( 1 sui»
amico aver inleso Gentile, vescovo d'Arezzo ; da cui egli e
Lorenzo aveano le latine lettere appreso. In tempo di Za-
nobi Bilioni si die bando di ribello a Francesco Neroni.
Fecersi gli accoppiatori del priorato , e alcuni ammunili a
gli iilTìcj furono restituiti. Entrato poi l'anno 1472, la si-
gnoria (he uscì con Giovanni Salviali ridusse i corpi delle
ventuno arti, le quali erano riilotle a dodici all'antico ordi-
ne, e qiiasi alla (ine del gonfaloncrato di Gio\anni Compa-
gni si sentì la ribellion di Volterra. La cagione di questo
movimento fu il tenersi i Volterrani offesi da' Fiorentini per
aver trovato nel lor contado una cava d'allumi, una parlo
de'cui uiili pretendea la Repubblica che si dovesse incor-
porare nel Silo (igeo, come cosa allenente, al signor princi-
pale e supremo del luogo. Così par che accenni il Volter-
rano , e un certo Stefano Sanese; il quale scrisse i falli
della famiglia de' Medici , se ben questa cosa atlribuiscono
particolarmente a Lorenzo. Il che mi si fa più crcdd)ile
che quello che scrive il Machiavelli , cioè le gare esser
succedute tra il comune -di Volterra e i suoi privati cilia-
dini. Non volendo dunque i Volterrani a' comandamenti della
Repubblica ubbidire, e per questo avendo i loro ambascia-
dori sprezzato, e sdegnali con alcuni de" lor cittadini me-
desimi ; i quali in mantenersi in fede li confortavano, pro-
ruppero in tanto furore, che prima un lor ciltadino detto
Antonio Pecorino, e dopo alcuni allri uccisero. A Piero
Malegonnelle , che v'era commessario per la Repubblica
tolsero l'ubbidienza, e finalmente prese l'arme a' 27 d'a-
prile affatto dell'imperio de' Fiorentini si ribellarono. Que-
sto avviso perturbò grandemente la citta , non tanto per la
cosa islessa ; poiché per la pace univcrssle d' Italia non si
▼edeva su quali appoggi si (ossero i VoIl( rrani fondali a
creder di potersi difender dall'arme loro, quanto che moltis-
simi ricordavano non esser più che quarantatre anni passali,
che un'altra volta da loro iù ribellarono- Ragunato per ci('j
1 cilladini più principali e domandalo quello che nel prc-
LIBRO VENTITREESIMO. 1^3
sente caso si dovesse deliberare ; Lorenzo de' Medici con-
tro la sentenza di coloro, i quali volevano che a' Volter-
rani, quando il loro errore volessero riconoscere, si dovossc
perdonare, disse, che la temerità di quel popolo era ila
esser gastigata con 1' arme ; acciocché la quinta volta non
avesse lo esercito Fiorentino a vedersi intorno le mura di
Volterra; e perchè gli altri dall' esempio loro commossi ,
meno avessero ardire dopporsi a' comandamenti de'Ioro
maggiori. E che non si maravigliasse alcuno che egli ne!-
r entrar del governo della Repubblica desse questo saggio
d'animo crudele; perciocché siccome avviene ne' mali del
corpo , sono alcuni morbi , che se col ferro non si reci-
dano , conducono il corpo a morie , onde quelli medici
sono da esser giudicati più crudeli, i quali più appaiono
pietosi. Questa sentenza fu posta ad effetto , e , senza per-
der momento di tempo enlnilo che fu gonfaloniere di giu-
stizia Antonio Martelli, fur creati venti ci.'t.jdini. cosa che
non era mai altre volle accaduta , i quali di questa guerra
avessero a travagliarsi. I nomi loro sono laica Pitti , Gian-
nozzo Pilli, Antonio Ridolfi , Iacopo Guicciardini , Giovanni
Serrislori, Girolamo Morelli, Piero Minerbelli, Niccolò
Fedini , Iacopo de' Pazzi, Lorenzo de' Medici, Tommaso
Sederini, Giovanni Canigiani , Bernardo Corbinelli , Ber-
nardo del Nero, Ruberto Lioni, Bongianni Gianfìgliazzi ,
Lionardo Bartolini , Agnolo della Stufa, Antonio di Puccio,
e Bartoloramco del Troscia. Contaronsi cento mila scudi per
soldar genti; depularonsi commessarj del numero de' delti
venti cittadini Bongianni Gianfìgliazzi, e Iacopo Guicciar-
dini , i quali andasser col campo all' oppugnazione di Vol-
terra. Creossi capitano generale di questa impresa il conte
Federigo d'Urbino; a cui il Gianfìgliazzi fu mandato a con-
durlo, e venuto alla città a' 10 di maggio, e datogli dal
gonfaloniere il bastone del generalato, fu con cinquecento
cavalli incontanente mandalo all' esercito ; il quale si era
tuttavia di genti tumultuariamente raccolte andato mellendo
insieme in quello di Pisa, che fu, secondo il Machiavelli, di
diecimila fanti e duemila cavalli , ancorché alcuni non più
che di cinquemila fanti, e di cinquecento cavalli facciali
menzione. I Volterrani dall' allra parte qivesti preparamenti
Amm. Voi.. V. 1.3
l'Ji dell'istorie fiorentine
sentendo , mandarono a lulli i princìpi d' Italia accusando la
tirannìa de' Fiorentini ; i qnali non conienti d'averli ridotti
in servitù e spogliatoli del contado , Qnalinenle li volevano
privare di quel poco beneficio, che dalla benignità delia
natura qn.isi fatta compassionevole delle loro miserie era
stato lor conceduto ; ma non trovando chi per loro si mo-
vesse, salvo c(rle deboli speranze avute da'Sanesi, e dal
signor di Piombino, con quelle forze che poterono mag-
giori si erano acconci a difendersi da per loro ; e le castella
del lor contado a seguitare la lor fortuna avean condotto.
Andò primieramente l'esercito addosso a' contadini , e a'20
di quel mese li coslrinser lulli ad arrendersi, salvo l'avere,
e le persone, eccetto Montecalino , il quale si rese final-
mente anror esso alcuni giorni dipoi. Tra tanto s'accampò
intorno Volterra, e l'assedio per lo forte sito della cillh
sarebbe in lungo andato, se quelli cittadini, i quali aveano
da principio ctmforlalo che si dovesse ubbidire a' comanda-
menti della Repubblica non avesser di nuovo mostro i dati
ni , ne' quali incorrerebbero se lasciassero che la città fussc
presa per forza. Aggiugncvasi a quc>to , che quelli soldati
che i Volterrani avean condotto per difesa della lor città ,
veggendo gli ostinali e gagliardi assalti de'niraici, si eran
, grandemenle inviliti, e con molta lentezza al difendersi
procedeano ; e nondimeno portandosi ogni d'i vieppiù arro-
gantemente co' terrazzani erano diventali intollerabili , n»^
pe' conforti , né per le minaceie de' loro capitani si potC'
vano raffrenare. Per la qual cosa credendo qne'di Volierra
di due mali esser minore il tornare al mansueto imperio
de' Fiorentini, the slare alla discrezione di sì fatta gente,
incominciarono a pensare d' accordarsi. E avendo alcuni di
loro amicizia con Iacopo della Sassella, e col marchese di
Fosdinuovo , i quali si trovavan nel campo , li fecero in-
tendere, che quando i Fioreniini gli perdonassero, con al-
cuni onesti patti tornerebbero alla loro ubbidienza. Costoro
parlatone con i commessarj ebbero autorità di trattare le
convenzioni. E ottenuto soprattutto che la città fosse salva,
furono i primi ad entrare in Volloira con le genti venticincpic
giorni dopo, che vi erano stali intorno con l'assedio. Ma
o per colpa de' soldati, o per dl'ello d'alcuno dei capi, o
LIBRO VENTITREESIMO. 195
q ti al altra se ne fusse la cagione, la infelice ciuà fu messa
a sacco, rubale le case , ira|)rigionati i cittadini, svergognale
le donne, e le cose sagre, e non sagre poste tulle in un
fascio. Onde molli consideravano quanto scambiamento di
costumi avean fatto i presenti dagli amichi uomini , quando
presa Volterra già erano dugento anni passati per forza dai
Fiorentini, aveano nel mezzo dell' ardor del combattere po-
sato lo sdegno, e non consentilo che violenza alcuna fusse
fatta a veruno ; e ora essendosi resa a palli , e entratovi a
sangue freddo, da nessuna sorte d'ingiuria essere siala si-
cura; benché altri questa colpa attribuissero al servirsi dei
soldati mercenarj. I Fiorentini per torre a' Volterrani per
l'avvenire cagione di ribellarsi, e a loro d'incrudelire,
spianato il palagio del vescovo, vi fecero fabbricare una
ròcca, col qiial freno lungo tempo quella città in fede man-
tennero. Il con-te rilorn>-tto a Firenze fu con onori grandis-
simi dalla signorìa ricevuto , e in remunerazione della guerra
valorosamente amminislrata fa per pubblico decreto ammesso
nel numero degli allri cittadini Fiorentini , donatogli una
bandiera e un elmo d'ariento con vesti e vasi di mirabil
lavoro. E perchè la cittadinanza non paresse vana , fu com-
pro dal pubblico la possessione di Rucciano, che era di Luca
Pilli , e quella datagli in dono. I tre seguenti gonfalonieri
Tanai de' Nerli , Giovanni Orlandini, di quelli che vanno
per santa croce , e Piero Berardi non ebbero in cos'alcuna
che fare. Quasi la medesima quiete (u per lutto l'anno 1473;
onde ne Piero de' Medici , nò Luigi Guicciardini, ne Chi-
rico Pepi, né Barto'ommeo del Vigna fecero cos'alcuna
degna di memoria, chi non volesse in questo dire che si
fecero gli accoppiatori. Il che nondimeno fu seguito per
l'avvenire di farsi d'anno in anno quasi sempre di questo
tempo medesimo , perchè il governo Ira persone confidenti
si mantenesse. Seguì appresso Antonio degli Alessandri; nel
qual tempo fu gran carestìa, e arebbene la città più di quel
che ella fece patito, se per la diligenza di cinque cittadini
a ciò eletti non fosse stata alquanto ricreata. Fu finalmente
tratto per ultimo gonfaloniere di quell'anno Iacopo Ridoifi,
ma in quel giorno medesimo, che egli dovea prendere il
magistrato n'andò (il che non era altre volte avvenuto ) alla
196 de!,l' istorie fiorentine
sepoltura, perchè fu trailo in suo luogo Antonio Ridolfi. In
questo tempo essendo morto 1' arcivescovo Ncroni , conferì
il papa l'arcivescovado della citta a Piero Riario suo nipote
chiamalo cardinale di S. Sisto , il quale venuto a Firenze a
prenderne il possesso, e poscia a Roma tornato, ivi di la
a poco si morì. Fu costui per la molta potenza che appo il
pontefice avea , non nipote, ma sno figliuolo stimato; uomo
fu d'aspetto assai bello, lieto e piacevole nel dare audien-
za , liberale e magnifico soprammodo , talché non un frati-
cello vilmente nato, e poveramente dentro le mura d'un
convento allevalo , ma parca per un lungo ordine da gran-
dissimi re esser disceso. Ma la immodcrata ambizione, che
in lui si scoperse quando la slate pascala ricevette in Roma
Leonora d'Araj^ona figliuola del re Ferdinando, che n'an-
dava a marito a Ferrara , essendo opinione fra '1 vulgo che
in un solo convito avesse speso ven'itnila scudi , e l'essersi
fuor di quello che al suo grado si conveniva strabocchevol-
mente dato a' piaceri , e credutosi ohe per la troppa copia
di quelli si fusse morto, lisciarono di lui a' posteri disonesta
memoria. Entrò l'anno l'f74 col gonfaloneralo di Iacopo
Cocchi, nel quale si fece la legge de' loccatori per conto di
d.'bito. Donalo Acciainoli , quasi la fortuna avesse favorito
in tanta quiete il magistrato d' un uomo di simil condizione,
che egli non passasse sotto silenzio , ricevette con pompa
reale nella città Cristcrno re di Dania, di Svezia, e di
Norvegia, il quale n'andava a Roma per cagione di volo ,
e veniva allora da S. Iacopo di Galizia. Era questo re di
grave aspello , aveva la barba lunga e canuta , e benché
barbaro non avea dall'apparenza dissomigliante l'animo.
Onde il dì seguente veduto che ebbe la città , volle venire
in palagio , e visitata che ebbe la signoria chiese che si gli
mostrassero gli Evangelj greci , i quali erano siali portati
gli anni addietro di Costantinopoli , e le Pandette, le quali
andato a vedere ne' luoghi ov' elle erano, disse, per quanto
referì l' interprete , quelli essere i veri tesori de' principi ;
dalle quali parole fu compreso, che egli avesse voluto di-
nolare quello, che dell'oro mostratogli dal duca Giovanni
Galeazzo in Milano avea dello, ciò fu: che ad nn vero e
magnanimo signore non si conveniva accumulare tesori. Ma
LIBKO VENTITKEESIMO- 197
queste sor» di quelle cose secondo il mio avviso, che a
prima vista prendono altrui , ma considerate bene a dentro
scuoprono la loro falsità , essendo più che nessun' altro ,
a'piincìpi necessario l'accumular denari, sì per conserva-
zione de' loro slati , come per i varj accidenti, a' quali del
continuo sta esposta la fortuna de' grandi. Questo pareva ben
degno di maraviglia a lutti , che si vedesse andare disarmalo
e pacifico per Italia un re , i cui predecessori non solo
aveano b.itlula l'Italia, e malcomio la Spagna, eia Francia,
ma ancor guasio e mandato tossopra tulio l'Imperio Ro-
mano. Il gonfaloniere di Mnso degli Albizi fu quieto, ma
non già quello di Bernardo Anlinori; imperocché il papa
sdegnato che Niccolò Vitelli non lasciass' entrare in città
di Castello gli usciti, mandò con le forze sue, e con quelle
del re Ferdinando, con cui aveva slrella amicizia contraila,
l'esercito intorno città di Cartello, quando Niccolò uscito
con le sue genti a tempo che quelli di fuori stavano sprov-
vedutamente, fece di loro e massimamente de' capi una
grande occisiono, e a salvamento co' suoi nella città si ri-
dusse. I Fiorentini tra questo mezzo avendo inleso la guerra
a'ior paesi esser vicina, e sapendo la grande amicizia, che
era Ira il papa e il re, forte dubitarono, che quando città
di Castello fosse presa, quelle genti non si volgessero al
Borgo perchè niandiirono in quella terra commessario Piero
Nasi, e credettesi the avessero anche a Niccolò segreti aiuti
prestati. Questo sospetto accese grandemente l'animo del
pontefice, e, benché per allora le cose si fussero racchetate,
nondimeno larciarono i semivivi di future discordie, le quali
come a suo luogo si dirà ftnon di gravi accidenti cagione.
Non vollero tra tanto i Fiorentini esser colli alla sprovve-
duta, e però entrato gonfaloniere di giustizia Pigolo Nic-
colini, si cominciò a trattare la lega per venticinque an-
ni con alcuni patti particolari co' Veneziani , e col duca di
Milano; per Io qual conto fu mandato a Venezia Tom-
maso Sederini, il quale del mese di novembre nel gon-
falonierato di Tommaso Davanzali con grand' onore della
sua Repubblica la conchiuse, riserbando nondimeno luogo
al papa e al re , anzi obbligandosi a procurare che essi v'en-
irassero; i quali commendando in parole la delta lega full»;
198 dell'istorie fiorentine
non l'approvarono già mai con le opere, non essendo in
quella voluti entrare, ne' primi di dell'anno 1475. Essendo
gonfaloniere Alessandro da Filicaia, vennero a Firenze gli
ambasciadori de'Veiieziani per rallegrarsi con la signoria
della lega falla, i quali furono con grandi onori ricevuti:
imperocché avendo i Veneziani in queslo tempo scoperto
come il re Ferdinando era lor competitore nel regno di
Cipri, procurando di dar la figliuola naturale del re morto
ad un suo figliuolo altres'i naturale, eran diventati grandi
nimici del nome Aragonese , e desideravangli ogni male. Il
seguente gonfaloniere fu Bernardo del Nero; il padre del
quale essendo stalo de' signori per l'arte minore, egli fu il
primo che per opera di Cosimo fiisse ammesso tra quelle
della maggiore. Segui appresso Ruberto Lioni la seconda
volta, e al Lioni Giovanni Hucellai succedette, uomo in quel
tempo e per le ricchezze , e per lo parentado de'Medici mollo
slimalo, avendo Bernardo suo figliuolo una sorella di Lo-
renzo per moglie; sotto il qual magistrato si fecero i nuovi
accoppiatori. Poi fu Ir.illo Giovanni Carnosccihi , e l'ullimo
di quell'anno usci Giovanni Canigiani, del cui savio e pru-
dente consiglio molto e nelle pubbliche, e nelle privale fac-
cende soleva valersi Lorenzo de' Medici. Crislofano Spi-
nelli primo gonfaloniere dell'anno 1476 con quella signoria
che usc'i seco pose una certa lassa a tulli gli olBcj , che
avevan salario, la quale rendila si dovesse dire a' Consoli
del mare per navigare. Tulli gli altri gonfalonieri si sle-
rono senza far nulla, in guisa erano le cose non che in Fi-
renze, ma in tutta Italia quiete, sicché ne di Carlo Carducci,
ne di Domenico Pandolfìni, ne di Tommaso Ridolfi, se non
che si fecer gli accoppiatori, nò di Girolamo Morelli si puà
cos' alcuna raccontare. Prese l'ultimo Gonfalonerato di quel-
l'anno Filippo Tornabuoni zio di Lorenzo , e avealo presso
che con la medesima quiete ancor egli finito, se non che
per lettere di Tommaso Soderini, il quale era ambasciadore
a Milano, s'ebbe la violenta morte di quel principe succe-
duta a'26 di dicembre, mentre egli entralo con tutta la sua
corte nel tempio di Santo Stefano, camminava inverso l'al-
tare per onorar la festa di quel martire ; la qual morte come
che non generasse allora in Italia altra novità, increbbe
LIBRO VENTITREESIMO. i9f)
nondimeno grandemente a'Fiorenlini essen>lo le cose di
quello slato per la faniiullezza del nuovo principe, e per
l'ambizione de' suoi zii esposto a molti e gravissimi peri-
coli. Entrato dunqne l'anno 1477, e preso il gonf.ilonerato
da Giovanni Aldobrandini, di cui fu padre Aldobrandino,
che fu gonfaloniere due volle, si mandarono anibasciadori a
Milano per far animo alla moglie del morlo duca, sicché lo
stato al figliuolo Giovanni Galeazzo francamente conservasse,
profferendo le forze e i danari della loro Repubblica pron-
tissimi per il mantenimento di quel dominio. Porta il pre-
gio , che per la grandezza delle cose che sono seguite, e
per la chiarezza che n'acquista questo popolo e questa citlà
di cui scrivo, che noi queste poche cose in questo luogo
aggiungiamo Del gonfaluniere Giovanni non essere restali
tigliuoli . ma ben un suo fratello detto Saivestro, il quaìe
fu nel sessantanove de' signori , essere stalo bisavolo del
presente pontefice C emcnle Vili. E tra tanto passate nella
città le cose molto quiete per tutto il gonfaloneralo di Ia-
copo Guirciardini. Ecco alquanto di tumulto sentitosi in
quel dì Giovanni delTAntella per aver Carlo da Montone
assaltalo lo slato de' Senesi. Questo Carlo fu figliuolo natu-
rale di Braccio famoso capitano, di cui di sopra si è falla
copiosa menzione, il quale benché lasciato fanciullo dal pa-
dre, e il fratello Oddo mortogli in servigio de' Fiorentini
mollo per tempo, nondimeno essendo egli venuto con gli anni
crescendo, si per lo suo valore, e si per la reputazione
paterna s'aveva onorato luogo nella milizia acquistato , e tra
condottieri de' Veneziani non era slato d'oscuro nome. Ma,
essendo in questo tempo la sua condotta finita, gli corse
nell'animo un pensiero, e ciò fu se la città di Perugia già
posseduta dal padre, o con l'arme, o con qualche arte po-
tesse soltomellersi. V^enutosene dunque in Toscana con molle
genti si era verso Perugia invialo, quando per una lega
nuovamente fatta fra i Fiorentini e i Perugini, conobbe il
tentar questa impresa esser del tutto opera temeraria. Ma,
per cavar da questo suo movimenlo alcun fruito, si volse
sopra a' Senesi , i quali trovali sproveduti fieramente stri-
gneva, allegando dover da essi per stipendi del padre grossa
somma di danari conseguire I Sanesi o per lo sospeito J-.o
200 dell'istorie fiorentine
hanno naturale de' Fiorentini, o pure perchè per le spe-
ranze date gli anni addietro a' Volterrani credessero quella
l«epubblica avere sdegno con esso loro , credettero questa
liiria essergli venuta addosso per opera de'Fiorenlini. Ai
qu;di mandarono ambisciadori non tanto per dolersi dell'in-
giurie l'atlo loro da Cario, quanto per far loro intendere che
queste ingiurie da' Fiorentini riconoscevano, non essendo
cosa credibile, che un condutliere si fosse un simile stato
senza maggior forze posto ad assalire. I Fiorentini non solo
di ciò si scusarono , mostrando come Cario con lor caldo
ciò non l'acca, ma essendone da loro richiesti, fecero inten-
dere a Carlo che da molestar i Sanesi si rimanesse- Il quale
benché si dolesse della Repubblica che lei di un bello ac-
quisto, e lui d'una gran gloria privasse, toslamcnle ubbidì.
e lasciale le cose di Toscana nella prima quiete, al servigio
de' Veneziani tornossi. Accrebbesi in questo tempo la ga-
bella del vino , e intanto essendo alla città arrivato novelle
come il re Ferdinando passato alle seconde nozze, con la
iìs'iuola del re Giovanni d'Aragona s'era in malrimonio con-
giunto. La città gli mandò ambasciadori Bongianni Gianli-
gliazzi, e Pier Filippo Pandolfini. In tempo di Francesco Fe-
derighi si elessero gli accoppiatori, e, per qual cagione sei
facesse, che non la trovo, sotto il suo magistrato quattro
porte della città si serrarono. Giovanni L orini la seconda
volta, e Iacopo Lanfredini chiusero il rimanente dell'anno
senz'aver fatto cos' alcuna degna di memoria.
-c»^S5^o-
mw \mm iiorestìe
DI
SClPIOiVE AMMIRATO
LIBRO YEPsTIQUATTRESniO.
Anni 1478-1480.
Z^cguila l'anno 1478 memorabile per la congiura de' Pazzi ,
e per la guerra di papa Sisto; le quali cose cominciale a pre-
parare nel gonfaloneralo di Berlinghiero Derlinghieri, quanl»
nel principio afflissero la famiglia de' Medici, tanto poscia
in alto la sollevarono. Le cagioni di questo movimento furono
diverse. Ma Podio del papa trasse primieramente origine
dall'aiuto prestato da Lorenzo a Niccolò Vitelli, parendogli
troppa arroganza il volersi egli lutto dì impacciare di quello
che i papi verso i loro sudditi si facessero, avendo massi-
mamente nella memoria quello , che a Paolo II suo prede-
cessore era avvenuto per conto di Ruberto Malatesta intorno
le cose di Rimini: olire lo sdegno suo, era acceso il pon-
tefice conlra Lorenzo da conforti del conte Girolamo Riario
suo nipote; il qual conte sapendo che Lorenzo aveva fatte
ogn' opera che Imola dopo che dal duca Giovanni Galeazzo
fu tolta a Taddeo Manfredi pervenisse in potere de' Fioren-
tini, e non sua, fiero odio serbava conlrn di lui , non ostan-
te che il conte avesse in ogni modo conseguita Imola datagli
dal duca per dola di Caterina sua figliuola naturale. Né gio-
vava poco a tener viva questa malevoglicnza il credere il
conte Girolamo che egli fosse non meno da Lorenzo odiato,
a cui sapeva essere manifesto, che il conte e non allri era
stalo cagione, che la tesoreria del papa fosse stata lolla ai
202 dell'istorie fiorentine
ministri de' Medici e data a quelli de' Pazzi. A che si ag-
giugneva, che essendo ora i Fiorentini in lega co' Veneziani
non gli pareva lo slare in Romagna sicuro, e furie dubitava,
che nella nraorle del zio non gli convenisse sgombrare da
quello stato, se daModici continuasse la Repubblica Goren-
tina a lasciarsi governare. Questi erano gli sdegni dalla parte
del pontefice. I Pazzi, e i Salviati, che co'Pazzi si congiun-
sero, aveano altre cagioni; ma in prima è da sapere, chela
famiglia de' Pazzi una delle piti nobili e antiche case delia
città; secondo l'uso delle f.imiglie grandi, le quali furono
dai popolo tenute lontane dal governo, non prima che
dalla ritornata di Cosimo dall' esigilo, godè i privilegi del po-
polo. Per questo Andrea de Pazzi fu l'anno li;39 fatto de
Signori. Costui lasciò tre figliuoli Piero, che nel 61, e Ia-
copo che nel 69 erano stati gonfalonieri; e olire a questi
Antonio. Di Piero eran figliuoli Galeotto, Renalo, Andrea,
Giovanni, e Nicmlò. D'Antonio, Francesco, Giovanni, e
Guglielmo nascevano- La nobiltà di questa famiglia, la quan-
tità di tanti figliuoli, e le ricchezze, le quali erano grandi,
furono cagione, che desiderando Cosimo di lasciare il fi-
gliuolo, e i nipoti bene imparentati, s'inducesse a dare la
sua nipote sorella di Lorenzo per moglie a Guglielmo . come
che più volte si sia veduto i parentadi, e simili congiunzioni
non operar nulla appo quelli uomini , i quali, o da slimolo
di vendetta, o da desiderio di gloria sono agitali. Percioc-
ché a Francesco, quando bene niuna ingiuria avesse con-
seguila, non pareva vivere onorato in Firenze, avendo ogni
cosa a riconoscere dalla man di Lorenzo. Ma perchè alla
malvagia disposizione non mancassero degli aiuti , accaddero
in diversi tempi varj accidenti, che l'animo di Francesco alla
rovina, e morte de' Medici maravigliosamente infiammarono;
lo sdegno che credeva essergli portato da' Medici per conto
della tesoreria del pontefice; l'esser egli stato fatto venire
dagli Otto per lieve cagione di Roma in Firenze con poca
sua reputazione; e un giudizio daio contra Giovanni suo fra-
tello per cagione d'una eredità, che s'apparleneva alla sua
moglie ; le quali cose tutte da Lorenzo riconosceva. Essendo
dunque Francesco in questa guisa disposto , e usando fa-
migliarmente per l'ufficio della tesoreria ( perciocché egli
LIBRO VENTIQUATTRESIMO. 203
abitava il più del tempo in Roma ) col conle Girolamo , ve-
niva spesso a dolersi seco de' torli che da Lorenzo gli pa-
rca di ricevere. E facendogli il conle su questa materia per
i suoi interessi assai buon tenore, non si penò troppo a con-
chiudere, che per quiete, e sicurezza d'amendue loro, era ne-
cessario spegnar Lorenzo e Giuliano. Francesco benché gli
paresse aver presso che il suo desiderio conseguilo, avendo
così fallo compagno, pur volle intendere, di che aiuti, se a
ciò mettesse mano, si potesse valere , e se il papa vi con-
sentirebbe. E inteso che aiuti non mancherebbono , e che
non solo il papa ma anche il re favorirebbe l'impresa; a
cui il papa, avea fatto un figliuolo cardinale; egli si ristrinse
con Francesco Salviati arcivescovo di Pisa, il quale per es-
sergli Ijngo tempo il possesso di quell'arcivescovado per
opera di Lorenzo stato impedito, sapeva essere de' Medici
fiero e capitale nimico , senza che Iacopo Salviati suo pa-
rente era da Cosimo sialo fatto ribello- L'arcivescovo desi-
deroso di vendicarsi, e insiememente sperando poter per
questa via più facilmente accrescer nella grazia del ponte-
fice, non solo la sua opera profferì, ma promise tirare a que-
sta impresa degli altri della sua famiglia. Ma che gli ricor-
dava, che l'uccider Lorenzo e Giuliano era cosa facile per
andar eglino a guisa degli altri cittadini soli per la ritià, ma
che l'importanza consisteva in frenare il popolo, dove quello
corresse all'arme, il che senza l'aiuto di molte genti non
si polea mandare ad effetto. Mostrògli Francesco come a
lutto ciò si era pensato, e finalmente dopo 1' esser egli ve-
nuto a Firenze e tirato a questa impresa Iacopo de' Pazzi
suo zio, e molt'altri, e molte difficoltà agevolate, il modo tenuto
per ucciiier i due fratelli de' Medici fu questo. Avea il ponte-
fice a' IO di di cembre passato creato selle cardinali, de'quali fu
uno Raffaello Riario nipote del conle Girolamo, mollo giova-
ne, che si ritrovava in quel tempo a studio a Pisa. A co-
stui scrisse il zio, che tuttociò che dall'arcivescovo di Pisa
gli fusse detto , eseguisse; perchè all'entrata d'aprile, essendo
gonfaloniere di giustizia Cesare Petrucci, fu dall'arcivescovo
e da congiurati alla loggia de' Pazzi vicino un miglio a Fi-
renze condotto sotto nome d'aspettare alcune commessioni
dal papa, avendolo già fallo governatore di Perugia; ma ve-
20i dell'istorie fiorentine
raracnle perchè con 1' occasione della persona sua, o in qual-
che convito , o altrove Lorenzo e Giuliano uccidessero : ma
non essendo riuscito che in un convito che Lorenzo fece al
cardinale nella .sua villa di Fiesole, Giuliano ancora v'inter-
venisse , fecero dire al cardinale , che egli voiea la domenica
vegnente , che fu a' 26 di quel mese, udir la messa a S. Ma-
ria del Fiore, acciocché Lorenzo, si come egli a s'i fatte
persone era costumalo di fare quando a città venivano, seco
il convitasse. Venuto il cardinale come nipote di papa , e
legalo con molta compagnia in Firenze , e a casa de' Medi-
ci, ove Lorenzo convitato l'avea scavalcato, subito seppero
i congiurati come Giuliano quella mattina a casa non avrebbe
(lesinato, ove era preso l'ordine che al levar delle tavole
fossero manomessi. Per la qual cosa furono costretti pren-
der nuovo partito, sì perchè per esser la congiura a molli
nota, co' 1 differirla non si palesasse; e sì per aversi trovalo
dato commissione, che in quel di Giovanni Francesco da
Tolentino, e Lorenzo da Castello, nomini del papa, a Firenze
con duemila fanti s'avvicinassero. Fu perciò loslameule de-
liberalo , che quello , che in casa non si potea fare, in chiesa
si facesse, e che il cenno fusse quando il corpo del signore
si levava, e che, l'arcivescovo andato tra questo mezzo in
palagio, al tocco delle campane, il medesimo del gonfalo-
niere facesse, e del palagio s' impadronisse, e Jacopo de'Pazzi,
montalo a cavallo, il popolo alla libertà chiamasse. Ma avendo
Francesco de'Pazzi con Bernardo Bandini preso la cura d'uc-
cider Giuliano, e a Giovan Batista da Montesecco, condot-
tiere del conte Girolamo, commesso d'assalire Lorenzo, il
qual carico, essendosi parlalo di ucciderlo in casa, aNea
mostrato di prenderlo volentieri , accadde ( il che rovinò
queir impresa ) che per la mutazione falla di far quest'opera
in Chiesa, (gli apertamente il disdisse, allegando, che non
gli dava il cuore di profanare la chiesa di Dio, e aggiun-
gendo peccalo a peccato di far testimonio Cristo di tanta
scelleratezza; la onde furono Francesco, e l'arcivescovo co-
stretti volgersi a due, benché d'altra professione, pure lor
confidenti, e uomini, se non pratichi, molto bene arditi a fare
ogni male , ad uno Stefano de' Bagnioni piovano di Monlc-
raurlo , e cancelliere di Jacopo de' Pazzi , e ad Antonio
LIBRO VENTIQUATTRESIMO 205
Maffei da Volterra, scrittore apostolico, il cui animo il sacco
(Iella sua patria avca fieramente inacerbito conira Lorenzo.
Essendo in questo modo ordinale le cose ; e lutti alla chiesa
condotti, l'arcivescovo, dalo voce ciie andava a visitare la
madre, uscì del tempio con forse trenta persone. Ira 'quali
erano tre Jacopi , un suo fratello , e Jacopo Salviati figliuolo
di Jacopo, e Jacopo figliuolo del Poggio scrittor dell'istoria,
il quale era segretario del cardinal Riario- Questo pazzarello
da niun' altra cosa .fu a ciò spinto , che da desiderio di cose
nuove , e da leggi rezza di cervel'o, non si ricordando, che
suo padre, da maestro di scuola, ora per il favor de' Medici
stato tirato alla segreteria della Repubblica ; f.illo da terraz-
zano di Tcrranuova, cittadino fiorentino , e acquistato ripu-
tazione e ricchezze; oltre costoro v' erano persone di conio,
cinque fratelli Perugini, a' quali, essendo della lor patria
confinati, aveano i Pazzi dato ad intendere, che a casa gli
farebbon tornare. Con queste genli ne venne l'arcivescovo
iu palagio, e lasciati alcuni di loro alia porta, perchd", levato
il rumore, quella occupassero, con gli altri su ne salì; ove
trovò, che la signoria desinava, mail gonfaloniere levatosi
tanto prima da tavola per non fare star fuori, l'arcivescovo
seco in camera se n' entrò ; ove messosi I' arcivescovo a
dirgli , che il papa avca fallo depositario Niccolò suo figliuo-
lo, s'accorse il gonfaloniere che procedendo egli olire nel
parlare, ora si scambiava nel \iso, ora interrompeva le pa-
role, e 1' una con l'altra a guisa d'insensato non attaccava
in modo , che costrutio alcuno cavar se ne potesse ; talora
Noltandosi verso l'uscio si spurgava, come se alcun cenno
far volesse; perchè il g onfaloniere che altra volta in Pralo
s'era in queste mischie trovato, saltò subitamente fuor
della camera, e chiamati ad alla voce i compagni e i mini-
stri del palagio, e tulli insieme a quelle arme dato di ma-
i;o , the prima innanzi gli occorsero , alcuni de' congiurali
fecero prigioni, quando intesero nella piazza un tumulto
grandissimo , e fattosi alle finestre veggono con forse cento
armati Jacopo de' Pazzi discorrere a cavallo gridando il nome
della libertà. In questo viene lor riferito come la porla del
palagio è occupala, e che alcuni salendo su per le scale
cercavan di porgere aiuto a' compagni falli prigioni. 1 signori
206 dell' istorie fiorentine
con l'arme in roano valorosamente il palagio difendono , il
Pazzi con le sue genti co' sassi salutano, alcuni de' congiu-
rali di dentro uccidono , e la porta già perduta ricuperano ;
quando corso a loro di molli cittadini affezionati alla parte,
a'quali era prima stato vietato l'entrare, raccontano, come
Giuliano de' Medici per le mani di Francesco de'Pazzi e di
Bernardo Bandini era stalo ucciso in S. Maria del Fiore ,
come Lorenzo, radutogli morto a lato Francesco Nori, e egli
ferito nel collo da Antonio Maffei e da uno Stefano uomo
de'Pazzi, a fatica ricoveratosi nella sagrestia , di là si era
mezzo vivo finalmente a sua casa condotto. Allora incrude-
lito il gonfaloniere verso i congiurati , come quello che da
Medici avea avuto lo sialo, e da figliuolo di coltriciaio era
a gradi onorali, e finalmente alla somma dignità del gonfa-
loniere pervenuto, accozzatosi con gli Otto , comanda che
gìttato un capresto al collo dell'arcivescovo, e de'suoi Sal-
viati, e del Poggio, quelli alle finestre del palagio s' impic-
chino , si che dal popolo possasi esser veduti , gli altri , o
scannati, o semivivi fuor della porta, o dalle finestre in
piazza si gittino , e che a ninno si perdoni che morto non
sia. In somma di quelli che con l'arcivescovo vennero in
palagio, fuor d'uno, il quale dopo quallro dì fu trovalo
presso che morto dalla fame nascoso fra le legne , e fussi-
glì perdonato *, tutti gli altri, quali in un modo , e quali in
un altro perirono. Non era minore lo sdegno e il furor della
plebe per la città di quello de' signori in palagio, la quale
avuto notizia di quel che era avvenuto , e come i Pazzi
erano stali di quel male cagione, ne corre con impeto alle
lor case , e quivi non altri che Francesco trovatovi, il quale
nel dare a Giuliano aveva per la sete ingorda d'' ucciderlo
se stesso in una gamba gravemente ferito , e per questo
entralo nel lello, cosi ignudo come era condusse al pala-
gio, ove prestamente fu a canto all'arcivescovo e a gli al-
tri impiccato. Ne si sarebbe la plebe a tanto contenuta di
menarli vivi alla signoria, se andata a casa de' Medici, e
gridando che volea chiarirsi se Lorenzo vivo o morto si
fosse, egli fattosi alle finestre col collo legato non l'avesse
pregala a raffrenarsi , e a lasciar fare al magistrato ; accioc-
ché mentre di un colpevole slimassero prender vendetta ,
LIBRO VENTIQUATTRESIMO- 207
.ilcun innocenlc callivello non venisse degli altrui l'alli a pian-
gere li pena. Andando per questo con mnggior temperanza
attorno spiando ove i Puzzi ricoverali si fossero, trovarono
Giovanni fratello di Francesco negli Agnoli, e Galeotto li-
gliuolo di Piero , che vestito a guisa di lemmina n'andava
a S. Croce, e senz'allro strazio in palagio li menarono. La
signoria tra tanto cavallari e lettere per lutto Io stalo aveva
quel giorno spacciato , sì che, ovunque di queste genti ca-
|)ilas«ero, le fosser poste le mani addosso, e a Firenze con-
doUe; perchè fu il dì seguente trovato a Cercina un fratello
del cardinale , il quale menato a Firenze fu in palagio in-
sieme col fratello guardato, avendo ciò chiesto diii^-ente-
mente Lorenzo , che contro la persona del cardinale in modo
jilcuno non si procedesse. Vennero in quel medesimo dì di
Mugello presi Renato, Giovanni, e Niccolò fratelli de'Pazzi
con molti fanti di quelli del Monlesecro, otto de'quali l'al-
tro dì, che fu a'28, furono impiccati. Non si saziava la plebe
di questi spettacoli, se ella medesima di quel sangue le
mani non si bruttava. Onde d'alcuni, che furono dal mani-
goldo squartati , e di quelli che in piazza erano stali giltati,
la plebe ne fece minutissime parti, le quali su le lor arme
portando , e cvn pazze grida e sconci modi e applausi esul-
tando , parca che de' miseri congiurati trionfar volesse, per-
ciò fu in questo dì prr un leggiere accidente mollo presso
la città ad esser posta a sacco. Era fra gli olio fanti impic-
cali uno di loro, il quale aveva a" piedi un pa'di calze nuove
della difesa de" Pazzi ; alle quali molti fanti, tagliato che
fu il capestro dal boia, posero mano. E essendo per azzuf-
farsi si levò il rumore , il quale nella già commossa città
prestamente si sparse per tutto. E non si sapendo dalla
maggior parte onde si procedesse, e varie cose dicendosi ,
corse la plebe in molli luoghi con l'arme , e videsi che
avrebbe leggiermenle fatto del male se da cittadini d'auto-
rilà non fosse stala raffrenata. In quel dì medesimo venne
alla città Jacopo de' Pazzi, uomo già stato in grande slima,
da molli e invidiato come felice per le ricchezze, per l'an-
tica noliiltà della fam'glia , e per vedere la sua casa, se non
di figliuoli , lìorita per molti nipoti. A lui non erano man-
cali gli onori della cilià. Retto il gonfaloneralo, creato ca-
208 dell'istorie fiorentine
valiere dal popolo, stato <lei venti nell'impresa di Volter-
ra , e altri magistrali esercitalo ; ora per V allrui follia a tal
condono ; che avendo più volle pregalo coloro , che a Fi-
renze il conducevano , che'l dovessero uccidere, non l'avea
mai pollilo impetrare ; accioct he ancor egli per aggiugnere
uno esempio agiuoclii delia fortuna fosse da quel popolo,
che già il solca annoverar fra gli uomini felici, vedulo alle
finestre medesime del pala gio impiccato , e per accrescer
maggiormente la sua miseria in compagnia di Renalo suo
nipole, a cui niun'alira rosa nocque che il silenzio, per-
ciocché e avea egli quella congiura biasimato , e per non
intervenirvi nella sua villa se n' era ito , uomo e per lettere
e per costumi indegno veramente di quella miseria, se col
tacere non avesse dato indizio che, più della salvezza de'pa-
renti , che della Repubblica gli calesse. Il di seguente fu-
rono confinati Bernardo Corsi, e Rarlolo suo figliuolo, Bar-
do, e Lorenzo, della medesima famiglia furono ammuniti. Il
di che prese il gonfaloneralo Jacopo degli Alessandri venne
preso Andrea de' Pazzi con due compagni , e poco dipoi
arrivò Giovan Battista da Monlesecco , e appresso Piero
Vespucci. Costui fu condannalo alle Sliiiche in perpetuo ,
e Piero suo figliuolo Ira le cinque e quindici miglia confi-
nato, non per esser nella congiura inlervenuli, ma per aver
prestalo aiuto a fuggirsi a Napoleone Francesi molto in
questo Irallato imbrallatosi ; al qiial Francesi, e al Bandini,
perchè soli questi per allora scamparono, fu dato bando e
posta grossa taglia. Due giorni dì poi furono trovati in ba-
dia Slefano da Bagnone , e Antonio da Volterra, nel qual
giorno un cavallaro del conte Girolamo, e un'allro dello
il Brigliaino furon dati al supplicio , avendo sospeso di
eseguir la sentenza contro degli altri, finche da loro, e dal
Monlesecco in iscritto i particolari e ordine di tulio il trat-
tato pienamente si sapesse. Il qual risaputo , Antonio e
Stefano furono dalle finestre impiccali , e a Giovambalista
da Montest'cco su le porle del podestà fu mozzo il capo.
Furono dappoi confinali tra le dieci, e le trenta miglia
Giovambalista canonico di duomo , e Filippo amendoe fra-
telli di Jacopo del Poggio. Molli altri furono |)er questo
»'A)nto giustiziati, de' quali lutti lungo fascio sarebbe il far
LIBRO VENTIQUATTRESIMO. 209
menzione; lauto che infino a'setlanta si Uovo esserne morii
infino a questo tempo. I fratelli e cugini de' Pazzi furono
linaimente messi in fondo di lorre a Volterra , ove lun^o
!empo piansero la disavventurala impresa de' loro parenti ,
eccello Guglielmo . il quale per rispetto d<'!la moglie, fu
roidinalo in villa. Ma ninna cosa fu più orribile a vedere a
coloro massimamente, che non avend.» con niuna delle parli
iiiteresse giudicavano questi accidenti privi d'ogni passione ,
( he Io strazio di nuovo fallo nel corpo di Jacopo de'Pazzi.
One to , essendosi levala una fama, che le piove, le quali
tTiino allora grandi, avvenissero, imperocché egli era sep-
pellito in luogo sagro , e sapevasi the in sul tempo della
morte si era disperalo , chiamando il diavolo, fu per ordine
de' signori di notte tempo ravato dalla sua sepoltura di S.
Croce, e lungo le mura st ppellito. La qual cosa venula a
notizia de' fanciulli , prestamente il giorno che venne ap-
presso andarono a disotlerrare , e col capestro alla gola ,
(O-ì com'egli era, per la città lo strascinarono, e a casa
sua condotto, più volte picchiaron l'uscio gridando, cìw
aprissero a messer Jacopo de'Pazzi. Il che parendo a' si-
gnori stessi cosa crudele , mandarono i loro famigli , che
a' fanciulli il logliesscro , e in Arno il gillassero ; e nondi-
meno perchè più lungo tempo fosse scherno e obbrobrio
dell' imbestialito popolo, non potendo andar sollo , fu ve-
duto passarsene a galla parecchie miglia, tah he parca che
infino alla fortuna si prendesse trastullo della miseria di
questa casa; poiché, olire la morte di Jacopo in così fatto
modo suiceduta e rinnovala, Francesco, si come fu detto,
ignudo , e Renato vestilo da contadino con un gonnellino
bigiello , perocché in quell'abito fu ritrovalo, furono im-
piccali , come se avessero a fare le mascherale in su le
forche. Quale per questo avvenimento fosse l'animo del
pontefice divenuto , sentendo che verso le persone saliere
ron tanto impeto e rabbia si era proceduto, io non torrò
impresa d' esprimerlo , e crederò che gran fede ne faranno
gli effetti, che da questi movimenti ebber principio; im-
perocché il pontefice, non ostante che il nipote si gli fosse
senza niuna offesa a casa rimandato , e che la Repubblica
per la irregolarità , nella quale era incorsa per aver messo
Amm. Voi.. V. 14
210 dell'istorie FIOnKNTI?(B
mano a" preti, gli chiedesse umilmente perdono, si vedea
ohe si preparava a pigliar la via dell'arme. Confederatosi
<ol re Ferdinando, crealo lor capitano il duca Federigo da
Urbino , tiralo nella loro amicizia i Sanesi , e dato ordine
al Tolentino e a Lorenzo da Castel! o che attendessero a
ragunare maggior numero di gemi e di cavalli, i quali, scn-
x' aver polulo far ni/ìla, avendo inleso il successo della con-
giura , si trovavano ancor in Toscana. Per la qual cosa
a' Fiorentini non parve di starsi, e poiché non giovava loro
l'umiltà col pontefice usata , ancor essi a' preparamenti della
guerra si volsero, e a' 13 di giugno crearono i Dieci dellii
guerra, Lorenzo de' Medici , Tonimaso Sederini, Luigi
Guicciardini , Bongianni Gianfigtiazzi , Piero Minerlielli ,
Bernardo Buongirolami, Ruberto Lioni , Giovanni Serristorì,
Antonio di Dino, e Niccolò Fedini. I provvedimenti di co-
storo, come in tanto bisogno si richiedeva, furono diversi ;
poiché essi mandarono ambasciadori poco meno che a tutti
i principi cristiani , raccontando le cose surcodute nella loi
citlà per causa del pontefice , ma sopratlutlo a Venezia Piei
Filippo Patidolfini, e al duca di Milano, co' quali erano in
lega, Girolamo Morelli spedirono; mostrando, olirei danni
ricevuti, i pericoli che gli soprastavano per l' assalto che
aspellavano da'nimici, se non eran soccorsi. Dettero ordine
che tutte le terre delle frontiere si forlilicasseio , e vi si
meltesser dentro buon presidj, non solo in quelle the con-
finavano con lo stato della chiesa ver^o Roma , ma ancora
in quelle che aveano verso Romagna per rispetto del conte
Girolamo , il quale era signor d' Imola ; anzi furono prima
d'opinione d' assallar essi Imola, se l'aver trovalo the i
nimici venivano grossi non gli avesse indotto a lener le
genti unile insieme. Mandarono uomini in Lombardia e al-
trove per condur fanti, cavalli, conneslabili, e condottieri,
non perdonando a spesa alcuna; onde ebbero per lor con-
dottieri Niccula Orsino conte di Piligliano, Ridolfo Gonzaga
fratello di Federigo mariliese di Mantova con due suoi fi-
gliuoli , Giovanni Francesco e Guasparri , Currado Orsino,
e allri capitani. Ma perchè, oltre il difendersi, si è conosciuto
|)er esperienza nelle cose milit.iri essere necessario pensar
di Biolcslare chi viene ad olìcnderti , a questo sopratlutlo
LIBRO VENTIQUATTRESIMO. 211
si dava opera; consultando lutto dì in Firenze con gli am-
basciadori de' principi che vi si trovavano, che al papa, co-
me che non levasse li scandali , si dovesse levare 1' ubbi-
dienza , e per questo confortavano così i Veneziani, come
i Milanesi a mandare ambasciadori unitamente al re di Fran-
cia , pregando quel re , che così dovesse fare ancor egli, e
a rimuover di Roma non solo i legali loro, ma lutti i pre-
lati lor sudditi, per far mutare il papa d'opinione. Procura-
vano appresso con ogni studio, che unitamente dalla lega
i signori di Furlì, di Peserò, e di Faenza si conducessero,
prima che da'nimici fosser soldati; e conlullociò al ponte-
fice islesso si era mandalo Donato Acciaiuoli per veder di
placarlo ; ma non che ad accordo alcuno il suo altiero animo
si piegasse, anzi i Perugini, i quali erano in lega co'Fio-
renlini , mandaron per ordine del papa a disdire la lega,
talché richiamato l'Acciaiuoli di Roma, fu deliberalo man-
darlo in Francia, perchè più vivamente la ritrosìa e orgo-
glio del pontefice a quella corona esponesse. Non manca-
vano dall'altra parie i nimici a tulle quelle cose fare, che
conoscevano poter la loro impresa favorire. Perciocché co-
noscendo essi , che essendo il duca di Milano a casa trava-
glialo, poco giovamento da Ini potrebbono i Fiorentini ri-
trarre , il re particolarmente si diede a procurare di mutar
lo stato di Genova, la qual ciità sotto l'imperio del duca
si ritrovava, e sapendo che Lodovico Fregoso , che n' era
stalo doge, e trovavasi allor fuoruscilo , v' avea gran parte,
con denari e con altri appoggi il mandò a Piombino, per-
chè di là a Genova si conducesse. La qual cosa a notizia
de' Fiorentini pervenuta ne' primi giorni del gonfaloneralo
di Pagolo, machiavelli , fu cagione, che essi con gran frettri
mandassero alla guardia di Serczzana Gabbriello e Leo-
nardo, marchesi Malespini ; i quali di presente a' lor soldi
avevan condotti; perchè da quella parte alcun danno non
si ricevesse. Ma essendo venuti avvisi come il duca di Ca-
lavria con dodici squadre, e con cinquecento provvisionali
di Mercatallo era venuto al Panicale, e come ti dì mede-
simo il duca d'Urbino con circa venti squadre tra delle sue
e di quelle di Ruberto Malalesta signor di Rimini, e di
Costanzo Sforza, principe di Peserò, condotti già da'Dimic,
212 dell'istorie fiorentine
era arrivato al Pianello, si posero con ogni studio a solle-
citare , che le gi'nli, che di mano in mano a loro arrivavano,
delle quali avcano creato commessario generale Jacopo
Guicciardini , senza tardanza alcuna prendessero il cammino
verso Arezzo, ove delle genti de' Veneziani Galeotto Pico
signor della Mirandola, e Giovanni Antonio Scariotto ; del
duca di Milano, Giovanni Jacopo Trivulzio , Giovanni Con-
ti, Alberto Visconti, e altri capitimi fiiion mandati, senza
quelli che i Fiorentini stessi specialmente avcvan condotti;
de' quali ogni di alcuno compariva. Ma non avendo certezza
per qu.il via volessero i nimici assalirli, essendosi prima
detto, che cntrerebbono per Valdambra, e di là per Val-
damo; e poscia essendosi sparso voce che verri bbono per
Valdelsa; parve che per più sicurezza luna parte e l'altra
si dovesse forlificarc , perchè fu ordinalo . che cento uomini
d' arme d' Alberto Visconti restasse ro verso Montevarchi ,
Tcrraniiova , e'I Bucine , e per tema di Valdelsa Giovanni
(Àmli con trecento fanti guardasse il Poggio. II campo ove
ancor non era creato captano generale , andasse osservando
gii andamenti de'nimici, con dar loro quell'impedimento,
che fosse possibil maggiore , finché sopraggiunti gli altri
aiuti che s' aspeltavono , e deliberalo della persona del ca-
lcitano , il quale si sperava che avesse a essere il duca di
Ferrara, si fusse potuto pigliar altro partilo. Nel qual tempo
era a Firenze arrivato Filippo Argentone ambasciador del
re di Francia proCfiTcndo alla Repubblica in nome del re
suo signore , così di procedere unito insieme con gli am-
basciadori de' principi collegati intorno a minacciar il papa
della disubbidienza se non si levava dall'arme, come di
concorrere con le forze del suo regno perla quiete d' Ita-
lia, se il papa in quelle perseverava. Eravi ancor giunto
un'uomo del re Renato; il quale prometteva per questa
guerra la persona del suo nipote , essendogli morto il duca
(«iovanni suo figliuolo , benché i Fiorentini credessero che
egli fusse venuto per scoprir paese; quando finalmente u>i\
il campo de' nimici alli 11 di luglio essersi posto a piò di
Montepulciano a due miglia presso alla terra , ove era a
guardia Matteo d'Anghiari , e quivi aver guasto alcuni mu-
lini, predato bestiami, preso de' prigioni, ablirucialo e fatto
LIBRO VENTIQUATTRESIMO- 213
danni grandissimi; essendo fama the avessero già posto in-
sieme sessanta squadre di cavalli, e numero non piccolo lii
fanti. Dietro a'quali avvisi trovandosi nel medesimo tempo
il campo de' Fiorentini all'Olmo per andare a Cignano ,
giunse a' 13 a Firenze un trombetta del duca di Calavria
con un breve di Sisto spedilo alla Repubblica a'7 di luglio:
per lo quale notificava a' Fiorentini, come non polendo egli
più tollerare l'ingiurie the da Lorenzo de" Medici in diversi
(empi avca sostenuto la sede apostolica , era sialo costretto
prendcili l'arme contro, actiotchc libeiala la cillà di Fi-
renze da tosi fallo tiranno, potesse egli con l'aiuto suo, e
degli altri principi, e repubbliche de' cristiani volgersi con
tulio liinimo all'impresa de' Turchi; la quale a questo tem-
po , e altre voile por tagion sita era stala interrotta. Che
credeva per questo , che qu( Ila prudenlissima Repubblica
si risolverebbe uilimnmtnle a pigliar i parliti migliori ; im-
perocché quando in sì dannosa servili!, volesse continuare,
egli non vedea in qiial alUo modo al pubblico beneficia
sovvenir si potesse. E stimava chiunque lenlasse opporsi a
questa deliberazione, che insienieminte alla nligione , e
a' comodi della crislinna Repubblica si epponesse. E che
darebbe saggio che Dio l'avesse tolto all'atto l'intelletto,
non volendo riparare a' mali della sua patria, e del suo co-
mune. E che perciò la confuriava a considcr.ire diligente-
mente quello che si meltta a f.ire, conchiudendo insomma
non vo'er altro da' Kit renlini, che la cacciala di Lorenzo
de'iMediti, contro a cui solo s' avea l'odio e la nimistà.
Lette queste lellfre in senato, e veggendo Lorenzo come
tutta la colpa a lui solo s'attribuiva, giudicò esser neces-
sario parlar col popolo. E perciò avendo fallo ragunare in
palagio un numero grande de' cilladini , mostrò loro, come
se essi stimavano che con l'esilio o morte sua a'danni della
Repubblica si riparasse , che egli venia volentieri a pigliar
quel partito che di lui fusse fallo; perciocché egli non sa-
pea in qual modo potesse mai spender meglio la vita sua ,
che per saUi:e di quella Re[iubblica da cui con lauto uni-
versal consentimento all'avolo, al padre, e a sé slesso
erano l'onore, la vita, e le facoltà tante volle stale con-
servate. Che delle cose passale egli non volea in guisa al-
2H dell' ISTOKIE F10KE?(T1NE
cuna entrare a parlare , sì perchè non gli accadca scusare
jse , ne accusar altri; poiché la Repubblica col giudizio in-
torno a ciò fatto , avea dichiarato come intendea questo
accidente , e si perchè volentieri avrebbe desiderato , che
così fiera e rabbiosa crudeltà si fusse potuta cancellare
dalia memoria degli uomini. Che gli doleva bene infino
al profondo del cuore , che un vicario di Cristo in tanta
dignità sollevalo ; abbattutosi a' tempi così pericolosi per la
cristiana Repubblica , circondato da cure tanto gravi, e tanto
importante avesse preso a perseguitare un uomo privato, e
per questo a turbarne con acerba guerra una così eccelsa e
fiorita Repubblica. Nella qual cosa egli non sapea se era
maggior l'obbligo, che alla sua patria doveva sentire per la
tanta costanza da lei mostrata in mantenergli lo slato , o
(uire il dolore che 1' affliggeva, considerando, che per altrui
colpa egli avesse a porre in tanto scompiglio i parenti, gli
amici, e la Repubblica istessa , che mollo più che la propria
vita amava e tenea cara. Ma poiché in poteslà d' alcuno non
«ra il poter l'altrui voglie frenare; e in qualunque avveni-
raeiilo porgeva a ciascuno grande consolazione il non sen-
tirsi dalia coscienza rimordere: che doveva anco a lui ba-
star questo ; sperando nel resto che la Repubblica con l'aiu-
to di Dio prima , e poi per la prudenza , e industria di
tanli suoi cittadini, agevolmente e con onore e gloria sua
grande si sarebbe tra poco tempo dalle presenti molestie
liberala. La quale se la vita di lui piìi che la morte o esi-
lio tra tanto stimasse utile alla causa comune, egli niuna
cosa serbandosi, quella insieme con l'avere, e col sangue
de'proprj figliuoli largamente le proferiva Fu a Lorenzo in
poche parole risposto da chi a questo fu eletto , che egli
stesse di buon animo , perciocclic a lui conveniva di vivere
e di morire con la sua Repubblica; e perchè egli conoscesse
che eglino di lui quella cura aveano, che di caro e buon
cittadino si deve, gli deputarono dodici uomini per guardia
della sua persona. Poi avuto parere di Bartolommeo Sozino,
di Francesco Aretino, di Lancillotto Decio , del Bulgarino ,
d' Andrea Panormita , di Pier Filippo Cornio , e d' allri grandi
canonisti e teologi, come non ostante le censure del pon-
lelìce da cui già erano slati scomunicati, eglino appellandosi
i
LIBRO VENTIQL'ATTUESIMO. 2iS
al futuro concilio, potcano far celebrare i divini udìcj nella
loro ciltò risposero al papa in modo, che la guerra che cal-
damente era incominciala con molla maggior cadczza s'at-
teso a proseguire. E porche il papa incominciasse a sentir
ancor egli parie delle molestie, Cu mandato a Roma Guido
Antonio Vcspucci; perchè unito con gli ambasciadori Fran-
zpsi, i quili a ciò venivano pronti, proieslasse la disubbi-
dienza al pontefice ancorché quelli de' confederati non vi
concorressero. A Donalo Acciainoli, il quale ancor non era
partito per Francia fu commesso, che senza più rilardare a
a quel cammino si volgesse , ma con ordine che è il Ye-
spucci per viaggio visitasse e ringraziasse i Perugini; i qnnH
avcan di nuovo significalo di voler vivere in lega con i Fio-
rentini ; e TAcciaiuoli abboccatoisi in Mdano col duca, e con
gli ambasciadori de' collegati, con esso loro innanzi ad ogni
altra cosa il tutto partecipasse. Tra questo mezzo a' 14 il
campo de nirnici si era ridotto sul Balarco tra Montopul-
ciano e Turrita ; ove essendo a'cuni di loro scorsi a Va-
llano gagli.ird imente fur ributtati, benché il campo della Re-
pubblica , dubitando di non esser costretto a venire con
disvantaggio a giornata, si ritirasse pianamente verso Arezzo.
1 Dieci dubitando per questo di Valiano, oltre le genti che
v'erano dentro, vi mandarono a'!5 Pier Andrea Corso con
ia sua compagnia, e fingendo di non avvedersi del mal ani-
mo de' Senesi scrissero a quella Repubblica, proferendoli le
loro forze, se per avventura facea lor bisogno d' aiuto , per
vietare a'nimici il passar per i loro paesi. Ma bene in Ge-
nova la ribellione conlra il duca era scoppiata; onde i Dieci
da lui richiesti, furon costretti rimandarli Giovanni Conti
per servirsi in quella guerra della persona sua. 11 di se-
guente i nimici si levarono, e i nostri per non esser colti
alla sprovveduta gli si fecero innanzi , ma non seguì altro ,
a' 17 si ridussero sull' Ombrone in quel di Siena in un luogo
comodo a passare su quel di Firenze ; così per la via di
VaMambra , come per quella di Valdelsa ; nel qual dì il
campo de' Fiorentini venne a ponte romito, luogo posto
nello sboccar di Valdarabra ; ma per numero, e per capi-
tani a quello de' nimici mollo disu.^ualc ; perciocché in que I(!
era cerio esser finalmente sessfintadue in scssantaqnallro
216 df.ll' ISTORIE Fiorentine
squadre, e in qiie-;to erano appena qiiaraiila. Quello d li
(lucili di C;>lavria e d' Urliino peritissimi capitani, e per
la qualità loro molto slimati era condotto; dove questo non
a\end') capitano alcuno che a tulli potesse comandare , era
assomiglialo ad un corpo senz'anima. Sopraggiugnevano
pure ogni giorno di nuove genti, fra le quali e Giberto
dc'sigiìoii di Coreggio, e Teodoro Trivulzio nipote d Jacopo,
e alisi lullavia andavano comparendo; oltre esser arrivati
gli ambasciadori Veneziani Giovanni Emo , e Bernardo Bem-
bo ; la cui venula fu nUreniudo grata a'Fiorenlini ; ma gli
iiiiuiiei arrivali a' 18 tra Querciarossa, e il ponte a bottone,
e cavalcando forte, detler sospetto che non volessero an-
dari- alla Ca 11 Tina. È questo luogo posto a olio miglia
presso di Siena, onde quello de' Fiorentini venne la sera
de' 19 a Monlcvarchi prr venir verso Radia quando i nimiii
alla line prcser li via di Rencine. Ma, mentre s' altiMìiieva a
pianlar le bombarde , una parte trascorse alla Castellina , a
(<ol!e, e a Sangirnignano predando, e ardendo il paese con
(Igni sorte di crudeltà; presero Talcone, S. Agnesa, e Cep-
l^eicilo, con al're bicocche per Chianti , e infino a Poggi-
iionsi ogni tosa riempierono di spavento e di paura, il
G licciardini, il quale ai 21 era arri\ato a Greve, dubitandu
clic i iii.Tiiri non venissero alla volta di Firenze, però clie
rg!i doveva venire per questo ad ac amparsi al Poggio;
ine. lire sta sospeso se doveva accostarsi con le genti delln
{'icpubblica per Valdirubbiana, o per la via di Meleto vi'rsi>
l'anzams gli fu da' Dicci lodata la via di Aleleto; parend «
( lie l'altra fosse più 1 uiga patisse di vettovaglie e per es-
sere talliva fosse dilTicile a pissaie; e perche Luigi sim
iraltllo ultra volta aveva guidato esercì i iti tempo tii Gi-
bmondo Malatesla per questi luoghi glielo mandaiono per
compagno. Veggendo i Fiorentini in questo mìdo, che tul-
(avia le cose s'andavano maggiormente slrigncndo, atter.-
do:ino a sollecilare i confederali a mandar gli aiuti che ri-
Tnancvano ; e sopratutlo tre capi proponevano per salvezza
loro, e per onore e gloria comune; ne' quali essi stimava .o
«he la somma di tulle le cose consistesse Che concorres-
sero a torre l'ubbidienza al papa, che creassero capi ano
generale, e che guerra si movesse per mezzo del signor di
LIBRO VENTIQUATTRESIMO. 217
Faenza, e di Ginanni Bniivoi^lio a Imola, poiché non po-
tendo quelle genti farsi venire di qua rimanevan di là oziose
e inutili, oltreché Gnidaccio figliuolo di Taddeo già signor
d'Imola promelt(va col favor della lega di far gran movi-
menti in quella ciilà. Concorsero i Veneziani a torre l'ub-
bidienza in caso che il papa non si risolvesse a levar l'arme
e le censure. Porgev.mo speranza di capitano ; ma il mover
guerra a Imola non parca che fusse approvalo, per dimo-
strar forse che l'arme prese fossero solamente per difen-
dersi e non per offendere. I Fiorentini veggendo che i Ve-
neziani benché tardi concorrevano ale cose necessarie; e
del duca o slato di Milano polendo promettersi quanto di
se medesimi, mandarono Girolamo degli Albizi a Ferrara
per vedere di condor quel signore con online che a Bolo-
gna visitasse Giovanni Bentivoglio, e i conservadori di quel-
lo stato, confortandoli a favorir vivamente l'impresa, poiché
così il bisogno il richiedea ; imperocché i niraici avendo già
occupalo Kencine, faceano vista di voltarsi alla Castellina. I
Sanesi si erano scoperti nimici e la guerra molto difforme
da quelle che per tempi passali s'erano costumate in Italia,
purea, molto crudele e rabbiosa, oltre le prede e l'arsioni,
menandone infin le donne, e i fanciulli prigioni , che trova-
vano su pei campi. I Guicciardini iraltanlo s' eran ridotti al
Poggio, la qual cosa quietò grandemente l'animo dei Dicci.
Ma sentendo eglino, che nel campo per non vi esser capo.
e per esservi molli signori e condottieri di diversi luoghi
non vera ubbidienza, né ordine alcuno; diedero ordine, che
quattro di essi avesser la cura di tutto l'esercito, a" quali
tulli gli aliri intìn che il capitano si fusse crealo dovessero
ubbidire. Costor furono, il conte di Piligliano, il signor delli
Mirandola , Giovanni Jacopo Tr.vulzio e Alberto Visconti.
1 nimici a 26 s'accamparono intorno alla Castellini, ove il
dì avanti v'era staio mandato, oltre il presidio ordinario,
(iiovanni della Vecchia , e i balestrieri a cavallo del conte
Pier Nofri , e commesso che lutti quelli strami che vi erano
attorno, i quali non fosse tempo da riporli , s'ardessero; e
piirendo che il campo per trovarsi al Poggio fusse in luogo
sicuro, si mandarono fanti a Radda, a S. Paolo , a Panzana ,
a S. Donato e a Barberino; e diedesi ordine che Niccolò
218 rf-ll'istorie fiorentine
da Carpi e Bernardino da Todi, i quali partitisi di Monte-
pulciano por lacaltiva aria, erano venuli ad alloggiare a' bor-
ghi di Vagliano, attendessero ad infestare il contado. I ni-
mici o perchè avessero altro nell' animo, o per tener più
sospesi i Fiorentini, non finirono di piantar le bombarde in-
torno alla Castellina infino rfl primo dì d'Agosto, nel quale
fu fatto prigione da' Fiorentini Giordano Orsino da Collallo
benché prestamente fusse poi liberalo; la qual cosa facca
tornare i Dieci a conTorlarc i Veneziani, e per loro Ber-
n.trdo Bembo alla risoluzione di creare il capitano, alla quale
quel senato veniva tardo, così per sua natura, come per es-
ser di que'dì quindici mila Turchi passali nel Friuli, e ri-
pieno tutto quel paese di terrore. Ma i Dieci senza aspetlar
.'litro, mandarono di nuovo Jacopo Lanfr.ediiii a Balogna , e
poco di poi Cristofano Spini con dieci mila scudi a Ferram,
acciocché quel signore si conducesse ; perciocché in cam-
pagna si Iravag'iava gagliarJamente dall'una parte e dall'al-
tra. I nimici altendeano a balter la Castellina, ove i capitani
fiorentini, non ostante esservi attorno col campo «vcano in
piij volte entromesso quaranta fanti e Giovanni Jacopo Tri-
vulzio avendo cavalcalo in Valdimersa avea guasto tutte quel-
le mulina, delle quali si servivano i niraici, prelato bestiami,
fatto prigioni, e dato loro altri incomodi di che fu grande-
mente lodato da'Dieci. Ardendo in questo modo la guerra
in Toscana, non erano minori gli affanni, che riceveva ella
dalla peste; la quale già si era incominciala a sparger per
tutto; onde tra per F una cagione e per l'altra, morivano
spesso di molli soldati, e talora de' condottieri istessi, come
fu la morie di Giovanni da Scipione ; la quale molto increb-
be alia Repubblica. Suscitaronsi tra questi rumori le cattive
disposizioni, che erano in città di castello tra Lorenzo, Giu-
stino e Niccolò Vitelli, dove trovandosi vicino Bernardino
da Todi era venuto co' Castellani alle mani, e feritovi grave-
mente e fatto prigione Giovanni Francesco da Piandimelelo.
La Repubblica avea deliberato che in ogni modo al Vitelli,
il quale era stato cacciato, si desse aiuto, disegnando man-
darli i figliuoli di Ruberto Sanseverino, col conte Ugo San-
severino, che erano stati mandali da' Veneziani nel campo;
ma, avendo inteso che in ciltà di Castello vi era entrato un
LIBKO VENTIQUATTRESIMO. 219
vicclegalo dil papa con Braccio Baglioni, fu scritto ai Vi-
Icili che lasciasse per ora posar quelle cose , e egli con le
sue genti si ritirasse tra il Borgo Anghiari e Monterdiio
per la guardia di quelle terre; ma quelli della Castellina
avendo per molti di fallo valorosa resistenza a'nimìci a'ii,
pattuirono d'arrendersi se per tutti i ISnon erano soccorsit
di che, essendosi variamente consultato in Firenze, si deli-
berò che non si dovesse per questo, mettere in pericolo lo
esercito, con la conservazione del qu<ile speravano poter
coHscrvare tutti i luoghi loro importanti; per la qual cosa
venuto il di disegnato, la terra si rese e il dì seguente fece
il medesimo la ròcca, nel qual giorno i nimici andarono a
Radda. I Veneziani stretti dalle continue preghiere del Pan-
dolfini aggiunsero la condotta di mille fanti ; per la qual cosa
mandarono Rinaldo Guavardi a Firenze, il quale col Bembo
andò a vedere il campo, come i di addietro aveva fallo mon-
signore d'Argentone ambisciadore del re di Francia per
poter presentemente considerare i bisogni, e quello che si
conveniva fare, in guerra così importante. Quelli di Radda
nel giiigner del campo avean fatto buone e gagliarde dimo-
strazioni, e perciò si ragionò soccorrerla, mostrando mas-
simamente Francesco Carcherelli i luoghi onde si potea co-
modamente ciò fare , perchè si attese a ingrossare il campo:
ma, non osando pigliar risoluzione alcuna valorosa per la
quantità de' nimici, lasciaron loro la via aperta di calar nel
VaUlarno, e di predare in discorrendo il paese, Lamole, Gu-
viUe la badia di Collibuono, Castelnuovo in Valdarno, Mon-
tegrossoli, e altri luoghi de' cittadini , e di prediire e abbru-
ciare ciò che trovavano. E benché Jacopo Guicciardini fosse
venuto a Firenze per vedere con i Dieci quello che in tal
s'avesse a fare. Radda nondimeno senza pò ter essere altri-
raenli soccorsa, pervenne in poter de'nimici a'26 d' agosto.
La qual contra i patti fu da" nimici abbruciata. A' 27 calarono
verso Brolio e Cacchinno, nel qual dì per lettere di Fran-
cia si ebbe come quel re manderebbe in aiuto della Repub-
blica cinquecento lance in compagnia del duca di Calavria fi-
gliuolo di Carlo d'Angiò; le quali si stimava che sarebbon
venute a mezzo settembre ; e speravasene ogni buon suc-
cesso con 1' arrivata dell'Argentone, al quale in partendo di
220 dell' ISTOUIE FIORENTINE
Firenze erano stale donale cinquanlacinque libbre d' arienlo
lavoralo in vascllamenli da tavola. Questo avviso ricreò
grandemente i Fiorentini e massimamente perchè due d'i
poi sopraggiunscro lettere di Ferrara dall' Albizi, come il
duca, benché la pratica della sua condotta fusse presso che
guasta, si era finalmente risoluto di mettersi a' 30 in cam-
mino, rimettendosi mollo lilieralmente dello stipendio ne' Fio-
rentini ; il qual era i dì addietro stato trattalo per quaranta
mila scudi in tempo di pace e sessanta mila per guerra. E
nondimeno queste buone novelle erano contrappesale dai
cattivi avvisi delle cose di Genova, ove essendo le genti du-
chesche venute alle mani co' Genovesi vi erano state rotte,
e oltre seicento di loro morii, quasi la maggior parte fattavi
prigione. Perchè fa comandato a Tommaso di Saluzzo che
rimanesse a guardia di Serrazzana, non ostante che poco
innanzi gli fusse slato scritto che ne venisse co' suoi in
campo. Ma s'incominciava anche a dubit.ire di Brolio, ove
i nimici si erano volti, benché con Bernardo Corbinelli, il
quale era in quei luoghi commissario, fossero Jacopo della
Sassetta condotliere di chiaro nome , Scaramuccia di Santa
Croce, Alfonso Spagnuolo, 1' Anghiarino e altri conneslabili
pratichi e valorosi, nel nn sliero dell'arme. Già era stato
tratto nuovo gonfaloniere di giustizia Simone Zati e entrata
la nuova signoria, a cui oltre i sospetti di Chianti erano
ginnte novelic, ccme Donato Acciaiuoli senza poter passare
in Francia si era morto in Milano. Increbbe grandemente la
morte di così fatto cittadino alla patria, perciocché Donato
fu uomo non solo chiaro per la cognizione delle lettere gre-
che e per li studj della filosofia, ma molto alto ne' maneggi
civili; onde la RepL:b!>lica sj)erava grande benclìzio in ogni
suo grave acci lente della destrezza e prudenza di così fatto
uomo; la quale per lironoscerlo in morte, poiché in vita nou
aveva potuto, gli fece l'esequie del pubblico, (iolò due delle
sue figliuide femmine, e a' maschi scemò le gravezze, con depu-
tar quattro cittadini per lo governo della sua fa raiglin. E per-
chè le cose pubbliche intanto per la sua morte non patis-
sero, fu in un suo luogo deputato per ire in Fra icia Guidan-
lonìo Vespucci, già tornato di Roma in tempo che i nimici
battevano Mortaio. Difesersi quelli di dentro valorosamcnle,
MBP.O VENTIQUATTRESIMO. 221
e (lelter lanlo di lempo , che in Brolio potè enirar l'Anghia-
rino, e Balzarino in Cacchiano, ove posero polvere, piombo e
ferro, oltre aver mandalo prima a Cicchiano quatirocenlo
fanti. Ma per tulle quesle provvisioni nm si sperava che
questi luoghi avessero a tenersi; nondimeno non pareva ai
Fiorentini, far poco, se Iratlencndo il nimico in tali acqui-
sti, davan lempo a venirne il verno, e per conseguente o a
stancar gli avversar], o a ingrossar tanto il campo , che si
potesse mostrar loro il viso , e coslrignerli a pensar non
tanto ad offender al; ri, quanto a difonder se stessi. A che
parca che avesse dito buon principio l'essere agli 8 del
mese arrivato a Firenze il duca di Ferrara , e nel mei'e-
simo di Tesser giunto con dugentocinquanla cavalli e poco
meno di dugerito fanti il marchese di Siluzzo a Pisa. Fer-
jnossi la condotta col duca di Ferrara in nome del duca di
Milano e de' Fiorentini , con promessa che fra un mese i
Veneziani ratitìi hcrebbono; e senza più ritardare, a" i2 parli
per ire al campo, nel qual dì v' erano lettere come i nimici
ballevan forte il c.issero di Brolio, e già n' avcvan diveltato
una parie. Fu per questo mandato Bongianni Gianfigliazzi
in Valdarno, penhè con le genli di là desse alcun soccorso
a Brolio , ma prima che egli potesse ciò fare Brolio ; ai
14 si rese a'nimici, i quali siccome avevan fatto a Radda ,
senza osservar a quelli di dentro promessa alcuna , entrali
che vi furono dier la terra a sacco, abbruciaronvi molle ca-
se, e gillarono a terra parte delle mura. Quindi andarono a
Cacchiano, il qunl'; preso che fusse , si dubitava che non
venissero al Poggio. Per tanto il duca di Ferrara giunto
(he fu al Poggio, fece intendere a' Dieci come per sicu-
rezza del campo gli fai èva bisogno aver quattromila fanti
vivi; e che la gente d'arme, la qual era in molti luoghi di-
spersa , senza perder momento di tempo, tiilla al Poggio si
riducesse. La qual cosa fu comandala che si eseguisse con
ogni pre'»tezza. Intanto quelli di Cacchiano essendo assalili
fecero gagliarde dimostrazioni. Ne i fanti che erano a Mon-
ieluco furono di picool danno a' nimici, i quali mentre at-
tendeano a piantar le bombarde intorno a Cacchiano, ven-
nero alcune squadre di loro verso la Castellina soli' ombra
di fare scorta ad una bombarda; ma invero per tirar i Fio-
222 dell'istorie fiorentine
renlini a combatlere, avendo messo in ordine altre squadre
per pigliarli in mezzo; ma essendo eglino di ciò avvisali,
la cosa non ebbe altro effetto. Piantale finalmente le bom-
barde, i nimici a' 20 si posero intorno a Cacchiano da tre
lati, il quale essendo battuto quasi continuamente, a' 24 il
preser per forza, arserlo e saccheggiaronlo senza ricever i
Mimici offesa alcuna da quelli del campo. Ricevettero sola-
mente i Sanesi alquanto travaglio da quelli di Sansovino ,
ov'era coramessario, Vanni Strozzi, perciocché usciti quelli
di dentro incontro a' nimici, li rimisero infino alle porte
d' Asinalunga, abbruciarono intorno il paese a cinque mi-
glia, presero una fortezza detta Amorosa, menarono grandi
prede di bestie grosse e minute , e fra molti uomini che
fecero prigioni presero Carlo di Forma e il Corsetto con-
dottieri de' Sanesi, benché in condurli a Firenze il Cerselto
fosse scampato. Non ardirei di scriver quello che io sono
per dire, se dai libri de' Dieci per piìi lor lettere tutto ciò
manifestamente non si confermasse. Mentre Cacchiano si
balte e i Fiorentini sono allenti a pigliar il punto dell'A-
strologo per r ora e il dì, nel quale il bastone al generale
si dovea consegnare, non prima quasi dell'oracolo dispo-
sti, ebber balìa di poter ciò fare, che a' 27 del mese dopo
le sedici ore; scrivendo i Dieci a Lorenzo de' Medici, che
diligentemente quel punto osservasse , nel quale il Cielo
ogni cosa felice promettea, dove avanti alle sedici ore ro-
YJna e pericoli venivano minacciate grandissime. Queste sì
fatte superstizioni mi fanno credere aver indotto per avven-
tura in que' tempi il dottissimo Giovanni Pico a scrivere
dodici libri contra questa generazione d' uomini. Dettero il
bastone al duca da parie de' Fiorentini Lorenzo de'Medici, e in
nome del duca di Milano Gio. Jacopo Simonetta suo amba-
sciadore ; nel qual giorno i nimici dopo la presa di Cac-
chiano s' accamparono a Selvamaggio luogo de' Sanesi po-
sto in su' confinì ; onde levatisi a' 29 presero il cammino
inverso Valdicbiana. Con questa levata crebbe l'animo ai
Fiorentini, perchè commisero al capitano, che si levasse dal
Poggio col campo e entrando in quel de' Senesi vedesse
di far loro quel maggiore male che fusse possibile ; ma
con questo avvertimento, che bisognando in qualunque oc-
LIBRO VENriQOAl'TRESIMO. 223
easionc . potesse prima che i nirnici rifrovarsi al Pof^gio. Al
Gianfigliazzi dall'altro cant» scrissero, posciachè egli si ritro-
vava con molte buone genti nel Chianti, che attendesse o
per forza o per amore a ricoverare i luoghi perduti, per-
donando a coloro, i quali da se volevano rilornare ; la qual
coramessione fu ancor data a tutti i vicini luoghi e presidj.
Fu per questo dagli uomini di Monlebonzi, e da alcuni po-
chi fanti ripreso Barbischio; ove fur fatti prigioni intorno a
cento fanti messivi da' Sanesi e fra gli altri Bartolomeo
Gozzi con due altri cittadini Sanesi. Il Giafigliazzi riprese
Caslclnuovo dove era Lorenzo Gozzi uomo ricco a condi-
zione, e fecevi un bollino di qualtromila scudi. Riebbe poi
Aboia, e allendea a portarsi valorosamente. Il capitano par-
lilo a" 4 d'ottobre dal Poggio, alloggiò alla badia a Conio
quattro miglia discosto, in tempo che i nimici s'erano già
fermi intorno a S.msovino, e per potervi stare atteso e rac-
conciare le mulina di Rapulano. È Sansovino posto in luo-
go che fa quasi un capo delle terre di Valdichiana, il quale
quando in man de" nimici fusse pervenuto , arebbc porlo
loro facilità grandissima e di svernare , e di molestare in
un medesimo tempo così il piano d'Arezzo e di Cortona,
come la Valdarabra, e"l Valdarno ; per la qual cosa ben-
ché egli non fosse molto forte di sito, era pure slato assai
ben fornito d'uomini e di munizioni; e trovavisi dentro il
conte Bernardino da Montone, che avea ferocemente co-
mincialo a salutare i nimici con lo spingarde, e essendo a
Gargouza il conle di Piliglrano, i figliuoli di Ruberto Sanse-
verino, e i Torelli con più di due mila fanti, parca che le
cose stessero m^l'o ben sicure, in guisa che il duca di Fer-
rara essendo delia b.idia a Conio arrivalo a Monte Castelli
in quel di Colle, costrinse quelli di dentro a pattuire d' ar-
rendersi , se per tutti i sei del mese dai loro non fusser
soccorsi: il qua] aiuto non essendo venuto, il dura v' entrò
il dì diseguato, e lasciatolo provvisto n'andò con le fanterie,
e con circa quattordici squadre al Petraio ; il quale ( on
una battaglia di circa sei ore fu vinlo , salvi i fanti e fo-
restieri, e ogn' altra cosa a sacco. Furonvi trovale dentro
quattrocento moggia di grano, mille barili d'olio, quantità
grande di biade e di vino, e altre ricolte, talché vi fu roba
224 dell' istorie fiorentine
di ventimila scudi. Prese ancora in quella cavalcala Mon-
Icacuto , e a'9 andò ad alloggiare alla badia a Isola , nel
qnal giorno aveano i niraici con due bombarde incomin-
cialo a ballare Sansovino. Era il duca stalo d' opinione di
entrare nell;i Maremma, e di seguitare per quella via a dan-
neggiare i Sanesi; ma veggtnilo che i niraici si erano po-
sti a Sansovino per espugnarlo, fece pensiero insieme col
parere e deliberazione dei Dieci d'andar con lutto il cam-
po al soccorso di quel luogo, lasciando però genti al Pog-
gio e agli altri luoghi importanti. E per afFreltare a' 12 fur
mandati innanzi con le loro compagnie il marchese del
Munte tancilollo di Faenza, Jacopo Martiuengo, Pieranto-
nio Allendoli , e Pier Andrea Corso. A' 14 di buon'ora
si mo se poi il duca col resto del campo eia sera al lardi
mollo arrivò alia badia di Passignano ; avendo lascialo Tor-
nilo il Petraio da potersi difendere, ma Monteaculo, e Mon-
lecaslelii sfasciali per la morìa. A' 15 andò al borgo a Gre-
ve; a' 16 a San Giovanni; 1' altro giorno si condusse in Val-
damo , ove era stalo inconlralo dal conte di Pitigliano e
dal Gianfigliazzi per consultare ove s" avesse a fare 1' ultimo
alloggiamento appresso a' nimici ; il quale essi stimavano per
ottimo quel di Ccggiano. Intanto i nimici allendeano a bat-
tere e a slrigner la terra gagliardamente, onde si sollecita-
va , che il campo camminasse oltre con diligenza, non man-
cando i Dieci dal canto loro di provedere a tutte quelle
cose che dal capitano erano proposte ; a cui avendo chie-
sto più gente , erano stali mandali fino a i cento provigio-
nati che si tengono in piazza. E perche aveva fallo diffi-
coltà che da lutti non era ubbidito , era dal commessario
veneziano stato scritto a Galeotto signor della Mirandola
che ubbidisse a Sigismondo da Esle fratello del duca , il
quale con otto o nove squadre veniva di Lombanlia, fecero
intendere i Dieci che per la via di Casentino s' inviasse ad
Arezzo. Il duca dunque seguitando il cammino preso a' 18
l'alloggiamento sotto Civileila, tenendosi per fermo seconlo
le cose deliberate , che il dì seguente dovesse allosrgiar«
a Ceggiano due miglia presso a'nimici, quando per lettere
sue s'intese non poter essere a quell'alloggiamento senza
danno e manifesto pericolo dell'esercito; oltre che il ripu-
LIBRO VENTIQUATTRESIMO 225
lava debole e esser necessario fortificarsi; e per questo es-
sersi fermo sotto Civilella cinque miglia lungi dai Monte ;
non ostante che il conte di Pitigliano perseverasse tutta-
via caldamente ad approvare 1' alloggiamento di Cegginno :
a che concorrevano i commessarj Iacopo Guicciardini , e
Bongianni Gianfigliazzi; i quali già si erano accoppiati in-
sieme , essendosene Luigi tornato a Firenze. Nelle quali
dispule mentre si perde inutilmente il tempo , si cominciò
a parlare di tregua ; !a quale trattala da Giordano Orsino
da Collalio , e il conte di Pitigliano, fu a' 22 conchiusa per
otto giorni con due dì di disdella , permettendo che cosi
V un campo come 1' altro potesse andare a saccomanno in
su i lor Lerrcni, senza farsi alcuna fazione , e il Monte si
stesse ne' medesimi termini non offeso nò soccorso. Dice il
Machiaveiii , e così si cava dai libri de' Dicci , che la tre-
gua fu mossa da nimici ; i quali ridotti in molte difficullà
per la vicinila dell'esercito fiorentino, si sarebbon trovati a
cattivo p-rtilo se non avessero avuto spazio di riordinare
le cose loro. E nondimeno dal canto di qua senza pigliar
mai risoluzione che buona fusse, s'attese conlinuamente a
disputare degli alloggiamenti ; avendone il duca proposto
sotto Gargonsa piìi a proposilo e più forte e approvato per
buono, se non che ricevea la medesima difficuUà che non
vi si polca andare scuza pericolo. Onde i Dieci si dolevano
e rammaiicavansi di cuore , che per la disunione dell' opi-
nioni del capitano, e de' condettieri si perdesse l'occasione
di soccorrere il Monte. Se durava la tregua dicevano essi,
e il capitano con pochi cavalli si trovava presso al campo
de' nimici , a' quali non era vietato far bastìe, tagliate, cai-
tri preparamenti; perchè l'Esercito non poter andare senza
pericolo a Gargonsa, s'era forte , o fortificai Caggiano se
era debole? se cosa c-rta era che i nimici si trovavono
consumati dalla carestia di vettovaglie , e di strati!! , col
morbo, e in un paese dove le piove li potevano olTender
molto, perchè da tale esercito lasciarsi torre il Monte su-
gi' occhi? il quale contentavansi filialmente i Dieci veggendo
tanti disordini, che si depositasse in persona non sospetta-
Ma finito il mese d' ottobre , col quale spirava il termine
degli otto dì della tregua , e entralo in Firenze nuovo gon-
Am«. Vol. V. 15
■2ii(} dell'istorie FIOKENTJNE
{rtlonicr di giustizia Piero Miiicrbelli , i niniici non volen(i<>
^enlite parola alcuna di proroga, mandarono in campo Gior-
dano Orsino con un cancelliere del duca d' Urbino a disdire
la Iregua al duca di Ferrara, iraemlo inglrumento di tale di-
sdelta. Né perchè da Fiorentini fusse proposto, che il Moile
»ì depositasse in mano del re di Francia , o deJ collegii»
<ie'cardinali , e ullimamente che egli si mettesse in mano
del conte Orso , e del cavaliere Orsino per renderlo a' Fio-
rentini, se seguisse pace o se non seguisse, a'niniici, si pie-
garono a convenzione alcuna , essendo diventati superbi per
la viltà del campo <legli avversarj, ove non tra condizione al-
cuna buona . partendosi tuttavia de'soldati , così de'colìegati.
come de'Fiorentini scn/a licenzia del capitano, e altri disordini
conlra ogni buon costume rnililare. Convenendo dunque o
di difendere il Monte, o di perderlo , si levò finalmente il
duca di Ferrara con 1' esercito a' 4 di novembre por allog-
giar la sera Ira Uliveto e Ceggiano luogo sicuro , e onde
si polca dar animo agli amici e torlo animici. La qual no-
vella fu senli'a a Firenze con somma allegrezza de'Dieci.
benché fosse per |)oche ore durata ; essendo nel medesimo
giorno arrivate lettere di Vanni Strozzi , per le quali scri-
veva , come , non volendo quelli <lcl Monte aspettar il sac-
ci» , aveano sei di loro uomini mandato a capitolare co' ni-
mici d arrendersi salvo Pavere e l(v persone, così de'ler-
razzani, come de' forestieri, se per tutti li otto non fusser
soccorsi. Turbò questa cosa grandemente i Fiorentini, pa-
rendo loro, olire la perdita di così imi)ortniite luogo, essere
stali scherniti da nimici. Il qual dispiaci re anco crebi)e ,
perchè essendo stala data loro speriiiiza di riaver la Castel-
l.na , e per questo mandatovi di notte tempo cinquecento
soldati tra pie e a cavallo, per non aver usato quella virtù
che si conveniva, se ne tornarono senz'aver fatto nulla.
Aggiunse-i, che dove si aspettava che inimici, dopo avulo
il Monte , il quale non potè essere soccorso . si dovessero
ormai ridurre alle stanze, si sentiva esser venule leitcre
dal Pontefice, per le quali dava ordine, che si segiiiiasse
la guerra- OUre a queste cose si dubitava che di verso Pie-
trasanta non venisse gente , o per mare, o per terra, a danni
della Uepubblica. Coalullo;iò essendosi i nimici levato a' do-
LIBRO VENTIQUATTRESIMO. 227
dici e arso gli alloggiamenti , incominciarono a dare spe-
ranza che s'avviassero alle stanze. I nostri per sospetto di
Vaiiano passaron le Ctiiane, e alloggiarono tra l'Olmo e
Pulicciano, mentre i nimici erano tra Foiano, Lucignano, e
Asinaliinga Ma, veduto che andavono a svernare, ancor essi
pensarono di fare il simigliante. Né per tutto ciò restavano
i Fiorentini liberi dal travaglio , sì per la vicinità de' ni-
mici ; e SI perchè aspellavano al tempo nuovo la guerra
lauto più atroce e crudele , quanto più per tempo si polca
cominciare a guerreggiare ; oltreché tullavia da molli lati
sopraslavano pericoli gravi e importanti alle cose loro. Aveva
it re Ferdinando letiulo pratica per mezzo di Piero Baldi-
notti pistoiese di ril)el!are Pistoia a' Fiorentini , nel quai
trallalo tenea mano Iicopo de' Rossi e altri. E benché il
Baldinotti fosse fallo prigione da magistrali della Repub-
blica , si vedea che il re non cessava per ogni via possi-
bile di Iravagliare quello slato. De' Lucchesi, benché si
portassero tuttavia bene, si viveva in un dubbio grande, e
per questo vi si tenea quasi continuamente Piero Capponi,
e concedevasi loro ciò che chiedevano per conservarseli
amici. Eran fuori quattro galeazze della Repubblica , sopra
le quali era di mercanzia quel che valeva trecenlomila scu-
di. Il re posto l'occhio addosso a così nobii preda preparava
legni, e tenea intelligenza in Genova per poterle córre alla
trappola Quindi nasceva un'altro inconveniente che i Fio-
rentini non si potevano .'■coprire nimici de'Genovesi, il che
gravava forte al <luia di Milano ; onde la Repubblica fu co-
slreUa giiislificarsi con quel signore , mostrandoli , che
quando avvenisse il caso che quelle mercanzie pervenissero
in poter de'Genovesi, ciò non sarebbe stato maggior danno
della Repubblica , che dello slato del duca , potendo con
quelli danari far delle cose, che senza essi non farebbono.
Per cagione di tanti dubbj e pericoli pirve per primo ri-
medio , che si raffermassero per altri sei mesi i Dieci di
balìa ; e costoro giudicarono che si dovesse mandare in Ve-
nezia un cilladino principale per trattar del modo, che s'avea a
tenere per la guerra dell'anno futuro. Questo carico fu dato a
Tommaso Soderini, il quale, benché vecchio e infermo, prese
colai peso volentieri per beneficio della patria. jE intanto essen-
228 dell' istorie fiorentine
do stato fallo doge di Genova Balislino Fregoso, se gli scrisse,
rallegrandosi seco di quella dignità, benché si credesse aver
egli fallo lega col papa e co! re. E nondimeno essendo i
Dieci richiesi! dal duca di Milano d'aiuto di genti per for-
nire il borgo di VaMilaro , ove s'era inviato Ruberto San-
sevcrino , e Obiollo del riesco con allri capitani del re, e
de' Genovesi, i Fiorentini vi mandarono dugento fanti, e
pregarono i Luccìiesi per mezzo di Piero Capponi, che re-
stasser conienti nìan<iar fuori della loro città il suocero , la
donna e i figliuoli di Ruberto SauKCverino; i quali figliuoli,
ad inslanza del duca di Milano, erano stati licenziati dal soldo
de' Fiorcnt ni. Ma i Lucchesi assicurando di voler continuile
neir amicizia della Repubblica, non facevan però cenno di
miniar fuori alcuno de' richiesti ; onde si preparava che a
quel comune si mandfissero ambascindori di tutti gli altri
confederali per farli star saldi nella divozion delia lega',
massimamente che per una mossa fatta da Baldassar Gui-
diccioni , e da Galvano Trenta cittadini Lucchesi si viveva in
nuovo sospetto ; i quali parti;i di Lucca con guide per vie
e Iragetti inusitati avcan preso il cammino della riviera; per-
chè si dubitava non tenessero pratiche co' nimici del duca
di Milano ; i quali ridottisi a Bregne contra le terre di quel
signore e de' suoi raccomandati, non cessavano di travagliar
il duca , e di tenere in sospetto i Fiorentini , che scrive-
vano continuomcnle al commessario e capitano di Serezza-
na , che desse ogni aiuto e favore possibile alle cose del
duca. Ma perche facendosi tuttavia maggiore il dubbio dei,
fatti di Luniginna per le cose di Genova , non pareva che
in Serezzana fosse quel provvedimento che bisognava, fa
comandalo ne' primi d'i dell'anno 1479, essendo gonfalo-
niere Andrea di Cresci, a Bongianni Gianfigliazzi , che i d'i
addietro era stalo mandalo a Pisa per provvedere a quello
stalo , che passasse in Serezzana , e quivi facesse quelle
provvisioni che più stimasse necessario , promettendo i Dicci
mandarli Troilo da Bevagna , e Niccolò 'V^eneziano con tre-
cento fanti , oltre le compagnie che v' erano per sicurezza
del luogo. Dall' idiro canto al conte di Pitigliano avevano i
Dicci fatto intendere , che egli attendesse a fortificar il Pog-
gio Imperiale a modo suo , perciocché non se gli sarebbe
LIBRO VESTIQCATTRESIMO. 221
mancato di nulla. Avendo i Fiorentini in lai modo e allri
simili alle bisogne della guerra provveduto , intesero con
grande loro allegrezza l' infermità del papa ( benché fusse
poi riuscita io fumo ) e che il re veniva a Tivoli sotto voce
di visitar il pontefice , ma veramente perchè, morendo, po-
tesse esser presente a fare un papa a suo modo. Quel eh?
arrecò loro incrcdihii piacere fu la venula di sei ambasc a-
dori francesi; che a' 10 dtl mese fecero una solenne entrata
in Firenze. Costoro venivan mandali dal re per protestarsi
al papa di concorrere con la fortuna de' Fiorentini , se egli
della guerra non si rimanea, i quali partiti di Firenze a'16,
dopo aver co' signori, e co' Dieci trattato le cose necessa-
rie , seguitarono la via di Roma con promessa di far buon
frutto come fecero gli ambasciadori dell' imperadore . che
arrivati a Firenze due giorni dipoi, e mostrato come Cesare
desiderava la quiete e pace d'Italia, poiché ebbero inteso
come ciò era parimente desiderio della loro Repubblica ,
promisero di far ogn' opera col pontefice che le cose si rac-
chetassero. Traltanto non erano restati oziosi , ancorché fosse
nel profondo del verno, gli effetti della guerra, perciocché
Ottaviano Alidosio con permissione de' Fiorentini avea fatto
correrie e preso de'prigioni in quel d'Imola. Il duca di Ca-
lavria facea radunata nel piano di Rusia, e accennava vo-
lersi volgere a Volterra. Ruberto Sanseverino col conte Giu-
lio , Lodovico Fregoso , e Obietto del Fiesco era venuto a
Chiaveri , ove, fatto campo grosso, de'Ior partigiani con gran
numero di genti eran venuti in Luniginna a' danni del duca
di Milano , e della Repubblica. E quivi avendo preso tre
castellella di madonna Teodorina raccomandata del duca ,
a' 15 avean passato la Magra e dato uno assalto a Serezzana,
dalle cui mura erano stali feroceraenle ributtati con molla
lode di quelli di dentro ; i quali corsero iufin dentro le
sbarre de' nimici : ancorché né a Bongiauni Gianfigliazzi .
né a'Dieci piacesse del tutto cotanta animosità, parendo
loro di metter troppo in arbitrio della fortuna. Quasi nel
medesimo tempo gii Svizzeri che avevan guerra col duca di
Milano, commossi, come si credette, dal re di Napoli, cala-
rono in gran numero in Bellinzone, e posersi ad assediare
quella terra, ma, per soccorso venuto a gli assediali di Mi-
230 dell' istorie fiorentine
lane , furono coslrelti partirsi in fuga , e arebbono apparale
quello che fiisse l'andare altrui molestando; se un accidente,
col quale si conobbe quanto nelle cose militari vaglia la
fortuna, di rolli non li avesse reso vittoriosi. Costoro es-
sendo seguitati si posero a rotolare di grandissimi sassi di
su le bahe onde fuggivano addosso a coloro, da' quali erano
cacciali; la qual cosa diede in principio alquanto di spa-
vento, facendo credere che fosse maggior numero di quel
she non era, e che i villani del paese aves?cr preso la loro
difesa; il che fu cagione, che i Milanesi, bastando loro
d'aversi tolto dinanzi i nimici , pensassero a ritirarsi; e es-
sendo slato dato ordine che la sairaeria indietro tornasse ,
accade che un mulo dibattendogli sopra il basto alcuni arnesi
tla letto, spaventato si pose in fuga ; questo urlando ne gli
altri fece un grande scompiglio , e sparsesi per tutti i sol-
dati un grido, che i nimici avessero assalito la dietro guar-
dia, perchè, senza sapere da cui cacciati si fossero, lutti
parimente si diedero a fuggire con tanto terrore e sbigotti-
mento di ciascuno, che urtandosi nelle strette balze l' un
r altro fu maggiore il danno che infra di essi si facevano ,
che quel che riceveano da' nimici. Gli Svizzeri non lascia-
rono uscirsi r occasione di mano , ma dato addosso a coloro
che fuggivano , tra ammazzali, e annegali nel fiume, che di
sotto correva, ne perirono più di ottocento. Nacque non
molto di poi maggior rovina per quello stato; h quale per-
chè di tulli mali, che in Italia, ivi a non molli anni, segui-
rono, fu cagione , e che da questa guerra trasse principio ,
non è da ignorare. Francesco Sforza duca di Milano lasciò,
olire Giovan Galeazzo suo primogenito , cinque altri figliuoli
legittimi, de' quali Sforza duca di Bari, e Lodovico, clic poi
tu cognominato il Moro, furono dal fratello, per inferessi nati
Ira loro, confinali in Francia. Costoro nella morie del fratello
ritornarono in Milano , e dopo alcune contese e differenze
avute con la cognata, e co' governatori del nipote, de'quali
il primo era Cecco Simonetta già sialo segretario del duca
Francesco, si racchetarono, essendo stale loro assegnale
alcune rendile. Ma essendo nate tra loro nuove gare e so-
.spetli , finalmente non erano ancor duo anni finiti, che
Sforza nel suo ducato nel regno, Lodovico a Pisa, e Asca-
I.IBUO VENTignATTRESTMO. 231
nio , il qtiale era un altro de' fratelli, a Perugia fu confina-
lo. Oltaviano (questi sono li frulli della mal moderata am-
bizione), un de'frritelli ancor esso e giovanetto di diciollo
anni , fuggendo afTogò in Adda . perciocché solo Filippo non
mosse r armi contra il ninole. Ora Lodovico, avendo rollo
il confino, se n'era pns';ato a Lucca , essendo il duca di Bari
con quantità di denari capilalo a Piombino ; del qiial movi-
mento si ebbe in Firenze gran sospetto, ancorché, tra tanti
bollimenti, non mimcassero d'andar allorno pratiche di pace ;
perciocché, ritornato a Firenze monsignor di Cìusmè, nno
degli ambasciadori Francesi che erano iti in Roma, riferiva
come crono siati eletti dieci cardinali per Iraltnre l'accordo,
e che i capiloìi che il papa ricorcava erano: Che i Fioren-
tini si umiliassero a chieder perdono , che facessero dir
messe per V anime de' morti nel caso de' Pazzi , cancellaf;-
«esi la pittura de'l' arcivescovo , proraeKessesi non offender
la Chiesa nò suo stalo , assicurassersi g'i siali dall'una parlo
e dall' altra , e rislorassesi Ja chiesa delle spese falle ; o con
danari o con rendere il Borgo a' Sansepolcro. A parte delle
quali cose non volendo i Fiorenlini acconsentire, faccano
inslanza, che di comun consentimento de'collegali si levas-
sero i prelati di Roma , inlimassesi il concilio ; cose chp!
sogliono alterare i pontefici , e soprattutto si seguitasse la
guerra gagliardamente ,~perchè così si spererebbe più age-
v(dmenle la pace ; e soprattutto ricorcavano i Veneziani ,
che gli accomodassero del conte Carlo da Montone , e di
Dcifebo deil' Anguiliara , come quelli che essendo Deifebo
nimico di Ferdnando , e il conte Carlo pretendendo azione
in Perugia dalla persona di Braccin suo padre , che n' era
stalo signore, li stimavano utili alla guerra che s'aveva a
fare col papa, e col re, i quali essendo stali liberamente
promessi , e venule novelle che i Veneziani avevano con-
chiusa la pace col Turco, e che il re di Francia promette»
di trattar i Genovesi per nimici in Lione, e eziandio i Luc-
chesi se si discostavano dalla lega , rincorarono grandemente
i Fiorentini. Preparandosi dunque alla guerra gagliardamen-
te , assoldarono nel gonfaloncrato di Piero del Benino Ru-
berto MalalPSta signor di Rimino, preso già in proiezione
da' Veneziani, Goijlanzo Sforza signor di Peserò , Anloncl'o
232 dell' istorie fiorentine
da Fiirlì e molli altri signori e eondoUieri di conio. Il duca
di Milano promeUeva di mandare il marchese di Mantova ,
non ostante che Lodovico e gli altri zii fosser passati per
la via di Massa in Lunigiana ,, e congiuntisi quivi col San-
severinj , e con gli altri della fazione si fosser posti a campo
a Panzano, castello del marchese Iacopo Ambrogio Malas-pina
di esso duca raccomandalo. Ma perchè i nimici senza perder
tempo la notte de' 10 di febbraio furtivamente cosi per terra,
come per mare erano passa'i di qua, e entrati in Valdiser-
thio e preso Filetto , fu subitamenic scritto al duca di Fer-
rara, che se ne venisse da questa banda, e congiuntosi
con le genti di Giovanni conte, e di Giovanni Francesco
dell' Anguillara desse in Valdiserchio ancor egli. Verso le
quali parti furono tosto mandati comniessarj Girolamo degli
Albizi , e Iacopo Gui( ciardini , colui in Valdinievole, e quc-
s'ii a Pisa ; ove finalmente giunse il Sanseverino con quat-
tromila uomini a piò, la maggior parte riverasclii , e con
cinquecento in secenlo cavalli , avendo passato il fiume a
guazzo, il dodicesimo giorno del mese. Con quale speranza
a far ciò si movesse, perciocché non è da credere, che
con quelle gpnti egli avesse stimato di pigliar Pisa, si spinse
con le sue genti infino all' antiporto della città, e misevi
fuoco; dal qual luogo fu ferocemente ributtato: onde si
Tolse a correr la campagna , e di quivi menò grandi prede
d'uomini e di bestiami; e fatto un ponte in sul Serchio di
barche e di botti per poter avere il passo libero ; Ruberto,
e Obietto dal Fiesco , lascialo Lodovico Sforza con gli al ri
di là , alloggiarono dalla parte di qua nelle case propinque
«1 ponte , scorrendo tulio il paese a lor piacimento. A que-
sto male s'aggiunse; dio il popolo di Lucca intendendo
falsamente, che alcuni do'noslri cran corsi ne' loio terreni,
si levò a furore, e preso l'arme corse alla casa di Piero
Capponi ambasciadore della Rcpubltlica, il quale difficilmente
arebbe campato del pericolo della morte, se, fugr.ilosi per
la porta di dietro, non si lusso ricoverato in casa dun Luc-
chese suo amico ; perciocché gli Svizzeri mandali dalla
signoria per posare il rumore non surebbono stali a tempo.
Olire a queste coso i' conte Amoratto Torello avea donalo
a! doge di Genova le ragioni, che egli, la mogie, e la
LIBRO VENTIQUATTHESIMO. 233
fognata aveano nel marchesato di Fivizzano, per la qua!
cosa e di questi luoghi anche si sospettava. I niraici final-
niente guastarono le mulina di Valdicalci con alcuni altri
luoghelti di non molta importanza , ma avendo dato la bat-
taglia al castello di Valdicalci, noi poterono però avere.
Per queste ragioni fu mandato Sforza Bettini a sollecitar la
venula del duca di Ferrara; il quale, chiamalo in Reggiana
dal duca di Milano , avea poco innanzi scritto senza sua par-
ticipazione nun potersi partire , benché avesse mandato Si-
gismondo suo fratello , sotto il qual capo si sarebbono go-
^ ornate in sua assenza le genti che erano verso Pisa. Mentre
così procedeano le cose da questa parte , il cavaliere Orsino
entrò dalla parte di Siena con circa secento cavalli utili , e
due mila fanti in Valdicecina , e occupato Gello, castelletto
di poche case in quel di Volterra , e Monlesciidaio , erasi
posto a campo a Guardistallo , il quale non potendo avere
senza passar la Cecina , se ne tornò in quel di Siena con
aver predalo secento bestie. Essendo dunque la guerra ri-
destata più presto che non si credea , vennero opportuna-
mente avvisi come il duca di Ferrara, cessando il sospetto
di Lombardia, a' 21 era arrivato a Modena con ordine di
nieltersi fra tre dì in cammino per passar di qua. I Fioren-
tini creato capitano generale delle lor genti particolari Ru-
berto Malalesta , e governalor-; del medesimo esercito Co-
stanzo Sforza, sollecitavono tuttavia, che tulli i condollieri
e le genti disegnale per la volta di Pisa s'accostassero al
luogo; acciocché stringendo il Sanseverino , rimanessero li-
beri da quelle mo'estie per potersi volgere con tulle le forze
unite addosso a' duchi di Calavria e d" Urbino ; essendosi
massimamente inleso, the Obietto del Fiesco di Valdisercbio,
ove erano gli alloggiamenti de' nimici era stato mandato in
Riviera, per comlur genti, e Guaspari Sanseverino figliuolo
di Ruberto al duca di Calavria per sollecitarlo , che per la
via di mare desse loro soccorso , o almeno slrignessc i ni-
mici sì gagliardamente di verso Siena, che di cosli non po-
tessero badare; perciocché avendo eglino novelle della ve-
nuta del duca di Ferr.ira dubilavono non esser posti in mez-
zo. Ma essendo il duca di Ferrara l'ultimo dì di marzo
arrivalo a Pistoia, e il primo giorno d'aprile le genti del
23Ì DKtl.' ISTORIE FIORENTINE
Benlivoglio a Prato, i nimici a guisa di disperali passarono
di qua del Scrchio , e abbr'iciato lutto il paese mollo cru-
dt'lmenle incominciando da' borqlii di Librafatla , si ridus-
sero a gli alloggiamenli. Alla fine sentendo che i nostri, s'av-
vicinavono , passarono a' 6 di là dal Scrchio. Ma per ieltere
dei medesimo dì scritte a quattro ore di notte dal duca di
Ferrara, si turbarono grandomonle i Dieci, che egli senza
seguitarli volesse attendere a ingrossare ; perciocché avendo
tre mila fanti buoni, e cinquecento uomini d'arme, non
parca loro che egli dovesse dubilar de' nimici; ma mollo
maggiori rammarichi ne fece il popolo, di che ne giunsero
! rumori infino al duca istesso , il quale ebbe a dolersene
gravemente coi Dieci, mostrando come egli era tenuto, go-
vernarsi secondo ragion di guerra , e non a volonià de' po-
poli , i quali siccome il piìi delle volle son maltamenle be-
sliali e feroci , così spesso fuor del dovere temono e hanno
paura. Ma i Dieci confortandolo a non guardare all' igno-
ranza del volgo, r accennavano dall'altro canto che atten-
desse a confonderlo con fare alcuna opera segnalata. Diverso
Siena a' nimici per virtù d'Anton'o di Fiume era slato [olio
Scivoli , e per furto occupato Monistero capo di Valdambra
dieci miglia discosto di Siena ; ove era stato trovalo grano,
vino, olio, e carne in grande abbondanza. Ma perchè si
dicea , che i Sanesi s'armavano popularraente per ricuperar
Scivoli non più (he quattro miglia dalla Castellina, e di
Siena discosto, fu commesso che Castagneto, e Borgheri
sgombrassero , in tempo , che avendo i nimici già passato
le Chiane , incominciavano a scorrer per tulio il paese. Ma
o per le pratiche, che si tenevano in corte di Roma del-
l'accordo, 0 come fu cre<lulo perchè i nimici non fossero
interamente a ordine, il pontefice consentì a' 4 del mese che
si levasser l'arme, e le censure; e Ira tanto la pace si trattasse
a Napoli; la qual cosa notifi-ata al duca di Calavria e accettala
da lui incominciò per tulli a correr la tregua a'l4 senza termine
profisso. Rriberlo Sanseverino, il quale era già slato assaltalo
ilal dnca di Ferrara infìno alle sbarre, benché dicesse vo-
ler ubbidire, non si partiva però di su i terreni della Re-
pubblica, anzi mettendo quanto polca a sacco, facea a punto
il contrario co' falli di quello che mostravan le parole. Ave»
LIBRO VRNTIQUATTRF.SIMD. 23S
messo il) fortezza S. Jacopo , e postovi guardia che non
facca prima, e a'fossi doiipj venutosene di qua di S. Jacopo
ogni cosa lanca intenebrala ; il che parca mollo strano e
pericoloso a ciascuno , niassimnraenle che il duca di Calavria
durante la tregua era passato con tre galee di qua, e accoz-
zatosi col Sansevcrino , a cui avea condotto rinfrescamento
di cavalli. Considl.ivano per questo il conte Carlo da Mon-
tone, e Deifebo dell' Anguillara , i quali mandati da Vene-
zia già si erano congiunti col duca di Ferrara , che in
ogni modo fusse da procurar che Ruberto si levasse dal
Serchio. Della qual cosa ne fece anco inslanza nel gonfalo-
neralo di Giovanni Serristori Jacopo Guicciardini, al duca
medesimo , il quale avendo costretto a disloggiare il Sanse-
verino , andò a' 4 di maggio ad alloggiare ne'proprj allog-
giamenti onde i niraici s' erano partili. Ruberto ritirandosi
andò a' 6 ad alloggiare al Salto alla Cervia luogo molto
forte, dal Salto della Cervia andò in un' altro alloggiamento
a Luni sotto Serezzana , avendo pubblicamente disdetto la
tregua, e finalmente tra la Venza, e Carrara, ove si fermò
per molli dì, e posesi a campo alla Venza; perciocché il
duca di Ferrara dicendo non volersi lasciar lunghi nimici
dietro le spalle, avea ricuperato S. Maria in Castello, e Fi-
letto, ov' entrò la mattina de' 17, luoghi ne' quali aveva il
Sanseverino lasciato alcun presidio. Quindi partitosi il dì
medesimo prese il cammino conlra i nimici , ma a lento
viaggio , aspettando di congiugnersi con il marchese di Man-
tova, col quale s'accozzò il giorno seguente; perchè i ni-
mici si ridussero a S- Maurizio infra Luni, la Magra , e il
Mare, luogo di sua natura fortissimo, in tempo, che quelli
di Pielrasaiita , terra de'Genovesi, si dichiararono nimici
de' Fiorentini. La qual difficoltà, ma molto più il manca-
mento delle vettovaglie , fece trattener il duca di Ferrara
di qua di l'ictrasanla alcun giorno , con tanto rammarico
de' Dieci, i quali desideravano, che cacciatosi dinanzi il
Sanseverino, se ne venisse per riparare a' nimici di verso
Siena, che il costrinsero a'2o a farsi avanti. La qual cosa
intesa da' nimici si levarono, e ridussonsi di là dalla Magra
a S. Martino paese de' nimici in una valle di là da Arbiano
circa tre miglia, avendo prima dato il guasto ad Arbiano,
236 dell'istorie fiorentine
per aver gli uomini di quel luogo ricusalo d'arrendersi. 11
duca di Ferrara verso il fine del mese , avendo ancor egli
passato la Magra , alloggiò a Cepperano per avvicinarsi a'ni-
mici , e costrignerli a ritirarsi ; cosa la quale non intera-
mente contentava coloro del governo; parendo loro che non
portasse il pregio tenere impiegala tanta gente per andar
dietro ad un che fuggiva ; e perciò come che essi deside-
rassero grandemente che quelle forze si disunissero, veg-
gendo nondimeno , che era dillficile a riuscire per i siti for-
ti, erano mollo prima stati d'opinione, che dove ciò avve-
nisse, dovesse il duca lasciati trecento uomini d'arme a'con-
fìni, venirsene con la maggior diligenza che fosse possibile
di qua, ove l'importanza e il pericolo era maggiore; non-
dimeno essendo camminalo tanto avanti , non potè nel ri-
torno prima che a' 12 di giugno essere al ponte a Serchio.
Mentre si erano in questo modo governate le cose di Lu-
nigiana , di qua era seguila la tregua , ma male osservata ,
avendo i nimiri predato bestie a Monleluco ; onde avendo
continuamenie la Repubblica richiesto i Veneziani, che slri-
gnessero il papa a risolver le pratiche che aveva nelle ma-
ni, poiché si credea , che egli non fosse venuto a questa
tregua per allro fine che per prepararsi; venne finalmente
ordine di quel senato conrhiuso a'16 di maggio; per lo
quale si ricercava il pontefice, che fra otto dì dovesse di-
chiarare rintenzion sua, altrimenti, protestalo il concilio,
e rivocali i prelati , gli ambasciadori si pnrlissero , e atlen-
dessesi alla guerra , avendo oltre i duemila cavalli promessi
a' Fiorentini , de' quali era già venuta la maggior parte,
promesso di nuovo, se il bisogno il ricercasse, di mandarne
cinquecento altri; e dato ordine a' loro capitani, che ubbi-
dissero al duca di Ferrara , e a'coramessarj de' Fiorentini.
Avea il papa tornato a dichiarare , i patti e capitoli della
pace dovessero esser questi ; che si facesse una cappella .
e dessersi limnsine per i morti nel caso de' Pazzi: a che si
rispondea che questo era un nutrire una memoria molto a-
ccrba. Voleva che Niccolò Vitelli non fosse ricettato nello
stalo de' Fiorentini, e, quel che importava più, che fussero
restituiti alla chiesa il Borgo, Modigliana, e Castrocaro ; e a
questo anco si rispondea , che il Vitelli non si polca né si
LIBRO VENTIQUATTRESIMO. 237
«loveva senza cagione cacciar dello stalo, ma che si obbli-
garono bene a non pcrmcllere , che egli in su'l paese loro,
0 col lor favore molestasse la chiesa, e che le (erre, che
si addoinanda\ano erano cose fuor di quella guerra, e s'avea
ragionevolmerite a trallar delle cose to'te , o octupale in
quella guerra. Fu bene il papa compiaciuto circa il levar
via la pittura fatta doli" arcivescovo di Pisa. Per la qual cosa
fu bisogno volgersi a' pensieri della guerra, essendosi in-
leso, che i duchi di Calavria, e d' Urhino erano a' 25 ve-
nuti a Siena con Irenlasei squadre , ove prepaiavano grossa
. cavalcata. Fu per questo dal lato de'Fiorentini presa questa
deliberazione, che con due eserciti si dovesse maneggiar
questa guerra. L'uno che dovesse stare al Poggio Impe-
riale per vietare animici il trascorrer più oltre; ove già si
trovavono Carlo da Montone, e Deifebo dell' Anguillara ; i
quali veggendo che !a tregua non s'osservava, cran corsi
ancor essi in quel di Sietia verso Buonconvento , e ripor-
tatone prede di prigioni e di bestiami, ma quivi avcano «
stare il duca di Ferrara, e il marchese di Mantova. E l'al-
tro verso Perugia , e questo doveva essere sotto Ruberto
Malatesta e gli altri signori di Romagna , ma particolar-
mente con intendimenlo del conte Carlo, che per la fazione
che avea in Perugia , avea a rivolgere quello stalo. Ne an-
darono di lungi al proponimento gli effetti; perciocché es-
sendo le genti di Romagna comparite in su le Chiane a'i27;
dopo aver tarda'o alcuni dì per mettersi insieme , e per a-
spettare il conte Carlo , il quale per dolor di fianco s' era
ammalato in Cortona , finalmenìe avendo avuto la persona
del conte Bcrardino figliuolo di Carlo, a' 9 di giugno entra-
rono in quel di Perugia, e in nome del conte Carlo otten-
nero senza difficoltà nessuna il Borghetlo, e Passignano
d'accordo insieme con Monte Gualante, luogo- forte posto
sul lago di Perugia; dopo le quali cose il conte Birardino
con parte dell" esercito era ito ad appresentarsi infìno alle
porte di Perugia; avendo il rimanente del campo in quattro
di preso più di venti castella del Perugino. La qnal cosa
diede tanto spavento a coloro che governavono quel'a città,
che mandarono ambasciadori a Firenze per ricercare la Re-
pubblica di continuare nella vecchia amicizia. A che fu ri-
238 dell' istorie fiorenti>k
sposto , che ciò volentieri si farebbe ogni volta che essi
deliberassero di aver amici e nimici comuni. Al the non
avendo voluto acconsentire, benché in privalo avessero dello
ad alcuni cittadini, che avrebbono trallato in quel mòdo le
genti de' Fiorentini , che farebbono quelle del papa, cioè
dar passo e vettovaglia, o negarla ad amendue eli eserciti,
si partirono senza lar alcuna conclusione. I nimici si \olsero
al soccorso, ma temporeggiando, perciocché aspettavano Mat-
teo di Capoa con quindici squadre, che ne venia per la via
di Romagna ; con le quali genti mostravano intenzione di
voler venir alla giornata. Ma avendo essi alli undici pas-
salo il ponte a Chiusi , e riavuto per l'orza alcun castello ,
i nostri, per non esser costretti venire al fallo d'arme, es-
sendo di minor numero si ritirarono verso Cortona; nella
qual città con danno grandissimo di quella impresa a' 17
inor'i il conte Carlo. Quelli che si trovavano al Poggio, per
non perdere tempo, poiché i nimici erano lontani, anda-
rono il dì medesimo per espugnar Gasoli, ove piantarono
in due dì tre bombarde, mentre i nimici venuti al borghello
e datogli un'aspra battaglia tentarono in vano e con ver-
gogna di ricuperarlo,- onde voltisi al Ponte a Chiusi teneano
in sospetto i nostri se eran per passarlo o no. Ma Gasoli,
avendo Antonello da Ftirli, che l'anno addietro l'avea guar-
dalo per i nimici, dato di esso molte buone informazioni al
commessario Guicciardini, e per questo combattutolo da
quella parte ove era pili debole, a' 21 venne in potere dei
Fiorentini. Tutte le cose, che infino a quest' ora sono da
me siale raccontate, diligentemente ho cavalo io da' libri dei
Dieci, de' quali manca ciò che passa da' 21 di giugno poco
dianzi nominato infino a' 14 d'agosto. Solo ho qualche spi-
raglio che a' 27 dovette combattersi tra Ruberto Malatesta ,
e i nimici, e la vittoria essere stala dal lato di Ruberto; la
qual brevemente dal Sabellico veggo poi essere in un si-
mil modo narrala ; cioè, che il fallo d'arme succedette a Mon-
tesi^.erello, villa sul Perugino, tra Ruberto Malatesta da una
parte, e Matteo di Capoa e il prefetto di Uoma dall'altra
quasi in eguale cavalleria Combattessi con gran forza quasi
due ore, ma essendo le prime squadre de' nimici rotte, le
quali erano andate fuor de' ripari incontaaenle l' altre genti
LIBRO VEMIQLATTRESIMO. 239
sm;trri(e per la rotta de' suoi, si misero a fuggire ancor elle
essendone restali non pochi di loro prigioni ; li quali spo-
gliati d'arme e di cavalli fur lasciati andar via. Fra tanto,
essendo già vicino al mese di luglio, in Firenze uscì gonfa-
loniere Lorenzo Davanzali, e la guerra intorno le Chiane
incominciò a trattarsi in questa maniera. Di due ponti che
erano sopra esse quello vicino a Chiusi era in poter del
duca di Calavria e l'altro in mano di Ruberto, assai ben
munito e forlificato. Ora non potendo il Malalesla stare a
petto del duci, il quale gli era superiore di gemi, si gover-
nava in questo modo, che quando il duca era discosto, egli
travagliava i Sanesi, e quando il duca accostandosi porgea
ainio a' Senesi allo-a egli ritirandosi tormentava i Perugini.
I'"ra l'allre volle accostatosi una a Perugia, e dopo aver pre-
so ed arso certe tenute con tre mul na e case e palagiolli
vicini alla città se ne tornò con centocinquanta prigioni di
taglia, con cinquecento capi di bestie grosse e molle mi-
nute. Il duca di Calavria che si ritrovava in su la foce di
Ruguraagno luogo del contado di Siena, non sperando di
poter ratTrenare le correrie di Ruberto, si volse nel Val-
damo, avendo una piirte dell'esercito tcnuio la via di Chianti
verso Siena; l'altra quella di Valdambra, e corso infìno a
Lalerina e Montevarchi. C<tn questa occuparono Pielraviva,
Ambra, e allre caslella, onde dubitandosi di Montevarchi ,
ove erano tre squadre Marchesche, fu scritto al commes-
sario Albizi, che richiedesse il duca di Ferrara che coman-
dasse a Giovan Francesco e Ridolfo Gonzai^hi , che andas-
sero a guardar quel luogo. Ma non avendo i nimici tentata
altro, e delle caslella prese avendole abbruciate tulle, ec-
cetto Rapale, a' 20 tornarono nell' alloggiamento di Kugu-
magno. Tra questo mezzo il dui'a di Ferrara, il quale stav^i
nel Poggio Imperiale con ordine di moverai muovendosi i
nimici corse ancora egli in Val di Russia, ma con aver oc-
cupalo due castelletta di quelli Valle , le quali saccheggiò
e arse, se ne tornò più presto che non s'asnettava. Ma U
Malatesta avendo disegnato di stendersi pel Tevero infino a
ciità di Casi Ilo fece effetti maggiori imperocché egli prese
dodici castella de' nimici, sette d'accordo, e gii altri per
forza, le quali, poiché predò, commise alle fiamme ; e a' 22
2'<0 dell'istorib piorkntinr
sì ritirò verso Pierli ili Valnifera per rinfrescarsi di pane, n
poi seguitare luUavia piìi olire ; di che dubitando i nimici
si levarono di Rugiimagno, e leggieri di carriaggi s'incomin-
ciarono ad avviare verso il ponte a Chiusi. Nel qnal tempo
essendo por i pericoli del duca di Milano stato richiesto il
duca di Ferrara che passasse di là ; perciocché Ruberto
Sanseverino, e Lodovico Sforza, con quelle genti che svf^ano
in Lunigiana erano per vie strane e difficili entrati nel Dor-
tonese, convenne dargli licenza, avendo egli lasciato suo
luogotenente Sigismondo suo fratello. Disse però prima che
si partisse, (he l'esercito del Poggio si dovesse congiugnere
con l'altro, essendo le forze unite più goj^liarde. Ma pre-
valse la sentenza di Costanzo Sforza, il quale nui! che le
genti del Poggio non si dovesser levare , ma consultò do-
versi con quelle congiugnere quelle di Lunigiana, poiché
per la passala del Sanseverino in Lombardia, non rimanea
di là pili sospetto di quell'arme; e dui giudicio che i ni-
mici ne fecero, videsi essere stato approvato il parere dello
Sforza; i quali avendo a'2S passalo il ponte a Chiusi, man-
darono di qua Giulio Acquaviva, Matteo di Capoa, Virginio,
e Giordano Ordini, con 22 squadre per occupare il Poggio.
E veramente con la partila del duca avvennero de'disordini,
i quali congiunti con gli altri furono cagione de' danni che
si riceverono essendo nel gonfaloncrato di Crislofano Car-
nesecchi nata diversità di pareri tra Sigismondo da Este, e
Gostanzo Sforza, perchè fu mandato Bongiauni G'anfìgliazzi
uno de'Dieci in campo perchè non seguisse alcun male-
Olire a ciò sentendosi che Matteo di Capoa passava in Ro-
magna, Gostanzo fece levar le sue genti dal Poggio, perchè
mentre l'altrui cose difendea, le sue non andassero in ro-
vina. E in un momento s'intese che i nimici tornati di qua
delle Chiane si Irovavan sull'Arbia. Appena erano venuti
questi avvisi alla città, che sopraggiuuser l'acerbe novelle
della rolla del c^mpo del Poggio, il quale assaltato la mat-
tina innanzi l'alba del settimo giorno di settembre da' ni-
mici, che vennero molti grossi di gente d'arme e di fanlcr'ie,
fu in poco d'ora senza potervi fare alcun riparo, messo in
fuga. Non succedette mai rotta più vilmente di questa, per-
ciocché appena vennero i nostri alle mani che si diedero a
UBRO VESTlOUATTRKStMO. 241
idggire. Fu conlultociò notabile la virlò d' ali uni, i quali
viilorosamente combattendo fur fatti prigioni. Tra questi di
chiaro nome furono Galeolto Pico signor della Mirandola,
•iiovanni Antonio Scariolto, e Niccolò Secco tutti Ire con-
dottieri de' Veneziani, Ridolfo Gonzaga e Niccolò da Coreg-
gio condottieri dei duca di Ferr.ira, e forse cento cinquanta
uomini d'arme. Costanzo Sforza mentre dal signor di Piom-
bino verso Sangimignano era seguitato, con felice avventura
fece prigione colui che il seguitava. Salvò lo stendardo
della Hepubblica che era in poter suo e ridottosi a S. Ca-
sciano altendea a ricorre il men che potea le genti che si
erano salvale. In questo medesimo giorno morì il gonfalo-
niere di giustizia, il che dette tanto maggiore spavento, senza
che la città non era allora del tutto secura di morbo. E
seppesi poi per avvisi dell' ambasciadore Morelli in Milano,
come la sera era entrato in quella città Lodovico Sforza, e
ricevuto in grazia della duchessa- La qual novella non te-
nuta allora per cosa buona , si scoperse in processo di tempo
essere stala la rovina d'Italia, essendo dall' immoderata am-
bizione di costui, come a'Ior tempi apparirà chiaro, nali grandis-
simi danni. Senliruno i Fiorentini questa rotta con incredibile
dolore d'animo; ma non essendo temi)o da sbigottirsi, atte-
sero con ogni possibil diligenza a' rimedj; e tratto nuovo gonfa-
loniere di giustizia in luogo del morto, Duto Masi, mandarono
di proprj cittadini per fermare i soldati che fuggivano. Ad altri
commisero che attendessero a fornire i luoghi circostanti. Fu
subito mandato ordine che lo esercito di Perugia calasse di qua.
E perchè ()area che i nimici volessero Pogsiibonzi, vi si
mandarono incontanente Giovanni, e Paolo Savelli. E cono-
sciuto la fanteria in tali paesi esser più utile, massimamente
per mancamento di strami, s'attese in luogo di cavalli a
soldar fanti. Ne si vivca fuor di speranza che la bastia de!
Poggio, la quale non era ancor pervenuta in poter de' ni-
mici, s'avesse a difendere. Ma i nimici lascialo chi trava-
gliasse di qua la bastìa , entraron per la Valdelsa, e oltre
alcune mulina e tenute di poca importanza presero alli nu-
dici Certaldo , che posto a sacco l'abbruciarono, nel qnal
dì l'esercito ciie venia di Perugia alloggiò a Monlecchiu.
Il dì seguente i nimici prescr Vico a' patti più per ditello
Aìiìi. VuL. \. Hi
242 dell' isToniE fìorkntìne
•lelerrozzani. che de'soliJati, e i nostri s'accostarono verso
Montuosi, e Laterina A'irodici quelli corsero verso Gam-
l)a»si , e'I Malaicsta s'avvicinò all'Ancisa. In questo di es-
sendo arrivalo il conte di Piligliano co' suoi caval!egp;eri, e
con parte dello fanterk' a S. Caseiano, rincorò grandemente
ciascuno , benché la sera medesima i nimici, i quali erano
restati di qnà, avessero con le bombarde cominciato a bat-
tere la basila del PojiEtio. Il dì seguente quelli di là dellon
la battaglia a Gamhassi , ma con danno e morte d' alcuni
di loro, se ne tornarono a' quindici verso il Poggio; nel qua]
d'i l'esercito perugino alloggiava tra Figline e l'Ancisa. Bat-
tevasi tra tanto tuttavia la bastìa del Poggio: la quale es-
sendo sfasciala dalle bombarde , né vesgendo quelli di den-
tro modo alcuno di resistere, si resero finalmente a' nimici
salvo ra\ere e le persone a'dìciolto. E in questo dì arrivò
il Malaicsta a S. Caseiano, onde prima era sialo necessario
far parlire Gos!an70 Sforza, e Sigismondo da Esle per vie-
tar le gare delle precedenze e altre cagion di contese, come
il Malalesla avea chiaramente lasciatosi intendere. Il dì che
seguì appresso si condusse ad Agnuolo luogo di là di S.
Gasciano per consultar queilo s'avesse a fare; e i nimici
<alali nel piano si posero intorno Poggihonzi , (he promise
d'arrende si ogni volta, che per tutti i ventiqua.tro non
avesse dal campo de' Fioi onlini aiulo su(lìi.iei',te ad esser
salvalo; nel qual dì i;on cJSf-ndo comparito l'niuto, si rese,
e i nimici andarono con le bombarde a metiersi intorno a
'Golle. Era dentro questo casiello un conucsl.ibi'e de'Venc-
'ziahi detto Carlino uomo di grande animo e mollo esercitalo
nel mestiere dell' arme. Costui con mi! tare ardimento avea
l>ri)messo a' Fiorentini di difendere la terra egregiamente;
onde fu Ira ptr la virtù di quest'uomo, e perchè il castello
era ottimamente provveduto , oltre la fede degli abitatori ,
la sua espugnazione di grande diflìcullà a' nimici. Volsersi
perciò tutte le loro forze in questa parie . essendo le cose
di fuori ne in calma ne in tempesta ; perciocché i Venc-
/i;iii da che inlescro la rolla fecero per Bernarlo Bembo
intendere alla Ilepubblica che 1' aiuterebbono gagliardamen-
te. Delle cose di Milano, dopo l'entrala di Lodovico, se ne
vi^cva tra due, pure se n'aspettavano in breve ambascia-
LIBRO VENTIQUATTRESIMO. 243
dori di qua per prender alcuno assetto a' presenti travagli
Di Lunigiana seguitava il medesimo, perciocché Amoralto e
Jacomazzo Torelli, i quali pretendevano ragione in Fiviz-
zano dicevano volersene di ciò stare a quello che i signori
di Milano ne gindicherebbono ; la qual cosa era da"Fioren-
lini accettata; ma contuttociò non erano liberi dal sospetto,
che da quella parte non fossero molestati. Ora la prima cosa
notabile succeduta intorno a Colle nel di medesimo che v'ar-
rivò il campo, l'u l'esservi stalo morto Cristofano da Furlì.
Era questi nipote di Stefano Nardino cardinale di Milano, e
per proprj meriti uomo di conto. Sollecitavano i Dieci che
il Ma'alesta s'avvicinasse con 1' esercito, e mandassersi con-
tinuamente de' fanti a Cibile; poiché del venire co' niraici a
«iìrnata, per esser di numero molto maggiore, non se ne
discorreva Intanto comparì a Firenze Antonio Donalo com-
messario de' Veneziani ; il quale avea ultimamente condotto
mille fanti; costui fere proferte grandissime a'signori in no-
me del senato, e il dì seguente, che fu a' ventisette, entra-
rono gli ambasciadori milanesi ricevuti con molta magnifi-
cenza e onore, saijeiido che dal duca di Milano in nome,
ma veramente \ coivano mandati da Lodovico; il quale fatto
per la morte di Sforza suo fratello duca di Bari, e avendo
imprigionalo il Simonetta, avea, sotto nome di governatore,
preso in se tutto il governo di quel dominio. Costoro rife-
rirono esser mai dati a' duchi di Calavria e d Urbino, e po-
scia a Koma , e a Napoli per tre cagioni; prima per signi-
ficare e giustificare quanto era seguito in Milano dopo l'en-
trata di Lodovico, appresso per vedere del matrimonio della
figliuola del duca di Calavria col duca di Milano, e ultima-
mente per aiutare, e favorire la pace in beneficio della le-
ga ; le quali cose esposte che egli ebbero, partirono ivi a
due giorni pel campo de'niraici, e'I Donalo a quello della
lega, il quale a S. Casciano si ritrovava, di dove era in
quel dì ritornato Lorenzo de' Medici, per la cui opera fu-
rono i priori di Colle, per eccitare maggiormente la virili
de' Collegiani , creati cittadini fiorentini e fatti abili alle di-
gnità, jN'è fu questo segno d' onore punto fuor di tempo .
perciocché a' 3 di ottobre fu dato l'assalto generale a Colle,
dove quelli dentro ; cosi i soldati, come i terrazzani,, anzi
214 dell'istorie FIORENTINE
le donne medesime si porlaron valorosamente. Aveano ini-
mici rotto le mura in più parli, dalle quali a\eano stimalo
che sarebbe lor riuscito facile l'entrarvi, e per questo or-
dinarono tre brigate per tre divise battaglie , che 1' una al-
l'altra succedi ssero. Incominciò T assalto alle diciassette ore,
e durò infino alle venlidue , ma non fu permesso che la
terza brigala rinnovasse la ballaglia, avendo veduto le due
prime molto maltraltalL'. Furonvi molli morii, ma de' feriti
il numero fu molto maggiore , non solo degli uomini d'arme
e de' fami , ma eziandio de' principali baroni che erano appo
il duca di Calavria , perciocché il conte Giulio d' Altavilla
vi fu ferito duna pietra nella testa, il duca di Milli d'una
spingarda nella coscia, e il colite Giidio di Con\ersai;o d'un
passatoio nel piò. Fuwi anche ferito il capitano della fan-
teria del re d' una spingarda, ma quello che penetrò akuore
del duca di Calavria fu, che ritiratosi della battaglia, quelli
di dentro si feciono su le rotte mura ove la battaglia era
seguita, e di quivi con grandissime grida e facendo sonare
a gloria infino alla notte, puri a che rimproverassero il mal
successo ardimento a'nimici; quindi furono scritte lettere
de' Dieci a'CoUcgiani, inalzando al cielo la virtù degli uo-
mini e delle donne loro , le quali con esso loro vivendo ,
diceano non esser maraviglia se erano fatte simili alla loro
virtù. Dopo questo assalto i nimici mutarono una bombarda
pir rompere verso la porla del Borgo, a che per quelli di
ilenlro si attendea a far gagliardo riparo; ma ad una che
era stala piantata \erso Siena, non si polca vietare che non
facesse notabile danno alle case, diche gridavano tutti pa-
rendo che si facesse a cattiva guerra. Mentre cosi Colle si
combatteva, si fece lo scambio d'alcuni prigioni, essendo
d'un pezzo prima stato mandato da' nimici Galeotto Pico lur
prigione per questo effetto; perchè i Fiorentini restituirono
Astorre Baglioni nipote di Braccio , e a lor petizione altri
ne furono restituiti ; Antonio Donato essendo slato in campu,
non era di parere che 1' esercito andasse ad alloggiare a .S.
Gimignano , e perciò noi consentiva ; la qual cosa parendo
dura a' Fiorentini , se non per allora, almeno per l'avvenire
scrissero a Tommaso Sederini loro ambasciadore a Venezia,
che s'ingegnasse in ogni modo d'impetrare il mandato da
UBRO VENTIQUATTRESIMO. 243
fjuel sonalo, acciocché venendo T occasione potesse il campo
muoversi , e pigliar quello o altro alloggiaraenlo come più
gli paresse opportuno. Quando fuor dell'espeltazione di cia-
scuno giunse a Firenze a' dodici il marchese di Mantova,
dicendo convenirgli andar in gran fretta a casa sua per no-
velle avute che la Marchesana sua moglie stava male ; la
qual cosa comeche gravemente diapiaccsse a' Fiorentini, du-
bitando che non avvenisse il medesimo che accadde per la
parlila del duca di Ferrara , non poterono però impedirgli
che non andasse; concedutogli nondimeno, olire la sua fa-
miglia, soli venticinque balestrieri a cavallo, e alcuni pochi
provvigionali. A' sodici detlono i nimici un'altra hatlaglia a
Colle , nella quale mentre stavano occupali , fu il campo
loro assalito da quelli fanti , i quali erano per presidio in
S. Gimignano. Ne fu questo assalto senza profitto, percioc-
ché, oltre alcuni uomini d'arme e cavalli che vi far presi ,
vi fu fat'o prigione Giulio Orsino , e lasciatovi presso che
morto Giordano da Collalto. A' diciannove dettero la terza
battaglia, la qu;ile fu aspra e lerrihile mollo, e durò per
spazio di quattri) ore continue. In questa morirono de' ni-
mici Cola Gaetano, e il maiordomo del duca di Calavria. e
furonvi sconciamente feriti Giulio d'Altavilla, e Giordano
da Monteritondo. Quelli di S. Gimignano , ove per ordine
de' Dieci era già con dieci squadre e duemila fanti ilo il
Malatesta , assaltarono di nuovo il campo per disturba'li dalla
battaglia ; e mentre Giovanni Savello entralo fra primi per
combattere , e fu anco dogli ultimi a ritrarsi, restò prigione
de' nimici , gli altri si ridussero a salvamento. Era già ve-
nuto l'ordine de' Veneziani che tutto il campo si potesse
muovere a suo piacimento , contiiltociò non parve che ciò
dovesse farsi, e per questo, dubitandosi finalmente di Colle,
si sollecitava che il marchese di Mantova ritornasse , a cui
essendo già moria la moglie fu mandr.to Jacopo Lanfredini,
che si ritrovava a Bologna per condolersi seco della morte
di lei, e per vedere se, rassettale le sue cos<', fusse possi-
bile che egli ritornasse. Intanto non lasciavano i nimici ri-
posar Colle, ove a' ventuno dettero il quarto assalto, senza
dubbio con maggior ordine e vigoria che ciascun" aliro. Durò
''alla mattina ali" aUia infino al mezzo d'i, ma quanto fu per i
2iG dell'istorie FLiKENTI^E
niraici più feroce, così fu per loro più snngiiinoso ; laiche
oltre i morti il numero de' feriti e guasti fu tale , che fu
tosa certa esf5ersi di loro ripieni tutù gli spedali di Siena;
perché inaspriti i nimici, piantarono a' ventisei di nuovo due
bombarde, luna venula di I.ucignano , e l'altra di Siena ,
facendo ogni dimostrazione e preparazione d'abbattere il
Borgo. E i Fiorentini per dar animo a loro, poiché il campo
non era per levarsi da S. Casciano, ordinarono al conte di
Pitigliano, che co' suoi balestrieri e cavalieggieri e con mille
lanti n'andasse a Staggia, e di quivi molestasse gli assalitori,
e continuamente rimettesse de' fanti in Colle, come me' gli
paresse, avendo il medesimo commesso ad Antonello da
Furlì , che era restalo in S. Gimignano in luogo del capi-
tano. Ma quelli, i quali erano in Colle veggendo che il Borgo
non era da tenersi , e occupamlolo i nimici , rendea il po-
tersi difendere più malagevole , dcliberorono d" abbruciarlo
e di spianarlo affatto; il che poterono ottimamente fare ,
avendo fatto vista di voler uscire a combattere co' nimici.
Mandarono ancor fuori tulli i forestieri disutili , e serba-
ronsi mille soldati cappati, bene armali, e tulli disposti a
difendersi vigorosamente infino alla morie. Le quali cose
come davano animo a' Fiorentini di qua , così lo toglievano
loro gli avvisi che avevan di Lombardia, sentendosi che i
Torelli, e il Sanseverino s'armavano per passare di qua ;
il (he metteva sossopra tulli gli amici de' Fiorentini, minac-
ciando Bologna, Faenza, Rimino, e Pesaro; oltre i danni
che polean fare in Lunigiana in quel della Repubblica. Per
questi rispetti essendo entrato gonfaloniere di giustizia Tom-
maso Soderini la quinta volta, il quale era già ritornato dalla
sua ambascicria , fu mandalo verso Castrocaro Costanzo
Sforza con cinquecento in seicento cavalli, e fu dato ordino
che tulio quel paese sgombrasse, e ad Antonio Boscoli fu
commesso, che tenesse fermo il signor di Faenza , si che
in questi scompigli non vacillasse. Ma i nimici essendo ri-
dotti a Imola, si divisero a'7di novembre in più parti. Al-
tri vennero verso Firenzuola , e si condussero infìno alle
valli correndo e predando il contado; ma non avendo tro-
vato mollo da rubare, se ne tornarono indietro con poco
guadagno. Un'allra parie s'addirizzò alla via di Paiazzuolo,
LIBRO VENTIQrATTRESlMO. 247
«iove essendo stali rinchiusi per qne' balzi dalle genti dc"Fio-
rentini, vi perderono cento cavali!, tra' quali furono intorno
a venticinque uomini d' arn'ic. Conluttociò procedendo poi
oltre vennero a Piancaldoli , e presero la ròcca, poi dclter
un'assalto al Ca\renno, minacciando a'terrazzani d'arder
loro i borghi se non si rendevano. Ma coloro avendo difeso
gngiiardamcnle il castclio , non poterono vietare a" niniici
l'arsione de' borghi. 11 signor di Faenza si era con la sua
genie d'arme e co' fanti ridotto a Brisighclla per congiu-
gnersi con Costanzo Sforza; nel qnal tempo Culle non po-
tendo più tenersi, o come i Fiorentini dtd3Ìtarono, per
colpa de" forestieri patteggiò il dodici di quel mese d'arren-
dersi se per tulli i quattordici non era socrorso. E non po-
tendo daglisi aiuto alcuno, venuto il tompo assegnalo i ni-
mici se n'insignorirono. Apparivano tuttavia nuove difiìcollà
e pericoli in questa guerra , perriocchè i Veneziani per una
guerra mossa da' Turchi al re d'Ungheria, non volevano
sfornire i lor luoghi ; da che veniva che i loro soccorsi , e
provvedimenti erano molto tardi. Erasi incominciato a dubi-
tare di Lodovico Sforza che non venisse di buone gambe
a! fatto della lega", il qual sospetto era ancor penetrato nel-
l'animo della duchessa di Milano. E quel che era peggio
d' ogn' altra cosa , in Firenze erano di coloro, i quali inco-
minciavano a mormorare direndo, che per un cittadino non
doveva andar in rovina manifesta tutta la Repubblica. Ma
questi rumori furono in gran parte racchetati dal beneficio
della stagione; perchè i nimici di verso Romagna dopo l'ar-
sione de' borghi d<fl Cavrenno , avendo preso alcune piccole
ville intorno Firenzuola, finalmente lasciato Piancaldoli for-
tiilo , se ne lornarr-no verso Imola Similmente questi altri.
i quali erano a Colle dopo aver racconcie le mura e i luo-
ghi rolli , messovi dentro buon presidio , aveano pian piano
cominciato a ridursi alle stanze. Il duca di Calavria in Sie-
na , e quel d'Urbino a Viterbo per essere a tempo a que'ba-
gni per cagione delle sue infermità. 1 Fiorentini ridussero
ancora le lor genti a gli alloggiamenii, i lor soldati in quello
d'Arezzo, quelli de' Veneziani nel contado di Pisa. A'Mila-
ncsi , e a' Mantovani fu conceduto che se ne tornassero ,i
casa, perchè tal ordine aveano da' loro signori. Q'iando
218 dell'istorie fiorentine
n' vnnliquallro giunse a Firenze nn Ironibella del duca di
Cal.nvria . col quale nolificava per ordine del papa e del re,
mossi ad instanza del re di Francia, e del duca di Milano
aver comandamento di levar l'offese a' Fiorentini. Essendo
piaciuto grandemente questo avviso , fu pubblicala la tregua
;!\enlisei, e avendo i Fiorentini chiesto dieci dì di contrad-
detta, il duca si contentò di cinque. Con questa posa del-
l' armo si misero innanzi nuove pratiche e maneggi , per-
ciocché Lodovico Sforza , il quale si era accorto che il suo
cjoverno non piaceva a'Veneziani, si era pacificato col re di
Niipoli. e desiderava, che i Fiorentini si spiccassero da quella
llciMibblica: a che i Fiorentini rispondevano, che quando ben
i\ quoslo discendessero, non volevano obbligarsi a farle con-
tro. Cercavano di più che gli stali di Romagna non si alte-
rassero. E che se le castella e terre, che essi aveano perdute,
non si potevano renpcrare, fosse almeno lor conceduto di ri-
comprarsele, purché non avessero a dar denari a'Sanesi. Lo-
renzo de'Medici veggendo la citlà stracca della guerra, e che
se quella continuava ancor l'anno seguente, facilmente sarebbe
jiotulo succedere alcuno scompiglio, volle servirsi di questa
occasione che correva tra queste nuove pratiche di congiun-
7Ìnni ; ed accordi. E avendo tenuta segreta intelligenza col
capitano dell' armata del re , la quale si trovava ne liti To-
scani , che il dovessero condurre a Napoli a Ferdinando ,
ordinò col gonfaloniere che facesse a' 3 di dicembre ragu-
nare i cittadini più principali della città. I quali essendo
venuti in palazzo, e non essendo se non a pochissime per-
sone nolo quel che trallar si dovesse, Lorenzo alzatosi su
parlò in questa maniera: Io sarei il più ingrato uomo del
mondo se a tanti bonellci e onori ricevuti da voi, pres an-
tissimi cittadini, non prendessi risoluzione di corrispondere
con altro che con parole, delle quali se la bontà, e uma-
nità vostra si è infino a quest'ora contentata, e per avven
l\na si contenterebbe anche per 1' avvenire , potendo a molli
segni esservi accorti, che io non ho mai mentilo, non so
però quel che gli emoli e avversar] mici e vostri ne direb-
bono . parendo pur troppo chiaro , che per la conservazione
d'un sol cittadino qual' io sono, si tenga tuttavìa esposto in
Uìouifesto pericolo lo stato dell' intera Repubblica. Parrai
LIBRO VEMigCATTRESlMO. 2Ì9
dunque esser vcnulo Icmpo opporliino di mostrare non a
voi, i quali slimerci d'oiTendere troppo notabilmente, se
della vostra beni|i;niià verso rac mostrassi di sospettare, ma
a' mici e vostri avversarj , che, premendomi di gran limga
molto pili il ben pubblico , che il particolare , faccia ancor
io dal canto mio, manifesto, senza che essi slessi il possano
negare, che con gli effetii, e non con le sole parole pre-
ponga la salute della Repubblica alla vita mia islessa. Voi
sapete, nobilissimi cittadini, che da coloro che ci furono
prese 1' arme contro, fu detto, che non si avea ira e sdegno
con la Repubblica Fiorentina, ma con Lorenzo de' Medici,
e che ogni volta, che io fussi cacciato da questa città, essi
ileporrebbono l'arme; il che dalla pietà e carila vostra non
fu in alcun modo acconsentilo, dicendomi, che io dovea in
ogni modo vivere e morire con esso voi , e quel che avanzò
ogni moderno e aulico esempio della benivolcnza vostra
verso di me , vi piacque per consentimento di tulli di asse-
gnarmi la guardia di dodici uomini per conservazione della
persona mia. Non potei allora oppormi alla vostra delibera-
zione , e lutto quello che infino a quest'ora e seguito è
troppo gran segno della bontà vostra e dell'obbligo mio;
al quale dovendo io, in quanto per me si può, cercare in
alcun modo di soddisfare , ho deliberato d' andare a' vostri
nimici , e mettermi nelle mani loro, acciocché avendo essi
odio meco , se 'i vero dicano, con me e non con esso voi,
sfoghino r ira loro. Io non credo aver dato ad alcuno di voi
mentre con voi son vissuto , indizio d' uomo furioso o di-
sperato. Perciò farete conto che io non di mio proponi-
mento , ma quasi mandalo da voi vada per prendere alcun
compenso alla causa comune, e, o coslor dicano daddovero,
e ragioncvol cosa è che piuttosto nno pala per lutti, che
tulli per uno, o forse altro senlon nell'animo di quello
che suonano le parole, e in lai caso m'ingegnerò e sludierò
io per ogni modo e via possibile , che, tornando a voi sal-
vo , e per voi, e per me vi rechi la deliberala salute e tran-
quillità. Vi prego ardentemente , che non vogb'a alcuno di
voi opporsi a questa mia onestissima e necessarissima de-
liberazione , portando ferma speranza nella infinita bontà ,
e misericordia di Dio , che questa mia andata né a me , uè
•2'iO DELt'lbTOHlE FIORENTJNE
a voi debba esser danno^•a. Non essendo <T!ciinn , die ar-
disse opporsi alla volonlà di Lorenzo , non ebbe a dirsi
allro , se non a pregarli felice viaggio ; sperando così nella
virtù e valore suo , come nella giustizia della causa , che
le cose comuni succedcrebbono felicemcnle. Non fu appena
parlilo Lorenzo , che vennero novelle come la notle mede-
sima, che egli avea fallo le parole in palazzo, i Fregosi
entrali alle undici ore in Screzzana , de' quali era capo Ago-
slino figliuolo di Lodovico, aveano quella terra occupalo, e
messo a sacco la casa del capitano e de' doganieri ; la qual
cosa fu olire modo grave alia Repubblica parendo oltre il
danno esser l' ingiuria siala maggiore per cagione che erano
levate l'offese, e che non s'aveva a temere in simil tempo
di così fatto accidenle. Furon mandati trecento fanti sotto
il governo del marchese Gabriello per riparare che non
seguisse peggio ; e fu commesso a Francesco Gaddi , che
il tulio notificasse a'duchi di Calavria, e d' Urbino . lamen-
tandosi in nome della cillà, che sotto la sicurtà della fede
avessero i Genovesi avuto ardimento di por mano a simi!
scelleratezza. Mandarono quei signori due loro uomini per
la restituzione di Serezzana , ma la cosa andò più in lun-
go, che i Fiorentini non avrcbbon voluto. Tra tanto i Dieci
della guerra fecero intendere a tutti i signori amici e con-
federati 1' andata di Lorenzo a Napoli, assicurandoli che
ella non era ad altro fine che a comun beneficio, e perciò
chicdeano strctlamente che di ciò non pigliassero ammira-
zione. E essendo venuto il tempo, che il lor magislralo
finiva, entrarono a" 13 di dicembre i nuovi Dieci; i quali
furono Anlonio Ridolfi, jJernaido Curbinelli , Francesco
Dini, Girolamo Morelli, Anlonio de'Nohili, Lorenzo Car-
ducci, Agnolo della Stufa, Maso degli Albizi , Franccscn
Uomoli , e Piero de' Pieri. Costoro essendo confortati d;il
duca di Calavria a non far novità per le cose di Serezzana
finche egli vedesse quello che potesse operare senz'armi,
pretendendo in ciò mettervi dell' onor siio, commiscro a
Conte Compagni che non molestasse Serezzana , ma facesse
ben opera che i Fregosi tra questo mezzo non la munis-
sero. Quasi nel fine dell'anno seguì la morte di Bernardo
Bandiui, che fu una di quelle cose che grandemente ac-
l.inRO VEMIQdATTUESISIO. 231
crebbe la ripiilazione di Lorenzo de' Medici , considerandc.»
che scampalo egli dal furore del popolo , quando 1' anno
innanzi si Irovò a uccidere nella congiura de' Pazzi in Santa
Maria del Fiore Giuliano de' Medici, e Ira gli infedeli ri-
coverato , era stata tanta la potenza e autorità di Lorenzo,
che, trovato egli in Costantinopoli , e di là a Firenze con-
dotto , fu ìa notte che segui a' 28 di dicembre impiccato
per la gola alle finestre del palagio. Essendo le cose in
q lesti termini Averardo Salviati prese il primo gonfalone-
rato dell'anno 1480 con espettazione grandissima di quello
the Lorenzo in Napoli conchiudesse. Perciocché il caso di
Iacopo Piccinino mollo prontamente occorreva nell' animo
e degli amici, e de'nimici suoi Coloro temendo, e questi
desiderando che il medesimo a lui intervenisse. Ma Lorenzo
avendo co' doni guadagnato gli amici del re, e con la pru-
denza e eloquenza sua, e co' parliti che egli proferiva al
re medesimo ; a cui avea fatto toccar con mano quanto alle
cose sue in ogni tempo più 1' amicizia de' Fiorentini , che
quella de' ponlefici, fosse per giovare , non solo rese a se
benivolo Ferdinando, ma il condusse a fiir pace con la sua
S^epubblica , a tempo , che i Fiorentini della futura guerra
dubitando, altcndeano tuttavìa a far nuove provvisioni; per-
ciocché condussero di nuovo al lor soldo Gismondo Manfredi
figliuolo di Taddeo; confortarono Antonello Ordeladì, avendo
la sua condotta finito, a continuare in essa, e ringraziarono
sommamente il conte di Pitigliano , che essendo da passali
Dicci stato condotto per tre anni, avesse ratificato. Cre-
detlesi che questa pace fosse slata aiutata gagliardamente,
non tanto da alcuna buona disposizione che il re avesse
verso di Lorenzo, o de' Fiorentini , quanto da vera ne-
cessità; perciocché il duca di Loreno confederalo de' Ve-
neziani era calato in Italia, e manifestato che il duca di
Calavria per lettere sue de' 9 di febbraio avea fatto inten-
dere a' Dieci , che non si maravigliassero se egli con la
sua gente d'arme s'inviava verso Pori' Ercole di marem-
ma , perchè avea inleso ivi esser arrivato Loreno col
bastardo del duca Giovanni , benché i Dieci non credendo
allora interamente allo parole del duca , avessero ordi-
nalo a Bernardo del Nero , che s'esse con glj occhi aperti ,
23-2 tell' istorie fiorentine
perchè sotto questa mossa alcuno inganno non si nascon-
desse. Ottenne dunque Lorenzo la pace dal re in nome della
sua Repubblica; la quale fu conchiusa a' 6 di marzo nel gon-
falonerato di Bernardo Lucalberti con queste condizioni. Che
l'uno all'altro fusse parimente obbligato per difesa dei loro
stali; la restituzione delle terre a' Fiorentini nella passni.i
guerra tolie, secondo l'arbilrio del re si facesse ; i Pazzi dell.i
torre di Volterra fusscro liberali, e al duca di Calavria per
un certo tempo una somma di danari sotto titolo di condotta
pagar si dovesse- Questa pace, nella quale intervenne il papa
e il duca di Milano fu poi, secondo dice il Corio pubblicata
in Milano a' 25 di quel mese; sebbene il pontefice lamen-
tandosi che egli fosse slato uccrllalo in questa pratica, e che
non si fosse tenuto conto di lui non più lardi che verso il
fine d'aprile si fosse da questa amicizia separalo, e co' Ve-
neziani congiuntosi. La qual cosa temuta da' Fiorentini fu
ragione che prima che ella succedesse si fosse pensato a
tener quanto più fosse possibile quello stalo che allora reg-
geva fermo e unito; perchè sebbene Lorenzo dopo la pace
latta col re molto di reputazione fosse accresciuto, non che
in Firenze, ma in tutta Italia, magnificando gli amici suoi la
destrezza dell'ingegno, la forza del parlare, e soprattutto
con la prudenza e avvedimento, l'ardente carità sua verso
la patria accoppiando: non mancavano per tutto ciò di coloro,
i quali più sottilmente queste cose interpelrando dicevano ,
che egli non per cagione del pubblico beneficio, ma per
mantenere se grande e potente nella Repubblica, era entrato
in colali pericoli; e che se ne vedrehbon tosto i segni; quan-
do tirando pian piano a se le faccende pubbliche e insie-
memente l'autorità delle leggi non trovando alla fine più
contrasto del tutto si fusse insignorito. Ristrettosi dunque
co' capi della città ottenne, che balia si prendesse ; dalla quale
fu creato un consiglio di trenta cittadini, benché conosciuta
questa opera odiosa, a' settanta si fosse prestamente allar-
gato: aggiungendovi ancora che qualunque fosse slato per
l'avvenire gonfaloniere di giustizia, benché in detto consi-
glio non fusse, vi dovesse esser ammesso dove però dal
detto consiglio del settanta fosse vinto. Ne fu dubbio alcuno
per quel che s'avea a trattare esser questo consiglio stalo
LIBRO VENTIQUATTRESIMO 253
utile alla Repuliblica, trovando minor diflìcollà nel condurre
a fine gli affari importanti, che non si sarebbe fatto quando
maggior numero vi fosse intervenuto. E perchè la guerra
paresse veramente cessata, fu tolto via 1' ufficio de' Dieci, e
in ior luogo creati gli Otto di pratica; la cura de' quali ben-
ché sia la medesima, è nondimeno senza comparazione la
loro autorità più regolata e ristretta. Parendo che le cose
fossero assai bene assetiate, ancorché molti si lamentassero,
che Lorenzo co' dinari pubblici avesse rimediato alle sue
cose private, che correvan pericolo; entrò nuovo gonfaloniere
Bernardo Kuongirolami. Ma oltre che il papa movendo 1' ar-
me contro Gostunzo Sforza principe di Pesaro purea che
fusse per appiccar nuovo fuoco in Italia, non era dall'altro
canto molto sicura la vicinità del duca di Calavria; il quale
sotto vista di rimettere i fuoriusciti in Siena, si era di quelld
città impadronito. Dava ancora non piccola noia a' Fioren-
tini il non vedere via che Screzzana Ior hi rendesse ; nelle
quali molestie si continuò anco per buona parte del gonfa-
lonerato di Giovanni Bonsi, anzi ricevendosi da'nimici, i
quali erano in Serazzana dell'offese, fu commesso a Gio-
vanni Aldobrandini capitano di Sarezzanelle che ancor egli
facesse loro il medesimo. In Furlì erano ancora apparite no-
vità, dove essendo morto Sinibaldo piccolo f.mciulio lasciato
da Francesco Ordelaffi, il quale ancor egli si era morto di
fresco, erano col favore del signor di Faenza loro zio entrati
Antonmaria, e Francesco Maria Ordelaffi, che a' Fiorentini,
al re, e al duca di Calavria perciò caldamente si raccoman-
davano; dubitando che il papa, come fece d'Imola, non vi
mettesse mano. Ma questo e ogni altro sospetto fu da un
grave e non aspettalo accidente superalx). Viveva ancor Mao-
metto signor de' Turchi che l'anno 53, come di sopra si disse
avea acquistato Costantinopoli. Costui non sazio d' aver gua-
dagnalo due Imperj, soggiogato dodici regni, e preso dugenlo
città de'cristiani, a\ea in quest'anno medesimo assalito Kod:;
dalla quid Isola essendosi levato con danno grande de' suoi
0 per sfogare l'ira sua altrove, o da alcuni vi fusse chiamato
a cui la potenza del re di Napoli era venuta in orrore, o
the pure trovandosi con l'arme in mano, e soprastandogli il
tempo vicino della sua morte, volesse linir la vita sua met-
25i dell' istorie fiorentine
tendo il piede in Italia con un,i impresa piena di suinm,i
gloria, commise ad Acomalto, come altri dicono, ad Alcmcch
capitano della sua armaia che assalisse Olranlo, ove smon-
tato a' 28 di luglio, quella con grandissimi uccisione dei di-
fensori prese alli H d'agosto. Quanta nuilazione de' pensieri
avesse fatta nul re, nel duca di Calavria, e nel ponlelice
islesso questo accidente, è dilFn il cosa d'esprimere, percioc-
ché e il papa col re, durante quella guerra, si ristrinse, e
il duca di Calavria sospirando che la fortuna gli togliesse
di grembo l'occasione d'insignorirsi di Toscana, fu toslrelto
ritornare nel regno a difendere le cose sue. Patironne in
questo gli Ordelallì; perciocliè dov(! dal re e da' Fiorentini
sarebbono stali difc;;i. il re, per gratificarsi il papa, promet-
tendo de rato per lo duca di Alilaiio e pe' Fiorentini, per-
mise che il piipa Furl'i si acquistasse; il quale, mandatovi
Federigo duca d'Urbino, con poca fatica se ne insignorì, e
al suo Kiario lo diede. Restò dunque alla RcpuUblica libera
da ogni molestia solo il pensiero di Serezzana ; dove deli-
berò per assicurare le vettovaglie volger parte di quelle
genti che allora si trovava; perchè, entralo che fu gonfaio
niere di giiis:i/ia Piero Mcliini, vi fu mandato con la sua
compagnia d'uomini d'arme, ( comprendeva ogn'uomo d'ar-
me cinque persone a cavallo ) e con venticinque bideslrieri
Alarco de'Pii, il quale, benché io non trovi da chi né per che
cagione, fu, passato che ebbe Seravalle, fatto prigione: per-
chè i Fiorentini per rimediare vi raanlarono di più mille
fanti, e dettero ordine che la cavalleria di Marco ubbidisse
a Iacopo della Sassella. Succedettero alcune leggieri zuffe
tra costoro e i nimici, ma asendo le genti de' Fiorentini fatto
quello perchè erano andate, fu a mezzo ottobre ordinato
loro che sene ritornassero; avendo m isiim;\menle il duca
di Calavria assicurato la Repubblica che A'^ostino Fregoso
leverebbe le offese. iMa soprastando tuttavia il pericolo dei
Turchi (perciucchc, preso Otranto, s'erano in quella città
fortilìcali, e attendevano ta'ora a far delle scorrerie per i
luoghi vicini) il re, oltre la pace falla , fece una nuova lega
co' Fiorentini, nella quale intervennero non solo il duca di
Milano, ma Luigi re di Francia, Ercole duca di Ferrara , e
Federigo marchese di Mantova. E confortò i Fiorentini che
IIB!U) VENTigCATTRESlMO- 253
iter militare I Jiiiìmo del pontefice, e per assolversi dfjlie
'cnsiire, venissero con S'.ia beatÌMidine a lutti quelli atti di
nmiUà che ella arelibe ricerco. Furono dalla signoria, che
entrò con Bernardo Hiicellai gonfaloniere, eletti per lare
questo ufficio d'ubhi iionza al ponlefr/e dodici aml)asciadori
Francesco Soderini vescovo di Volterra, Luigi Guicciar-
dini, Antonio Rivloifì, Giovanni Gianfigliazzi, Piero .\liner-
heltì, lutti quattro cavalieri, GuidAntonio Vespucci dottor
di leggi, Maso degli Aìhizi , Gino Capponi, Iacopo Laiifre-
dini, Domenico PandoHini, Giovanni Tornabiioni, e Antonio
de" Medici. Costoro entrali in Roma di notte tcm|to scn-
z' a cnia dimostrazione d' onore , vennero nv\ giorno , che
l'u determinalo, ne! portico di San Piero, ove il papa cir-
condalo da molli cardinali, e prelati seggendo sopra la Sedia
piìnlificale parato gli slava aspettando. Quivi gillatiglisi a
piedi tiitli e «lodici in terra con segni grandissimi li' umilia
gii chiesero de' falli della lor patria perdono, profferenijosi
pronti a uhbilire inler.iraente a tutta qu(lla pena che fosse
loro imporla. Il pa[)a, avendo a ciascuno di loro tocco leg-
giermente la spalla con una baccbella che in mano tenea .
dopo Ielle alcune sacre cerimonie che ne' IìItI de pontefici
si contengono sopra così fatti casi appartenenti , diede lor(t
F assoluzione di tutte le colpe jiassate . e animiseli alla
chiesa, e a' divini ufTicj . permise che non più come scisma-
tici e innbbidienli . ma a guisa ili buoni cristiani, accompa-
gnati dalle famiglie de' cardinali e da molli prelati e corli-
giani, alle case loro se ne rituriiiissero : onde fu c<d line di
quell'anno posto ancor line ad ogn' altra lite e ciuite^a.
Dilli' ISTORIE liOREMl^E
DI
SCIPIONE AUmiIRATO
LIBRO VEiNTICISQUESIMO.
Anni 1481-1487.
%.wm questa tranquillità entrò l'anno 1481, e prese il som-
mo magistrato Antonio Pucci, continualo con la medesima
qniele da Bernardo Corbinelli e da Cristofano Spinelli, nel
tempo del quale venuta a luce una congiura ordinata contro
l;i persona di Lorenzo de' Medici da tre cittadini Fiorentini,
da Halisla Frcscobaldi . da un figliuolo di Guid*) Baldovi-
iietti, nato di non legittimo matrimonio, e da Filippo Bal-
dticci, i quali aveano ad ucciderlo, siccome scrive IViccol»>
Valori, nel tempio del Carmino: di costoro fu presa giustizia
conveniente al lor fallo il sesto giorno di giugno; maravi-
gliandomi forte io che essendo stato il Frcscobaldi buona
cagione, trovandosi egli allnra consolo de' Fiorentini in
Pera . di far pervenire in mano della giustizia il Bandini ,
si fusse poi a tanto misfatto recato, potendo ragionevol-
mente stimare quanto piii agevolmente sarebbe stalo punito
il s 10 peccalo, essendo egli in Firenze. Passò ancor che-
tamente il gonf.iloneralo di Cosimo Barloli. Ben si stima che
avessero i Fiorentini porto aiuti al re di Napoli per la guerra
d'Olranlo, essendo suoi confoderati, ma, qual se ne sia la
cagione, mancano per questo tempo le scritture pubbliche.
Nondimeno Otranto fu ricoveralo dalle genti regìe il 12
giorno di settembre, essendo in Firenze gonfaloniere 'il
giustizia Audio de' Medici. La qual cosa diede allcgrez/.i a
A3!.M. Voi. V. 17
2o8 dell'istorie fiorentine
tijlta Italia ; il cui comun pericolo da si polente nimico avoa
fallo posar le domeslithc gare defili altri principi e poten-
tati Iialiani. Ala essendo quello cessato, non si pose mnlin
ifinpo in mezzo a siisciLirle. Il primo movimento usci di
ìMilano per l'ambizione di Lodovico Sforza duca di Bari; iì
quale per cupidigia di regnare, molli danni in suo tempo
apportò a It>iiia , e finalmente a se stesso ; perchè fosse
egli oitimo esempio a cìasrnno a moderar miglio i non ra-
gionevoli desi lerj. ('oslui avendo 1' anno passato spoglialo
il giovane i;i;iotc duca di Milano del più caro e fidato fa-
miliare e ministro che avesse avuto il duca Francesco suo
avolo , tenne tali modi , che la madre islessa fu costretta
partirsi anco dal figliuolo , la quale tostamente fé ritenere.
Di questi modi di procedere a\ enfio preso sospetto gran-
dissimo Ruberto Sanseverino cugino di Lodovico, in prima
si allontanò dalla corte, poi in lutto si alienò da lui. La
qnal cosa con altre accompagnata, po-se di nuovo l'armo in
mano di tutta Italia; perciocché Ruberto con Pietro dal
Vermo , con Piermaria de' Rossi conte di Sansecondo, con
Obiello dal Fiesco e con molti altri amici si congiunse ; e
costoro da' Vcueziani fatti amici del papa desiderosamente
fiìron raccolti. I quali Veneziani erano sdegnati col duca di
Ferrara per cagione, che quel principe col callo dei re di
Napoli suo suocero recusava di far i sali a Comacchio, avea
usalo poco rispetto al Visdomino che essi tencano in Fer-
rara ; e come se egli volesse farsi certi confini, attendea a
tirare innanzi alcune bastìe vicino a capo d'argine; per le
quali cose dubitando de'Vtneziani ricorse a confederati; e
costoro tra per gli obblighi della lega, e per tema di se
medesimi se lasciavano più ampliare la Veneziana polenya,
noi poterono abbandonare. Ma noi per non generare cou-
lusione racconteremo questi successi di luogo in luogo ,
seguitando la ragione de' tempi. Intanto Lodovico duca di
Bari per frenar la ribellione del Sanseverino richiese i Fio-
rentini del lor capitano. Questi era Costanzo Sforza prin-
cipe di Pesaro, a cui il gonfaloniere Attilio de' Medici la
mattina del quarto giorno d'ottobre aveva in su la ringhiera
con gran pompa dato il bastone del generalato ; il quale
giunse poi a Milano il diciotlesimo giorno di quel mese.
MBRO VENTICINQUESIMO. 239
Crearonsi a' 20 non i Dieci della guerra, non apparendo
iincor cosa di tanto momento , ma gli Oi(o di pratica. E nel
medesimo tempo crebbe a' Fiorentini il sospetto de'Frc-
gosi , perchè fu mondalo a Serczzanello co'soui balestrieri
a cavallo , e con quatlroceiilo cavalli di Costanzo Sforza , i
quali erano in Arezzo, Giovan Francesco Sanseverino^, e
dopo lui Niccolò di Berignano con altri condottieri, essendo
stalo crealo commessario di quella impresa Antonio PuclÌ.
>l'on lasciarono ancora per i loro uomini di persuadere a
Ruberto, nel gonfalonerato di Lorenzo Nasi, a volere star
saldo nella fede del suo principe e parente , confortandolo
a contentarsi dello stipendio , sotto la quale scusa egli si
era di Milano partilo. Ma Ruberto scusandosi the egli non
^i fidava di quel goveriiO che in Milano reggeva, attese a
nìenare innanzi le sue pralitlie. Mentre Agostino Fregoso
lenea ancor egli i Fiorentini in gelosia per trattati che me-
nava in Lunigiana. Nel medesimo tempo si trattava calda-
mente col re di Napoli da parte della Repubblica per hi
restituzione che i Sanesi aveano a fare delle castella per-
dale nellu guerra passala ; la qiial pratica benché fosse ita
in lungo , ebbe poi l'elice fine- Con questi principj di gran-
dissimi movimenti prese Lapo Niccolini il primo gonfalone-
ralo dell' anno l482. Ma i Fiorentini facendo vista di non
sapere dove il papa si volesse gillare , tornando il cardinale
ùi S. Piero in Vincola legalo di Francia , ordinarono che
egli fosse ricevuto a Pisa con ogni sorte d'onore, com-
niellendo che si facesser cacce per tutto il paese per sal-
vaagiurai , perchè ei fosse con magnifiche spese inlratte-
nulo. Ma essendo Ruberto Sanseverino arrivalo a Piombi-
no ; perciocché Obiillo dal Fiesco era stato rollo da Go-
sljnzo Sf!>rza, accrebbe il sospetto di coloro che regge-
vano la Repubblica, onde essi licenziarono da lor soldi
Giovan Francesco suo figliuolo , vietando nondimeno con
e^prcbsi coraandamenli , che alla moglie di lui. la quale era
restata a Pisa, si facesse alcun oltraggio, dicendo che essi
avean guerra con gli uomini e non con le donne; ancorché
molto presto si fosse sapulo, che Giovan Francesco mon-
tato sopra tre navi di Genovesi , le quali s' erano scoperte
su' mari di Genova , conducesse Ire mila fanti in corazzina
260 dell'istorie fiorentine
aManni de' luoghi de' Fiorentini. Fu per questa cagione nel
gonfaloneralo di Nofri Acciainoli creato capitano della fan-
teria Andrea dal Borgo ; e già si vedca che le cose di Fer-
rara non poleano ricevere sorte alcuna d'accomodamento,
stando fermi i Veneziani a volere interamenle esser resti-
tuiti alle loro ragioni ; onde i collegali di questa parte si
posero a praticare di condurre per capitano generale della
lor lega Federigo duca d'Urbino; il quale finalmente con-
dussero con onorevolissime condizioni. Né i Veneziani vol-
lero trovarsi sprovveduti di capitano , i quali dettero la cura
de' loro esrrcili a Ruberto Sanseverino. Contutlociò essendo
venuto il lem|io che gli otto di pratica finivano il lor m..-
gislrato , s'astennero i Fiorentini di creare i Dieci, ma
trassero a' 20 d'aprile gli altri otto di pratica; i quali sen-
tendo che il Sanseverino a' principj di maggio nel gonfalo-
nerato di Pier Filippo Pandolfini si era volto alla via di
Lombardia , ebbero la guerra per retta , e volendo far le
provvisioni necessarie , sollecitarono che il re mandasse il
duca di Calavria in aiuio del genero; con la quale occasione
si cbiarireldic dcla monte del papa, avendo a passare per
i suoi terreni armalo. Il quale, quando pure il passo non gii
consentisse, allora stimandolo per nimico sei togliesse per
forza, e mancggiassesi la guerra da ogni lato vivamente.
Di ciò si liallò , oltre il mezzo degli ambasciadori , con
don Federigo il' Aragona; il quale era poco innanzi tornalo
di Francia, e in Pisa Bernardo del Nero in nome della
Repubblica 1' avea magnificamente ricevuto In questo modo
si appiccò la guerra in tre parti d' Italia. In Parmigiana tra
le genti del duca di Milano e il conte di Sansecondo. In
Ferrarese tra i Veneziani e il duca Ercole; e in campagna
di Roma tra il papa e il re. In quel di Ferrara il Sanseve-
rino, dopo aver preso alcune piccole castella si accampò
a' 28 di maggio a Ficheruolo , il duca d'Urbino si pose al-
l' ineonlro di qua del Pò alla Stellala. Circa questo mede-
simo tempo il duca di Calavria era arrivato in su '1 lago di
Marti vicino a Roma quaranta miglia , e trovato che gli
s'impediva il passo, avea preso e posto a sacco Trievi ;
perchè i Fiorentini richiesero il duca di Milano , che ri-
mandasse a Firenze il lor capitano per potersi valere di lui
LIBRO VENTICINQUESIMO. 261
nelle cose che occorressero in beneficio della lega, e si-
curlà loro in Toscana. Il papa reggendosi parimenic in casa
sua travagliare , richiese i Veneziani che gli mandassero
Ruberlo Malalesla. K henchc i Fiorenlini per qiiesli mag-
gior moli avessero inlralleniilo i fatti di Sere/zana per po-
ter tirare i Genovesi nella lega, non fecero però alcun pro-
fitto, essendosi i Genovesi confederati col papa e co' Ve-
neziani. Bollendo dunque la guerra quasi in tutte le parli
più notabili d' Italia , ella si ridusse anco a città di Castel-
lo, dove da i Fiorentini per dar favore a Niccolò V^ilelli
fu deputato Goslnnzo Sforza già ritornato di Lombardia ,
poiché il signor di Faenza • il quale avea domandato aiuto
dalla Repubblicn . e eragli Costanzo Sforza stalo mandato ,
avea detto non aver più bisogno di lui. Per tanti tum'iUi
era maravigliosa la diligenza che usava ciascuno in conser-
varsi gli amici o- aderenti suoi. Onde i Fiorenlini ordina-
rono ad un mazziere del pontefice die sgombrasse da i
loro terreni ; il quale veniva [ter pubblicare alcune scomu-
niche contra il signore di Piumbino per alcune lumiere- E
lo s'ato di Milano s"a\ea riconcilialo Obiclto e Giovan
F.iuigi Fieschi ; da che le cose di Sansecondo prncedeano
con più strettezza e difiìcollà di quel signore. Ma dubilavasi
bene di Ficheruolo , come che quelli di dentro valorosa-
mente si difendessero . e non restasse dal duca d'Urbino con
ogn'indiistria po'isihile di molestare il campo dei nimici. Es-
sendo dunque da spcr.iro e dn temere da ogni Iato; la prima
cosa che apparve d' alcuna importanza in favore de' collegali
da questa parte , fu la presa di città di Castello, nella quale
i! Vitelli entrò il 19 giorno di giugno a venlidue ore, es-
sendosi lutto il contado scoperto in favor suo. Ma come la
fortuna facesse a vicenda non pa^sò questo mese, che il
S inscverino ancor egli s' insignorì di Ficheruolo. In tal va-
rietà di stalo fu in Firenze trailo gonfaloniere di giustizia
Ruggieri Corbinelli ; noi quale poco spazio di tempo tro-
vandosi nel colme delle faccende, s'.iccedetlero grandi e di-
versi accidenti. In Toscana oltre cillà di Castello si ebbero
ancora a patii le due fortezze di quella città: quella di
Santamaria a' 9 di luglio, quella di S. Iacopo alli 11 ; le qiiili
consegnale a' Priori, e a Niccolò Vitelli furono per univci-
262 DKI.l'iSTORIE FIORENTINE
sale conscnlimenlo de'ciltadini spianale, noi ricusando i Fio-
rciilini ancorché fossero stati di parere che non si dovessero
durante la guerra spianare. Conluttociò si fece tregua tra
i Perugini e Corlonesi e l'esercito si pose a Celle. Il duca
di Calavria, oltre Trievi e altre castella di non mollo nome
lolle al papa , avea pochi dì poi ( il che era giudicato cosa
di somma importanza) occupalo Terracina, e tra pochi altri
giorni ottenuto la ròcca; la qual cosa fece affrettare la ve-
nuta del Malalesla in Roma. Questi partitosi infmo dal mese
passalo di Lombardia, per la didìcollà del cammino, impiegò
molli giorni prima che si potesse condurre in quel di Roma;
e prima fu credulo da'Fiorenlini che si fosse mosso per le
cose di ciltà di Caslcllo, e la fama di ciò dotte alcun ti-
more a quel campo, e porse confidenza a'nimici, i quali
erano in quel di Perugia, ove ricuperarono ccrle castellclla
di poco momento stale guadagnate prima da'Fiorenlini; e
deitesi ordine a B.irlolommeo Pucci, il quale era commes-
sario neir impresa di Castello, e a Costanzo Sforza; che non
si tenendo sicuri intorno a Celle, si riducessero dentro città
di Castello Ma per lollere de' 26 di Roma i Fiorentini sj
assicurarono, che quella mossa era per le cose di Roma
per i progressi fatti dal duca di Calavria e che in Perugia
per sicurezza di quella ciltà dovea restare il signor di Ca-
merino con dieci squadre solamente- Talché le cose di citlà
di Castello si ridussero ne' termini di prima, e certe genti
che per questo sospetto erano dalli Olio state chiamate di
Romagna, furono rimandale indietro; tra'quali fu Antonio
figliuolo del duca d'Urbino con le genti Fcltrosche. Essendo
dunque i Fiorentini liberi da questo timore , comandarono
che si attendesse ad espugnare Citerna , andando tuttavìa
prospere le cose del duca di Calavria, il quale dopo T occu-
jiazione di Terracina avea a" 21 assalilo la scorta del sacco-
manno dcnimici, e preso loro dugento Ira cavalli e muli.
e una buona brigata d'uomini d'arme; nel quale assedio
essendo venuto a soccorrere il conte di Pitigliano soldati»
del papa, v' ora restato ferito, messo in fuga tutta la sua squa-
dra, e fallovi prigione il conte Ulisse da Maiano pur di casa
Orsina, con molli altri de' suoi. Avevasi ancora per buona
novella che quel campo era molestalo mollo dal morbo ;
LIBRO VENTIf.INQuTvSIMa. 263
essendo al conio di Piligliano morii parecchi uomini d'ar-
me, 0 infioo a due della sua propria camera. Mi questo fe-
Jice corso, fu impedito dalla giun(a del Malalesta; il quale
arrivalo a Roma e confdrlato caldamente dal pontefice a re-
primere l'orgoglio del duca di Calavria, mostrandogli quanta
gloria s'acquisterebbe, se liberasse da cosi fiero nimico
la sede apostolica, senza perder tempo s'appressò al nimico,
e condottolo in un luogo del territorio di Vcllclri, dello
lampo morto, a' 21 d' agosto il costrinse a couibalterc. Durò
la battaglia dalle quindici ore infino alle vcntuna , e per
testimonio di lutti gli allri scrittori non s'era combattuto in
Italia per molti anni addietro can tonta virtù quanto si fece
allora. Dice il Machiavelli che morirono Ira T una parte e
l'altra più di mille uomini, per quel che io ritrovo dalle
nii'mnrie pubbliche della città; furono fatti prigioni di quelli
del duca circa trecento uomini d arme , e molti de' capi
|)rincipali; tra qujìli sono nominali il duca di Melfi, V'icino
Orsino, Ross -Ito da Capoa, Marlicclla, e Pietro Paolo della
Sassetta. Il duca si ridusse con circa cento uomini d'arme
a Sermonela; ma gli scrittori dicono, che egli scampò in gran
|iarle per la virtù di qua Itrocento altri accrescono infino in
<inqueccnto, Turchi di quelli che trovnli da kit in Otranto si
erano contentali di restare a' suoi stipendj. I carriaggi si sal-
varono lutti; perciocché il dì axanti eran dal duca slati man-
dali a Terracina; da che si vede che egli arebbe potuta
schifar quella batlaglia se non vel avesse slimolato I' onore.
Dopo la vittoria il Malalesta si ritrasse a Vellelri, così per
rinfrescar l'esercito come se medesimo, il quale o per l'af-
fanno patito nella giornata, o per la moli' acqua che ei bevve
in quel giorno, si era alquanto infermato. La qual malattia da-
togli appena spazio di potersi rallegrare col papa di così piena
vittoria, il pose prestamente al letto, ove prendendogli il male
ogni giorno sopra maggior vigore, senz' alcun riparo l'ucciso
con gran dolore di Roma e di tutta la corte il 10 di settembre,
essendo in Firenze entrato nuovo gonfaloniere Carlo Serristo-
ri. Gli scrittori dicono che fu sospetto, che egli fosse morto
di veleno, e io nelle notizie private dc'Malalcsla ritrovo, che
l'autore di tanta scelleratezza fu creduto essere stato il
conte Girolamo nipote del papa, o per invidia, o pure con
261 dell' isToniF. fiorentine
spcrnnza di poter raellcre le mani a quello sialo, non la-
sciaiKiij Ruberie (ìgliuoli k'gitlirai. l^a qual cosa gli Iacea
verisimile l'es-sergii riuscito di Tarsi signore d' Imola e di
Fiirlì. Il papa onorò la virtù di questo capitano con una
statua equestre, ove furono scritte quelle parole di Cesare:
Venni , Vidi, e Vinsi. Ma levala de) suo luogo in tcuipo
che si cominciò la nuova fabbrica di S. Pietro, è poi slata
sempre in parte oscurissima con poca cortese rimunerazione
(li così segnalalo boieficio. Nel medesimo giorno fu per
avvisi certi noliOcalo esser morto a Bologna il duca d'I'r-
bino, ove dalia Stellala malato si era fallo condurre; per-
ciocché i successi di quella guerra erano stati l;ili, che in
luogo del ferro, e delle bombarde , la morie d'una gran
parte d'amenduo gli eserciii era proceduta da maialile , sì
faltanicnle, che per molti giorrii quasi per un tacilo consen-
limonlo di tulle due le parti si stelle in quei luoghi sonz;i
gnì^t^ggiaro. Cinque giorni prima che questi due illuslri
capitani morissero, veggendo i Fiorentini che per la rotta
del duca di Calavria le cose loro avrebbono corso pericolo,
deliberarono di creare i Dieci della guerra per tutto aprile
seguente, i quali furono Tommaso Sederini, Bernardo Biior,-
girolami, Niccolò Capponi, due Pieri Mellini, e Nasi, Ia-
copo Guicciardini, Picrlilippo Pandoifirii, due AnloJii Kidolli,
e Diiii, e Michele delle Colombe, i quali erano, fuori del
UidoKi, e quel delle Colombe, stati i passati Otto di pratica.
Costoro mandarono Braccio Martelli a Guidubaldo nuovo
duca d'Urbino, pregandolo a non voler per la morie del
padre rilrar le sue genti a casa, polcn lo esser fncilmenle
la rovina di quella impresa, massimamente avendo Giovanni
rrancesco da Tolentino ripresa la b.islìa di Saturano iti Uo-
inagna; la quale il mese i;inanzi dal signor di Faenza era
slata presa, e a' Fiorentini restituita. Perchè si lete dai
Dieci intendere al Guicciardino lor collega, il quale era stato
eletto generale commessario fuor di Firenze per questo ei-
fetlo, che usasse ogni diligenza per ricuperare la ba>lia. e
che s'ingegnasse di far slare Anton maria Ordebdl quanto
più fosse possibile vicino a Furlì, per tenere alquanto io
freno il Tolentino: sicché con più riguardo procedesse ad
Ufciro con le sue geriti fuor della terra , ove di corto era
LIBRO VEXTlClNQrESIMO. 265
venuto. E Iradanlo si attendeva di qua a slrignere i Citer-
iiesi, i quali a'24 del mese palluirono] col coraracssario ,
e capitano dei Fioreniini di darsi fra dieci giorni alla
Repubblica , se in questo tempo non ricevevano tal soc-
corso (lai loro , che i nostri fossero costretli a levare
il campo; per osservanza de'quali patti dicrono dieci sta-
lichi de' primi del luogo. E non essendo il soccorso venuto,
riceverono nel giorno dolerminnlo i Fiorentini dentro la ter-
ra ; il quale esempio seguì non molli giorni dopo il castel-
lano della ròcca, talché l'u dal' ordine ihe si attendesse ad
espugnar Celle; così erano procedute le cose in Toscana.
Gli avvisi delle cose di Roma crino, che le genti del papa
dopo aver tentalo in vano d'aver Cavi, si erano ridotte
parte sotto Jacopo conte verso ponte Corvo a guardia de'con-
lìni , parte sotto Giordano Orsino per guardar le fronlierc
di Piperno, e che dodici in sedici squadre erano disognale
di mandarsi verso Perugia per poterle adoperare secondo il
bisogno in Romagna, o altrove. Ma che il duca di Calavria,
che si era ritiralo a Napoli , essendosi di nuovo rimesso a
"cavallo si trovava a' 18 di settembre esser passalo Capoa ,
seguendo la via di S. Germano , e che il re aveva preso
due navi de' Genovesi ; le quali erano ite a caricar grano
nell'isola d'Ischia, e avca mandata la sua armata a Livorno
per servigio della lega. Le cose di Milano andavan benis-
simo , ove il duca avca restituito nlla patria Ascanio «no
zio; e olire esser seguita la morte di Piermaria de' Rossi,
era finalmente slata prosa la terra di S. Secondo. E il conte
Guido figliuolo e successore di Piermaria in quello stalo ,
avca quasi per sladico mandato a Milano Filippo suo figliuo-
lo. Era ancora rilornala a Milano la madre del dura con
grande allegrezza di (ulta quella città ; sicché da quella
jiarle parca che si potesse aUendere con meno incomodo e
pericolo ;il!a d'fesa dello slato di Ferrara ; ove i Veneziani
andavano da capo ingrossando. Io dubito che a molli sia per
rocar noia così pieno e cumulato inviluppo di cose , mri
avendo io a ubbidire a spa/io di tempo così rislrello quanto
è qtiello di due mesi, e insiememente a maleiia (auto varia
e molteplice come è questa , che in un medesimo tempo
ditta Italia in diverse parli bolliva di guerra, che altro modo
266 dell'istorie f'.or emine
o via posso tener io, per cui speri poter con maggior luce
queste cose Irallarc? Essendo dunque entralo ultimo gonfa-
loniere di quell'anno Giovanni Tornabnonì, il primo danno
che s'intese d'alcun momento fu dal lato della lega regia ;
perchè i Veneziani pervenuti con le galee e altri lor legni
a' confini d'Argenta, s'incontrarono co' nostri ; e benché
sul primo impeto Andrea dal Borgo, che si era poco in-
nanzi parlilo dal soldo de' Fiorentini, ricevesse alcun danno,
nondimeno riuscendo al fine i Veneziani superiori, costoro
restaron rolli, fra' quali, oltre il Pasqua, uno de' connestabili
de'Fiorenlini vi restaron prigioni persone illustri Gismondo
da Esle , Niccolò da Coreggio , e Ugo Sanseverino. La Re-
pubblica e i Dieci particolarmente , che di ciò dubitavano .
aveano innanzi al fatto proibito a Gostanzo lor capitano , il
quale se n'era ito a Peserò, che dovesse dar passo pel
suo a Virginio Orsino , che in nome del Girolamo per cin-
que squadre glielo addomandava , poi detler ordine a lutti
i lor soldati che s' avviassero verso Romagna, s'i per conto
de' fatti di Ferrara, come per k' loro castella, le quali an-
dando male le cose di quel signore rimancvan in manifesto
pericolo. Appresso richiesero che il medesimo facesse i' i-
stesso lor capitano, il quale scusandosi per l'acerbità della
stagione, che era più tempo di slar alle stanze, che di guer-
reggiare , severamente ripresero , che per gii esempj anti-
chi e modcni si combatteva nei verno, nell'acque , nelle
nevi, nc'fanghi, ne'monli, nell'alpi e in ogni più estrema
difficoltà : e che fare il contrario sarebbe contro la disci-
plina sforzesca; ma che più se i nimici gl'insegnavano quello
che egli avesse a fare? I quali dire la prima fazione tro-
vandosi dal lato di sopra a Ferrara, e di verso Ficheruolo
cominciaron a' 20 del mese a passar sul Polesine di Ferrara
fra la bastìa del lago oscuro e Francolino, tanto che a' 21
essendo passale fino in trenta squadre e tremila fanti, s'in-
contrarono co' Ferraresi e co' lor confederati ; co' quali at-
taccata una grossa scaramuccia, li costrinsero, essendo in-
feriori di numero , ad abbandonare la campagna e tutti i ba-
stioni , ritraendosi con spavento grande a Ferrara. E non-
dimeno convenne mandare al capitano Piero Nasi co'denari,
e il medesimo suo ambasciadorc, che egli teneva appresso
LIBRO VENTICINQUESIMO. 2G7
la Repubblica , Pandolfo Collenuccio , quello che scrisse i
compendi del regno di Napoli, e protestarsi d inubbidien-
ra, prima che si potesse condurre a volersi partir di Pese-
rò; la qual conlesa occupò tulio il mese di novembre. Fe-
cersi i racdcsimi conforti al duca di Calavria per mezzo di
Francesco Gaddi , il quale appo lui dimorava-, ma il due.»
non potendo avere il passo dal papa, o perchè, come si seppe
poi, si slava Irallando d'alcuno accordo col pontefice, non
potè per quest'anno venire al soccorso del cognato. Conlut-
lociò fu grande la diligenza de' Fiorentini a confortare così
Oilaviano Ubaldini governatore delle genti fcllrcsche, come
il signor di Faenza, Giovanni Bcnlivoglio, e ciascun altro
a porgere aiuto alle cose inchinale di Ferrara; massima-
mente che sentendo ingrossar genti in Imola, e farsi in Furiì
preparazioni di gralicci e d'allre monizioni per fortificar
Monlepoggiuolo , vedevano da ciò procedere il danno ma-
nifesto delle loro tenute; perchè fu in quelle parli spedilo
Gismondo della Slufa con ordine disiar molto bene avver-
tito ad ogni moviraenlo de'nimici, e di consultare ogni cosa
col marchese del Monte, il quale era a guardia di Castro-
caro; ove il commessario avoa a fare la maggior parte della
sua residenza. Tra lanli sospetti successe mollo opportuna-
mente la sospensione dell' arme tra il papa , e la lega regia,
<osc trattale, per quello che fu slimalo, dal cardinale S. Piero
in Vincola, il quale infino de' 14 d' oltobre ci fu avviso, che
si era partilo di Roma per la via del re, e del duca di Ca-
lavria. Dietro la quale seguì prestamente la pace conchiusa
iu Roma in camera del papa il 12 di dicembre a'cinquc ore
di notte, nella quale intervenne Anello Arcamone ambascia-
dor regio, Giovanni Antonio vescovo d'Alessandria amba-
sciador di Milano, e Sforza Bellini mandalo da'Fiorenlini
per concorrer con esso loro a lutto ciò che bisognava; es-
sendo opinione per niun' altra cosa essersi a ciò il ponlcfice
lasciato indurre , che per essersigli fallo conoscere , che la
grandezza de' Veneziani sarebbe sialo l'abbassajnenlo di S.
Chiesa, avendo eglino, come per molle prove si era cono-
sciuto, volto r animo a farsi signori d'Italia. Per quello che
toccava a' Fiorentini il principal fatto fu: Che essi deposi-
tassero Citerna con la fortezza in mano degli arabasciadorì
2C8 DELI. ISTORIE FIOHENTINE
del re e regina di Spagna, i quali slavano in Roma, come
amici e confederali comuni , per farne poi quello che essi
arbitrassero. E non fu dubbio alcuno, che la pace del pon-
tefice, sì per r autorità e riputazione che si traeva dietro ,
e sì perchè nò al duca di Calavria , né a' Fiorentini rima-
neva impedimento da queste parti , fosse stata di giova-
mento grandissimo a tutta l'impresa; e allor molto più, che
essendosi levato un rumore , che il duca di Ferrara si fosse
morto (fama non del lutto falsa , perciocché per le battiture
ricevute daVeneziani era slato >icino a smaniare) molli po-
poli di Carfagnana s'erano incominciati a sollevare , benché
i Fiorentini avessero scrillo a' Lucchesi, che essendo eglino
nolabil membro di essa lega, non doveanoper la loro vici-
nità permettere, che per così false voci quel signore do-
vesse esser danneggialo nelle sue cose. Fu similmente scritlo
al signore di Piombino, che facesse avvertite le navi che
dovevan venire di Napoli con grani , che il re mandava a
Ferrara , perchè in Genova si eran armali di molti logni per
assalirle; ma quello che importò mollo fu, che il papa senza
metter più tempo in mezzo, mandò in aiuto del duca tre-
cento uomini d'arme, cinquanta del conte di Piligliano , e
il restante di Virginio Orsino. Mandò a Ferrara il cardinale
di Mantova suo legato, il quale passando per Firenze e al-
loggialo in casa del gonfaloniere, trattò co' signori molte
cose in beneficio della lega. Il duca di Calavria similmenle
avendo dato ordine, che venissero mille provvigionali per
mare a Piombino, tra' qunli erano i suoi cinquecento Tur-
chi, si preparava, non curando la difFicollà della stagione,
di venirsene per terra con circa seicento cavalli. I Dieci
avendo deliberalo riceverlo con ogni sorle d'onore, sapendo
che il duca faceva la via di Orvieto e poi di Cortona, com-
juiscro ad Antonio Ridolfi . e a Jacopo Guicciardini lor col-
leghi che gli si facessero innanzi in quella città per con-
durlo con le spese del comune infino in Firenze. Era già
di tre dì entralo Tanno 1483 e preso il sommo magistralo
Francesco della Stufa . quando il duca fu in Cortona da due
commessarj ricevuto , il quale a' cinque venne a Firenze con
poco meno di cinquecento cavalli, essendosi gli altri av-
viati per la via di Caslrocaro. Fu alloggialo in casa de! pas-
i.IBRO VENTICINQUESIMO- 269
salo gonfaloniere, e quivi sommamcnle onoralo. Vennero
seco, oltre i suoi baroni, Virginio Orsino, il conte di Pili-
gliano , e Antonmaria Pico; il quale da Galeotto suo fra-
tello era slato caccialo della Mirandola; e questi erano con-
dottieri del papa ; a' quali tulli furon fatti onori e cortesie
grandi , e dimorati non più che Ire giorni in Firenze, a gli
otto parliron per Ferrara. Por la veiaila del legalo , e del
duca in Firenze si presero molle deliberazioni ulili per que-
sta guerra ; peri iocclic il duca foce alcuni obblighi segreti
per colilo di Serezzana, e di Pianculdoli ; e mandossi Sforza
Bellini al papa con ordine , che ogni voita che S. Beatitu-
dine seguis-'C la s;nlcnza del re circa la restituzione delle
castella che leneano i Sanesi della Repubblica, clli gli ce-
dei ebbe Cina di Caslello. ÌVJa, uienlre queste co^e si trat-
tavano, sentissi con gran dis[)iaccre di tulli , che Costanzo
di Pesaro senzallra paitecipazione della Repubblica, si fosse
parlilo di Ferrara , ove con tanti stimoli era stalo spinto il
dicembre passato. Nel qual tempo conlinnamente erano rap-
portate nuove di sospetti. Dal lato di Serezzana, dicendosi
che Lodovico Fregoso faceva fare scale e altre prepara-
zioni per entrare in Serezzanello. Ma erano ancora le lur-
bazioni più vicine, essendo in Firenze da parte delia b l'ia
di Siena venuto Barlolommco Sozzini, eccellente e chiaro
giureconsulto, a dire come i loro fuoruscili aveano occupato
Monlereggioni , on<le essi desidrravano di vivere in pace
con la Repubblica. Fu risposto che ella avea caro ben vi-
cinare co' Sanesi, e per segno di ciò fu coumiesso a Piero
Vettori , e a Piergiovanni da Ricusoli, che facessero sgom-
brare tutti i fuoruscili di Siena, i quali erano a Poggibon-
zi, a Staggia, e a Colle; e ad altri, quelli, i quali avvertine,
e a Sansoviiio, e a Monlepulciano , o altrove a dieci miglia
vicin'a'confini di Siena si ritrovassero. Al papa per diihia-
razione degli ambasciadori Spagnuoli fu resa Cilcrna ; e
perchè mostrava di voler seguire la sentenza del re di Na-
poli circa la restituzione delle castella , gli fu mandato per
ambasciadore Pierfdippo PandoHini. Lorenzo dc'Medici par;i
il 12." di febbraio per Ferrara sotto nome d' ambasciadore,
ma con autorità molto maggiore , il quale passalo a Cre-
mona intervenne in nome della Repubblica ncl'a dieta , la
270 DELI,' ISTORIE FIORENTINE
quale si celebrò Ira luUi i principi della lega l'ultimo di
febbraio , ove si conchiiise che per liilto aprile si doves-
sero in ccrli luoghi assegnali trovar le genti di ciascuno
per far buona e gagliarda guerra a' Veneziani. Tornalo dun-
que ne' primi dì del gonfaloneralo di Antonio Ridolfi alla
città , fu mandato in campo per esser appresso il duca di
Calavria Jacopo Goicciardini , ma non v'era ancor egli ar-
rivato , che vennero novelle come i Veneziani accostatisi a
Ferrara avean preso !a Certosa , S Maria degli Angioli , e
Belfiore, tutti luoghi a un miglio presso alla città; onde fu-
rono ricerchi da' Fiorentini e Giovanni Benlivoglio , e il si-
gnor di Faenza, che dovessero soccorrer con le lur genti
prima che maggior danno si ricevesse. Ma il duca di Cala-
vria non potendo sostener lanl' insolenza de' nimici, venne
con esso loro alìe mani presso ad Argenta, e valorosamente
combattendo in una grossa scaramuccia li ruppe ; nella
quale fece prigione quaranta uomini d' arme , dugenlo slra-
diotti, e non piccolo nomerò di provvigionati, con la per-
sona di Luigi Marcello provveditore Veneziano, che fu
grande aggiunta a questa vittoria. I Veneziani veggendosi
così gran carica addosso condussero a' lor soldi il duca di
Loreno , sollecitavano i Genovesi , confortavano i Rossi , e
porgevano aiuti e favori a' fuoruscili di Siena ; perchè in un
medesimo tempo Loreno al re di Napoli, i Rossi al duca
di Milano, i Genovesi alla Repubblica fiorentina, e i fuo-
ruscili Sanesi al papa e a' Fiorentini desser sospetto Pro-
cedendo dunque tuttavìa le cose piiJ caldamente , parve in
Firenze a' settanta che aveano la balia in mano di dover
raffermare per Kalen di maggio innanzi i Dieci della guerra
per 6 altri mesi. Costoro elessero ambasci;idore al ponielìce
Guidanlonio Vespncci . e al re Piero Nasi, i quali partirono
poi per que' principi, preso che ebbe il gonfaloneralo Nic-
colò Sacchetti. Col pontefice si fece lega, avendogli di nuovo
fallo toccar con mano, che la perdita di Ferrara si sarebbe
tirala dietro la rovina di tutta Italia. E i patti perciò fatti
co' Fiorentini furono: Che Città di Castello si dovesse ren-
der alla Chiesa , jierchè fu mandiitn a quella cillà. e a Nic-
colò Vitelli Dionigi Pucci, confortandoli a ubbidir al ponte-
fice; poiché per i pericoli maggiori essi cran costretti ac-
LIBRO VENTICINQUESIMO. 271
lijnscnlire la dodizion loro alla chiesa ; facendo iiilcnderc
a'cilladini, che il papa si contentava di lasciar partir di ca-
stello ciascuno che non vi volesse slare , conservando inte-
ramente i suoi beni: Che di Niccolò diceva il medesimo ,
purché egli non islesse in luogo alcuno sotloposio alla chie-
sa ; nò il papa fosso tenuto fargli alcun pagamento percento
delie sue possessioni , alle quali cose non volendo i Castel-
lani, né Niccolò star contenti, rimase la guerra fra essi, e
il pontefice, con obbligo a' Fiorentini di porger vettovaglie
e altri aiuti a! campo ecclesiastico. Fecersi ancor lega co'Sa-
nesi il 14 giorno di giugno con palio espresso della resti-
tuzione di tulli i luoghi tolti nella passata guerra a' Fioren-
tini , talché la sera medesima fu spedito Puccio Pucci per
pigliarne la tenuta, di che se ne fece in Firenze gran festa.
Accomodale in questo modo !e cose della parte di sotto
(perciocché la guerra di Castello procedea senza molto di-
sconcio de' Fiorentini ) rimaneva il pensiero di quelle di so-
pra, runa pubblica e comune, che era quella di Ferrara ,
l'altra particolare della Repubblica, che era cominciala
fieramente ad accendere , e questa era quella di Lunigiana,
essendo infin de' 6 di maggio venuto a Screzzana Agostino
Fregoso , e con esso congiuntosi Guidomaria de' Rossi ; il
quale succedutogli male le cose in Lombardia , era gillatosi
a questa parte ; né era fuor di dubbio che non avessero a
seguitare la medesima fortuna i Torelli. 1 Fiorentini cjò
sentendo vi mandarono prestamente con molta diligenza
Giovanni della Vecchia, Gillo da Cortona, e di mano hi
mano altri lor connestabili , essendo ancora richiesti d'aiuto
da Alberigo Malespina marchese di Massa ; i dan>ii del
quale non poteano in qualunque tempo succedere senza il
danno della Rppubbìica. Ma i nimici prevenendo la solleci-
tudine de" Fiorentini acquistaron la Vonza, prima che da
essi potessero essere impediti ; e senza perder momerfto
di tempo si volsero a Massa, la quale mentre fanno proN.i
d' espugnare , i Fiorenlini veggcndo che avean bisogno di
più gagliarde provvisioni, deliberarono con ogni forza d'op-
porglisi. E in prima mandarono Sforza Reltini per chiarirsi
affatto dell' animo di Gostanzo Sforza ; il quale finalmente
si scoperse esser passato con carico di leggerezza e d'in-
272 dell'istorie fiorentine
fedeltà a' Veneziani. Elessero però per capo di quella im-
presa il conte di Piligliano , e dopo lui Rinnccio Farnese
lino de' principali condottieri delle senti fellresche- Dcpti-
taronvi commessario Bernardo del Nero , e mamìarono spac-
ciatamente cinquecento fanti per guardia di Massa, confor
landò cosi il marchese Alberigo, come il marchese Giovanni
Francesco a star saldi , che non sarebbe lor dinegata sor-
l'alcuna d'aiuto; e dicendo per loro avviso che la vittoria
de' niraici non era stala loro di molta letizia , avendo nel
medesimo tempo i Rossi perduto Felino in Parmigiana , e
una gran parie delle loro castella. Venuto dunque il conte
di Pitigliano in Firenze (benché questa sua richiamala di
Ferrara avesse dato alcun sospolto al pontefice non fusse
per impedirgli l'impresa di Castello) e con Ini comunicato
tutto quello che per detta impresa eia necessario di fare ;
a' 9 di giugno fu lasciato ire verso il suo cammino con due
squadre della sua gente d'arme, e con venticinque bale-
strieri a cavallo. Ma incont;inenle fu soldato Galeotto Ma-
lespina figliuolo del marchese Gabbriello , Dolce dell' An-
guillara con gente d'arme, e altri capitani di fanti, i quali
gli si mandarono appresso ; e fu commesso al conte che
potesse fare cento provvigionati. Alla giunta di queste genti
i nimici si levarono di Massa, e vennesi con esso loro in
qualche scaramuccia , ove ebbero sempre il peggiore, e fu
di essi, di persone di conto, fatto prigione un certo Lanci-
lotlo, di cui non ritrovo il cognome. TS'ondimeno non che
poi fosse più succeduta cos' alcuna di momento, anzi con
ramrparico grande de' Dieci non si fece altro che dispulare
circa gli allogi^iamenli ; benché le cose di Lombardia, mas-
sime quelle conlra de'Rossi, andassero tuttavìa migliorando,
avendo ulti.mamenle il governo di Milano tollo loro Sanso-
condo , e alcuni di prima Basilica nuova, e in fine d'ogn'al-
Ira lor cosa spogliatili. A questa freddezza, secondo i Fio-
rentini. 0 difficoltà, pt-r qurllo che i capitani dicevano di
Serczzana s'aggiunse, clic per sospetti che s"aveano nim
Ruberto Sanscverino passasse con l'esercito a' danni del
Milanese, Lodovico Sforza richiedeva i Fiorentini che ri-
mandassero in l>ombardia il conte di Pitigliano; i quali,
Lenche questa cosa dilTcrissero (perciocché si offeriva ari-
LIBRO VENTICINQUESIJIO. 273
cor la passata del Sanseverino ) pure avendo nel gonfalone-
rato di Lorenzo Carducci finalmenle il Sanseverino passata
Adda, con lasciar Ferrara presso che assediata, 1' inslanza
della passala del Piligliano si facea maggiore; onde benché
i Dieci avessero scritto a Bernardo del Nero , che mettesse
delle difTicoltà in mezzo perchè il conte non partisse, a cui
conluttociò eglino aveano mandato 1' ordine dell'andare, con-
venne alla fine in ogni modo , che egli pur prendesse il
cammino di Lombardia. Talché lutto il carico rimase a Ri-
niiccio Farnese , in cui la Repubblica molto confidava. Ma,
non facendosi più di quello che per l' addietro si era fatto,
lur tenuti i Dieci in speranze, che il campo dovesse insi-
gnorirsi di S. Francesco, e per questo elìetlo piirle solda-
rono di nuovo , e parte accrebbero le condotte del marchese
Gabbriello , d'Alfonso «pagnuoio, di Lionardo suo figliuolo,
di Giovanni Antonio delle Treccie, di Scaramuccia di San-
tacroce, e d'Anlonello da Prato. Ma appena aveano co-
storo messo in ordine le lor compagnie, e da' Dieci com-
messo ad Ercole Benlivoglio che passasse in Lunigiana, che
per tema che i Sanesi ebbero de' lor fuoruscili, a richiesta
di B.irlolommeo Sozzini, e di Tommaso . . . loro araba-
hciadori, la Repubblica fu costretta rivocar le genti di Lu-
nigiana , e farle calar a Pisa per esser preste a' bisogni
de' lor confederali. Ma, cessato il Umore de" Sanesi , era
stalo dal' ordine che se ne ritornassero in Lunigiana; quando
da capo si sentì che i fuoruscili ingrossavano; perchè di
nuovo crealo di questa impresa commessario generale Dio-
nigi Pucci, gli fu scritto che per Valdera e Ponte di Sacco
se ne venisse verso la volta di Siena, e Bernardo del Nero
se ne tornasse in Lunigiana : ove in certa scaramuccia Liu-
iiardo figliuolo d'Alfonso spagnuolo era stalo fallo prigione.
Duhilavasi che questa cosa non avesse a ire in lungo; ma
essendo i Saniisi confederatisi col [>onlefice , e continuando
i Fiorentini a mostrarsi vivi in lor bcneUcio, i fuoruscili,
dopo essere stali alqnanli dì a Sarliano, s'incominciarono
a dissolvere, ancorché per una ^ran parte di essi ridotti a
Saturnia citlà de' Sanesi , fu scnllo a Elena Orsina contessa
di Soana , e a Guido Sforza conte di Sanlafiore , ihe , es-
sondo loro vicini, s'ingegnassero levarseli dinanzi, facendone
A>i3i. Voi.. V. i8
274 dell'istorie i'iokemixe
servigio a liilla la lega, oUrc il boneficlr, delle lur terre.
Ma sciullisi atTalto da sé slessi, però che non aveano da
niar.lcneisi in campagna , e erano circondali dalie forzo
de' confederali , al Pucci fu data licenza che se ne lornasse
in Lunigiana -, a t mpo che le cose di Lombardia cammina-
van benissimo. Perciocché il duca di Caiavria passalo in
bresciana ai soccorso del duca di Milano, era già superiore
al nimico; ii quale fuggendo d'accozzarsi con lui, andava
col suo esercilo rilracndosi a' luoghi forli , mciilre il duca
tuttavia allenduva ad acquistar delle terre e castella de'Ve-
neziani; i quali non solo con l'arme temporali furono iu
questo tempo travagliali gagliardamente , ma eziandio dalle
s[)irituali ; avendo il papa pubblicalo contro di loro sco-
munica in lutti i luoghi della lega . e parlicolarmcnle in Fi-
renze nella chiesa di S- Rcparala. Né era succeduta senza
piacere de' Fiorentini la morte di Goslanzo Sforza, di cui
non si erano pure incominciati a servire i Veneziani; benché
per gli interessi che portan seco gli siali , i quali e gli odj
e r amicizie parimente , ove il bisogno se ne mostra , la-
sciano da parte ; fosse scritto a Covelia Marzana sua mo-
glie, che la Repubblica fiorentina non lascirrehbe mai la
i;ura delle cose sue, e che sommamenle si rallegrava eh»'
lo sialo restasse al suo primogenilo fanciullo, con cui ella
intendeva di voler vivere. Capitò in questi tempi in Firenze
un' ambasciador del Turco, ma per molla diligenza che io
v'abbia usata non ri'rovo , che cosa egli avesse trattato con
la Republ)lica, se non che dovendo egli passare in Savoia
e in Francia , gli fu dato Pagolo di ser Giovanni da Colle,
il quale gli dovesse per tutto tener compagnia. Prese ap-
presso il gonfaloneralo Alamanno de' Medici , continuando
tuttavia le cose prospere in Lombardia per beneficio della
lega, avendo oltre i felici progressi del duca di Calavria
contra Ruberto Sansevcrino, ancora il duca di Ferrara ri-
cevuto una villoria alla Stellata contra il duca di Loreno.
Ma, non si facendo a Serezzana cosa di molto momento, si
prese da' Dieci deliberazione che se le desse il guasto at-
torno per danneggiare il più che poteano i nimici, e con-
dussero a'Ior soldi il conte Antonio da Marciano, veggendo
che la guerra non era per finire per un pozzo • con ordine
LIBRO VENTICINQDESIMO. SlTii
che dalo il guasto a Serezzana, le genti feltresche passas-
sero a Ferrara, ove erano tuttavia richiamale, bemhè elle
recusando d'ubbidire, avessero fatto apparir maggiore la
virtù di Rinuccio Farnese , il quale solo si prolTcriva pron-
tissimo a far quanto dalla Repubblica gli era comandato.
Ardendo in tal modo l'Italia di guerra, quello che non fa-
ceano i suoi principi e il ponletice istesso, si era mosso a
fare un re forestiere, questi fu Lodovico X! re di Francia,
il quale mandò suoi ambasciadori in Italia per trovar alcun
riparo a cotanta discordia. Ma venuti i suoi ambasciadori a
Firenze , e restatone uno di loro ammalato , il quale vi si
morì, essendo gli allri passati a Roma, potettero poco o
nulla operare di buono, essendo sopraggiunte novelle della
morte del lor signore, morto infin de' 30 d'agosto passalo.
Restò di costui un figliuolo maschio detto Carlo di quel
nome VII , a cui parve alla Repubblica che si dovessero
mandare ambasciadori , cosi per dolersi della morte del
padre , come per rallegrarsi della sua assunzione al re-
gno , poiché il padre era stalo sempre amorevole verso
la loro Repubblica. Questo è quel Carlo VII , il cui nome
per la memoria delle cose fatte è più di qualsivoglia altro
re noto e chiaro in Italia , benché egli fusse slimalo uomo
di piccolo valore. Gli ambasciadori a lui deputati , che
partirono d' ottobre , furono Gentile vescovo di Arezzo ,
Antonio Canigiani , e Lorenzo deMedici figliuolo di Pier-
francesco. Intanto prese in Firenze il sommo magistrato
Giovanni Lanfredini. In questo tempo in Lombardia fuor
d'una rolra di Giovanni Antonio Scariotto , e del figliuolo
condollieri de'nimici, ove far presi diigento cavalli, e Gio-
vanni Antonio restò ferito , non succedette cosa degna
di notizia; e, essendo venuto il tempo di ridursi alle stanze,
il duca di Calavria si ridusse a Cremona, e il Sanscverino
ad Orcinuovi. Ma, dubitando Roberto non il duca andasse
in Ferrarese, si volse a quel cammino, si per assicurare
Caslelnuovo , il bastione del lago oscuro, e '1 resto del Pa-
lesine, e sì per poter di là condurli a Venezia per consul-
tare con quel senato o di pace o di guerra, secondo che
più mettesse lor conto. Ma, il duca non si partì di Cremona,
sì per esser vicino a'niraici, e sì perche quivi era delibc-
276 dell'istorie fiorentine
rato che s" avesse a far la diela per le cose dell'anno av-
venire. Né in Serezzana succedelle cosa di molto noomenlo ,
benché il marchese Gabbricllo per una certa pratica segreta
che avea con alcuni di dentro , avesse per lungo tempo te-
nulo in speranza i Fiorentini di potersi di quella terra in-
signorire. A città di Castello per intercessione del papa fu
mandato Rinuccio Farnese con parie di quelli Feltreschi
che avean ricusalo d'andar in Lombardia, e mandòvvisi
Tommaso Miuerbetti per gasligar coloro, che coulra gli or-
dini della Repubblica a'castellani avesser prestato favore.
Ma, perchè per la guerra dell'anno seguente, era necessario
far nuovi ordini e preparazioni, fu raffermalo l'ufficio a'Dieci
PlT tutto febbraio; e in laogo di Piero Nasi, che era am-
basciadore a Napoli, e di Bernardo B:ion,Mrolami a Milano,
furono neir ufficio eielli Bon^'iaiini (i.anfigliazzi, e Antonio
l'ucci. Similmente per la nuova dieta a Cremona fu depu-
tato liicopo Guicciardini con piena auiorilà; ma, con queste
commissioni parlicolarmenle , cho in qualsivoglia caso non
sia impedita l'impresa di Serezzana, non si muli il pre-
sento stalo di Sena, e che in quanto al fatto delle genti
(«ile debbano attendere al servigio comune e non a' privali
C(»m)ii, ofTerondosi nel resto di concorrere a tulle quel-
r altre cost; a che gli altri confederali concorrerebbono.
I*,irii il Guicciardini il primo dì dell'anno 1484, nvl quale
Galeotto del Caccia era entralo gonfaloniere, e arrivato ai
7 del mese a Cremona, ove il duca di Calavria insieme col
« ommessario del duca di Milano gli uscì un miglio incontro
fior della terra, scnlì come per una congiura scopertasi
lontra il duca di Bari, la diela si dovea celebrare in Mi-
lano; ove arrivali a' 12 non si die a qiiella principio infino
a' 21, avendo prima aspellato il duca di Ferrara, e dipoi
Giovanni Francesco da Tolentino, e Giovanni Bentivoglio
]|^T parte del papa, i quali vi vennero a' 17. Da parte del
re fu proposto , che per resistere e per offendere i Ve-
neziani conveniva far un'armata di venti navi, e di sessan-
tasei galee, drlle quali venlidue fusscro armnle per forza;
la spesa della quale armala per sci mesi ascenderebbe alla
somma di irecentoqaaranta mila scudi. Ciò essere di gio-
vamento sì per guardia delle marine del papa, e djl re, e
LIBRO VENTICINQUESIMO. 277
SI per offendere le riviere de'niraici, e le loro mercanzie;
il che arebbe loro recato grandissima incomodità. Ma re-
plicalo, che non per questo la lega sarebbe stata superiore
in mare, e che per guardia delle lor cose sarebbono ba-
state venti in venticinque galee; dopo molte dispute si fermò
il numero di galee trentuna per quattro mesi fermi, e piìi, bi-
sognando; la qual spesa per i quattro mesi fermi, ascendea
a setlantanove mila trecentosessanta scudi, di che volendo
il re, che l'avea a armare, sicurtà di banchi di Napoli, la
qual cosa pareva impossibile , si prese di mezzo che il papa
il dijca di Milano, e i Fiorentini promettessero 1' uno per
l'altro, purclic la porzione che toccava a' Fiorentini si traes-
se dal clero. Il che fu consentito dall' ambasciadore del
papa; da parie del quale tre cose furono richieste: quattro
cento uomini d'arme, e fanti convenienti per l'impresa di
Castello, il concorso della provisione del signor di Rimino,
e che Virginio Orsino sia sodisfatto de' suoi contadi del
regno. A questa parte il duca di Calavria rispose, che non
sarebbe mezzo marzo, che Virginio sarebbe interamente
sodisfallo. La provvisione del Malatcsla, toltine i Fiorentin'',
fu distribuita Ira il papa, il re, e il duca. Per l'impresa di
Castillo fu dimostrato nel duea di Ferrara, che sarebbono
bastati dugenlo cinquanta uomini d'arme e quattrocento
fanti, e così si rimise d'accordo. Alla domanda de Fioren-
tini per la sicurtà del pres. nte stalo di Siena fu largamente
acconsentito; per i fat i di Serezz.ma si prose questa riso-
luzione ; ihe Vi lendo i Fiorentini far la guerra, quella do-
vesse essere spedita per tulli i 20 d'aprile; nel qual caso
polesero ritenersi le lor genti, e Milano vi sarebbe concorso
con cento uomini d'arme; ma, quando quella in quel tempo
non fosse finita o paresse ala Kepubblica di dilTerirla al
tempo che si va alle stanze, allora così il duca di Mi-
lano, come il duca di Calavria conrorrcranno con dugento
uomini d'arme per ciascuno, finche l'impresa fosse finila.
Al duca di Ferrara per espugnare il bastione del Lago o-
scuro, furono assegnati tre mila fanti e mille dugento uomini
d'arme, lasciando provvisioni tali in Cremonese, e in Berga-
masco che lo stalo di Milano fosse da questa parte sicuro,
che soprattutto a' 10 d'aprile si esca in campo, e a Kalea
278 dell'istorie fiorentine
di marzo si dieno le prestanze acciocché si trovassero a or-
dine al tempo assegnato. Ma appena era Iacopo Guicciar
dini partito per tornarsene a Firenze, che si sentì il San-
severino esser tornato agli Orci, e nel Mantovano i Vene-
ziani aver preso il bastione di S. Michele; onde il duca di
Caiavria a'23 partì per Pavia per condursi di là per acqua
a Cremona per opporsi a lluberlo. E al conte di Pitigliano.
il quale era alla Concordia, fu commesso, che andasse a Ri-
vieri e a Carbonara per provedere a' pericoli di Ponterau-
lino, e d'Ostia. Per questo veggendo che i Veneziani vo-
levan prevenire, furono sollecitate le provvisioni innanzi al
tempo ordinalo, avendo massimamente Ruberto passato Olio,
e a'26 accostatosi a Bergamo a dieci miglia dalla parte di
Cremona, e di Martinengo ; onde si dubitava che non an-
dasse a qualche partito inverso Adda , come altre voile
avea tentalo. Ciò fu cagione che Alberto Visconti, il quale
era slato eb tto per capitano di cento uomini d' arme pro-
messi per Serezzana, lusse scambialo in Ruffino Mirai li ; e
il conte di Pitigliano, il quale i Fiorentini sommamen te de-
sideravano in questa impresa, del lutto fusse negalo- Fu in
questo tempo preso in Milano supplicio di Luigi Vilmercalo.
il quale per pratiche tenute col Sansevcrino per restituire
il governo a Buona, madre del duca, palesò come egli dovea
con alcuni altri uccidere il duca di Bari. Tra tante lurbazioni
e scompigli avea il pontefice comincialo per mezzo de'Cardi-
nali di Lisbona, e d' Antibari a trattar di pace, e dall'altro
calilo si tentava di conducere i Genovesi alla lega ; per lo
qual conto fu dal papa mandato ambasciadore a Milano il
protonolario Agnello per vedere di consentimento de' coi>-
felerati, con quali ordini dovesse andare a Genova. Per
tanti rispetti quanti erano quelli che allor correvano , ben-
ché gli ambisciadori che andarono in Francia, fussero tor-
nati ; de'quali il Canigiani tornò cavaliere; ordinò la Repubbli-
ca che rcsasse appo quel re in nome di legalo Bartolommco
Ugolini , che era andato cancelliere degli ambasciatori. Ma,
entra'.o nuovo gonfaloniere Ani )nio Spini, le cose parca che
cominciassero a tranquillare, onde non si fece altra elezione
che raffermare i solili Dicci, secondo slimo, per un anno; per-
ciocché il papa convenne in modo per città di Castello con
LIBRO VKNTIClNQrKS'MO. 279
Niccolò VitoHi, elio f;iliovi rientrare Lori'nzo Giustino rima-
ser d'accordo. E in un mcilesimo Icmiio parca eh;* doves-
sero prender la mcilesiraa composizione le cose di Serez-
7ana e di Lombardia. Perciocché cnlrato di mezzo Ottaviano
Ubaldini conte di Mercalello prr accordare Lodovico e Ago-
slino Fregosi co' Fiorentini , e preso nelle man sue quel
deposito che essi medesimi avean chiesto per le ragioni
the pretencieano sopra Falcinello e Orlonuovo ; parca che
del mito avesse a rimuover ogni cagione di discordia,
quando, qaal se ne fosse la cagione, s' intese, che gli Adorni
avean fallo parlilo di Serezzana c-u S. Giorgio. La mede-
sima fortuna ebbero per allora i fatti di Lombardia ; ove ì
Veneziani, benché si mostrassero pronti alla pace , nondi-
meno quando si veniva al ristrello . si vedea che eglino vo-
leaiio deporre quello che avean occupato in parole, e quello
(ho a loro o a' lor amici era s'.ato toilo- accennavano che
-i dovesse rendere in fatti; come erano le castella de"R(js?i,
dol Sanseverino , e di Galeollo Pico, a cui s' avea a resti-
tuire la Concordia ; ne di Genova si traeva conclusione che
buona fusse. Tornossi dunque a' pensieri della guerra , !a
quale però noii si era mai intermessa, benché con successi
• legni di poca notizia. Per la qual cosa nel gonfalonerato di
Francesco Valori vennero in Serezzana mandati da S. Gior-
gio due commessarj Luigi Doria , e Niccolò di Marco con
buon numero di prowigionati , i quali preso con segni
grandi di letizia la possessione di quel luogo in nome del-
r ufficio , trascorsero infino a minacciar coloro che per i
Fiorenlini erano alla guard'a di Serezzanello. Mandaronvi
poscia con cinquecento fanti Agostino Fregoso , posero
gente in Pietrasanla , e di bombarde , e di ogn' altra cos;i
necessaria le lor frontiere fornirono. La qual cosa inacerbì,
non che raffrenasse punto l'animo de' Fiorentini ; benché,
per certe discordie nate fra Alberigo , e Francesco Male-
spini fratelli marchesi di Massa, grandemente dubitassero
non si accordasse alcuno di loro con S. Giorgio , ma non
avendo ancor mosso tante genti insieme da poter contra-
stare co" niraici , fecero vista di non si accorgere del lor
orgoglio , e scrissero a liindaccio Buoninsegni commoss.irio
di Serezzanello che alien desse a guardar le cose della ile-
280 dell'istorie fiorentine
piibMica senza onlrar in conirsa con pli avversari Ma peg-
gii» ;:iìdavano i falli del regno, o di Lombardia; percioc-
tliè i Veneziani, mandato nn' armala sotlo Francesco Mar-
te Io s'insignorirono di Gallipoli, cillà molto imporlntitc
nc'Salentini , benché con poca foitnna del capitano, il quale
vi rclò morto d'un colpo d'artiglieria. E in Lombardia
per i preparamenti , che qnel senato faceva in Ravenna ,
non istavan le cose senza pericolo , attendendo a ingrossjsrc
di gente d'arme, di slradiotli, di scoppeltieri, e di fanlc-
rip. Delle quali preparazioni temendo il duca di Ferrara si
doleva, (he Gio\an Fraiìcesco da Tolentino richiesto da lui
che il servisse almeno d'una squadra da balestrieri a ca-
>alio, avea manifestamente ricusato di farlo, alhgandochc
era costretto ubbidire al pontefice , da cui era, per una inub-
bidienza usata da'Colonne&i a non render gli stali a sii Or-
sini, chiamato a lloma. Simil difficoltà gli era allegata da
Galeotto Manfredi , scusandosi che per non esser pagato
del suo stipendio né dal re , nò dal duca di Milano, i suoi
soldati si trovavano senza cavalli, e erano stali costretti
impegnar 1' armi se volcan vivere. Ma quello che su[)erava
ogn' altro male, era, che tra i duchi di Calavria, e di Bari
era cominciata a nascer mala soddisfazione. Bari allegando
che di Napoli non venivan gli aiuti promessi per questa
guerra , e a Calavria cominciando a parer mollo strano che.
dolio stato del genero Lodovico volesse più di quello che
ne gli toccava ; perciocché già la figliuola del duca di Ca-
lavria era stata promessa per moglie del duca Giovan Ga-
leazzo. Contuttociò essendosi a'i8 di giugno accozzati gli
esercì! i presso Orrinuovi , e in certe grosse scaramuecie, fu
sempre sup riore il duca di Calavria ; il quale tolse anco
a'nimici di molle castella. Era già venuio il me?e di luglio,
e in Firenze uscito nuovo gonfaloniere Antoiiii) Canigiani .
quando trovandosi ciascuno stanco della guerra, soprag-
giunse per affrettar più presto la pace, la morie di Fede-
rigo Gonzaga marchese di Mantova : il quale era stalo po-
l(nte mezzo a tener uniti i duchi di Calavria, e di Bari.
Veggendosi per questo tuttavia Lodovico sfornire di danari
per provvedere alle bisogne della guerra, e parendogli
senza profilto aversi tirato il fuoco a casa, cominciò a voi-
LIBRO VENTICINQUESIMO. 281
gcrsi con lulto l'animo alle pratiche della pace, la quale
tirala gagliardamente innanzi da lui in snl principio senza
participa/ione de' compagni , fn poi seguitata da confede-
rali, più per non potersene (li^coslare, che per altro. I
Fiorentini mandarono in campo Picrfìlippo Pandolfini, per-
chè nella conchision di quella intervenisse. E benché astretti
con preghiere ardcntissime dal duca di Ferrara a moderare
i capi che in suo pregiudi/io tornavano , in fuor d' alcuno,
poche caslelia, non potè però ottenere , se non che il Pole-
sine di Rovigo gli si restituisse; anzi furon a' Veneziani
conservate 1' antiche ragioni di Ferrara Fu bene al re re-
stituita Gallipoli; eRubeito Sanseverino, che si era molto
in questa pace adoperato i la quale d^l luogo ove fu con-
chiusa, la pace di Bagninolo fu delta) fu da tulli i principi
e popoli d'Italia creato capitano generale. Molle furono le
doglienzc del duca di Ferrara fatte por i suoi interessi,
essendo massimamente tra la lega un crpitolo, che senza
suo consentiracnlo co' Veneziani non si potesse far pace;
ma consentano tutti; che il ponlelicc sentì cos'i fieramente
il dispregio della sua autorità, avendo poco tempo innanzi
i Veneziani la pace che da lui era st.da proposta, rifiutala,
che quattro giorni appresso, la note che seguì al 13 d'a-
gosto , se ne morì di dolore. Sentirono i Fiorentini qMej.la
pace con inestimabile allegrezza, non solo per la cosa istessa,
quanlo che parca lor esser venuto il tempo di rioupenir
Serezzana, di cui ardisco dire che ninna tosa eliher mai
[liù a cuore; forse perchè alio stato de'Medici paresse cosa
mollo acerba, che in luogo di far maggior acquisii per ag-
guagliar almeno se non potenno avanzare la gloria di colo-
ro, che avean aggiunto all'imperio della Repubblica lo stato
di Pisa , così bruttamente incominciassero a perdere delle
lor cose. Fu per ciò eletto subitamente Iacopo Acciaiuoli ,
il quale andasse a Parma per rimenar di là le genti della
Repubblica , e quelle che da Lodovico Sforza erano stale
promes«e , e furon mandati denari al conte Antonio da
Marciano e a Rinuccio Farnese , perchè il venir loro non
SI dilTeris«c , oltre l' instanza che s' avea a far grande al
conte di Pitigliano , nella cui fede e valore molto la Re-
pubblica confidava. Scrissesi a Giovami Lanfredini amba-
282 DEIL" ISTORIE IMOr.KNTiNE
stia(Jore ;i Napoli appresso Ferdinando che solicitassc ìe
genli del re , e fu clello general commessario dell' impresa
Iacopo Guicciardini. Quanto alle cose comuni fu per con-
siglio di Lodovico Sforza scrino a Roma all' ambasciatore
Vespucci, che insieme con Anello, e Giovanni Angelo ani-
basciadori del re, e del duca procedesser uniti a dar fa-
vore , che si facesse un pontefice , a cui fosse più a cuore
la pace e la quiete d'Italia, che al passalo non era stala;
mas:jimamerjte perchè in Roma eran molli bisbigli causati
così da dispareri, i quali erano Ira Colonncsi e Orsini; e
sì perchè il conte Girolamo, il quale come nipote del morto
pontefice che avea l'arme in mano, dovca mettersi di mezzo
*' tener quieta Roma , accostatosi a gii Orsini veniva a (ar
y incendio magi^jore. Ma prima che il mese d'agosto finisse,
\enner novelle . come a' 29 era stalo crealo papa Giov.m-
baiisla Cibo, dello il cardinale di Molletta, uomo di natura
piacevole e mansueta ; il quale lorse per dar col nome un' ir-
ra , qual dovesse esser il pontificalo suo, Innoccnzio volle
osser cbiam.ito . con la cui elezione i rumori di Roma po-
sarono. Entralo dunque in Firenze la terza volta gonfalo-
niere di giustizia Ruberto Lioni , e i Dieci e la Signoria
iste«sa con tulle le lor forze all' impresa di Screzzana si
volsero ; ove l'esercito essendo già la maggior parie delle
genli che s'aspettava ragunata . s'accampò il sesto giorno
di settembre Ma erasi per prova conosciuto , che malage-
volraenle si sarebbe questa imjtresa maneggiala, essendo
Piclrasanta in poter di san Giorgio , come luogo posto Ira
Pisa e Serezzana-, onde il conte di Pitigliano era stato
Fanno passato d'opinione, che dovesse prima occuparsi
Piclrasanta; il che i Fiorentini non aveano permesso, alle-
gando allora essi che aveano guerra co' Piegosi , e non con
S. Giorgio , che era di quel luoga signore. Or volle piul-
loslo il caso che artificio alcuno , il quale va il Machiavelli
accattando, che Pagolo dal Bojgo conestabile de' Fiorentini
in passare di Pitlrasanla fu con tutta la sua compagnia , la
quale era di trecenlo fanli, da quelli del castello svaligiato.
Por la qual cosa fu senza perder momento ili tempo deli-
berato , che, lasciata per ora Serezzana , l'impresa di Pie-
trasanta far si dovesse; e l'esercito vi s'accampò due giorni
LIBRO VENTICIKQUKSIMO. 283
(li poi, prendendo l'alloggiamento Terso Mulronc assai presso
!a terra , ove, piantale le bombarde, benché con molta ma-
lagevolezza , secondo la poca perizia di que' tempi, ii co-
minciò a trarre quasi senza frammellimento alcuno di tem-
po; non essendo allora dentro la terra più che trecento
fanti forestieri- Tosto si conobbe per ciascuno aver in se
quella espugnazione molto maggior difficultà , che da prima
non erano state considerale; perciocché essendo le vie del
monte diverse, si reputava per cosa presso che impossibile
il serrar del tulio quel passo animici. E i Genovesi non
eran punto tiepidi a far quelle pro\ visioni the stimavan ne-
ressarie , avendo, oltre il primo presidio, mandalo in soc-
corso di Piclrasanta Domenicaccio Doria con mille fanti, e
commesso a Girolamo da Montenegro che conlinuaracnte
con correrie e assalti tenesse infestalo il campo nimico.
Oltre a ciò fecero un' armala per mare per travagliar le
marine de'Fiorenlini , e occupar loro alcun luogo impor-
tante , acciocché, mossi da proprj pencoli, dal travagliar
altrui si rimanessero. Fu per questo da' Dieci accrescinlo
il campo di duemila provvigionati , essendone stati ri-
chiesti da' capitani. Né si lasciava cosa addietro intentala
non perdonando a spesa né a opera alcuna possibile per
uscir con vittoria di questa guerra, quando s'udì l'armala
de' nimici atcr posto buon numero di fanti in terra, e a' 9
d'ottobre aver preso Vada, e far visla di voltarsi a Rosi-
gnano. In un medesimo tempo vi erano avvisi, come il conte
di Piligliano, il conte Antonio da Marciano, e Rinuccio
Farnese si erano ammalali in campo, e quello che dava
maggior noia , come Piligliano avea mandalo i suoi carriaggi
a Pisa , e che il campo era costretto a mutar alloggiamen-
to, e allontanarsi di Pielrasanla, le quali cose penetrando
vivamente infìno al cuor di ciascuno, fecero risolvere il
popolo a voler vincere , o morire. Furono per questo . se-
condo che il bisogno richiedeva, falli varj e gagliardi prov-
vedimenti. A Vada, e per salvezza di Rosignano ; dal qual
luogo i nimici erano stati ribuitati a gli 11, avendo essi
nondimeno abbruciato parie del borgo, fu eletto Bernardo
del Nero con piena autorità, avendovi prima addirizzalo
Antonio Boscoli con dugenlo provvigionati . e con dugento
28i dell' iSToniE fiorentine
quaranta uomini d'arme del signor di Faenza; i quali egli
jivea avuto ordine di condurre a Pielrasanta. Ebbcsi dal
duca di Calavria , il quale era pochi di prima passalo per
Firenze, il Rossetto da Capoa, e il Bronchino con dugento
provvigionali , e dugento balestrieri a cavallo, senza l'altra
gente raccolta in fretta , con la quale andò Bernardo del
Nero a trovar i nimici. Per le cose di Pietrasanta furono
in aiuto e compagnia del Guicciardini eli tti due nuovi com-
messarj, amcndue de' Dicci, Bongianni Gianfìgliazzi , e An-
tonio Pucci , i quali andaii a Pielrasanta , e col Guicciar-
dino, e co' condottieri alquanto prevaluti della loro indispo-
sizione, ritrovatisi, udirono finalmente la conclusione del
conte di Pitigiiano esser questa : Che non insignorendosi
della valle di S ravejza , e della Corvara per torre a gli
avversarj questo ricetto, e insignorirsi del monte, egli ri-
putava per queir anno V espugnazione di Pielrasanta del
tutto impossibile. I Fiorentini non isbigoltiti da cos'alcuna,
vollero che in ogni mo<io si dovesse la impresa seguitar
quell'anno, permettendo a' condottieri che tentassero ogr.i
parlilo che essi stimasstr migliore, purché s'attendesse
ad andare innanzi; e tanto li stimolarono, ora con l'esem-
pio di Bcrn.-.rdo del Nero , il quale aveva già cacciato i
nimici di Vada, avendone molli feriti , e alcuni di loro fatti
prigioni, e ora accusandoli di viltà, e dolendosi d'esser
stati ingannali da loro ; a cui in tutte le cose che avean
saputo chiedere con bocca avean largamente risposto; che
a 21 andarono ad assaltar una bastia posta al salto alla Cer-
via, e presonla per forza con tult'il presidio che v'era
dentro. Il qual buon principio essendo grandemente riscal-
dalo da'commessarj, fu cagione , che il giorno seguente
s'insignorissero ancora d'un'altra bastìa posta sopra la valle
della Corvara, luogo molto forte; e, ivi a Ire giorni, della
ròcca della Corvara; ove avendo posto presidj sufficienti
con allegrezza inestimabile de' Fiorentini , l'esercito ritornò
ad accamparsi a Pietrasanta. Mentre queste cose in campo
si facevano, non si tralasciavan del tutto le vie dcll'acctir-
do, avendo il p;ipa, e il re, come mezzani, mandato Jor uo-
mini a Genova per assettar in alcun modo questa differen-
za , benché ogni partilo riuscisse vano. E la Repubblica
LIBKO VENTICINQUESIMO. 285
non volendo più (ìitTorire la elezione degli ambasciadori , i
quali doveano andar secoiido l' viso della città a render l'ub-
liiJienza al ponlefice , nominò iìnalmenle por questo conio
sei cittadini. Francesco Sudcrini vescovo di Volterra, An-
tonio Caiiigiani , Barloloinnieo Scala, Guid'Anloniu Vespuc-
ci, Agnolo Nic olini , e Giovanni Toroabuoni. I Dieci elrs-
suro per Milano Ilcrnardo Rucellai in luogo di Pier Filippo
PcindoKini : e Lori-nzo de' Medici senz'altro sprone, \olle da
se stesso andar a Pisa per dar con la Niciniià maggior caldo
e fervore all'iuijjresa. Ma c^^sendo il Guicciardiiio per in-
lerrnità sopraggiunlagli fait si pò lare malato a Pisa , e tro-
vandosi il Gi.inlig lazzi parirnenlo e il Pucci mal del corpo
disposti; i quili mali parvero anc » maggiuri per esser in
un asfalto che si delle alla terra il pcnulliino giorno del
njese restatovi morto d'un colpo d' arliglieria il conte An-
tonio da Marciano , fu eletto per general cominessario di
queir impresa Bernardo del Nero; il quale giunto a Pietra-
santa a' 2 di novembre nei gonfalonerato di Mariollo Rucel-
l.ii, e desideroso di riportar gloria di quell'impresa, avendo
trovalo i colleghi, per essere aggravali nel male , e in peri-
eolo della vita, inutili alle faccende, sollecitò che a' 5 si
desse la battaglia al bastione posto sopra la ròcca ; la quale
benché non riuscisse secondo il suo desiderio , tornativi
n ondnneno il giorno seguente di nuovo , s'otlene il bastione
per forza, e furonvi fatti dugento prigioni da taglia; delia
qual cosa spiventati quelli di dentro, e temendo, se a\ ossero
aspettata la forza, del sacco e d'ogn' altra piii grave cala-
mità, l'altro dì si resero a patti, avendo i soldnli . e p r
opra di Bernardo, e per li conforti di Lorenzo de' Medici,
il quale era poco prima con denari arrivato in campo, fatto
veramente 1' estremo delle lor forze. Reslava d'aver la for-
tezza , nella quale, oltre il castellana, s' eran ridotti molli
de" principali , e, quel che gli scrittori genovesi raccontano,
con animo di difendersi; ma per i libri de' Dieci si ve<le ,
che il castellano promise d'arrendersi non gli venendo i!
soccorso fra due giorni dipoi, come appunto succedette- In
questo modo Pietrasanta pervenne in poter de' Fiorentini.
Il^nno alcuni credulo che ella fusse edificata dalle mine
d'un antico castello detto il Luco di Fcronia, altri stimano
286 dell'istorie fiorentine
essere cosi cognominala dalla famiglia nobile milanese di
Pietrasanla, imperocché essendo differenza Ira Genovesi e
Lucchesi per conio de' confini, e di ciò datone dall' impera-
dore carico di deciderla a un gentiluomo di essa famiglia ,
i Lucchesi, in cui favore cadde la sentenza, dal nome suo
averla cognominala Pietrasanla. Non erano i Fiorentini per
questo acquisto contenti, ma ardivano di desiderio di far,
non ostante il verno , l' impresa di Serezzana , confortati a
questo dalla ripulazione doli' esercito vittorioso, ove erano
selle mila fanti vivi, milledugeiito guastalori. buon numero
d'uomini d'arme, e provvisioni suflicienli per metter fine ad
ogni grande impresa. Aveano soldato Kiccasens, e Villama-
rina con diciotio galee, le quali d'ora io ora con Agostino
e Giovanni Adorni si stavano aspettando a Livorno. Bali-
slino Fregoso, il quale essendo doge di Genova era l'anno
addietro dal cardinale Fregoso suo zio della signoria sialo
discaccialo, lenea pratiche co'partigiani, e con gli amici suoi
d'entrar in Genova, e avendo chiesio gli aiuti de' Fiorenti-
ni, i quali gli avevano mandalo denari, genti e Guido Man-
nelli per commessario , promettea loro ogni aiuto e favore
dal canto suo per le cose di Serezzana; ove si tenea tutta-
via alcuno app'cco per poterla o in un modo o in un'altro
avere. Il qual Irallalo d'cnlrarc in Genova sparando che al
pili tardi dovesse riuscire avenlicinque del mese, nel qual
tempo si credea, che avendo eglino travagli in casa, avreb-
bono richiamalo le genti di Serezzana a Genova; questo
era quel tempo che da i Dieci si veniva a chiedere a' con-
dottieri che dovessero trattenersi in campo; dopo il quale
si contentavano che ciascuno n'andasse alle stanze. Parca
strano a' soldati e a' capitani l'aver in luoghi malagevoli, e
in citsì falla stagione a slare in campagna infino a quel
tempo, e già gli Sforzeschi, slimando d'aver interamente il
loro ufficio fornito, sene ritornavano a casa ; e pareva che
ciascuno volesse andare lor dietro ; quando per le calde
persuasioni di Lorenzo e di Bernardo consentirono gli al-
tri di voler fare il servigio della Repubblica. Ma essendo
ritardate le galee tanto a venire, che il soprastar più in
campo parca cosa mollo dura; e Bernardo del Nero s'era
fatto ancor egli portar malato a Pisa, le genti fnr mandale
LIBRO VENTICIXQIESIMO. 287
alle sl.mze; la dislribuzione delle quali tu data a Dionigi
Puc'i-, ma premendo grandemente il desiderio di mantener
l'ietrasanta , fu lasciata questa cura ad Ercole Beiilivoglio,
la guardia della ròcca si diede a Piero Toruabuoni, ma ca-
pitano della terra fu crealo Jaropo Acciaiuoli. I Dieci in
luogo del Gianfigliazzi morto, la cui perdita increbbe gran-
demente alla Città, crearono Antonio de'NobiJi, perciocché
e si era ancor morto il Buongirolami , il cui luogo era per
la sua legazione a Milano slato dato al Gianfigliazzi. Mo-
rissi anche Antonio Pucci con dolore inestimabile di tulio
il popolo, essendo stata la sua opera mollo utile alla patria
in questa impresa di Pietrasanta ; ma perchè egli era stalo
(•rcjilo de'Dieci in luogo del Nasi, che era già ritornato di
Napoli, non bisognò far altra elezione. A27 di novembre
furono spediti gli ambasciadori al pontefice stati infino a
quell'ora trattenuti vanamente; imperocché Lodovico Sfor-
za, di cui, come allro scrittore disse , fu proprio il volere
con nuovi tro\ali apparir agli altri superior di prudenza,
avea inslantemenle chiesto che tutti g!i ambasciadori della
lega dovessero entrare in Roma e far questo nfilcio insie-
me per mostrar questa unione infra di loro. La qual ,cosa
dicendo i Dieci essere una cerimonia, che benché in appa-
renza paresse d'alcuna importanza, in fatto potea giovar po-
co, ma che alterandosi il costume della città al popolo da-
va noia, e nell'animo del papa a\rebbe polulo generare
scandalo, non vollero piìi differir questo ufficio-, onde ri-
manea solo il pensiero dell'armata per conto delle cose di
Genova, ove il Fregoso con gli Adorni, e con alcuni delli
Spinoli s'era spinto quasi fin sulle porte della città. Fu per
questo commesso a Niccolò Martelli eletto coramessario ge-
nerale dell'armata , che disponesse in ogni modo il Uicca-
spns ad uscire dal porlo , e a pigliare con le sue do-
dici galee la via di Genova, poiché il Villamarino non era
ancor comparilo; il qual Riccasens avendo imbarcalo molto
buon numero di fanti, fece finalmente dar de'remi in acqua
l'ultimo d'i di novembre; ma o perchè i Genovesi avesser
latto maggior armala, o perché egli riputasse quell'impresa
di molto pericolo, sene tornò in Foce a' 3 di dicembre.
Vi-nne il Martelli in Firenze per informare i Dieci dc'pcu-
288 dell' istorie fiouemine
sieri del caj)it;ino, e degli andamenli de'niraici, il qu.ilc ri-
mandalo subito all'arinala, atrrellava il capilano per non sla-
re ozioso in porto a lenlar Porto Venere ; ma nientre eg'i
propon l'impresa di Corsica , e dall altro canto i Fiorentini
stanno sospesi, or in volere che s'aspettino l'altre sei ga-
lee, ora per lo sospetto che Tarmala de Genovesi non des-
se a Livorno, in non voler che si levi del porto , compari
a'diciannove del mese con grande al. egrezza di lutti il Vil-
lamarina a Livorno; perciocché essendo di quei dì stato a
Firenze Fr;incesco Spinola per domandar aiuto da'Fiorenli
ui , per conio di quelli che voleain) rientrar in Genova ,
avea rifiorito che sette galee de'Genovesi erano venule alla
Spezie, e che, restatone nella Spezie du<', l'altre cinque es-
ser sparile non saper do\e, laiche si dubitava non fossero
ile alla volta di Capocorso per meller in mezzo Villamari-
uo. Messo dunque insieme un'armata di diciotlo galee, e di
ji,enli e d'ogn'altra cosa necessaria ottimamente fornita, lu
sollecitato che ella senz'altra tardanza dovesse avviarsi alla
volta di Genova; ove, oltre i danari mandati e il commessa-
rio, fu creato governator di quelle genti il Pasqua d'Arez-
zo. E già dopo alcune dispute messe in mezzo dal Villama-
rino per conto del soldo e dell'armare, s'era deliberato che
l'armata si levasse di porlo la notte del natale del signore;
quando per lettere ricevute da Francesco di ser Barone di
Cortona sollo de'venlidue, si inlese, Batislino venuto alle
mani co' Genovesi esser sialo rollo, perche fu hi- ogno pren-
dere altra risoluzione, e commcller.- al Martelli , che, l'.ilti
sbarcare i fanti messi sulle galee , e mamtali alle stanze ,
l'armala s'inlrallenesse infino a nuovi ordini, ma non erano
ancor queste commissioni eseguile, che Piero Capponi, il
quale era commessario a Pisa con queU'amjMa autorità che
il Martelli avea in mare, fece intendere a'Dicci esser a'ven
tisei arrivata in porlo l'armala de'Genovesi, e, quello (ho
non meno di questo increbbe, quella della Repubblica es-
sersi levala; per la qual cosa, in luogo d'assalir altri, fu bi-
sogno pensare a difendersi, veggendo che i niraici disegna-
vano d'occupar la torre , che di nuovo era siala falla nel
) orlo, la qu.-ile infino a'presenli tempi si chiama la Torte
nuova. D d^e grandemente alla Repubblica il lev:ir dell ar-
LIBRO VENTICI.>Q0ES1M0. 289
mata , stimando che col favor delle torri potea star sicura-
mente in Porlo, ove irovaniiosi tre navi , le quali s'avreb-
bou potute armare d'uomini, non che di far resistenza, ma
senzalcun fallo avrebbon dato the fare a'nimici. Fu dunque
scritto al Martelli, che non parendo a'capitani di tornare io
porto, almeno si riducessero in Arno , dove starebbon si-
cure, 0 pur finalmente verso Piombino per poterli avere
vicini a Pisa, e servirsene a'bisogni. Del resto non si ebbe
molto dubbio , essendo in Livorno state fatte gagliarde
provvisioni, e trovaudovisi il conte di Pitigliano , e Rinuc-
cio Farnese con genti a bnsian/a. Aveano i uimici ordinato
in mare una macchina chiamala Puntone , per poter da
quello ripieno di terra battere la torre, la cui opera fu, se-
condo le cronache genovesi raccontano, di sì maraviglioso
artificio, che il Turco ne volle vedere il modello, ma, per
quello che io ritraggo da'libri de'Dieci, ella non riuscì così
spaventosa e terribile come altri s' aveano dato a credere,
se bene anco i Fiorentini fecero il lor puntone per danneg-
giar l'armala nim ca; per la qual cosa facendosi di qua quella
difesa che parca ragionevole, s'incominciò di nuovo a sol-
lecitare che nell'armata monlasser mille fanti, per dar con
quella aiuto a'fuoruscili di Genova, che non isbigottili della
rotta ricevuta, facevano tuttavia inslanza alla Repubblica
d'esser succorsi, che per loro non resterebbe di tornar da
capo all'impresa. In queste pratiche entrò l'anno 14^5, di cui
fu primo gonfaloniere Averardo de' Medici, quando fuor
della loro espeltazioue fu riferito , Lodovico Sforza aver
comandato a Giovanni Spinola, che senza altr' ordine non
faccia deliberazione alcuna intorno alle cose di Genova, e
non molto di poi aver mandato Marco Trotto suo segreta-
rio per far la medesima proibizione a Batislino Fregoso-, la
qual cosa non è da credere quanta niolestia avesse recala ai
Fiorentini, i quali, oltre quello ciie scrissero a Bernardo Ru-
cellai loro ambasciadore a M.lano, vi mandarono per questo
Niccolò Michelozzi, mostrando quanta ingiuria si facea con
così fatta dimostrazione alla loro Repubblica, perchè fu per-
messo allo Spinola il poter procedere nell'impresa. Ma que-
sta cosa avea sotto di se |)iù alle radici; imperocché aven-
do il duca di Milano pretcudenza nello staio di Genova,
.Amm. Voi. V. jy
290 dell'istorie fiorentine
volle Lodovico promessa dalla Repubblica di duemila fanti
infino a guerra finita ogni \oUa che quello sialo andasse
nelle mani di alcuna esterna polenza, o pure del medesimo
Balistino Fregoso; il che gli fu prestamente e con gr.in
larghezza acconsentilo, così era grave ogni disturbo che ai
Fiorentini intorno questa bisogna si opponeva. Nel qual
mezzo tempo le cose di Livorno erano succedute benissi-
mo, perciocché il puntone de' nimici era diventato inutile,
a quelli dell'armala era siaM<^ielato il far acqua, e V arti-
glieria del puntone della ^Biibbliia cominciava a far dai.no
alle galee nimirhe, alle qoaK'cose aggiunto il comparire di
Riccasons, i nimici furono costretti di levarsi , e con gran
disordine ridursi a Genova. In questo tempo furono gli
ambasciadori che il re di Francia mandava il papa ricevuti
in Firenze magnificamente, quando trattandosi dagli amba-
sciadori della lega col papa la riconciliazione de' V'eneziai.i
con santa Chiesa in quanto ad assolverli delle censure. Iii-
nocenzio nel discorso del parlare accennò, che per stabili-
mento della detta pace universale d'Italia, era d'opinione
innanzi ad ogn' altra cosa doversi prima assettar le diffe-
renze de'Fiorenlini, e de' Genovesi. Cominciossi dunque a
prop(»rre di molli parlili per venire a questo accordo , tra-
vagliandosi intorno a ciò molto caldamente Simone tlo Bel-
pralo, uomo del re di Napoli; i quali insomma eran quattro:
restituir Pielrasanla, e riavere Serezzana , o vero ritener
Pietrasanta, e restituire Serezanello con alcuni castelli della
compra, i quali due modi in conto alcuno da'Fiorentini non
eran accettali. Gli altri due erano riaver Serezzana o con
pagar infino a dodicimiia scudi a'Genovcsì, o con averla li-
bera, e questo pagamento farlo di segreto al cardinal Fre-
goso dandoli per tre o pure per quattro anni quallromila
scudi per ciascun anno, di che i Fiorentini si cejnlenlava-
no; e per agevolar più questa pratica aggiugnevan da loro
il quinto partito, che era, rimanendo a loro Pietrasanta, la
quale di ragione era loro, restituire a' Genovesi Serezzana
con gli altri luoghi della compra, i quali erano pur loro,
purché i Genovesi restituissero il prezzo indietro , nelle
quali pratiche si spese senz'abun profitto tanto di tempo che
entrò gonfaìoniere la seconda volta Agostino Biliclli. Furon
LIBRO VENTICINQUESIMO. 291
creali, secondo io stimo, nuovi Dieci Antonio Ridolfi, An-
tonio Taddei, Antonio de'Nobili, Giovanni Serrislori, Iaco-
po Guicciardini, Pierfilippo PandoUini, Antonio Dini, Michele
delle Colomtie, Tommaso Sederini , e Niccolò Capponi , i
quali essendo stanchi dalle lunghe spese, e veggendo tulio
il resto d'Italia acquetata , deliberarono di Lisciar alquanto
posar le cose di Serezzana, n<osIrando nondimeno ciò fare
per compiacerne a Lodovico Sforza , il quale pareva aver
fatto cenni che questa guerra non gli piacesse. E i Vene-
ziani furono con piacere de' collegali ricevuti in grazia e
lolle loro le censure dal pontefice; ma Lodovii o mostrando
voler esser grato alla Repubblica del rispet o che gli por-
lava, fece per mezzo di Malalesla suo ambasciadore appic-
car nuove pratiche d'accordo per conto di Serezzana , le
quali non andando a gusto de'Fiorentini (perciocché il car-
dinal di Genova per mozzo d' un frate proponeva, che i
Fiorentini rendessero Pielrasanla , e riavessero Serezzana,
o che si consentisse a" Genovesi Serezzana con tulli i luo-
ghi della compra, e ceder Pielrasanla) si veniva dallo Sfor-
za a persuadere che si facesse tregua per un anno, accioc-
ché con più agio l'accordo trattar si potesse; le quali cose
mentre cosi si negoziano nacque qualche sospetto a Lodo-
vico, che i Fiorentini per mezzo d' Antonio Onielaffi alcu-
na cosa non tentassero contra il conte Geronimo; di che fu
non senza rammarichi della Repubblica assicurato, mostran-
do come ella non era usala conira la fede violar le leggi
dell'amicizia. E facendo egli instanza di sapere in che modo
si governerebbe in Roma 1' ambasciador de' Fiorentini col
suo, dovendo egli in compagnia di quelli di Venezia , e di
Ferrara prestar ubbidienza al pontefice , gli risposero che,
cosj a Roma, come a Napoli la commessione data a gli am-
basciadori della Repubblica era di concorrer sempre uniti e
conformi con quelli di Milano-, poi pregavano Lodovico, che
da che il marchese Jacopo Ambrogio di Panzano contra il
comandamento .ivuto dal duca, continuava a molestar in Lu-
nigiana i sudditi della Repubblica restasse conlcnlo di lasci;ir
questo pensiero a loro di trovarvi il rimedio, che farebbono
in modo, che egli si rimarrebbe per l'avvenire da così ìalte
pazzie. Ma cosa di maggioi' impuiiar.za tirò a se gli animi
292 dell' istokie fiorentine
de'Fiorenlini, la quale incontanente, perchè a'nascenli peri-
coli riparar sì potesse, con Lodovico conferirono. Ciò era
una fama sp.irsa, che lluberlo Sanseverino diiva danari alla
sua genie d arme, e che di corto era per cavalcare; la qual
cosa per varj riscontri dava sospetto a molli lunghi; impe-
rocché si era sapulo come il venerdì santo il Fracassa suo
figliuolo era in gran diligenza sconosciiitamenle venuto a
Furlì, e ivi in compagnia di certi Bolognesi aver avuto lungo
parlamento con un fuoruscito Sanese; di quivi sconosciuto
esser passalo a Imola a trovar il conte (ìeronimo , e più
volte insieme con Giovanni Francesco da Tolentino essere
stalo vetlulo andar su e giù da Imola a Furlì ; finalmente
essendosene tornalo in gran frolla per la via di Ravenna in
Lombardia , a\er pubblicalo una giostra in Ravenna per
aver più legittima causa di far in quel luogo concorso d'ar-
me. Dubitavasi di qualche novità in Bologna per trovarsi
que'Bolognesi in compasjnia del Fracassa, i quali parca che
dello slato di Gijvanni Bentivoglio non mollo si conlenlas-
sero; i cui mali, essendo egli allo stalo di Milano e de'Fio-
rcnlini tanto congiunto , non poleano senza parlicipazione
del danno dc'suoi vicini succedere; altri dubitava di Faenza,
per essere quella cillà nelle condizioni e silo che si trova-
va, e stala lungo tempo bersaglio a tutti i disegni di qual-
cuno. Da alcuni si temeva per le cose di Siena , sì per lo
pirlamento avuto dal Fracassa col fuoruscilo , e si perchè
eran venuti di Roma avvisi, come i fuoruscili col mezzo di
S. Piero in Vincola tenevano pratiche di ritornar con queste
genti del Sanseverino a casa per forza. Lodovico benché
a\esse risposto non doversi di queste cose sospettare, i Fio-
rentini, nonilimeno per abbondare in cautela, deliberarono
di cominciar a dar le prestanze a'Ior soldati per trovarsi in
«Igni caso provvisti. E entrato gonfaloniere di giustizia Ave-
rardo Salviali, dettero salvocondollo agli ambasciadori de'Ge-
iiovcsi che andavano a prestar l'ubbidienza al papa, il quale
siccome il Vespucci scriveva parca che sommamente desi-
derasse, che queste sole contese che rimanevano tra Fioren-
tini e Genovesi s'acquetassero; il che fu cagione, che di
!!!iovo si proposero ragionamenli d'accordo, e, benché dal canto
della Repubblica fosse il medcsioio desiderio, nondiiceno non
LIBRO VENTICINQUESIMO. 293
voleva in conio alcuno compromettere nel pontefice , né
in persona altra del mondo, slimando di far pregiudizio alle
sue ragioni , e di raeltcrci di reputazione, che le cose chiare
si recassero in dubltin. Dall'altro canto mostrava di deside-
rare, che l'accordo si dovesse trattare por mezzo di Lodo-
vico, 0 che ne sperasse migliori condizioni, o che pur vo-
lesse fargli quell'onore , sapendo quanto egli desiderava di
esser fatto autore e mezzano di tutte le cose gravi che in
Italia si maneggiavano. Ma né questi pensieri ebbero alcun
effetto, ancorché i Fiorentini si contentassero dar al cardinale
di Genova infin alla somma di quindicimila scudi. Crescevano
intanto i sospetti de' fatti di Siena, essendosi inteso per
lettere di Roma, come i fuoruscili di quella Repubblica
davan danari in Perugia, in Todi, e in Spoieli, e come a-
vean condotto Giulio e Paolo Orsini con altri capitani e
connestabili. La qual cosa non si vodea però con appoggio
di chi si facesse; il che accresceva tanto maggiormente il
sospetto. I Fiorentini dopo aver il tulio comunicalo a' con-
federali, non vollero più ritardar di mandar a Siena Rinuc-
cio Farnese co' figliuoli del conte Antonio da Marciano,
Rinuccio e Bertoldo, e oltre a ciò far provvisioni in Mon-
tepulciano, e in tu! la Valdichiana. Il che fu molto a lempn,
essendo i fuortisciti venuti a S. Quirico piT insignorirsi di
quel castello: mi tra per l'esser ribiitlali di quel luogo
con morte d'alcuno, e feritivi molli, e aver sentilo i prov-
vedimenli de'Fiorentiiii e lutto il paese sollevalo, si disciol-
sero con quella vanità che s' eran accozzali insieme. Acque-
tate le cose di Siena, i Fiorentini veggendosi scherniti delle
tan:e promesse fatte loro per conto de' Genovesi, e ninna
mai condonane a fìre, mandarono a dare il guasto a Serez-
zana ; ma nel gonfalonerato di .Iacopo Venturi essendo con-
fortali da Lodovico Sforza a ritirarsi dall' impresa, avvenga-
chè con grandissimo lor dispiacere , ordinarono alle loro
genti tornassero a' soliti alloggiamenti; vollero nondimeno
eleggere in ogni modo per lor generale il conte di Pitigliano;
al quale mandalo a chiamare dalle stanze e venuto in Fi-
renze , il gonfaloniere Venturi diede in Ringhiera a' 17 di
luglio la bandiera e il bastone del generalato, narrando in
tanto con una ornala orazione Biirlolommeo Scala le lodi
294 DELI* ISTORIE FlOREMrSE
del conte ; nel qual tempo si ebbero lettere dal Vespiicc»
«omc il papa da capo mostrava intenzione di voler acque-
tar questa differenza, ma non che ella prendesse via alcuna
fl' accordo; anzi tornando alcuni fanti de' Fiorentini di Se-
rczzanollo a Pisa , furono a' 25 di luglio assaliti da quat-
trocento tanti, e da alcuni uomini d'arme, e cavalicggieri
di quelli di Serezzana. E benché secondo 1' ordine preso
fosse us(;ila nuova gente di Serezzana, e postasi In agualo
piT corre i Fiorentini in mezzo, la cosa, nondimeno andò
in modo, che eglino fur rotti, e ripinti fin dentro le mura,
con esser di loro siali fatti piigioiii fin a dugonto cinquanta,
tra quali eran alcuni uomini d'arme, e mdlli balestrieri a
cavallo con circa sessanta prigioni di taglia. E perchè non
mancassero da altra parie semi di nuovi mali , fu, circa il
line d'agosto, da Marino Tomacello ambasciatlore del re di
Napoli fatto inlender alla Repubblica, come il re Ferdinando
suo signore rra venu'.o in alcune contese con alquanti suoi
baroni, i quali sperava da se ridurre a sanità, nondimeno
desiderava per f^li accilenli che polean nascere, che si fa-
cessero di qua provvedimenti come di buoni confederali,
per valersene a bisogni se alcuno pigliasse l'arme contra
del re. La qual cosa essendo di maggior qualifi, che il re
ottimo simulatore non mostrava, fu incontanente (atla saper
a Milano, e dato da' Dieci commessione a Bernardo Rucel-
lai, che spiasse diligentemente qual fusse in queslo caso
la disposizione di Lodovico Sforza, mostrando intanto che
da loro non rimarrebbe di concorrer con Milmo a lutto
ciò che ili cos'i importanti casi del re facea di bisogno. Ma
che per far miglior risoluzione eran d' opinione, che si ve-
desse di penetrar l'animo de' Veneziani, e ciò potersi fare
se Lodovico Sforza , il quale fu 1' anno passato autjr della
pace, s'ingegnasse di scoprirlo in vigore d'un capitolo in
essa conlcniilo. Per lo quale si disponeva clic infra cerio
termine ciascuna delie parli principali in essa pace concorse,
dovesse mandar suoi oratori a Roma |)cr conchiuder gene-
ral lega Ira tutti i potentati d Italia , perchè altri provve-
dimenti bisognercbbono, scoprendosi i Veneziani nimiti del
re, che non farebbono, essendo amici, o standosi almeno
di mezzo. Ma quell'uomo caulissimo e artificiosissimo, cs'
LIBRO VK.MIOl.VQUKSIMr». 295
scndo ancor egli per lettere «lei re di simili aocidcnli , i
quali andavano crescendix, stilo avvisato nel medesimo tem-
po che il Rucellai vedeva di penetrar i segreti dell' animo
suo, essendo già entrato nuovo gonfaloniere Antonio Lo-
rini, scrisse domandando consiglio a' Piorentink di quel che
si avesse a fare per dif.sa del re, dovp accadesse che i Ve-
neziani lasciasscr partire volonlariamcnlo Rubcito Sanseve-
rino, 0 che il papa contro alla volontà loro il tirasse a' di-
segni suoi , essendosi già sparsa lama, che Ruberto cale-
rebbe nel regno a difesa de' baroni ihiamalovi da Inno-
cenzo, il quale olire il censo che il re non gli p<igava, es-
sendo a lui molti di quei signoti rifuggili delia tirannide
del ro lamentandosi, era stato costretto a pigliare la lor di-
feso. È cosa verissima che non sanno il più delle volle i
miseri mortali quel che si vogliano; la pace che con tanta
allegrezza de" popoli fu l'anno pass.ito conchiusa in Italia,
non avea infin a quest'ora alro effetto partorito: che in
Milft'io e in Napoli, l'aver colà Lodovico, e costà Ferdinando
varie e crudeli cose a' danni de' lor sudditi adoperato. In
ìNIilano avea Lodovico tolto dal mondo col veleno Pietro
dal Verme, e perchè non si dubitassi; della fraudo; la mag-
gior parte del suo stato donò a Galeazzo Sanseverino a-
mato caramente da lui, benché il suo padre Ruberto avesse
poco innanzi congiuratogli contro. Tra Vitaliano, e Giovanni
Borromei fratelli nutriva discordie, e le assegnazioni fatte
a'cittadini Milanesi, da' quali per conto della guerra passala
avea preso danari, avea lolto via. Ferdinando dall'altro canto
col duca di Cai.ivria suo figliuolo avidi di accumular tesori,
e quelli non potendo senza la morie de' possessori accat-
tare, si vedeano volti a fare nascere l'occasione di sotterra,
perchè il bramalo fine conseguir potessero; i quali concetti
da' baroni conosciuti, a congiurarli contro, e a rifuggire al
papa per la lor salvezza li avean sospinti. Questa era dun-
que la cagione de' rumori del regno, sopra i quali accidenli
reggendo i Fiorentini il coperto proceder di Lodovico, gli
fecero con destrezza intendere, che non era tempo di stare
su questi inviluppi, ma dichiarare qual ver.imenle fusse il
segreto dell'animo suo, perchè a' soprastanti pericoli ripa-
rar si pelasse; il quale continuando eoa la sua sagacilà e
295 dell' ISTOBIE FIonENTlNE
vantaggi, rispondea esser d' opinione, che a Rdbcrto San-
severino si dovesse proibire il passo a' oonOnì della Repub-
blica inverso Perug'a: a che era da'Fiorenlini replicalo,
che molto meglio gli si potea impedire e con maggior fa-
cilità in Lombard a nel passar del Po, o pure in Romagna-
dovendosi credere che nell' uscir di quella provincia ter-
rebbe la via lungo la marina e non verso Perugia. Non
consentivano ancora che si dovesse protestar disubbidienza
al pontefice, quando pur egli volesse continuar nella guerra
conìra del re; sì perchè parea che ciò si farebbe con nia.cj-
gior riputazione quando a'protes!i potesser seguire subita-
mente gli effetti della guerra, e sì perchè scrivendo egli
aver commesso a Lionardo Botla suo ambasciadore a Roma
che pregasse il papa a ritrirsi dall'arme, poiché i b ironi
fanean cenno di voi 'rsi accordare, slimavan che dovea pri-
ma aspettarsi d'iutender la risposta del papa. Ma soprag-
giunser nel mezzo di queste consulle, lettere del duca di
Ferrara, per le quali srriveva come egli era stalo cosiretlo
per un breve avuto da sua Santità sotlo il primo d'ottobre
di promettor di dare il passo al Sanseverino; il quale con
seicento nomini d'arme dovea condursi all'impresa di rea-
me, e che si credea che a' 10 partirebbe di Cittadella, fa-
cendo la via del Polesine di Rovigo, e che passerebbe il
Pìj a Fighoruolo ; onde camminnndo lungo il fiume terrebbe
i! camm no ;dla fossa di Genaiuolo e per la Romagna, e
poi per la Marca si condurrebbe nel regno. Poco dopo l'am-
Insciadore di Siena riferì a' Dieci come il [lapa per mezzo
ili Rinieri de' Mischi da Rimino avea richiesta quella Repub-
blica di centoventi uomini d' arme , e di (reccnto prowigio-
nalì p(ìr servirsene in questa guerra del regno, come altre
volte diceva essTgli stalo proferto: il che fece deliberare i
Fiorentini a uscir con gli elTeJti, e non lasciarci vi nir la piena
addosso. E confortato i Sanesi a non volersi in questi acci-
di-nli spiccar dalla lega, i quali negavano aver mai fatto co-
lai proferta al papa, nò esser possibile, non tenendo eglino
a'Ior soldi più che ollanta uomini d'arme, presero per par-
tito d' assoldare gli Orsini , avendo alcun mese prima con-
dotto per lor capitano generale il conle di Piìigliano, a rui
cunmiiscro che venisse in Firenze per consultar didle bi&o-
LIBRO VENTICINQUESIMO. 297
gne della guerra. Il secondo di dunque di novembre essendo
gonfaloniere di giustizio Antonio Paa;anelli, furon presi asoldi
della Repiiblìlica e del duca di Milano, parlecipando quel
signore per i due terzi, Virginio, Giulio, Vicino e Paok)
Orsini per tempo di due anni con sessanta mila scudi di
provvisione in tempo di guerra e quaranta mila di pace; e
per potersi metter a ordine, cosi a loro, come al conte fu-
ron cominciate a dar le prestanze ; e al conte particolarmente
commes-^o, che con dugento uomini d' arme sen andasse a
Pitigìiano per aspettar quivi il comandamento de' signori Dieci.
Dcttcrsi anco denari al signor di Piombino, e al conte Ri-
nuccio (la Marciano, i quali in quel di Cortona si ritrovavano,
perchè ad ogni ordine di Piiigliano potesser cavalcare e
unirsi seco. Ma non bastando queste provvisioni a tanto
male, si faceva istanza da' Fiorentini, che Francesco Gaddi
lor oratore, che era succeduto nellarabasceria di Milano al
Rucellai. persuades'-e Lodovico Sforza a mandar delle sue
genti d'arme di qua, per poler gli Orsini con più lor ripu-
tazione e sicurezza romper la guerra al pontefice; percioc-
ché egli continuando nelle sue solile cautele e riguardi, non
profferiva altro che cento uomini d'arme sotto il conte di
Caiazzo; i quali parca che non bastassero. Faceano anche
inslanza che si tenesse contento il signor di Faenza, il quale
non essendo de' suoi stipendj dal duca pagato, navea fallo
gravi querele con la Repubblica ; il che fa eano con tanta
magg or caldezza, quanto che la speranza che si era con-
ceputa dell" accordo tra baroni, e il re sen era ita in fumo;
avendo quelli finalmente alzato le bandiere del papa, e mo-
strato che le pratiche tenute erano slate con arte per torre
il tempo a'nimici, e guadagnarlo a se slessi, perchè meglio
si potessero mettere a ordine; le quali sollecitudini furon
cagione, che Lodovico si spiijnesse a dar ordine, che venis-
sero più genti sotto il conte Marsilio Torcilo. Ma il duca
di Calavria sentendo i preparamenti di Ruberto Sanseverino
e veggendo che se egli si lasciava assaltar nel regno, non
si sarebbe potuto congiugner con gli Orsini, onde quelli
provvedimenti sarebbono stali inutili, si mise in cammino
con ventidue squadre , e mille provvigionafi , e non cu-
rando né dell'asprezza della stagione, né d'altro pericolo,
29S dkll" istorie fiorentine
cammiiianila con maravigliosa diligenza con gli Orsini a con-
giugner si venne in tempo, che di poco prima in campagna
di terra di Roma con trenta squadre era arrivato il Sanse-
verino; il quale postosi in quel di Viterbo, Sutri, Toscanella
Capraniea, e l'altre terre circonvicine della chieda, e dalle
genti ecclesiastiche a.cresciulo, impedi\a che il conte di Pi-
tigiiano, il cui stato è in quel di Siena, potesse al duca di
Calavria o agli Orsini esser di giovamento; i quali a Brac-
ciano, e all'altre lor terre a Roma vicine si erano posti;
talché tutta la diligenza de' Fiorentini fu a sollecitare, che
il conte agli Orsini passasse, a cui, oltre il signore di Piom-
bino e il conJe Rinuccio da Marciano, a\eano con cinque-
cento provvigionati, e con alcuni balestrieri a cavallo inviato
Pierandrea Corso, e Pasqua d'Arezzo. E perchè egli po-
tesse meglio ciò fare, faceano i Fiorentini fretta a! conte di
Caiazzo, che era già arrivato in Tosiana , che a Piligliano
n' andasse. Ma per mollo che in ciò si fosse usato diligenza,
non potè il conte di Pi;igliano partirsi prima che l'ottavo
giorno dell anno seguente, essendo gonfalonii re di giustizia
Ristoro Serristori, benché il conte di Caiazzo a lui non
fosse arrivalo; perciocché Ruberto Sanscverino chiamato
dal papa a Roma per addirizzarlo nel regno, come quello
che non volca recarsi la guerra a casa, avea reso il passare
più agevole, ma veduto che quei della lega regia ingrossa-
vano, lu in ogni modo coslretlo rimaner di qua. La guerra
dunque si ridusse tra lo slato della chiesa e quel digli Or-
sini : e come guerra già rolla, fiiron levali gli ambasciadori
de'principi della lega di Roma. Ma il duca di Ca'avria con-
siderando che a lungo andare, né egli, né gli Orsini alle
forze del papa e del Sanscverino reggerebbono, onde quelle
genti si sarebliono volle verso il regno, sen era venuto con
pochi, e, quasi sconosciulo a Piligliano. Dal qtial luogo sa-
rebbe venuto a Firenze per consullar delle cose delli guer-
ra, se per un cavallaro mandato volando da' Fiorentini non
fusse sta'o fatto fermare a Montepulciano, mostrandogli «li
quanto danno sarebbe che la persona sua s'andasse più
dagli Orsini discostando; i quali non avendo potuto vietar
al Sanscverino il passo del ponte Lamenlana, erano slati as-
saltali dentro Monteritondo; il the era slato cagiono, che
LIBRO VENTICINQUESIMO. SaiT
il cardinale Orsino , e Giulio suo fratello, temendo dei fe-
lici progressi di Ruberto si fossero accordati col pontefice.
Richiese il duca, poiché egli non potea venire in Firenze,
che andasse a lui Lorenzo de'Medici, in luogo del quale,
perchè impedito delle gotte non potè andarvi, furon man-
dati Giovanni Serrislori, e Pierfilippo Pandolfini due dei
Dieci, oltre Piero Capponi mandatovi prima per riseder
sempre appresso di 'ui e spesarlo. Quello che il duca vo-
leva trattare insomma era questo; che atteso che gli Orsini
eran rao'eslali gagliardamente, e con le genti della chiesa
non si polca campeggiare, la via di far bene era la diversione ;
dal che slimava che col muover guerra al papa in quel di
Perugia, si leverebbe la guerra da dosso non meno agli
Orsini (he al re, sopra del quale quando quelli fossero rotti
tutta si volgerebbe. iMa i Fiorentini, a' quali questa cosa non
andava per l'animo, detter tanto di tempo che sopraggiun-
sero di Lombardia il conte Marsilio Torello, e Giovanni
Iacopo Trivulzio con quattrocento uomini d'arme mandali
da Lodovico Sforza. Il qual Trivulzio, essendo d'opinione,
che la guerra si facesse ove erano gli Orsini, e nelle vi-
si-ere del papa, tirò il duca a contentarsi di quello, di che
e il duca di Milano e i Fiorentini si contentavano. Sicché
r ultima deliberazione fu, che procurassero di farsi grossi in
modo di qua, che polesser passare a congiugnersi con gli
Orsini, e uniti attendere a far la guerra in quello di Roma,
acciocché il papa veggendosi il fuoco in casa più agevol-
mente si disponesse alla pace. Ma perche questo passare
polca ricevere di molte difficoltà, gli Orsini faceano istanza
d'aver tre mila f.mti, i quali mostravano potersi imbarcare
a Livorno con le galee del re, e condurli a Palo, terra di
Virginio in quel di Roma non lungi della marina; co'quali
promelteano insieme con qui Ile genti da arme che si tro-
vavano suir impresa, di non lasciar campeggiare al Sanseve-
rino, né farlo passar nel reame. Confortavan ancora che per
la via di Montallo si rompesse contro la chiesa di verso
Pitigliano; la qual cosa approvava il duca di Calavria grande-
mente; ma non gli parendo che le genti , le quali già s' erano ac-
cozzate insieme, lusserò a bastanza, non inlendea di partirsi
senza maggiori forze; e per questo volle aspellare alcun altre
300 DF.LL' ISTORIE FIORENTINE
squadre, così dì Giovanni Beniivoglio, come del signore di
Faenza , e maggior numero di provvigionati per levarsi di
Montepulciano. Ma affinchè trallanto non si perdesse il tempo
inutilmente, fu tentilo di ribellar molle terre al papa, e com-
muovergli contro il cielo e la terra. Si praticò con Ridolfo
e Guido Baglioni di ridiicer Perugia in libertà, i quali pro-
mellevnno di farlo liberamente, quando così la comunità di
Perugia, come i delti Baglioni fossero ricevuti in f rotczione
della lega, e ad essi Baglioni per poter tenere alcun numero
di gente d' arme in benefieio della lega fosse assegnala una
provvisione di dieeimila scudi l'anno. Erasi una simil cosa
trattala con Niccolò Vitelli , e dopo la morte sua; perciocché
egli morì in questi tempi, con (ìiovanni e Camniillo suoi fi-
gliuoli , i quali si conteniavano di scimila scudi 1' anno , e
avrebbon ribellalo all.i chiesa Città di Castello. Speravasi
il medesimo poter fare in Viterbo con Giovanni Gallo, capo
di quella città, per esser parente stretto de' Baglioni. e co-
stumalo a seguir la parte loro; anzi coloro, i quali profferi-
vano r opera de' Baglioni, mostravano, che ciò < he seguisse
di Perugia , seguirebbe d'Ascesi , di Fuligno , di Montefalco,
e di Spoleti. Erasi posta ancor la mira a Todi e a Orvieto,
ove tenea mano un certo Crislofano Crifoli fuoruscilo sanese.
Oltre queste terre e comunità si trattava di condurre a'soldi
della lega Pier Bertoldo e Agnolo de' Signori di Farnese
per potersi valere del loro stato, e insomma non si lasciava
rosa addietro che si sperasse poter essere in danno del
papa, e benefi io degli amici comuni e del re. In mezzo al
bollore di tante guerre erasi nondimeno per mezzo del
pontefice Iraitaia la pace tra i Fiorentini e i Genovesi , e
era con questi pa'.ti slata conchiusa: Che i Fiorentini Se-
rezzana, e Serezzanello a' Genovesi , ovvero a S. Giorgio
cedessero, e quella Repubblica a' Fiorentini cedesse Pie-
trasanta: per la qual cosa, e in Firenze venne Angelo Gio-
vanni, uno de' cancellieri di S. Giorgio, per confermar le
cose deliberate, e a Serezzanello Attilio de' Medici e Si-
mone Grazini furon mandati, perchè quel luogo a' deputati
di S. Giorgio consegnassero. La qual cosa avendo tocco
del gonfaloneraio di Piero Berardi, non ebbe alcun cfTelto
per cagione de' confini. Gli scrittori delle cose di Genova
LIBRO VENTICINQUESIMO- 301
danno di ciò la colpa a' Fiorentini , ma se io voglio dire il
vero senza leraa di parzialità, a me pare che il mancamento
fosse proceduto da' (lenovesi . a'quiili si contentava la Re-
pubblica conceder Serezzanello con que' termini, che aveva
in tempo che Serezzana era de' Fiorentini , e di questo te-
nore sono le lettere scritte da'Dipciad Attilio; ma essendo
in questo tempo siali presi e rubati alcuni uomini dello
slato della Rcpuhbliia, la fresca pace fu rolla. Nel principio
di questo mese furono creati nuovi Dicci di balia quasi lutti
i passali, eccetto Bernardo del Nero, Bernardo Rucellai
e Francesco Dini . i quali in luogo del Capponi , del Sode-
rini e del Guicciardini fur posti. Il dura inlaiilo, essendo
alquanto ingrossalo, si levò a' 12 di marzo di Montepulciano,
e andatosene a Pitigliano , attendeva a meltor insieme spin-
garde, passavolanli. guastatori, provvigionati e degli altri
uomini d'arme, che andavano sopraggiungendo , per potersi
avviare a congiugnere con gli Orsini; la qual cosa era con
instanlissimi preghi ogni dì ricordata da Dieci , avendo
eglino lettere da Piero Vettori ior commessario appresso gli
Orsini, come avendo il Sanseverino condotto Ire bombarde,
e molte artiglierie si era posto in luogo, che ad ogn'ora
poteva andare a Camrio.gnano , o a Slrofano, o a Formello;
il che sbigottiva grandemente gli Orsini. Ma il duca a Pi-
tigliano arrivato ritardò tanto il partire per andare a unirsi
con esso loro, non gli parendo esser forte a bastanza , u
pure perchè il temporeggiare facesse per lui, tenendo la
guerra discosto dal regno , che volendo egli levarsi la mat-
tina de' ventisette per andare in tre alloggiamenti per Mon-
tano per la Tolfa a Bracciano, si sentì Ruberto con due-
mila fanti e ventidue squadre d'uomini d'arme esser ar-
rivalo a Toscanella" (conteneva ogni squadra non meno, ma
talor più di venti uomini d'arme) avendo il duca di Calavria
squadre d'uomini d'arme ventiquattro, e fanti tremila, ma
che Ruberto tra Sulri, Viterbo, Toscanella e Ronciglionc
ragunava tuttavia maggior numero di genti a piò e a cavallo;
la qual novella fu cagione che si soprassedesse, sì perchè
s'aspettavano aliri dugenlo tiomini d'arme di Milano, e sì
porche le fanterie dicevano di non voler marciare se non
toccavano danari, i qual.'i non vcnivan di Milano con quella
3Ó2 dell'istorie fiorentine
prontezza che il bisogno ricercava, e a'Fiorenlini non (or-
nava utile mettersi a spesa alcuna straordinaria senza con-
correrci Milano. Consumossi dunque in aspettare le cose
necessarie in Piligliano tulio il mese d'aprile; nel qual
tempo con Francesco da Jesi , e con Magrino fratello di
Castrocaro, famosi fuoruscili delle lor patrie, si lenner pra-
tiche pT mezzo di Troiano Mormile di torre alla chiesa
Jesi,' e Osimo. Né altro seguì di campo che una cavalcala
del Trivulzio verso Montallo, onde riportò assai buona pre-
da , e poco dì poi un'altra de' conti Marsilio Torello e
Giovanni Francesco Sanseverìno. Ma scrivendo gli Orsini
che se per tutti i 2 di maggio non erano soccorsi, arebbon
provveduto a'fatli loro , perchè ne per terra, né per mare,
non essendo mai venute le galee del re, era a lor comparilo
alcuno aiuto, deliberò il duca di Calavria di uscire in cam-
pagna; di che fu ancor cagione l'aver avuto avviso, che il
Sanseverino usciva ancor egli. Essendo per questo a' 4 di
maggio, nel gonfalonerato di Bartolommeo Scala, Ruberto
venuto con venti squadre , e duemilacinquecenlo fanti a Va-
lentano , perciocché Niccolò da Gambcra condottiere della
chiesa era passato al duca con due squadre, il duca prese
il suo alloggiamento a Monlorio, luogo posto in mezzo a
castello Oltieri , raccomandato de' signori Sanesi , Porcena,
Acquapendente e Unano, mollo comodo e mollo forte, es-
sendo gli eserciti non più che due miglia l'uno dall'altro
discosto. Gammillo Porzio, il quale scrisse la congiura de'Ba-
roni, prese notabili errori intorno questa guerra; perciocché,
fra gli airi, egli intende di Monlorio ih Abruzzi; il che è
cagione ch« fa fare al duca di Calavria di mollo cammino ,
e due fatti d'arme e altri accidenti, che non furono in quel
modo che egli racconta; il che avverrà sempre a tulli co-
loro, i quali 0 diligentemente non distinguano i tempi, o,
non avendo scritture pubbliche, si fondano sopra le loro
congetture. Stando dunque in questo modo le cose, e aspet-
tando il duca che Ruberto, secondo era fama, si ponesse alla
Paglia, penhé, potendo mostrargli le reni, passasse, secondò
era il suo disegno, a Bracciano; ecco eh;- nel volersi movere
si venne 18." giorno di maggio al fallo d' arme, se merita
di fatto d'arme aver nome una giornala, nella quale non
LIBRO VENTICINQUESIMO. 3J3
che fosse alcun mono, ma non si fa memoria, che fosse
alcun ferito; e nondimeno l'ombaltendosi non da lutto l'e-
sercilo insieme , ma, secondo che per lo più in que' tempi
si costumava, da squadra a squadra, essendo incominciala
la battaglia che v'era gran parte di giorno, non finì prima
che dalla notte fosse divisa ; non restando però dubbio che
la rolla fusse siala dalla parte del Sanseverino. Conlultociò
essendo ciascuno ritiratosi al suo alloggiamcnio , il duca
non si moveva a passar a gli Orsini , o perchè in quelle
cose, ove si tr.tta della somma, si deve procedere mollo
maturamente, perciocché conosceva bene egli in che ma-
nifesto pericolo lo slato suo riduceva se una volta era rotto,
o pure perchè gli aveva il Sanseverino, subilo dopo la rotta,
per mezzo di Fabio Malvezzi cominciato a parlar di pace ,
la quale dal duca, come quelli che avea l'ucchio a gasligare
i Baroni, e col papa non avea dal suo lato altra cagione di
discordia, era sommamente desiderala. Ma mentre Ruberto
propone partili più simili a chi avesse vinto che perduto, corse
tanto tempo in mezzo, che gli Orsini, veduta la via sicura,
preser partito di venir essi a congiugnersi col duca; a cui
arrivarono nove dì dopo il fallo d' arme con diciotlo squadre;
nel qual dì ne sopr.iggiunsero sei altre del Benlivoglio ;
cosa che fu di tanto piacere al duca, che pubblicò, poiché
la campagna era libera, di voler subito passare a Braccfa-
no , e far sentire alla giornata cose molto rilevate a bene-
ficio dfir impresa e in danno e confusion de'nimici ; con-
lultociò nacquero quasi in un medesimo tempo di molle
diCncollà ; perciocché Virginio Orsino, e altri capitani e
tondolticri aveano chiarito il duca, che essi non erano per
muoversi senza aver danari- E i Fiorentini, essendo Ruberto
alloggiato in su la collina di Porcena , volevano che rima-
nesser di qua alcune squadre col conte di Pitigliano, ac-
ciocché, partilo il duca , il Sanseverino non si gittasse a
Siena sopra le cose loro ; il che al duca . che non voleva
divider resercito, non piaceva , anzi chiedeva che nel par-
tire gli si desse una bombarda ; i quali contrasti con altri
congiunti, fecero badar l'esercito più che non si era s:i-
mato ; ma dato denari a gli Orsini , e conlentatosi il duca
che il conte di Pitigliano con di.'ci squadre rimanesse d»
304 dell'istorie fiorentine
qua ogni volta che in due alloggiamenti Ruberto non si
movesse, si levò fìnalmcnie il sesto giorno di giugno, e
fece il primo alloggiamento al Iago di Mezzano, e l'altro
a Toscanella , essendo il S;inseverino alloggiato tra S. Lo-
renzo e Bolsena ; il che rimosse ogni dubbio che avesse
a rimaner di qua, veggendosi pigliar la via di Roma, e
andar costeggiando per esser all' opposito a' nostri. Erano
poco prima arrivale a Purlo Pisano selle galee del re soUo
Villamarino ; le quali, benché fuor di tempo, furono d'al-
cun utile per portar denari nel campo , poiché per via di
terra raal.igcvolmenle si polevan portare, e nondimeno que-
sto anco si fece tardamente, volendo Villamarino esser con-
dotto dalia lega, come accennava essergli stata data inten-
zione dal re; la qual cosa mentre se n'aspettava la volontà
di Milano , andò molto in là ; ma ebbe poi efTetlo con que-
rimonia de' Fiorentini , che usi a concorrere per un terzo
dove Milano concorreva per i due, e per il quinto quando
vi concorreva tutta la lega , a questa volta furono costretti
concorrere del pari. L'esercito andato di Toscanella a ('or-
neto , si trovava infino a' 19 sull'Isola di Porcareccio; così
camminava tardamente per le pratiche della pace , che s'an-
dava tuttavia stringendo , parlandosi di farne compromesso
in Ascanio Sforza fratello di Lodovico , il quale, crealo car-
ilinale da Sisto poco innanzi eh' ei si morisse , era tra per
tal dignità e per la ripiilazion della famiglia di grande au-
torità divi-nulo. Pure non andando olla innanzi per le dif-
fiiollà che vi si trovavano, il duca deliberò di volgersi
all' Anguillara , e prima che passasse questo mese ricuperò
Monte Ritondo, e per essersi accampato di qua e di là del
Tevere , e perciò allargatasi la strada alle vettovaglie, e pri-
valo il pontelice della commodilà che avea da quella parie,
rid^usse i fatti di Roma in molla strettezza; il che fece nel
gonfalonerato di Ridolfo Ridolfi affrettare con maggior di-
ligenza le pratiche della pace ; la quale per avvisi che s'a-
veano , che il duca di Loreno facea pure prepnramenli di
passare in Italia , era oltre gli altri rispelli desiderala gran-
demente da questa parte; senza che il re di Spagna ave\a
mandalo di quii il conte di Tendiglia suo ambasciadore por
ac quotar quesle difTcrenze ; e conlinuamcnlc si ora so«pel-
LIBRO VENTICINQUESIMO. 305
tato die i Veneziani non deliberassero scoprirsi niraìci della
lega; il che faceva temere laver di presente il duca di Melfl,
priucipal barone del reame, mandalo un suo uomo a quel
senato ; come se congiunte le doglienze de'baroni con quelle
del pontefice, non potesser que'signor giustamente negare
di non soccorrer gli afflitti. Freniamo alquanto il rapido corso
di questa istoria, e narriamo il gran miracolo che piacque
alla bontà d'Iddio di mostrare in onore e gloria della san-
tissima Vergine per lo scampo d'un innocente. Essendo il
conte di Tendiglia , come si è detto, in Firenze , Lorenzo
figliuolo di Giovanni Tornabuoni per lo matrimonio contratto
con Giovanna degli Albizi faceva suntuosissime nozze; alle
quali convitalo il conte, come corlcse signore v'andò vo-
lentieri , ma trovato da' ministri delle nozze mancare nel fine
di esse due lazze d' argento , un servidore del conte , che
l'aveva imbolale, l'appose a un allro servidore, uomo di pro-
fonda semplicità , e di cui mollo ben polca sapere il sagace
ladro, che, esaminato, non avrebbe mollo penato ad avvol-
gersi , come accadde appunto ; perchè, trovato vario in quel
che diceva , e quindi argomentando che avesse commesso
il furto , fu posto in priginne con pensiero di fargli la mat-
tina seguente un male scherzo. Il meschinello trovandosi a
reo partito si raccomandava alla Vergine , per la cui opera
fu, in vece della carcere, trovalo la mattina nella cappella
della Nunziata Della qual cosa maravigliandosi forte gli ese-
cutori della giustizia , e volendo sapere come quivi si ritro-
vasse, intesero come raccomandandosi egli la no!le devo-
lissimamenle alla Madre di Dio , gii parve sentire una vo-
ce , quasi d'una donna , che il chiamasse a se, liberasselo
della prigione, e al luogo il conducesse ove l' avean ritro-
vato. Da che potuta apparir chiara la sua innocenza , non
si durò faiica a trovare il vero ladro, a cui, non senza pia-
cere del conte, fu dalo il dovuto gastigo. Sparsesi questa
fama allora per tutto, onde non molti anni dopo Giovanni
re di Portogallo commise, morendo, alla sua moglie Leono-
ra , che mandasse alla Nunziata di Firenze setlanlasetle
marche d'argento, e così fu eseguito- E nel presente tem-
po, che queste cose andiamo noi ritoccando, appunto il
gran duca Ferdinando, oltre avervi mandalo una galea d'ar-
Amm. Vol. V. :>0
306 dell'istorie fiorentine
genio, ha fatto ancora d'argento massiccio lutto l'altare
della Vergine con tulle 1' allre conseguenze ad esso aliare
necessarie. Siando dunque di mezzo le gelosie suddette, e
venuto a noia al fìapa, nimico naturalmente dell'arme, non
solo la guerra che gli faceano i nimici , ma le superbe e
importune dimande de' suoi, e, come si credette, del San-
severino istchso , e perchè il cardinale Orsino facea vista
di tornar di nuovo a' favori della lega, dopo esser succe-
dute nel canipo alcune opere di guerra di non molto mo-
mento , si dispose a com hiuder la pace , ma con molta ri-
putazione del re, il quale avendo promesso di dare al pa[>a
il debito censo , e lasciargli lo spiritual libero , e altre cose
molte, negò dopo che prese Sansevorino di consentir altro
censo di quello che ultimamente da Pio li era slato pre-
fisso, e l'altre domande furono in favore del re mollo mo-
derate. Fu questa pace conchiusa 1' undecimo giorno d'ago-
sto a quattro ore di notte; ma, oltre non esser acquetate le
cose nel regno per lo sospetto de' baroni, de' quali nostra
intenzione non è di favellare, avendo il re incominciato a
imprigionarne alcuni, rimanevano ancora dei nodi e dogli
intrighi per i fatti di qua ; perciocché non disciogliendo
Huberlo Sanseverino per la pace fatta il suo esercito , si
dubitava che nel ritornarsene in sul veneziano non si git-
lasse addosso a' Sanesi , o in Bologna , o nelle terre del
signor di Faenza , o in Lunigiana non facesse alcun movi-
mento. Per questo avendo il duca in pubblici ragionnmenli
detto, che non avrebbe palilo giammai che si dicesse, che,
per levarsi la guerra dalle spalle, l'avesse scaricala addosso
a' confederali , si pose a seguitare Ruberto con animo di
non fermarsi mai lini he o egli si disciogliesso, o entrasse
nel paese de' Veneziani. Preso dunque la strada di Todi,
e venuto a' 27 a Colle di Pepo , in cinque alloggiamenti si
condusse al Borgo a S. Sepolcro ; il che toccò del goufa-
lonerato di Giovanni Dini. Il Sanseverino arrivalo a Sogliano
chiese a quel signore dodici mila scudi, ma trovando per
tulio sordi gli orecchi alle sue dimande , come quello che
si vedea posto in fuga, si condusse finalmente alli 11 di
settembre in sul Bolognese, ove, mandato per passo e per
vellovaglle al reggimciUo di quella città, erogli il tulio li-
beramente slato conceduto , se nel tornar che facca Gio-
vanni Benlivoglio da Comacchio , mostrando di ciò grandis-
simo dispiacere , non avesse prestamente fallo rivocar ogni
prima deliberazione. È cosa ceila, che nell'aver il Sanse-
verino ricevuto questa novella, non potè contener le lagri-
me, reggendosi privo d'ogni speranza. Ondo fallo la mat-
tina metler in ordine i carriaggi , e scelli di tulio l'esercito
renio cavalleggieri , si volse al resto delle sue genti dicendo
loro, che procaccinssero il loro siampo al meglio che si po-
tessero, poiché egli ingannalo dal papa, e abbandonalo da
tutti i polenlati d' Italia era costretto andarsi a gettar nelle
braccia de' Veneziani. 11 duca restato libero da queste mo-
lestie si volse tutto a' fatti del suo reame , le cui turbazioni
con la morie e rovina di molti baroni in breve tempo e con
molta sua felicità racchetò. I Fiorentini ancor essi essendosi
sbrigali dal peso di questa guerra , si volsero a' falli di Se-
rezzana , e comandarono ad Ercole Benlivoglio lor condol-
tiere , che con alcune squadre andasse a darle il guasto;
nel qual tempo avendo gli uomini di Villa , castello di Lo-
dovico Frcgoso, fatto intender a Piero Vettori commessario
della Repubblica, che si darebbon a' Fiorentini , avendo il
castello e la ròcca in lor potestà , non Irovaron duro il Vet-
tori a riceverli , il quale senza aspellarne risposta da'Dicci,
che era che por allora soprassedesse, mandativi di molti
fanti, lietamente li accolse. Dolsesi di ciò il papa con Pier
Filippo Pandolfini mandato ambasciadore dalla Repubblica,
sì per ralificaro , come per rallegrarsi della pace falla. Ma
i Dieci avendo approvalo il buon successo del Vettori, non
p<-r questo preser parlilo di render Villa; e l'animo del papa
restò grandemente pacificalo per le pratiche che comincia-
rono ad andare attorno di dare a Franceschetlo, suo figliuolo,
una figliuola di Lorenzo de'Medici; il qual matrimonio ebbe
poi effetto con felicità grande di quella casa. Il Vettori, dopo
dato il guasto a Serezzana, se ne venne a Barga per pacificar
alcune brighe tra due parli , 1' una della de' Franzesi , e
l'altra degli Italiani molto potenti in quel paese; il che con
maravigliosa prestezza fornito , fu mandalo per commessa-io
di quelle genti , che la Repubblica mandava nel regno in
favore del re ; e intanto essendo entrato ultimo gonfaloniere
308 dell'istorie fiorentine
di quell'anno Tommaso Minerbclli furon per quattro mesi
creali Dieci di bnlìa , eccetto Francesco Dini , e Bernardo
Rucellai, i medesimi passali, in luogo de' quali enlraron
Niccolò Capponi , e Iacopo Guicc iardini. Costoro incomin-
ciarono a preparare le cose necessarie per la futura guerra,
avendo del lutto deliberalo di ricuperar Serezzana; la qual
cura avea continuamente tenuto affannati gli animi de' Fio-
rentini, non potendo in conto alcun sostenere, che per
così fatto modo ftissero da'Gcnovesi stati scherniti ; ma per
esser la stagione inutile a campeggiare, nò per qnesto
tempo, ne per i primi due mesi dell' anno 1487, che fu
gonfaloniere Sigismondo della Stufa, si fece cos' alcuna di
momento; anzi, raffreddate le cose, in luogo de' Dieci di
balìa si crearono gli Otto di pratica, da' quiili a' 17 di feb-
braio fu mandalo in Lunigiaiia Piero Vetlori già ritornato
di Napoli per general commessario di que'luoghi. Ma i Ge-
novesi, a' quali l'animo de'Fiorenlini non era celato, seb-
ben le cose parean alquanto addormentale , giudicando che
in ogni accidente il prevenir fusse per recare maggior uti-
lità , mandaron verso il fine di marzo, essendo in Firenze
gonfaloniere di giustizia Buonaccorso Pitti, molli fanti , i
quali assalito i borghi di Serezzaneilo per viva forza li pre-
sero , e con due bombarde e con due passavolanli trovati
ne' borghi si posero vigorosamente a batter la ròcca; fa-
cendo tuttavia maggior numero di fanti e di cavalli, perchè
le cose bene incominciate con miglior e più felice fine ter-
minassero. Questa novella intesa in Firenze grandemente
gli animi di lutti commosse, dolendosi ciascuno che perle
consulte , ora di Lodovico Sforza , e ora del duca di Cala-
vria, si fusse in qualche parte lentamente proceduto ; per
la qual cosa, deposto ogni rispetto, con tutte le lor forze
alla guerra si prepararono , avendo aggiunto per collega al
Vettori Iacopo Guicciardini , che allora si ritrovava in Cer-
laldo, perchè in fatto di tanta importanza si procedesse
con la virtù e diligenza d'amendue. Scrissesi al conte di
Pitigliano , il quale in Pitigliano si ritrovava , che con la
maggior diligenza cbe fusse possibile a Firenze ne venisse;
acciocché discorso e deliberato insieme delle cose necessa-
rio , senza perdimento di tempo con le sue genti se n' an-
LIBRO VENTICISQCESnrO. 309
dnsse in Lunigiana. Al signor di Piombino fu fallo inten-
dere che di presente se n'andasse in campo, e questo fu
tiolificato al sig. di Faenza, e a tulli i condoni eri e cone-
slabili , i quali liravan soldo dalla Rcpunl)lica. Fu per Piero
Alamanni ambasciadore a Milano richiesto Lodovico Sforza,
che volesse in sì gran bisogno pronlamenle soccorrere
a' confederali , con dimostrargli a che si eran condotte le
cose per ubbidire a'consigli suoi; da cui, benché tardi, s'eb-
bero qiiallrorento lance. Non si lasciò di far il medesimo
intendere a Virginio, Vicino, Giulio, e Giovar. Paolo Or-
sini, i quali, finita la guerra del papa, di nuovo eran dalla
Kopubblica e dal duca di Milano siali ricondolli. Queste
gemi mandandosi di mano in mano in campo avoan ordine
di trattener il tneglio che polcano, che la ròcca di Screz-
zanello, la qnnle liiUavia si comballo\a, non pervenisse in
poter de'nimici, finché essendo ingrossali si potesse far
opera di maggior frutto. E Ira questo mezzo si confortava
Giovan Paolo di Lecca conte di Corsica a [lersevcrare nella
ribcllion de' Genovesi, promellendog'i che subilo che essi
avesser il ti'mpo acroncio prucurercbbono di dargli aiuto,
e tratlanfo molesterebbon in guisa i Genovesi, che non po-
tessero badar allrove, e pur troppo facessero so difendes-
ser le cose loro. Ma essendo il conle di Piligliano , dopo
aver consultato con la signoria e con gli olio di pratica,
andiito in campo e congiuntesi seco di molle genti, non gli
parve più tempo di dillerire il soci orso della ròcca; il che
volendo Giovanni Luigi Fiesco capitano de' Genovesi im-
pedirgli, si venne a' 15 d'aprile alla battaglia; nella quale
non solo il conle conseguì di soccorrer la ròcca, ma ruppe
i nimici, e fece prigione il capitano islesso con un suo ni-
pote detto Orlandino figliuolo d'Obietto suo fratello; non
essendo vero, secondo dice il Giusliniano, che Obietto vi
fosse restato prigione egli. Accampatosi l'esercito dopo la
ricuperazione di Serezzancllo nel piano Ira Serezzana e
la Magra, e andato 1' allro giorno di là della Magra per
dare il guasto a Trebbiano , non potè darlo se non da una
parte, essendovi entrato poco innanzi Obietto, ma il conte
minacciò quelli di dentro che vi tornerebbe di nuovo, se
non prendean partito d' arrendersi. E inlanlo avendo i com-
310 dell'istorie fiobemine
messarj scrino a' Dieci quello che volean appresso clie si
facesse , ebbero in commissione che mandasser i prigioni
in Firenze, e che, poi che la riputazione si era acquistala,
ora era il tempo di ricuperare Screzzana ; por la quale im-
presa si facea conto che bisognavano sei mila buoni prov-
vigionali ; de' quali non ve n'essendo in campo più che
quattro mila e secento , fu commesso che gli altri si faces-
sero , oltre le genti d'arme, delle quali e del regno, e di
Milano di giorno in giorno se n'aspettava numero mag-
giore. Giunsero i Fieschi in Firenze , di espresso coman-
«lamento de' Dieci sciolti a' 23 , e essendosi dalle parole di
Giovanili Luigi cavato , che il raagoior beneficio di questa
impresa era il proibire che in Serezzana enirasse vctlo-
vaglia , fu dato ordine, finché le genti che s' aspcttavan
sopraggiugnessero , che si facesse una bastia di là di Ma-
gra, che del tutto privasse i nimici di speranza d'entro-
mettervene- Tenlaron nondimeno di d;ir un assalto a Se-
rezzana verso S. Francesco, ma essendo il lor d'segno
venuto a notizia di quelli di dentro non riuscì. Fecer pen-
siero sopra i borghi di Lerice , ne questo ebbe efi'etto ;
ma essendo entralo nuovo gonfaloniere Averardo Serri-
slori , e conosciuto che per strigner meglio Serezzana , era
necessario far un' altra bastìa dalia parie di qua del fiume,
deliberarono che si facesse, attendendo tra tanto con ogni
prestezza a sollecitare clie le genti d'arme venissero cosi
del regno, e di Milano, come della Aiirandola , essendo
stalo condotto Galeotto signore di quella città con cento
uomini d'arnie, e trenta balestrieri a cavallo, e mandalo
commessario Francesco Antinori per condurlo in campo. E
perchè le due bastìe fatte non erano a bastanza , si pose
mano alla terza quasi nel fine di maggio , non esi-endo in
tutto questo tempo succeduto cosa alcuna notabile, se non
la presa di cinquanta de' nimici , i quali usciti con mo'.t'allri
per fare scorta a' segatori dell' erba , furon rimessi fin dentro
la terra mollo animosamente. Giunse anco a Livorno Fran-
zino Pastore con quattro galee del re j^cr essere a' servigi
della Ucpubblica, e non molto da poi due altre che eran
restate a dietro con conio provvigionali del re ; le quali
avendo trattenuto i Fiorentini in speranza di portare Pie-
LIBRO VEMICINQUESIMO. .3(1
rello Curso in Corsica per travagl'are i Genovesi da quella
parte, non furono di niun profitlo, essendo passa'o il lenipo
di far r effetto per le contese del soldo di esse galee. Ma
a Serezzana essendo le tre bastie ridotte a perfezione, s'in-
cominciò a battere con cinque bombarde grosse e tre pic-
cole da ogni lato, tanto che essendo stala spianata una gran
parte della muraglia , e oticnulo la chiesa di S- Francesco
che era slata come una ròcca de'nimici, si deliberò che
«'ventuno si desse l'aseallo. Il quale differito per manca-
nien'o de' fanti Bolognesi, che volevan la paga, nonostante
che non avessero servito , è cosa incredibile a dire quanto
travaglio recò a lulta la città ; la quale aspettava di sicuro
quel d'i, non solo la novella dell'assalto , ma ancora della
vittoria, essendo le cose ridotte in trrminc che non se no
faceva un dubbio al mondo. Nondimeno questa molestia non
passò oltre lo spazio del giorno seguente, nel quale a venti
ore aTivarono lettere de' commessarj a gli O'to di pr^tira ,
e al gonfaloniere Serristori , come la mattina a dieci ore
vc'ggendosi quelli di Serezzana apparecchiala la forza, e dato
l'ordine della battaglia, avendo prima fatto intendere di vo-
lersi accordare , senza altrimenti far prova della fortuna ,
s'erano re.si liberamente. Srnlì il popolo fiorentino l'alle-
grezza di questa ricuperazione al pari delle grandi vittorie
che avesse mai quel popolo ricevuto, parendogli che in ciò
non solo avesse riacquistato una cosa da lui prima posse-
duta , ma in un certo modo trionfalo della superbia de'Ge-
novesi ; i quali lauto più si erano gloriati di lener Serez-
zana a (lispolto de' Fiorentini , quanto che contra il giusto
ancora gliela ritenevano, come fanno i potentati verso di co-
loro che mon di lor possono ; ma eglino a questa vergogna
aggiunsero , che essi aveano ancor del loro perduto Pietra-
santa. È cosa mollo difficile ritener gli uomini nelle pro-
sperità, poiché dopo l'avuta di Serezzana non si poterono
gli Otto di pratica contenere di non scrivere all' esercito ,
che con la riputazione della vittoria attendessero a proce-
dere innanzi. Ma essendosi i provvigionati incominciali a
sfilare in gran numero, e mostrando i commessarj col pa-
rere de' capitani, che con le bombarde non si polca cam-
peggiare di là di Magra senza grande e manifesto pericolo,
.112 dell'istorie fi iRENTlNK
r, quel che fu di maogiore imporlnnza, i' aver Lclovico
Sforza accennato non esser di parere che si procedesse a
cose maggiori, indussero la Repubblica a stare paziente a
non passare la Magra, comecché nell' entrar del gonfaloniere
(iuidanlonio V'espucci avesse Lodovico desiderato che sì ri-
tenessero mille fanti de' Fiorentini in quel di Serezzatia per
conto d' una pratica , che egli lenea col cardinale doge di
(jrcnova , che quella città, come i\i a pochissimi giorni fece,
ritornasse alla supeiiorilà del duca di Milano. Riposò dun-
que la Repubblica con gran riputazione di Lorenzo de" Ale-
dici, il quale intorveune nella presa di Serezzana , d' ogni
travaglio dopo questa guerra , del fine della quale si ralle-
grarono seco tulli i principi d" Italia, di modo che, essendo
egli libero dalle molestie di fuori , e in casa essendo ogni
cosa quieta , si volse tulio a' comodi e gli ornamenti della
pace, attendendo a condur letterati, e accumular libri, ad
abbellir la cillà , a far fertile il contado e a tutti gfT altri
studj e esereizj , per i quali fu stimato felice quel secolo.
Accrebbegli grandemente riputazione T avergli, dopo il gon-
faloneralo di Giuliano de'Medici, in quel di Bernardo del
rsero la seconda volta , il soldano di Babilonia mandato doni
molto magnifici, laiche pare che, superata l'invidia, e pe-
netrala la fama sua nell" oriente, non solo avesse avanzalo
io slato di privato cittadino , ma eziandio avendo superato
) principi di quella età , si fusse più tosto agguagliato allo
splendore e magnificenza dei tanto celebrati antichi. Ven-
nero in questo tempo in Firenze Sebastiano Badoero e
Bernardo Bembo nobili Veneziani, i quali andavano in corte
di Roma per faccende della loro Repubblica. Da costoro si
ebbe come la guerra tra i Veneziani p Gismondo d'Austria
(nella qual guerra Ruberto Sansevcriuo, lor capitano, valoro-
.samen!c combattendo fu morto) era acquetala, e tosto se
n'aspettava li paee e confederazione tra loro In quest'anno
non solo Tosona, ma restò tutta Italia in ciascuna sua parte
libera da ogni molestia di guerra , cosa che per molti anni
innanzi non era succeduta giammai, e, quello che a maggior
felicità s' attribuiva, retta in tutti li membri suoi da'principi
del medesimo paese. Perciocché Ferdinando d'Aragona re
diNajioli, il quale era nato in Spagna, e di sangue spagnuolo
I.IBEO VENTICINQUESIMO. 313
disceso, per esser venuto molto giovanetto in Italia si polca
r;igionevolmenle dir italiano più tosto che spagniiolo , oltre
che, imparentatosi col saligne italiano, avca generato figliuoli
amatori di questa provincia, e, per molli rispetti, alieni dal
desiderio della grandezza e potenza de' forestieri.
-0»^&^D-
i
DELL' iSTORlI FIORESTIM
01
SCIPIONE AMMIRATO
LIBRO VENTISEESmO.
Anni 1487-1495.
'iicsta è quella pace lauto celebrala per le memorie de'no-
sln scritlori, i quali dando piincipio alla novità dell'anno
1494, vanp.o con gravi querele riandanilo la felicità degli
anni passali, ma senza dubbio molto inferiore alla tranquil-
lila dello stalo presente ; perciocché come questa è slata più
durabile , così i frulli , cLe da essa si cavano . sono senz'al-
cun dubbio in magf;ior grado d' eccellenza e di perfezione.
Le città maggiormente abbellite, più multiplicati i popoli, le
buone arti accresciute, tenuto maggior conto della religione,
e, per esser gli stati ridolti in minor numero di persone ,
unita la potenza, e l'Italia fatta più sicura, contra il furore
de' barbari; se tu non reputi, che a tutte queste cose con-
trapesi l'esser ora una gran parte di lei suddila a' principe
forestiere. Della qual cosa io terrei gran conto , se il man-
sueto imperio del re di Spagna non s'avesse di gran lunga
a prepone alla tirannica dominazione d'Alfonso e di Fer-
dinando: onde polrcbb' esser oltimo ammaestramento a'prin-
cipi che questo cose leggeranno, T esempio di così fatti av-
venimenti , se considerando in quanti mali si sdrucciola, una
sol volta che si metta mano all'arme, con ogni lor potere
s'ingegneranno di tener calcato ogni seme di gara e di di-
scordia ; benché da molti de' nostri non sia restato per lie-
vissime cagioni d'accender fuochi grandissimi a' nostri tempi
3tr» -dell' istorie fiorentine
in Italia. Ma è ora che noi torniamo al filo della nostra isto-
ria. Segue dunque l'anno 1488, e gonfaloniere di giustizia
Niccolò Saccliclli , nel quale essendo le cose della Repub-
blica quietissime, fu d'ordine di Lorenzo de' Medici man-
dalo per ambasciadore al Soldano Luigi della Stufa, sì per
ringraziarlo de' doni mandali a lui, e alla signoria, e si per
trattar il commercio libero de' mercalanli Fiorentini neli' o-
riente. Domenico Bartoli, seguente gonfaloniere, confermò la
lega , la qual era tra la Repubblica e i Sancsi , i quali tra-
vagliali a casa per le lor sedizioni , aveano confinato venti-
due lor cittadini, e a Ire dato bando di ribelli. Ricevette
poi il cardinale di S. Piero in Vincola nella citlà, a cui, se-
condo il costume della Repubblica, fur fatti molli onori. Ma
per conto delle cose di Serczzana era nato alcun dubbio ,
non Lodovico Sforza per amore de* Genovesi conira de'Fio-
renlini si rivolgesse, quando l'altrui sciagure di questa noia
ciascun liberarono. Signon ggiava in Putii e in Imola, come
altrove si è detto, Girolamo Riai io . uomo per le sue mal-
vagità a' suoi sudditi mollo odioso. Di costui senlendosi fra
gli altri gravemente offesi Lodovico Pansecco, Matteo da
Ronco, e Checco dell'Orso uomini di Furl'i . di liberarsi
con la morte di lui di così fallo tiranno deliberarono, e as-
saltatolo la sera de' 14 d'aprile dentro il proprio palazzo,
senza poter egli far allra difesa , quivi crudelmente 1' ucci-
sero. Di quindi partendo , e nel bargello incontratisi, ancor
lui ammazzarono, e, per assicurarsi , la contessa sua moglie,
e i figliuoli feccr prigioni; le ròcche che eran in poter de'mi-
nislri del conte, per conservarsi sicure a' figliuoli del signor
morto, alzaron le bandiere del duca di Milano come fratello
della conlessa , grillando tuttavia il popolo libertà, e alcuni
mostrando alla casa degli Ordi-laffì aver ancora qualche in-
clinazione. Quindi nacque che Lodovico Sforza dello slato
della nipote e de' piccoli fanciulli temendo, lascialo i falli
di Sirezzana , scrisse a' Fiorentini che le cose degli inno-
centi garzoni difender volessero ; perciocché egli a loro sen-
tirebbe di ciò sempre perpetua obbligazione; oltre che così
richiedea l'obbligo della confederazione; i quali avendo ri-
sposto che a ciò si troverebbono sempre pronti , e però
aver condotto a' loro slipendj il conte di Piligliano , e Ri-
LIBRO VENTISEESIMO. 317
DUCCIO Farr.ese , non vollero conlultociò perder 1" occasione
di ricuperar Piaiiialdoli , il quale nelle passalo guerre a lor
tolto, nella podestà del conte era pervenuto. Alandalovi
dunque gente a bastanza, e gagliard.imentc assalitolo, a'ven-
tisctte della fortezza e del luogo interamente s'insignorirono,
non ostante che in sid principio questa dimostrazione paresse
oltre modo grave allo stalo di Milano , e die Giovanni Pie-
tro Bergamino ducal commessario si lussa protestato ad A-
verardo de' Medici commessario de' Fiorentini mollo super-
bamenle, se da queir impresa non si rimanra. Ma o per non
Uirbar la pace d'Italia, o perchè non riputava ciò per im-
presa mollo facile, al duca di Bari, col cui consiglio tuttavia
le cose di Milano si governavano, parve finalmente di so-
stener in pace questa deliberazione della Repubblica; dicendo
che non tanto gli era dispiaciuto il fallo, quanto il modo,
avendo parimente senz'ai me potuto conseguir il suo desi-
derio, quando in Milano fosse stalo significato. Scrive il
Machiavelli in questo assolto esser morto Cecca, famoso ar-
chiletlo. Racchetale dunque le cose di Furli, sì per conto
di Piancaldoli, come dello stato de' figliuoli dei conte (li-
lol.imo , perciocché la contessa con virile viriti e industria
avca ricuperalo le ròcche. Accadde nel gonfalonerato di Maso
degli Alessaniiri la seconda volta un caso a questo mollo
simigliante , perchè con doppio esempio in mezzo di tanta
pace risonasser allora per 1 Italia le crudellà di Roma^^na.
Galeotto Manfredi, da cui Faenza per antica successione
de' suoi maggiori si reggeva , avea per donna una figliuola
di Giovanni Bentivoglio. da cui per tenerla il conte bas<5a,
attendendo egli continuamente ad altri suoi amori , era fie-
ramenie odialo, ne mollo più di lei erano del suo governo
i sudditi ben contenti. La qual cosa accrescendo animo al-
l'adirata donna, l'indusse ad uccider il marito, dato di ciò
commissione ad un suo fidato familiare, quando il signore
sarebbe venuto a visitarla, avendo ella, per poter questo
meglio eseguire, fallo sembiante d'essere inferma. Non mancò
al reo consiglio pronta e agevole esecuzione ; talché, essendo
r ultimo giorno di maggio Galeotto entrato tutto solo, come
cnslumava, in camera della moglie, mentre ritarda d'uscire,
quelli che in sua compagnia erano andati, fecero forza d'en-
318 dell' istorie fiorentine
trar dentro, ove quivi in terra disleso il misero signore ri-
trovarono. Corse subitamente la città all'arme gridando: Gallo
Gallo. E 0 fosse così di prima stalo ordinato , o che pur le
genti commosse per le cose di Furli si trovassero apparec-
chiate ; Giovanni Bcntivogiio e il Bergamino, di cui di so-
pra parlammo, con genti del duca di Milano entrarono
prestamenle in Faenza; ove in nome della Repubblica si
ritrovava commessario Antonio Boscoli. I Faentini , come
che della morte del lor signore molto non si turbassero ,
veggendo nondimeno il Bentivoglio , da cui la morte del
genero si riconosceva , entrato con le genti del duca di Mi-
lano in Faenza, dubitarono non volesse della lor città insi-
gnorirsi. Nella quale essendo entrati i popoli di Valdiiamona
affezionati insieme con quelli della cillà al nome de' Man-
fredi, e per questo desiderosi, che il piccolo figliuolo di
Galeotto, detto Astorre, nello slato paterno fusse confermato,
corsero uniti addosso al B. nlivoglio e al Bergamino , e
questo ammazzarono, e quello feccr prigione; mostrando
verso il commessario de' Fiorentini segni grandi di confi-
denza e d' amore. La Repubblica, la quale aveva avuto sem-
pre gelosia di questo stato , essendo fama che Galeotto
avesse jin tempo tenuto pratiche di venderlo a' Veneziani ,
comandò subilo alle genti , che per sospotlo de' Genovesi
lenea in Lunigiana, che con Giovambalista Ridolfi lor com-
messario colà spacciatamente n'andassero , e a' Faentini vo-
lendo nella fede d' Astorre continuare , quegli aiuti e favori
porgessero, che fosser possibil maggiori. Avvicinatisi per
questo il conte di Piligliano, Rinuccio Farnese, il conto
Rinuccio da Marciano, e Ercole Bentivoglio con le lor genti
e così alcuni conneslabili con le lor compagnie a Faenza ,
furon senza dubbio cagiono che quei tumulti piìi tostamente
si racchetassero. E il RiJolfi e il Boscoli messisi di mezzo,
oiierarono che il Bentivoglio a lor conceduto, in nome della
Repubblica fosse a Modigliana condotto, e quivi in cortese
prigione ritenuto, finche i Faentini del tutto si fossero as-
sicurali. Intanto si ebbe la ròcca; e sedici uomini, la metà
di Faenza, e l'altra parie di Valdiiamona al governo di
quello stato, mentre il fanciullo fosse in età, furono creali.
Alla donna del morto signore col conte Niccolò Rangone
LIBRO VEMISEESIMO. 319
che in sua compagnia si ritrovava fu dato commiato; le quali
cose losio che furono seguile scrissero gli Otto di pratica a
Dionigi Pucci, a cui la cura di Modigliana e della persona
del Benlivoglio era commessa, che in sua lihertà il rimet-
tesse, confortandolo a venirne a Cafaggiolo in Mugello, ove
avrebbe trovato Lorenzo de' Medici, con cui avrebbe trat-
tato di quello che occorreva per stabilimento del comun be-
neficio. In tal modo le cose di Faenza ancor esse si racche-
tarono , essendo quel dominio quasi interamente alla fede
di Lorenzo, e della Repubblica restalo raccomandato. Prese
poi il gonfalonerato Domenico Bonsi, e dopo lui Giovanni
Serrislori la terza volta ; nel qual tempo avendo Genova va-
cillalo, ritornò da capo e con maggiore slabilità sotto l'im-
perio del duca di Milano ; con la qual occasione più facil-
mente si terminarono le gare , le quali erano tra i Genovesi
e i Fiorentini. Ma l'ultimo gonfaloniere di quell'anno fu
Nero Cambi. Verso il fine del costui magistrato essendo
venuto il tempo di far la nuova elezione, fu trovato, non
ostante il comandamento fatto , che ninno si partisse, mancar
alcuno de' gonfalonieri di compagnie, senza il quale non po-
lendo farsi la tratta , e essendo il popolo ragunato in piazza,
parve che si dovesse mandar in villa per Piero Borghini uno
di queir ordine , il quale non credendo potersi trovare a
otta , e stimando intanto che il numero sarebbe stato suffi-
ciente ricusò di venire ; perchè fu mandato per lui un ca-
vallaro in gran fretta, che da parte de' signori gli coman-
dasse, che scnz' altra replica spacciatamente a palagio ne
venisse. Costui venuto tardi e in capperone e stivali grossi,
e di fango brutto eiitr.ito in consiglio, fece ancor p;irere più
evidente il primiero errore di non aver ubbidito; onde fu
per nove fave nere de' signori ammonito per tre anni da
tutti gli ufiìcj del comune. Furono similmente ammuniti per
tre altri anni, ma degli ufiìcj maggiori solamente, per la me-
desima cagione , Rinieri Bagnesi , Ridolfo da Sommaia e
Simone Zali. Ma entrata la nuova signoria , di cui fu capo
Francesco Valori la seconda volta, primo gonfaloniere del-
l'anno 1189, fu giudicato questo atto molto superbo, che
senza participazione di Lorenzo de' Medici, principe del go-
verno, fasse seguito, che in Pisa in quel tempo si ritrovava;
320 dell'istorie fiorentine
niassimamenlc senza il consenlimento espresso degli Olii*
di pratica, la cui aiUorilà era in quel tempo molto grande,
i quali domandali del lor giudizio rimisero la cosa ne' si-
gnori, dicendo che essendo eglino prudentissimi, poteano
senza altrui consulta liberamente di ciò la lor sentenza se-
guire ; perchè il Borghini e compagni furono d' ordine di
Lorenzo per gli Otto di pratica, e per lo consiglio deXXX
a gli uCTicj restituiti , e il Cambi , pagando la pena de'com-
pagni, egli solo fu da tutti gli ulTicj del comune animunito.
Venne in questo tempo a Livorno Isabella d'Aragona, fi-
gliuola di Alfonso duca di Caìavria , che n'andava a marito
al duca di Milano. A costei furono mandati dalla signoria
per onorarla tre ambasciadori Jacopo Guicciardini , Pierfi-
Jippo Paudolfini e Paolo Antonio Sodorini, i quali ricevuti
onorevolmente, restarono nondimeno di gran lunga addietro
a Piero de' Medici, che mandato privatamente dal padre in
compagnia di Pierantonio Carnesecchi e di Alessandro Nasi,
fu in tutte le cose riconosciuto a guisa di principe. Piero
Alamanni, che, come ambasciador della Repubblica, intervenne
a queste nozze in Milano fu dal duca per segno d' onore
creato cavaliere a spron d' oro. Ma non era lontano a farsi,
e a apparir tuttavia maggiore la grandezza di Lorenzo ,
avendo il ponlcfice nel seguente gonfaloncrato di Tommaso
Antinori creatogli il secondo figliuolo di lui, detto Giovanni,
Cardinale ; cosa molto memorabile, non tanto per lo grado,
quanto per l'età, non avendo ancora il fanciullo d'un gran
pezzo i quattordici anni della sua età fornito : perciò non
volle il pontelicc ch'egli ne portasse l'abito se non di là a
tre anni, per moderar in qualche parte la sua frettolosa li-
beralità. Par che aiutasse a favorir questa felicità di Lo-
renzo, per render più magnilìco il suo reggimento, la deli-
berazione de' cittadini volti con privali edificj a far bella e
nobile la città; avendo due, fra gli altri, dato principio a su-
perbi e nobili palagi Filippo Strozzi figliuolo di Malfeo e
Giuliano Gondi figliuoli di Lionardo ; de'qunli senza dubbio
veruno quel degli Strozzi si vede oggi per ufia delle mag-
giori e delle più nobili muraglie d'Italia. Di questi edificj
le prime fondamenta i curiosi di simili cose dicono esser
state git-.ate dopo che al gonfaloncrato d'Agnolo Niccolini
LIBRO VENTI5EESIH0. 321
seguì quello di Riiggier Minerbelli. Furono dunque lietis-
simi i magistrali dei due seguenti gonfalonieri Braccio Mar-
telli e Niccolò Ridolfi , non apparendo ne in Firenze, né
in tutta Italia spiraglio alcuno di guerra, né sospetto che
potesse turbar tanta universale e stabii quiete ; perciocché
se bene incominciavano a scorgersi tra il duca di Calavria
e Lodovico Sforza cattivi umori per aver Lodovico in que-
sl' anno , sotto zelo di farne servigio al nipote , mutati i
castellani delle forterze, e per questa via tirato a sé in so-
stanza il dominio di tulle le cose, non rimanendo al giovane
principe altro che il vano titolo. Nondimeno moderando Lo-
renzo de' Medici con la prudenza sua questo eogn'altro di-
sparere che nascer potesse, non permetteva in conto alcuno
che la tanto desiderata pace s'avesse a turbare ; conoscendo
quanto pericolo apporterebbe alla patria sua e a se me-
desimo ogni volta che o Ferdinando o Lodovico la sua
potenza accrescesse ; per la qual cosa avendo egli per la
lunga esperienza delle cose provato ; che non parentado ,
non amore, non obbligo o beneficio alcuno è atto a man-
tener tanto i principi in fede, quanto il timore, con que-
sto freno di mostrare, che sarebbe per giltarsi sempre dalla
parte dell' ofieso , vietava che novità alcuna si tentasse; da
che più r una parte che l'altra avesse a crescer o a dimi-
nuire. Con questo tenor dunque di felicità entrò l'anno
1490 , di cui il primo gonfaloniere fu Andrea Giugni , se-
guitato con la medesima fortuna da Bernardo Bartolini e
da Bartolommco Pucci; ne' tempi de' quali gonfalonieri s'in-
cominciò a rifare la chiesa di Cistello insieme con le cap-
pelle , e col chiostro dedicata all' ordine CisletLiense. Era
quivi prima uno spogliatoio della badia di Settimo, e la
maggior cappella di questa chiesa ; perchè e negli infimi
cittadini si scorgesse ancor magnificenza , era già stata fatta
da Bernardo del Barbigia, che andava per la minore; ma
come che gli altri luoghi minori da maggior cittadini fos-
sero occupali, non potò questo torsi a chi fatto l'aveva.
Piero Alamanni per luglio e agosto entrò gonfaloniere, nel
cui governo fu necessario rimediar a' disordini della casa
de' Medici , che, per colpa de' ministri, a' gravi pericoli, e
della privala e della pubblica fede stava sottoposta. Scri-
Amm. Vol. V. 2!
322 df-ll' isToniE fiorentina
vono molti che ciò invero increbhe granflemcnle a Loren-
zo, ma lo i«lalo delle cose esser ridotto a tale, che fu bi-
"sogiio ricorrere a qoesla medicina. Crearonsi dunque dicia?-
selle uomini con balìa ollrnnla dal po|iolo chiamili rifor-
malnri, i quali sotto titolo di racconciar le monete e le
gabelle a' seguiti casi provvedessero. Furon per qu* sto ri-
strette le paghe del Monte , e presi altri slabilimenli ,
co' quali al tulio si riparò. Onde Lorenzo volse per l'avve-
nire l'animo all' agricoltura, giudicandola più nobile e meno
pericolosa. Seguirono poi per i restanti mesi gonfalonieri
di giustizia Francesco Dini e Giovanni Davanzali senza
essere ne'Ior magistrali succcduìa cos'abuna degna di nn--
raoria. Fu ben maraviglioso il principio dell'anno 1491 ,, e
il gonfalonerato di Iacopo de' Modici, e questo non per
altro, che prr i gran freddi, i quali furono tali che ghiac-
ciò Arno per modo forte, che per tre dì continui \i si fece
al calcio. Riirovo questo freddo, cagionato dalle gran nevi,
esser stalo universalmente per lolla Italia; cos'i ned" istorie
veneziane scrilte da Pietro Bembo si vede esser avvenuto
alle pabuli che cingono la città di Venezia, intanto che gli
uomini del lor contado, non solo a pie, ma eziandio a ca-
vallo vennero con le vellovaglie alla ciltà senz'alcun peri-
colo, e sopraggiugnc esser stata fatta daStraiiolti una gio-
stra in sul canal grande-, e il magistrato di Mestre esser
venuto sopra un carro infino a S. Secondo, che è nel mezzo
delle paludi. Lo scrittor dille cronache genovesi dice si
fallo freddo esser avvenuto in Genova l'anno 1493, che es-
sendosi il mare agghiacciato inlorno al molo, non vi si potè
in conto alcuno navigare; ma io slimo che egli siambi i
tempi, come fa in molti altri luoghi, onde sia il medesimo
di cui noi raccontiamo. Piero Corsini e Lorenzo Morelli
seguenti gonf.donieri non fecero altro, chi non volesse rac-
contare gli esercizj delle lellere. e dell' accadenìia che in
quel tempo parve che rinascesse sotto Marsilio Ficino, Gio-
vanni Pico , fratello di Galeotto signor della Mirandola e
altri molti ; perocché a Lorenzo non era nascosto quanto
ornamento e riputazione soglia accrescere a qualtmque stalo
il favorir le scienze , e le buone discipline. Né in questa
parte volea che la sua patria restasse inferiore all'allre fa-
LIBRO VENTISEESIUO. 323
mose città d'Italia; essendo in quel tempo molto illustri
Ermolao Barbaro in Venezia e Giovanni Fontano in Na-
ftoli , uomini senz' alcun dubbio e nelle latine e nelle gre-
che lettere molto dotti. Nel gonfaloneralo di Piero Altoviti
diede egli principio aila via ihe va dagli Innocenti a Ci-
stello ; la quale ilal suo nome la via laurea fu chiamata, ma
donò r abitazione ali" Arte del cambio, della cui arte infinu
a oggi si veggono V insegne in sui i canti. Fiorì dunque
quanto mai in quel tempo la città di Firenze per diverse
c.igioni, godendo ciascuno della comune quiete e felicità;
il che fece per altro poco memurab li quasi tutti i gonfa-
lonieri di quegli anni , come furono Francesco Taddei , Gi-
rolamo Corbinelli e Niccolò Cocchi primo gonfaloniere
dell'anno 1492. Ma a' 9 dì di quello di Niccolò Federighi
venne a Giovanni figliuolo di Lorenzo il cappello mandato-
gli da Innocenzio. Fu il giovanelto tro\ato alla badìa di Fie-
sole , ove la mattina seguente la Repubblica mandò dieci
cittadini eletti per intervenire in quella cerimonia. Egli fallo
prima la confessione de' peccali e poscia con divoziun gran-
dissima preso il Sagramento della Comunione , ricevette con
maravìglioso concorso di cittadini , che vi vennero da se
medesimi per onorarlo, il cappello e l'abito di eardinnle.
Dopo vespro se ne venne alla ciltà accompagnato da più di
cinquecento cavalli, e parendogli dover, prima che alla pri-
vala casa n'andasse, far riverenza a coloro, da' quali lauta
dignità riconosceva, entrò nella chiesa della Nunziata per
render grazie a Dio del benefìcio conferitogli , e poscia vi
sitò i signori. La mattina seguente fu nel maggior tempio
della ciltà cantata una solcnnissima messa, e, senza perder
momento di tempo, l'altro d'i parli per Roma, avendo la
signoria elelli ambasciadori Pierfìlippo Pandolfìni e Filippo
Valori per ringraziar il pontefice delPonor fatto a Firenze,
con aver onorato di co.sì fatta dignità un suo cittadino. Nove
dì poi giunsero lettere di Ferdinando d' Aragona re di Spa-
gna detto il cattolico , con le quali avvisava la Repubblica
aver egli con l'aiuto di Dio e delle sue armi acquistalo
la città e reame di Granala, e del lutto vinto e superalo i
Mori in Spagna. Non succedette in quella età nò molle pri-'
ma, ne infino a'presenli dì villoria tra' cristiani più gloriosa
324 dell'istorie FIORENn?!E
di questa, avendo quel valoroso principe spento un impe-
rio , il quale avea , come le cronache spagnole raccontano,
settecento sessantotto anni travagliata quella provincia-, per-
chè se ne fece in Firenze una gran processione ; nella quale
intervenne la signoria, e fecersi fuochi e altri segni d'al-
legrezza- Furono poi l'ultimo del mese mandati Antonio
Alalegonnelle e Giuliano Snlviati per ricevere il duca di
Ferrara a Firenzuola, che ne veniva alla città per passare
a Roma, percento, com'egli diceva, d'alcune sue divozio-
ni, ma veramente per far cardinale Ippolito suo figliuolo;
il che da Innoccnzio non gli fu in conto alcuno acconsen-
tito. Non si potè vedere con Lorenzo de' Medici, che da
mortai infermila soprapreso s' avea fallo portare a Careggi
sua villa. Scrive Giovanni Cambi, il quale per altro, come
figliuolo di Nero, stato ammunito da Lorenzo, non molto
amava la memoria di quell'uomo; che essendo il sesto
giorno di aprile 1' aer sereno , si mutò in un tratto il tempo
alle due ore di notte, e cadde con tanta violenza una saetta
sopra la cupola, che, levatine pezzi grandissimi di marmo,
venne con quelli a forare la volta , e a fare notabili danni
cosi nella Chiesa, come in alcune case vicine; e, che per
aver fra l'altre cose gillato a terra una bandiera con l'arme
della casa de' Medici, fu comune opinione di tutii di quella
età, che avesse dinotato la vicina morte di Lorenzo, il quale
tre giorni dipoi , non avendo ancora i quarantaquattro anni
della sua età fornito, di questa vita si partì. Uomo senz'al-
cun (liil)bio per diversi rispetti molto singolare ; perciocché
se bene alla grandezza, nella quale egli montò, fusse stalo
grandemente aiutato dalla memoria del padre e dell'avolo,
nondimeno v' ebbe gran parte il suo senno e la sua pru-
denza; la quale risplendendo in lui infino da fanciullo, ri-
parò all' insidie, che da congiurati al padre erano state tese,
e, dopo la morte del fratello, come fu maravigliosa la sua
industria a regger in tanti frangenti una città faziosa, così,
conosciutola che incominciava a vacillare , con presto e au-
dace consiglio seppe pigliar partilo di riconciliarsi il re Fer-
dinando ; la qual cosa riuscitagli conlra 1' opinione di molli,
l'inalzò in grado molto eminente; ma guadagnatosi Inno-
ccnzio, e coudollolo a desiderare il suo parentado, inco-
ITBRO VENTISKESIMO. 325
minciò ad esser sopra modo slimalo da ciascuno che avea
forze e principali in Italia; essendo le cose bilanciale in
guisa, che ove egli inchinava, vi sarebbe inchinala ancor
la vittoria. Succedelle alla ripulazione paterna, e all' auto-
rità che egli aveva nella Repubblica Piero suo figliuolo pri-
mogenilo fatto abile per partito de' signori insieme con gli
opportuni consigli , nonostante il difetto dell'età, a lutti gli
onori, magistrali, dignità e privilegi del padre. La qual
cosa era stala instantemente addomandata da tulli gli am-
basciadori de' principi, i quali per condolersi della morie
di Lorenzo vennero alla Repubblica; perciocché il pontefice
vi mandò l'arcivescovo d'Arli, il re Ferdinando Marino di
Forma, e il duca di AJilano Antonmaria Sanseverino senza
gli altri principi minori, de' quali il numero fu grande. 11
gonfaloniere Federighi si vestì di corrotto come se fosse
morto il padre della Repubblica e il benefallore di ciascuno.
Ma quanto fussero diversi da' costumi del padre quelli del
figliuolo , le cose che indi a poco seguirono ne fecero in-
dubitata fede. Tra tanto la prima opera , che sotto il reg-
gimento di questo nuovo principe della Repubblica fu fatta,
fu la morte di Piero Leoni, eccellentissimo fisico , da cui
Lorenzo nella sua malattia era stato governato ; il quale in
quella notte medesima che Lorenzo morì , egli fu trovato
morto in un pozzo. Cavossi voce fuori che egli vi si fusse
gillato da se medesimo quasi disperatosi di non aver gua-
rito l'infermo; ma si rinvenne, e ciò testificò ancora in
alcuni suoi versi toscani Iacopo Sanazzaro, esservi slato
gitlalo da altri; secondo dice il Cambi, da due familiari di
Lorenzo, ma se con il consentimento di Piero o nò , né
egli il dice, ne io ardisco approvarlo- A cinque giorni del
gonfaloniere di Domenico Pandolfìni entrò in Firenze l'am-
basciadore del re di Francia, il quale all'altre cose delle
dagli altri ambasciadori de'principi aggiunse; che il suo re
era costretto tener conto di Piero, essendo il padre di lui
stalo fallo parente e cugino dalla felice memoria del re
Luigi suo padre, e, del suo ufficio sbrigatosi, a Roma n'an-
dò, ove era dal suo re mandalo. A" 16 entrarono Niccolò
Micheli dottor di legge, e Andrea Cappello ambasciadori
Veneziani ; de' quali benché il Cappello a Roma , e il Mi'
326 dell'istorie fiorentine
cheli a Napoli n' andassero per risedervi ciascuno , fecero
nondimeno tulli e due i solili ufiìcj in nome di quel senato
per la morie di Lorenzo -, a' quali ricevuti in S. Maria No-
vella furon falli onori grandissimi. 11 pontefice per favorire
con ogni aiuto e dimostrazion d'onore la successione di
Lorenzo, dovendo il cardinal de' Medici ritornar a casa per
fare spalla al fratello , il creò con ampissima poleslà legalo
del patrimonio e di tulio il dominio fiorentino. Ma morto
Lorenzo non penarono lungo tempo ad apparire i semi delle
future tempeste; essendo a'IG di giugno arrivato a Firenze
Antonio di Gennaro, mandato dal re Ferdinando ambascia-
dorè a Lodovico Sforza, afiìnchè dovesse render il gover-
no e lo slato in mano dei nipote, pTchè non potendo più
Lodovico con altre arti il suo rapace e ambizioso animo
occultare, e veggendo che lardi o per tempo gli conveniva
nn giorno deporre quella signoria, la quale malvagiamente
s'aveva usurpala, infino da quest'ora a tentar cose nuove
con tutto l'animo si diede , come a suo luogo chiaramente
dimostreremo. Nondimeno non lasciando egli il solito arti-
ficio di mostrarsi pacificatore e desideroso di quiete, si pose
di mezzo per accordar i Fiorentini co' Genovesi, Ira' quali
così per terra come per mare eran corse prede e ruberie
di qualche momento. E ne' primi giorni del gonfaloniere di
Matteo Canigiani , col consentimeiilo d'amendue le parti
fece in Pavia stipulare la sospension dell'armi per un anno
tra questi due popoli. Ma essendo venule novelle come il
papa si era gravemente infermato , fu scritto a Paolo Or-
sino che co' suoi balestrieri a cavallo si avvicinasse alla
Paglia per far compagnia al cardinale deMedici , che a Roma
ne doveva andare , e ecco sopraggionsero avvisi , il papa
essersi morto a' 26 giorni di luglio, cerio con danno non
piccolo di quella quiete , della quale egli bramava alTelluo-
samentc esser tenuto raanlenilore e guardiano. Sedici giorni
poi fu crealo il nuovo pontefice. Fu questi Uoderigo Bor-
gia spagnuolo, e, per patria, Valenziaiio, vicecancclliere di
santa Chiesa; il quale per essere stato nipote di C disto ,
e per aver avuto trenlasei anni di cardinalato era slimalo
uomo d'inestimabili ricchezze ; le quali tulle largamente
investì in ottener i voti de' cardinali; perchè il pontificato
LlBaO VENTISEESIMO. 327
roi)scgi:isse •, nel quale Alessandro VI voile esser chiaraalo.
Né fu dubbio .ilcuno che il cardinale Ascanio Sforza, acni
diede in rioonipcnsa l'utncio della cancelleria, e la casa
nella quale egli abitava con tulli i suoi mobili e arnesi, non
l'avesse a ciò grandemente aiutato-, da che l'autorità di
I.odovico divenne m;ig;giore , e il re Ferdinando a proceder
più moderatamente circa la domanda dello slato del duca
Galeazzo si pose, come quello, a cui essendo noti i co-
stumi del ponleflce, e l'amistà che egli avea con Ascanio,
i mali che di ciò poti-ano a se , e a tutla Italia pervenirne
ollimamente conoscea. Lodovico dall'altro canlo , il qual
sapca che con 1' nslinalamenle alTermnr le cose benché fal-
se , si melte altrui il cervello incomproraesso , [lascendo con
sfacciate menzogne gli Aragonesi, atlendea a consigliare così
ii re , conie i Fiorenliui circa la cerimonia , che dovea te-
nersi nel prestare i collegati ubbidienza al nuovo ponte-
fice , partito proposto da lui ancor nel [ìontificato d'inno-
cenzio ; per la qua! cosa proponea che si dovesse far ele-
zione d' arabasciadori mollo principali , che dovessero in un
medesimo tempo , e per una porla medesima , e tutti in-
sieme far la entrala in Roma , e che secundo la precedenza
dovessero andar per ordine, un Regio primieramente, un
Milanese , un Fiorentino , e un Ferrarese , che tulli insieme
dovessero presentarsi alia presenza del papa , e uno in vece
di tulli dovesse far r orazione, con la quiile apparenza d'in-
dissolubile compagnia si sarebbero al pontelìce dimostrate
le forze e potenza delia lega , talché con maggior riguardo
in tutti gli accidenli che potessero nascere , così da lui come
da altra potenza, s'avesse centra le lor cose a procedere;
e perchè questo suo consiglio apparisse di maggior efTica-
cia , accennava non per altro essersi da Innoeenzio prese
così leggiermente l'armo conlra il re di Niipoli nel princi-
pio del suo ponlilìcato, che per non aver conosciuto nella
lega quella unione , che si sarebbe dimostrata se i suoi
consigli l'ussero stali eseguili. Le quali cose essendo siale
approvate da' confederati , furono nel gonfalonerato d'An-
dreuolo Sacchetti eUUi ambasciidori dalla Repi;bblica se-
condo il suo consiglio persone molto principali. Gentile da
Urbino vescovo d Arezzo , Tuccio Tutci dollor di l*gS'>
328 dell'istorie FIORENTINE
Pierfilippo Pandollìni, Tommapo Mincrbetli, Francesco Va-
lori, e l'islesso Piero de'Mcdici, siccome in Milano, e in
Napoli era sialo osservalo, avendo il re per capo della sua
ambasceria elello don Federigo suo figliuolo e Lodovico,
per quella di Milano, Ermes fratello del duca e suo ni|)ote.
Ma se vero è quello che Francesco Guicciardini scri\e,
che per vedersi il vesco\o d'Arezzo con queslo mcscola-
menlo serrar la via di mostrare 1' eloquenza sua , perchè a
lui era siala data l'orazione, dovendo farla in nome di
tulli Antonio di Bollino dottor di leggi uno degli amba-
sciadori Regj , e Piero de' Medici non poler in tanta mol-
titudine far mostra della pompa della sua comitiva; la qual
era mollo ricca e molto magnifica , incominciarono i Fio-
rentini, di che non è dubbio per mezzo di Piero Alamanni
lor ambasciadore , a far destramente veder al re esser
presso che impossibile, che il consiglio di Lodovico avesse
effetto; mostrando che piuttosto ne seguirebbe confusione, non
essendo ove ridursi cotanti ambasciadori da quella parie di
Koma, onde gli oratori Regj aveano a entrare; nò per avven-
tura esser caro al papa, che nello spettacolo d' una sol volta
s'avesse a diminuire quell'onore e grandezza, che perviene
alla persona de' pontefici e alla sede Apostolica con gli atti
tante volle reiterati dagli ambasciadori di diversi principi.
La qual cosa dal re facilmente acconsentila, penetrò alta-
mente nell'animo di Lodovico; si perche è natura degli uo-
mini boriosi sentir con dispiacere quando i lor consigli sono
dispregiati, e sì perchè di qua comprendeva esser intelli-
genza più cha ordinaria tra il re e Piero de' Medici, la quale
per opera di Virginio Orsino affezionalo del re e congiunto
parimente di parentado con Ferdinando e con Piero credea
esser seguilo. Il che aggiugnenduli sospetto e paura, che
un dì il re in compagnia de' Fiorentini da quel governo noi di-
scacciasse, gli fece affrettare con maggior sollecitudine i suoi
incominciati disegni. Ma come egli seppe più che ciascun
allvo celare le passioni dell'animo suo, benché avesse vo-
luto sapere dal re da chi questa mutazione procedea, mostrò
di sopportare in pace la seconda deliberazione. E essendo
slato differito il mandar gli ambasciadori a Roma, sì perchè
in Milano era seguita la morte di Filippo fratello di Lodo-
LIBnO VF.NTISEESIMO. 329
vico, e sì perchè Ferdinando si era sentilo alquanto del
corpo indisposto, furono finalmente mandati nel gonfalone-
rato di Mariutto Rucellni, e prestarono T ubbidienza con
soddisfazione grande di Piero e della Repubblica verso gli
estremi dì di novembre, avendo il pontefice in segno di
gratitudine dato l'ordine della cavalleria al Minerbetti. Ma
perchè quando hanno a seguire i mali le occasioni cammi-
nano innanzi gagliarde, non mancarono in questo tempo de-
gli altri argomenti, per i quali s'avesse la tranquillità di
quel secolo a perturbare, perciocché avendo Lodovico ri-
chiesto i confederati, che si facesse in quest'alto dell'ub-
bidienza da tulli gli ambasciatori della lega opera col pon-
tefice, che e' creasse Ipolito figliuolo del duca di Ferrara suo
suocero cardinale, i Fiorentini risposero, che sarebbe slato
gran scemamento di riputazione alla lega quando ciò non
fusse riuscito. E che si ricordasse quanto a tempo d' Inno-
cenzio questa cosa era siala procurala, né consegnila già
mai, e perciò eran d'opinione, che molto meglio si facesse,
che per mezzo del cardinale Ascanio s'intendesse prima l'ani-
mo del pontefice, e poi in qucU'alto o in altro tempo non
si sarebbe mancato d'usare ogn' industria in beneficio di
quel signore. Ma quello the fu di gran forza a mettere le
cose sossopra, fu l'aver Francesco Cibo, figliuolo già d'In-
iiocenzio, venduto senza licenza del Pontefice 1' Anguillara,
(fervetri , e alcune altre piccole castella vicine a Homa a
Virginio Orsino ; il quale si credeva a ciò essere sialo in-
dotio da Ferdinando, e da lui essergli stati prestali o tutti
0 gran parte de'denari; il che pirea tanto più verisimile,
quanto che di corto era stalo Virginio a Napoli a visitare
il re. E ciò esser stato fallo, acciocché avesse il re a tener
di continuo quasi un freno in borea a'ponlcfici, per poter
ne' dispareri o nelle contese che accaggiono spesso tra gli
stali vicini e di quella qualità, reggerli a lor modo; con le
quali arti lenendo sempre intelligenza e oblig;iti i baroni Ro-
mani avea travagliato due pontefici suoi predecessori. Por
la qual cosa avendo in un medesimo tempo Lodovico so-
spetto de" Fiorentini, e il papa di Ferdinando, i primi segni
che incominciarono ad apparire d'alienazione furono; che
avendo il papa condotto asuoi slipendj il Fracassa, il gio-
3;}0 DRLL' ISTOIUK FIORENTINE
vane signor di Pesaro dello Giovanni Sforza, e Giulio Or-
sino, s' inlese, che lo slato di Milano vi concorreva per la
metà, senza avere di ciò Lodovico, rome costumava, fattone
consapevoli i confederati. E quel che era di molto maggior
considerazione, che entrato già l'anno 1493 e preso il gon-
faloniere Dionigi Pucci, si trattava lega tra il papa, i Ve-
neziani e Milano; perchè volendo il re, vecchio e sagace
principe, a quesla tempesta che di vicino scorgea riparare,
prese in un medesimo tempo diversi rimedj , perciocché
egli scrisse a liOdovico i rumori the andavano attorno, e
richicdcvalo, che essendo egli di quella prudenza che a tulli
era nota, non volesse permettere che per quanto a se ap-
parteneva, la comune quiete si turbasse. A Virginio Orsino
mandò l'abate Roggio perchè convenisse col papa in qualche
sorte d'accordo, acciocché egli del re, da cui quest'ingiu-
ria ri<onosceva, non s'avesse a rammaricare. E scusossi col
pontefice non e scr vero che egli avesse i danari a Virgi-
nio prestali, e so Virginio era venuto a Napoli poco in-
nanzi per visitarlo, ciò essere stalo costumalo farsi da lui
ogni anno in quel tempo. Ma perchè Virginio non ficea se-
gno di volersi mutare, richiese il re, Piero de' Medici, che
per lo parentado e amicizia che aveva seco, vedesse di d.-
sporlo a questo ; il quale nel gotifalonerato di Francesco
Nasi fece da' magistrali commettere a Fdippo Valori loro
ambasciadore a lioma che insieme con 1' abate Roggio con-
corresse in questo affare in tutto quello, che da lui sarebbe
richiesto. Ld conc'.usion delle quali cose andando tuttavia
in lungo per 1' ostinazion di Virginio, che per ragione o ter-
mine alcuno che gli fosse assegnalo, non dava intenzione ,
ne speranza ali una di voler rimeller la causa, allegando che
col papa non si sarebbe amministrata ragione; e che i suoi
dottori li dicevano, che che non dovesse mettere il suo in
compromesso. Continuava il papa, o commosso dalla sua na-
tura ardente o infiammatovi dalli stimoli di Lodovico Sforza
a dolersi del re, non volendo credere, che facendo egli da
dovero, Virginio, il quale era al soldo di lui, e avea stati
e udìci nel regno, e era suo dependente e congiunto , non
l'avesse ad ubbidire. Ma coi renilo in questi dì medesimi
pratica di parentado Ira il papa e iJ re, desiderando il pou-
LIBRO VEXTISEESIMO. 331
tefice di dare a don Giuffre ultimo di Ire figliuoli che avea,
una figliuola naturale del duca di Calavria, credette Ferdi-
nando oltre la poca inclinazione che conosceva nel duca a
discendere a tal parentado, di poterlo per alcun giorno nu-
trir con queste speranze ; e sapeasi aver detto il pontefice
all' ambasciador fiorentino, che non gli raincherebbon vie
di tagliar le pratiche delia lega, andando il parentado innanzi.
MaAIessandro, in cui non mancò ingegno, né vivacità grande;
non potendo tollerare d'esser dispregiato da Ferdinando, dopo
aver condotto a' suoi stipendj Mariano Savello, e Giovanni da
Ceri, quello con cinquanta, e questo con venticinque lance,
conchiuse finalmente la lega co' Veneziani, e col duca di
Milano, la quale stipulata a'21 d'aprile a ventitre ore per
punto d'astrologia, fu poi pubblicata cosi in Roma, come
in Venezia, e Milano con segni grandi d'allegrezza il dì di
S. Marco, avendo i! papa nella solennità della pubblicazione
crealo cavaliere l'Orator Veneziano. Un di avanti questa
solennità conferì Lodovico con gli ambasciadori de' primi
collegati la nuova lega, la quale come che dicesse non per
altro, che per conservazione degli stali comuni esser fatta ;
e il medesimo afTermasse il pontefice; e per questo non
esser alterali i patti delia prima confederazione tra loro ;
diede tuttavia sospetto grandissimo a quelli, che in questa
non eran compresi, i quali non avendo mai creduto che do-
vesse aver effetto; sì per la lunghezza del tempo, che si era
cominciata a tratiare, e sì perchè tornando gli oralori Ve-
neziani di Roma a Venezia , aveano in Firenze accennato
non esservi rinclioazione della loro Repubblica, restarono
grandemente sbigottiti; nondimeno i Fiorentini, entrato gon-
faloniere Giuliano Salviali, scrissero così a Filippo Valori
a Roma, come a Iacopo Giiicciardini loro amhasciatlori a Mi-
lano, che mostrando di ricever per bene tulio ciò che era se-
guilo, si guardassero con ogni diligenza di mostrar di que-
sta cosa risentimento; e per questo risposero al re, il quale
per non trovarsi sprovveduto volca che conducessero a co-
mun soldo il duca dUrbino, e il signore di Camerino; che
questo era uno scoprirsi affatto; il che per molte cagioni era
da occultare; approvarono bene il consiglio suo di tener a
ordine le lor genti; le quali accrebbero di dugenlo uomini
332 dell'istorie fiorentine
d'arme, e essendo da lui richiesti a mandar di nuovo alcun
lor cittadino a Virginio, mandandovi egli da capo Marino
Brancaccio, dettero questa commissione a Francesco Caddi
segretario della Repubblica , il quale e col Brancaccio , e
col Valori usasse ogn' opera di disporre Virginio all'accor-
do. Ma il pontefice deliberato a non lasciarsi menare pel
naso dal re e da Piero de'Medici, già facea calare gli aiuti
de'collegati per gasligare Virginio; e per lettere di Pier Vet-
tori che era commcssario in Romagna, s'intendea esser com-
partito in quel di Furlì settecento cavalli, a Bertinoro esser
arrivato un commessario del papa con danari, il quale aspet-
tava il Fracassa per {spedirlo subilo alla volta di Roma , e
a Lugo aver comandalo un'uomo per casa. Onde egli avea
preso partito di far il medesimo ne'luoghi della Repubblica
e ordinato che ad un cenno di bombarda tutti s' unissero
insieme por riparare a'disordini che poleano nascere. Sapeasi
che Lodovico Sforza partilo di Milano era ilo a Ferrara per
tirare alla lega il suocero , e che il signor di Peserò con
centoventi uomini d'arme , e cinquanta cavalleggierì si era
mosso per la volta di Roma; a cui poi il papa diede Lucre-
zia sua fi?;liuola per moglie. Pandolfo M;ilatesta signor di
Rimino esser con cento uomini d'arme stato condotto dai
Veneziani, e stare apparecchiato per fare i comandamenti
del papa; per la qnal cosa mandò Virginio finalmente un
suo uomo alla Repubblica, facendole intendere com'egli si
contentava di rimotlcre la causa di giustizia in ruota in
quattro cardinali, Napoli, Lisbona , S. Piero in Vincola , e
Siena, con rintervcnimcnto di due dottori, per vedere che
nella causa si proceda di ragione, l'uno del regno, e l'altro
Romano, o pur Fiorentino; la qual cosa intesa dal papa con
grande indegnazione , avea negato così agli ambasciadori
regi, come a'Fiorenlini di voler soprassedere nella già della
causa solo otto giorni; nel qual tempo per avvisi di Jacopo
Guicciardini s'intese, rome il conte di Caiazzo, e Bartolom-
mco Calco lasciati governalori fra gli altri da Lodovico in
Milano, l'aveauo fatto noto come era poco innanzi arrivato
in gran fretta, e sconosciuto di Francia il conte Carlo dì
Belgioso con lettere di credenza di mano del re contenenti
cose d'importanza grandissima a Lodovico; e che di corto
LIBRO VENTlSEESlMO. 333
s'aspellava un uomo del re ; a che il Guicciardini soprag-
giugneva, che per ordine di Lodovico si preparavano in
tulio lo sialo le genti d'arme, delle quali voleva fare la
mostra, tornalo che fosse a Milano. Le quali novelle, ben-
ché rinlero ancora non si sapesse, facendo dubitar ciascu-
no di movimenli grandissimi, fecero far diverse delibera-
zioni. 1 Fiorentini sollo titolo dell'antica amicizia, la quale
era sempre continuala Ira la casa di Francia e la loro Re-
pulblica, e perchè gran tempo era passalo, che al re Carlo
ambasciadore alcuno non avcano man<lalo , gliene elessero
due, Gentile vescovo d'Arezzo , e Piero Sederini, quello
che fu poi gonfaloniere a vita; i quali de'raovimenli e pen-
sieri del re diligenlemente intendessero, e la loro Repub-
blica, se in alcuna cosa egli aveva conira di lei sdegno
conceputo, scusassero, e quella d'ogni accidente tenessero
particolarmente avvisata. Il re Ferdinando dall' altro canto
volendo dare al papa ogni sodislazione che fusse possibile;
poiché si era accorto , né con 1' abate Roggio , né con il
Brancaccio, aver la durezza di Virginio potuto ammollire,
deliberò mandarvi don Fiderigo suo figliuolo. E perchè tra
tanto le provvisioni della guerra non allentassero , aveva
commesso al duca di C davria, che s'avvicinasse con la ca-
valleria alla fossa di Palena per potersi spignere ove fusse
il l'isogno. Ma venuto l'uomo che di Francia s'aspettava in
Milano, il cui nome fu Perone di Baccie, non si s'.elte più
a dubitare quello che il conte Carlo con le leltere della
credenza del re s'avesse portalo. Onde e le coperte prati-
che Il nule innanzi da Lodovico, e tulle le sue fi odi e in-
ganni si fecero a tutto il mondo apertamente palesi. Costui
avendo esposta l'anibasciata del re a Milano e a Venezia,
giun«;e finalmente a Firenze a'21 di luj^lio nel gonfalonerato
di Giovanni Francesco Tornabuoni, e avuto quattro di poi
a udienza dal gonfaloniere e da'signori disse; Come il suo
re Carlo VII! era restato erede della casa d Angiò , a cui
per antiche ragioni si apparteneva il Reame di Napoli, e
che poiché egli aveva assettato alcune differenze che ave-
\a in casa col re di Spagna, con Massimiliano d'Austria, e
con quel d Inghilterra, aveva stimalo esser venuto il tempo
opportuno di ricuperar il suo, e per questo aver delibera-
n34 DFi l'istorie FIOnENTlNE
to di far l'impresa d'esso Reame; ma perchè per l'amicizia
che egli e il re suo padre specialmente, e lutti i suoi pre-
decessori aveano avuto con la loro Repubblica , giudicava
esser cosa mollo convenevole il comunicarle la della sua
deliberazione; non solo aver voluto far questo, ma eziandio
come di <ari e confidenti amici aver preso fidanza di do-
mandar loro in questo suo giusto e onorevole proponimen-
to consiglio e aiuto ; perciocché di Milano e di Venezia
riportava risposte tali, che il suo re aveva cagione di ri-
manerne sodisfatto. Non venne inaspettata questa richiesia
«'Fiorentini, p< rciocchè Lodovico Sforza procedendo con
la solita simulazione avea già fatto palese ali' arabascia-
dor Guicciardini l'intendimento del re; e come se non
fusse egli stato colui, il quale per mezzo del già dello con-
te Carlo di Belgioso avesse il re confortato a venire in Ita-
lia, 0 che pure scioccamente conlìdasse cose di tanta im-
portanza poter slar liuigo tempo celale , avea mostrato in
palese non solo aver chiesto tempo di rispondere all'amba-
sciala di Perone, ma dopo a'cnni giorni avergli risjioslo ,
(he consigliato da'suoi voleva allendor prima quello, che il
papa e i Veneziani maggior principi, a cui Perone mostrava
esser ancora mandato, si rispondessero; che egli in quanlo
a se non avrebbe mancalo dell'obbligo e debito suo ; per
la qual cosa furono da i Fiorentini senza porre altro tempo
in mezzo, risposte, in quanto a' complimenti, parole tutte
pione di benivoicnza , e d' amorevolezza grandissima : ma
dalle quali non si liaeva conclusione al una , avendo nel
fine del lor parlare detto , che , salso l'onore e la dignità
della loro Repubblica, avrebbono in servigio del suo re
tutte quelle cose failo, a che le forze loro si estendesse-
ro. Ma fatto già palese a tutta Italia onde questo male
traeva origine, e veggendo il re Ferdinando, che gli con-
^eniva placar Lodovico e il papa, battè tanto per mezzo
tli don Federigo con Virginio, che finalmente 1' accordo si
' conchiuse', per lo quale rimanendo le castella a Virginio ,
al papa si doveva pagare una somma di danari, che parie
dal re, e parie da i Fiorentini si trassero ; benché in sul
principio moslrando eglino ^di non a\er con Virginio quelli
interessi, che il re v'aveva, si fossero affaticati di non pa-
LIBRO VENTISEESIMO. 335
prnrii. Conchiuse similmenle il re il matrimonio della ni[)0-
lo col figlinolo (1(1 pnpa , a cui diede in dota il principato
(li Squillaci; e a Lodovico cercò di dar tulle quelle soddi-
sfazioni e sicurtà che fosser possibili , perchè egli di far
venire i Francesi in Italia si rimanesse ; tanto al re final-
monte appartenendo la moglie di Lodovico , e per conse-
guente il figliuolo, il quale nel principio di quest'iinno f;li
era nato, quanto Isabella moglie del duca Giovanni Galeaz-
zo, e il figliuolo nato di loro gli appartenevano, ad amen-
due d(i'quali egli era bisavolo. Ma Lodoviio, il quale non
tallio di Ferdinando, avvezzo a saper moderar le sue voglie,
qiinnlo del duca di Calavria temeva . di cui gli interessi
orano dispari, facendo sembianti di ricevere umanamente i
confarti del re e dacronsenlirvi, andava in guisa pa'^^^cendo
di speranze i vecchi confodorali , che parca (he i rumori
della venuta di Cario si fussorn racchetati , e che, posale
Tarme per la dilTerenza di Virginio commosse, non s'aves-
se pili d'altra novità a dubitare. In questo stalo di cose en-
trò gonfaloniere la terza volta Francesco Valori con prin-
cipi molto lieti; perciocché 1' oratore Francese , il quale a
Roma era sialo, non riportava dal pontefice miglior risrilu-
zione di quella, che di Venezia e di Firenze cavata s'a-
vesse, e l'aver Alessandro crealo a"2l di sellemhro dodici
cardinali tenea la corte in giubbilo e tutta Italia; tra il qual
numero trovandosi il figliuolo del duca di Ferrara fallo por
opera di Lodovico, non furono tardi i Fiorentini a ralle-
grarsene col padre e col cognato. Vennero bm triste e do-
lorose novelle ne'primi giorni del mese seguonle alla Città
per un breve del pontefice: per lo quale notificava alla si-
gnoria la miserabile strage succeduta in Croazia dall'arme
di Baiazzelle principe de Turchi , domandando per questo
da'principi Cristiani aiuto e consiglio. La qual novella non-
dimeno por le cose che allora correvano tornava mollo al
proposito di coloro, che della polenza de' Francesi avenn
timore, sperando che con miglior consiglio s'avessero a vol-
gere l'arme conlra gli infedeli, che pensar pure in così fatti
lerrpi d'aver a tra\agliare l'Italia; anzi è cosa certa essers^i
valuto Ferdinando di questa occasione, e finto da se slesso
rumori e sospetti de'l'arme Turchesche ogni volta che as
336 dell'istorie fiorkntijje
potilefici per le gare che Ira loro passavano , volca porre
alcun freno. Ma i Fioreniini risposero al ponlefice , che
concorrcrebhono pronlameiile come veri e buoni cristi; ni a
ciascuna di quelle cose per la lor rata , a che gli altri prin-
cipi concorressero. Supplicar Lene sua Beatitudine a non
voler che di ciò apparisse alcun pubblico lor alto, per ron
far danno a'mcrcatanli de la nazione, de'quali gran numero
e con grandi faccende si ritrovava allora nelle terre suddi-
te al Turco. Ricevetlesi similmente in luogo di buono e op-
porluno avviso il matrimonio fallo Ira Biancamaria sorella
del duca Giovanni Galeazzo e Massimiliano d'Austria; il
quale per la morie del vecchio impcradorc Federigo suo
padre, morto pochi mesi innanzi d'eia dotlanla anni , cosa
rara Ira'principi, nell'imperio Romano era succeduto ; per-
ciocché essendo state Ira Massimiliano e il re di Francia
gravi e lunghe inimicizie, benché si fusscro riconciliali, non
si giudicava che Massimiliano la grandezza de' Francesi si
avesse giammai a sostenere; oltre che non tornando a pro-
posito di Lodovico istesso, né de'Veneziani, né di chiunque
avea stali in Italia, che un principe così polente vi mettesse
pie, non si facea credibile da chi sanamente discorreva, che
egli, il quale di prudente e di savio voleva aver nome, a sì
notabile errore si lasciasse precipitare, né che i Veneziani,
per quanto nelle lor forze sarebbe stalo, il consentissero ;
ma gli uotriini avvezzi a temere i perieoli presenti, purché
a quelli riparino, si lasciano agevolmente lusingare a sperare
nelle difficollà lontane il beneficio della fortuna e del tem.-
po; talché é fallace consiglio mettere altrui in necessità,
con speranza ch'egli non t'abbia a nuocere, perché a se
stesso ancora nocerebbe. La qual cosa non molt'anni dopo
nel medesimo Lodovico si fé manifesta , quando non cre-
dendo che i Veneziani volessero principe più di lui potente
in quel dominio, e per questo in molle cose slranandogli,
fuor d'ogni sua opinione si senti falla una lega addosso dal
re di Francia e da'Veneziani. Piero Capponi fu l'ullimo gon-
fahiniere di quell'anno. In questi estremi mesi tulle le liete
s()eranze per diversi accidenti e avvisi concepule s'incorain-
ciarc)tio a turbare; dolendosi Lodovico con la Repubblica,
che gli ari basciudori, i quali ella avea in Francia mandato,
LIBRO VENTISEESIMO. 337
ed erano siali ben veduli dal re, avessero male di luì par-
lato con monsignor di Sommalo rainislro mollo polente e
di molla autorità appo il re Carlo. Il che egli diceva, o per-
ché di ciò veramente falsa informazione avesse avuta, o che
pure avendo egli fallo intendere al re, che i Fiorenlini più
alii Aragonesi che alla casa di Francia inclinavano, dubitava
che quelli, in opposizione di ciò, molle cose avesser dello
della sua malvagia natura e costumi. Il medesimo Lodovico
aveva vietato a Marino Brancaccio , il quale dal re gli si
mandava ambasciadore per rallegrarsi del matrimonio della
nipote, che a quella corte s'avvicinasse; ancorché non solo
questa ambasceria fusse pubblicata, ma già entrato il Bran-
caccio in cammino e a Roma venutone, e non prima giun-
togli questo avviso, che ad Acquapendente. Volle conlutlo-
ciò il re che in ogni modo egli a Firenze ne venisse , e
alla Repubblica l'alterigia e arroganza di Lodovico, benché
modestamente, manifestasse. Dubitando dunque i recchi
collegati del suo finto e perverso animo , i Fiorenlini taci-
tamente; ma il re palesemente , come quello centra il cui
sialo la guerra si minacciava , atlendeano a provvedersi ,
avendo egli deliberalo opporsi a quest'impeto con due eser-
citi, l'uno per mare sotto don Federigo, e questo fusse di
cinquanta galee e di dodici navi grosse, l'altro per terra
sotto il duca di Calavria con quel maggior numero di fan-
teria e di gente d'arme che avesse potuto. E nondimeno
avendo propo.sto di tentar prima ogn' altra via , che quella
dell'arme, deliberò mandare Cammiilo Pandone al re Carlo,
per intendere da lui per qual offesa da se ricevuta a muo-
vergli guerra contro aveva impreso. E dall' altro canto, se
vero è quello che alcuni autori hanno lasciato scritto , fu
creduto che ciò facesse o per corrompere con danari colo-
ro, i quali appo il re eran di nome e d'autorità, perchè la
guerra non andasse innanzi , o pure per tirare l'istesso re
ad alcuna sorte d'accordo, proponendo o censo , o tributo,
0 qualsivoglia altra sorte di ricognizione e alto d'umiltà, e
di sotlomelterglisi, purché nel suo regno pacificamente ripo-
sare il lasciasse. Ma è vano ogni studio dell' umana prov-
videnza, quando o per i nostri peccali, o per altra cagione
a gli occhi e giudizio de'morlaii incognita, è fallo vicino il
Amm. Vol. V. 22
338 dell'istorie fiorentine
tempo della nostra rovina. Giunsesi agli altri travagli del
re, ch'ei fu dal papa ricliieslo, ch'egli a far ubbidire il car-
dinale S. Piero in Vincola, il quale ricusava di venire a Ro-
ma, si disponesse; e, quando il cardinale ciò non volesse
fare, allora i! re a farli consegnar Ostia , la qual citlà con
la rócca in poter del cardinale si ritrovava, l'aiutasse. lire,
che in tempi così malagevoli conosceva ottimamente a che
le domande del papa tendevano, perchè da lui con V occa-
sione di nuove diflìcollà maggior cose conseguir potesse,
rispose non aver col cardinale S. Piero in Vincola interes-
se alcuno, porche egli credesse poter di lui a suo modo
disporr^", ma che ricordava bene a S. Beatitudine cotesto
esser tempo più atto a pensare alle cose del Turco , che a
quelle d'Ostii. Di che il papa si sdegnò in guisa, che aven-
do promesso di mandar Don Ginflre per vi-itar la sposa ,
apertamente negò di mandarlovi , lamentandosi con gravi
querele di>l re , e talora infin con paro'e in;^iiiriose minac-
cinni'oli d'avcrnelo a far pentirò. Nella qual condizione di
cose diede prin.iiiio al suo goiifalonieia o e all'anno 149ÌF'-
lippo dell'Anlella; nel qual temjjo non che gli incomirciati
sospetti d minuissero, anzi andavan tuttavia maggiormente cre-
scendo; essendosi Lodovico col Guicciardini grandemente do-
luto, che il re Ferdinando col far vista di rislrignrrsi con 1 ara-
ba ciador 'V'eneziano, e e )1 Fiorentino in parte 'i[ arie cose che
occorrevano, non tenesse del suo quel conto che e;;!i doveva;
oltre che diceva non esser da soffrire in modo alcuno, che
egli sostenesse san Piero in Vincola in sugli occhi de! papa
rontra sua voglia ; i quali suoi modi e artifìci prometteva
che un giorno gli lornorebbono in capo, e quello esser
mollo vicino. Quindi confortava i Fiorentini a voler, secondo
il costume de' lor maggiori, procedere unitamente con lo
stalo di Milano in ciò che fusse per seguire in Italia ; il
(he tanto più dicea egli che essi dovean fare, quanto che
ci credeva, che sarebbono dal re di Francia costretti a
dichiararsi. Ne delle parole erano più lenti gli ell'ctli; per-
ciocché avea chiamalo a Vigevano, ov' egli allora si ritro-
vava, Giovanni Adorno, e coniai preso ordine di far armare
in Genova cinquanta galee sottili, nella qual citlà aveva
accresciuto la guardia di dugento provvigionali , affinchè
MBRO VENTISEESIMO. 339
mentre egli dicea di parole, altri non facesse di falli; come
fu la sua risposta all' ambasciadore del re . che la cagione
di questa guardia gli adduoiandava , accennando per avven-
tura il sospetto, che poi venne a luce, che il re Ferdi-
nando non tentasse di mutar lo stato di Genova. Era egli
concorso a soldare insieme col papa per capitano delia fan-
teria Domenico Doria con due mila scudi l'anno. A fatica
si era lascialo condurre di dar audienza a Cammillo Pen-
done, il quale andava in Francia, non ricevuto da lui c.m
sorte alcuna d' onorevole accoglienza. Aveva mandato bando
che niuno suddilo di quello stato andasse a soldo di prin-
cipe o signoria alcuna senza espressa licenza, sotto pena di
ribellione. Il simile avea fallo intendere a Genova , nonché
degli uomini, ma de' lor legni e navili; benché ad un nuovo
ambascindore del re di Francia avesse permesso , che egli
potesse in quella cillà soldare dodici galee -, che a niuno
forestiero o mercatante si vendessero arme. Nondimeno
non solo le vere, ma anco le non vere cose a gli odj e
gare che erano tra questi principi erano assegnate , come
nella pestilenza tulli i mali o morii che accaggiojio si dice
procedere da essa pestilenza, da che nasceva, che, avendo
i Colunnesi, capi di fazione ghibellina, fatto opera di rimet-
tere i fuoruscili in Norcia, il papa , del cui stato era quella
cillà, dal re, di cui i Coìonnesi eran soldati , questa ingiuria
riconosceva. Al qual re. Lodovico ancora attribuiva, che
Geronimo Tullavilla , che per Ire anni era stato a gli sli-
pendj del duca di Milano, e da esso Lodovico era ben ve-
duto, gli avesse chiesto licenza, e d d servigio della corte
partitosi. Quando nel mezzo di tanli rumori vennero ina-
spellalamenle avvisi della morte del re Ferdinando, morto
in due giorni per cagione di flusso, sopravvenendo catarro,
a'25 di gennaio, nel qual dì Alfonso d;ica di Calavria ca-
valcalo, come si costumava, per la ritta, e fallo le solile ci-
rimonie avea preso titolo di re. 1 Fiorentini gli mandarono
due ambasciadori Agnolo Niccolini , e Pierfilippo Pandol-
fini , sì per allrislarsi seco della morte del padre, come
per rallegrarsi d' avere felicem-?nte e con il cunlenlameiito
de' suoi sudditi succeduto a'iimpeiio paterno ; la qualcosa,
non solo com'ogn'allra comunicarono con Lodovico, ma
340 dell' ISTOBIE FIORENTINE
il pregarono a non pigliar ombra di ciò , se secondo il co-
stume antico della città si era in lal caro mandata una si fatts
ambasceria ad un principe confederato. IS'è bisognnva far mi-
nori complimenti con quell'uomo, avendo ejili non senza suo
grande sdegno, il quale solca r, coprire, riferito al Guicciar-
dini, com ! i' nu V ) re poco innanzi la morie del padre avea
fallo un pasto all' amba-iciador veneziano e al fiorenlin)
senza chiamarvi il suo , ma che si dolca , che Ferdinando ,
il quale inlìno nelle piccole cose volca mostrargli il suo ca-
livo aiiimo , non fusse vivo per farlo ravvedere, eh' eg'i era
principe da essere stimato; nò mancava mfin neir ira delli
solila simulazione, mostrando riconoscer questa ingiuria piut-
tosto da Ferdinando morto, che da Alfonso vi\o, acciocché
fusse a tempo, secondo le cose di Francia succedevano, di
poter a suo piacimento seguitare l'amicizia o nimicizia del
nuovo principe ; benché avendo il re Carlo liei nzialo gli am-
basciadori, i quali appo lui dimoravano, di Ferdmando, e al
Pandone mandato a dire che tornasse indietro , la guerra si
tenesse per ferma ; olire 1' esser egli ultimamenle di Tours
venuto a Lione , non per altro effetto , che per poter con
piti agio attendere a' provvedimenti della guerra. Profiferivasi
ancor Lodovico di far opera , che in Francia non si facesse
calca, perchè i Fiorentini s'avessero a dichiarare, e nondi-
meno domandava loro , se a' nuovi ambasciadori che aveano
eletto per mandar in Francia aveano dato commessione dì
dichiararsi-, la qual cosa Piero de' Medici con moile dilazioni
e arli andava schifando , ora mostrando come essendo egli
confederato col re Alfonso, non polca ciò fare senza incor-
rere in manifesto biasimo della fede pul)b!ica e della priva-
ta; ora facendo toccar con mano, che qualunque dichiara-
razione egli facesse prima che il re Carlo passasse in Italia,
non polca essere senza suo gran pericolo. Essendosi cono-
sciuto per antica isperienza doversi più dubitare d un nimico
vicino, benché debole, che non confidarsi in un amico lon-
tano ancorché polente ; senza che fioriva allora molto di sol-
dati e di capitani il regno napoletano; né si stimava che 1" i-
nimicizia d' Alfonso col pontefice avesse a durar lungo tem-
po. La quale ogni volta che fusse tolta via , poco restava a
quel regno di lemere doli' armi forestiere ; il quale mentre
LIBRO VENTISEESIMO. 341
!a chiesa avea saputo conservarsi amica , si era sempre con-
dono a porlo d'ogni tempesta che gli si era scoperta. E ap-
punto nel gonfalonerato di Tommaso Minerbetli gitmsero
avvisi come Virginio Orsino , il quale da nimico era diven-
tato confidente e amico del pontefice , era di quei di segre-
tamente venuto in Roma e abboccatosi col papa , solo per
assettar le dilTercnze che avea col re, e che entratovi poscia
pubblicamente con trecento cavalli verso il fine di marzo ,
e smontato in palazzo avesse tolto via ogni ruggine che
fusse tra loro. Per la qual cosa si crede , che per opera
del medesimo Virginio si fusse ancor Piero de'Medici, oltre
!a naturale inclinazione , risoluto affatto di correre la for-
tuna di Alfonso; il quale non mancando in tanto suo biso-
gno d' ogni cortese e umana dimostrazione per conservarsi
gii amici suoi , avea subito dopo la morte del padre man-
dato a Firenze Piero Pagano per proferire le forze, l'avere,
e la persona propria in beneficio e comodo de' Fiorentini.
Ma nel mezzo di tanti e si grandi movimenti , non mancò
in Firenze per leggier cagione , se lieve cagione sono negli
animi giovenili gli affetti amorosi , di succeder grave e ina-
spettala rovina; la quabs qual ella fu , mescolatasi con l'al-
Ire , affrettò e accrebbe i danni comuni d'Italia. Fierfran-
cesco de'Medici, di cui altra voila mi ricorda in questa
istoria aver fatto menzione , lasciò, morendo , due figliuoli
molto ricchi, Lorenzo e Giovanni; de' quali Giovanni fra
lutti i Fiorentini il più bel giovane di quei tempi fu ripu-
tato. Costui essendo una sera mascherato in una veglia, e
non potendo da Piero de' Medici come competitore nell' a-
raor d'una geni il donna, che egli amava, esser sofferto, fu
da lui , 0 non conoscendolo , o infinito di non averlo cono-
sciuto , vilhinamente schernito , avendogli con uno schizza-
tolo d' inchiostro imbranato una tonaca , che egli portava
indosso di tela d'argento. Il giovane, o perchè non volesse
esser conosciuto , o perchè il pigliarla allora con Piero non
gli paresse partito, sostenne quell'oltraggio il meglio che
potè senza farne altro risentimento. Ma abbattutosi pur ma-
scherato in un'altra festa di nolte, ove ancor Piero si ritro-
vava a far 1' amore con la medesima gentildonna , Piero re-
candosi ad onta , come gli uomini grandi fanno , che a tri
3VJ ÒELL' ISTORIE FIORENTINE
fusso colanlo ardilo ari amare la rlnnna sua, s'avventò lutlo
cruccioso addosso a Giovanni , e postagli la mano al mento,
gli tolse la maschera dal viso. Allora Giovanni, trovandosi
seco Lorenzo suo fratello , e per avventura alcun altro dei
suoi amici , posto mano ad un pugnale che aveva a lato, gli
trasse con quello d' un gran colpo nel petto , e subitamente
tu tutta la casa di rumore e di scompiglio ripiena, non
avendo però, per una corazza che Piero aveva indosso male
alcuno ricevuto. La mattina seguente notificala questa cosa
da Piero a' magistrati , e desiderando egli che si proce-
desse contra i fratelli de' Medici «everamcn'.e , fu chi gli
disse, che egli non avvezzasse altrui a incrudelire contra
del sangue proprio, da che, terap«"ralo alquanto il swo sde-
gno , consenti che fusser nelle lor ville per alquanto tempo
confinati; ma eglino avendo poi rollo il confino, e per
mezzo di Lodovico fatti conoscere al re Carlo, non man-
carono di mostrare al re T inclinazione di molti cittadini
principali esser molto diversa da quella di Piero ; e che
perciò leggiermente conseguirebbe egli da quella città tutto
quel che volesse , ogni volta che per mezzo della sua au-
torità, tolto il governo di mano d' un giovane temerario , la
Repubblica fusse restituita nella primiera sua libertà. Intanto
erano di Firenze stati mandati nuovi ambasciadori al re
Carlo, Guid' Antonio Vespucci e Piero Capponi per fare
ogni opera, che, senza scoprirsi nimici del re Alfonso, amici
di quella corona restassero : da cui appunto il contrario sì
ricercava , come per gli ambasciadori suoi , i quali si rap-
presentarono ne' primi giorni di maggio alla nuova signoria
entrata col gonfaloniere Niccolò M;irlelli si fé manifesto.
Costoro furono monsignor d' Ubigni , il generale di Francia,
il presidente di Provenza e Perone di Baccio , qucl'o che
l'altra volta v'era stato mandato, de" quali parlando il pre-
sidente in nome di tolti , dopo aver delle le solite cerimo-
nie, richiese la Repubblica nell'impresa del suo re di con-
siglio , di favore e d'aiuto, e particolarmente di passo e
di vettovaglia per l'esercito co' suoi danari. Fu risposto, in
quanto alle cerimonie, da alcuno de' signori subilo e larghis-
simamente. In quan'o alle domande richieser tempo per
poter, secondo 1' uso della citlà, conferir cosa di tanta im-
LIBRO TENTISEESIMO. 343
portanza co' primi lor cittadini , perchè fu fallo ragunare in
palazzo il consiglio de' settanta , e, oltre a ciò, di lutti ve-
duti e seduli gonfaloniere di giustizia da trentaquattro anni
in su , che fu copiosissimo numero ; i quali di pari consen-
timento concorser tutti a dover perseverare nell'amicizia
degli Aragonesi lor confederali; talché non fu fatta risposta
a' Francesi , la quale fu data in scritto, che fusse d'alcun
momento. Non miglior risposta riportarono da Sanesi, scu-
sandosi che per esser il loro stalo posto nel mezzo d'Ita-
lia, e circondalo lulto di maggiori potenze, non vedevano
come potessero far alcuna risoluta risposta senza metter le
cose loro in manifesto pericolo. Mentre gii arabasciadori
francesi andavano in questo modo tentando gli animi dei
potentati d' Italia, il re Alfonso il dì dell'Ascensione aveva
ricevuto in Napoli l'investitura, e presa la corona del regno
di mano del Icgiito Apostolico molto pomposamente ; e egli
all'incontro in cambio di tanto benefìcio, avea , secondo i
patti falli per mezzo di Virginio , nominalo don GiufTre suo
genero principe di Squillaci, conte di Cariali, e protono-
tario , uno de' selle ufficj del regno con dieci mila scudi
d'entrata per ciascun anno. Al duca di Candia secondoge-
nito del pontefice aveva dato il principato di Tricarico , i
contadi di Chiaramonte, di Lavria e di Carinola con dodici
mila. Avea crealo gran conestabile il primo degli allri sette
ulTicj, Virginio Orsino- E era stalo in guisa favorevole ad
Alessandro circa le cose d'Ostia, che la città e il castello
con certe condizioni era pervenuto in potere del pontefice ;
per tema del quale si era poco innanzi da quel luogo fug-
gito in sur un brigantino accompagnato da un solo scudiere,
ma con molti argenti e somma di danari il cardinale S. Piero
in Vincola , perchè, andatosene in Frar^cia, fusse ancor egli
sprone e slimolo ardentissimo a far cabire quella nazione
in Italia. Gli ambasciadori dunque francesi , i quali passali
al pontefice richiedevano due cose da lui, rinvestitura per
lo re loro del reame di Napoli, e passo; il quale non
avendo , dichiaravano , che sei torrebbono in ogni modo da
loro. Non trassero dal papa miglior risoluzione di quella
che da' Fiorentini , o da' Sanesi tratta s' avessero ; percioc-
ché egli si lasciava primieramente di non poter investire il
344 dell'istorie fiorentine
re di Francia di quel regno , di cui già il re Alfonso si
trovava aver investilo ; al padre e avolo del quale trovando
filile Ire inveslilure da diversi pontefici, egli non aveva a
lui potuto vietare la quarta; nondimeno che egli si profe-
riva, essendo sovrano signore di quel regno la sede apo-
stolica , di araminislrarli ragione , e senza mirare in viso a
persona alcuna assicurarlo , che determinerebbe quello che
fusse di giustizia. In quanto all'altra proposta, egli mo-
strava come trovandosi il re Alfonso confederalo co' Fio-
rentini, l'autorità de' quali era seguitata da tutto il rima-
nente della Toscana , a lui conveniva per gli interessi dello
stato ecclesiastico non tener cammino diverso da quello dei
suoi vicini. Ma che confortava ben il re a volger 1' arme
prese a' danni de' cristiani con più giusto e pio titolo con-
Ira del Turco; il quale se nel mezzo della pace d' Italia avea
fatto progressi così felici centra il gregge di Cristo , or che
farebbe in tanta occasione, che ella e dall' arme di fuori e
dalle domestiche combattuta n'andrebbe sossopra? Parendo
dunque, mentre costoro cercavano di non dichiararsi, d'esser
dichiarali a bastanza, e veggendosi finalmente che le cose
anderebbono in questo modo ; che lo stalo di Milano e Ge-
nova seguirebbono le insegne di Francia ; i Fiorentini e
la sede apostolica quella degli Aragorjesi , e che i Vene-
ziani si starebbono a vedere , s' incominciò , lasciando ad-
dietro il fingere, a far daddovero. Per questo furono dal re
di Francia licenziati dalla sua corte gli ambasciadori Fio-
rentini, e vietalo il commercio di lutto il reame a' ministri
de'SIedici, ma non già a' mercatanti della nazione, per la-
sciare questa strada aperta a coloro , che non amavano il
governo de'Medici, di tumultuare in Firenze , veggcndo per
giudizio del re separala la causa privala dalla pubblica. Il
re di Napoli richiamò di Milano il suo arabasciadore, e Lo-
dovico il suo di Napoli, ancorché egli continuando nel solito
fingimento , e come la cagione di tanti mali da altri che da
lui procedesse, avesse detto all'ambasciadorc fiorentino,
che si doleva che le cose s'avviassero a mal cammino. E
slimando il re Alfonso , di cui fu sua antica sentenza , elio
il prevenire e il divertire fusse neil' opere militari di grait
giovamento, deliberò, secondo l'ordine preso infino in tempo
LIBRO VBMTISEESIltlO. 345
del padre, di mandar don Federigo con l'armata di mare
per alterare lo stato di Genova , siccome a tempo di Sisto
aveva fallo. E Ferdinando suo figliuolo , il quale di principe
di Capoa avea preso titolo di duca di Calavria, per terra
in Lombardia, sì per levarsi la guerra da dosso, se tro-
vasse mossi i Francesi , e sì perchè sollevando i popoli in
favore di Giovanni Galeazzo di cui eran devoli, conlra Lo-
dovico li rivolgesse. Nò prima che a' 26 di giugno potè esser
spedito don Federigo con l'armala; nel qual dì il re istesso
si parli ancor egli di Napoli per metter insieme le sue genti
d'arme in Abruzzi. I Fiorenlini veggendo la guerra accesa,
attesero a provvedere e fornir bene i lor luoghi marinimi ,
e per tentare a che riuscivano i Veneziani, sotto titolo di
domandare consiglio come in questa guerra s' avessero a
governare, gli elessero due ambasciadori Paolanlonio Se-
derini e Giovan Balista Ridolii. E a Milano in compa-
gnia di Piero Alamanni , il quale era succeduto al Guic-
ciardini , aggiunsero Agnolo Niccolini. Ma stimando il re,
prima che ad altro si procedesse , esser cosa necessa-
ria di ritrovarsi col ponletlce , il che era parimente da
lui desiderato , per deliberar quello che in cose di tanta im-
portanza s'aveva ad eseguire ; s'abboccarono a'iredici di del
gonfalonerato di Giovanni Pagolo Lotti sotto nome di dieta
a Vicovaro, terra di Virginio Orsino venli miglia di Roma
lontana; dove, approvate in gran parte le deliberazioni fatte,
primicramenle dal re , fu conchiuso che il duca di Calavria
seguisse il cammino verso Romagna; Virginio per contra-
stare a' Colonnesi, il proceder de' quali era molto sospel'o
in quel di Roma , e il re Alfonso nelle frontiere a guardia
del suo regno , e delio stato ecclesiastico si rimanesse. Don
Federigo, il quale era già a porto Pisano comparilo , e di
vettovaglia e d' ogni altra cosa necessaria da" Fiorenlini
provveduto , ad assalire la città di Genova n'andasse , e in
questo modo alla guerra si desse animosamente principio ;
essendo il re e il pontefice di buone speranze ripieni, per
aver il re di Spagna mandato uno ambasciadore a protestarsi
al re di Francia, che, movendo egli la gu^ra al pontefice ,
0 direttamente o indirettamente ciò si facesse , non polca
come principe cristiano, e il quale aveva titolo di cattolica,
345 dell' IStORTE FIORENTINE
non prender l'arme in favore di S. Chiesa. Fu l'armala
d'Alfonso di irenlacinque galee, di dicioUo navi, e di do-
dici legni piccoli ; portava cinquemila fanti da combattere ,
gran numero d' artiglierie , e, quello in che si facea gran
fondamento, molti fuorusciti di Genova , tra' quali il cardi-
nale Fregoso, stato già doge di quella Repubblica, e Obietto
del Fiesco erano i principali. L'esercito per terra era di
millequattrocento uomini d'arme, intorno a duemila tra ba-
lestrieri e cavalleggeri , senza quelli che ebbe poscia da'Fio-
renlini, Capitani principali appo il giovane Ferdinando il
conte di Pitigliano , e Giovanni Jacopo Trivulzio, a cui Fer-
dinando il vecchio avea per lo valor suo nel mestiere del-
l'arme donato già il contado di Belcastro, Con queste forze
per mare e per terra si oppose il re Alfonso a' disegni di
Lodovico Sforza. le quali sarebbono senz'alcun dubbio state
di profitto grandissimo, se la incredibile diligenza e solle-
citudine di Lodovico al tutto non avesse riparalo; il quale
avendo avuto notizia per mezzo del cardinale S. Piero in
Vincola de' disegni del re nelle cose di Genova , aveva in
guisa munito quella città , sì con mandarvi delle sue genti
sotto il Fracassa e Antonmaria Sanseverino fratelli , e si
con avervi spinto con duemila svizzeri il Bagli di Digiuno
soldato del re di Francia , che Don Federigo, perduta la spe-
ranza di far cos' alcuna di momento in Genova, deliberò col
consiglio d' Obietto del Fiesco di tentar Porlovenere, terra
de' Genovesi posta nella riviera di levante; ma trovò in
quelli di dentro resistenza maggiore, che Obietto non s'a-
veva immaginato , si per esservi piìCo prima venuto di Der-
tona con quallrorenlo fanti Giovanni Jacopo B;iIbo, e si
perchè Giovanni Luigi fr.Tlello d' Obietto , ma guadagnato
con promesse e premj grandi da Lodovico Sforza, venuto
alla Spezie, aveva confortalo gli abitatori a portarsi fedel-
mente; onde Don Federigo a capo d'averli dalle quindici
ore infino a sera combattuti , se ne tornò a Livorno per
rinfrescar 1' armata senza aver fatto cos' alcuna di momento.
11 duca di Calavria seguitando il suo cammino verso Roma-
gna fu nel Borgo a S. Sepolcro incontralo da Piero de'Me-
dici , a cui, mentre di ordine del padre le forze di quello
esercito , e se medesimo per valersene in qualunque suo
LIBRO VE.MlSEESiaC. 347
affare largameole profferisce, si guadagnò in guisa l'animo
di Piero , che egli in luogo delle parole oltenne da lui e(-
felli di molta importanza , avendo mandato a congiugnersi
seco Annibale Bentivoglio condolliere de' Fiorentini con la
sua compagnia, e insiememcnle la compagnia, la quale sotto
il nome d'Aslorre Manfredi signor di Faenza allora fanciullo
si reggeva, e fatto opera che Caterina Sforza madre d'Ot-
taviano Riario signor di Furli , e ancor egli fanciullo , e
Giovanni Bentivoglio signore di Bologna sotto titolo di con-
dotte e di confederazione, la comune fortuna del re, del
papa e de' Fiorentini , da' quali a comune erano condotti,
seguissero. Fu poi, venendo il duca più oltre, mandato
ne' primi giorni d'agosto a visitare in nome della signoria
da Piero Soderini. Nel qiial tempo vennero in Firenze due
ambasciadori. l'uno del re di Francia, e l'altro di Lodovi-
co, ricercando la Repubblica, e non senza querele e pro-
testazioni, che, poi ch'ella avea cos'i notabilmente favorito
le cose d'Alfonso infino in avere due volte ne' suoi porli
ricevuto 1' armata napoletana , e d' ogni cosa necessaria prov-
vedutola , dicesse almeno se il medesimo era per fare al-
l'armata francese; di che né più né meno si cavò alcun
frutto di quel che per 1" addietro s' avea fatto. E contuttociò
è cosa certissima l'avere in questo tempo 1' ambasciador di
Lodovico persuaso Piero de'Medici a non discostarsi dal-
l'amicizia degli Aragonesi; perciocché essendosi e;?li accorto
che la potenza de' Francesi sarebbe stata nociva allo stalo
di Milano , arebbe desideralo che non del tutto fussero eglino
restati vittoriosi-, ma che, domato Alfonso e costretti per
molte difficoltà a ritornarsi i Francesi nel regno loro , ma
con qualche leggiero acquisto , egli glorioso di regger le
cose non che d'Italia, ma quelle di Francia a suo senno,
e che a un cenno di lui i grandissimi principi andassero su
e giù come più gli piacesse , e intanto f.Ulosi nel mezzo di
tante turbazioni duca di Milano, fusse con cieco desiderio
di gloria chiamalo l'arbitro d'Italia, l'oracolo d'Europa, e
la norma e regola di tutti i principi cristiani. E veramente
a fatica si polrebbon con parole esprimere l'arti e astuzie
di costui; perchè, come che Piero, nascosto l' ambasciador
francese presso al suo letto, ove egli si era infinto amma^
348 dell'istorie fiorentine
Jaio , gli facesse intender i conforti di Lodovico , e quelli
al re di Francia fusser fatti sapere, egli nondimeno con le
solite sue ingannevoli lusinghe ad ogni cosa ottimamente ri-
parò ; né l'avere ciò palesato fu a Piero d'altro giovamento,
che a commuovergli maggiormente centra lo sdegno di Lo-
dovico. Di cui , non ostante colante sue simulazioni, non
erano però stati minori i provvedimenti per terra di quelli
the per mare aveva fatti ; perciocché al grido delia venuta
del duca di Calavria in Lombardia , senza perder momento
di tempo avea mandato con cinquecento uomini d'arme il
conte di Caiazzo in Parmigiana, il quale, passato per lo
ponte di Lenfca in Reaigiano, si era in Cantalupo congiunto
con monsignore d'Obignì capo di ottocento lance francesi
parimente da lui sollecitato a farsi innanzi; il che fu cagione
che Ferdinando si fermasse a Cesena, ove, fortificalosi, già
si vedea , che non più in Lombardia, ma in Romagna s" a-
veva a far la guerra. Intanto le cose di Francia s' nndavan
tuttavia maggiormente riscaldando , ancorché i Veneziani
nella risposta che fecero a' Fiorentini , dicendo che mal si
polca consigliare in quelle cose che a molti accidenti son
sottoposte, mostrassero credere che il re per quest'anno
non calerebbe in Italia ; perchè già era nolo che egli venuto
di Lione a Vienna, città del dellìnato, a' 22 giorni d'agosto
j'si era di quella città parlilo con animo ardenlissimo alia
guerra napoletana. E l'armala, che in Genova si preparava,
prr esser sopraggiunte galee e altri legni di Provenza, e
arrivatovi per terra Luigi duca d'Orlicns della casa reale ,
si trovava in modo apparecchiala, che era fama che ande-
rebbe di giono in giorno a investire 1' Aragonese. Per que-
sto parve a Don Federigo , o perchè il niovimctito d' un
armala tale, qual egli conduceva, non fussc del tulio inutile,
o confortalo dalle persuasioni d' Obietto, che promettoa, che,
posto in terra con tremila fanti, farebbe scnz' alcun dubbio
effetto di qualche importanza , di tornar di nuovo in delta
riviera, avendo rinfrescata l'armata, soldato nuovi fanti, e
di tulle le cose necessarie oltimainenle provvedutala. Par-
tito dunque di Livorno, giunse a Rapallo il quarto giorno
che in Firenze avea preso il gonfalonerato Francesco Ghe-
rardi. Il qual castello da ObicUo, che, messo in terra, l'avca
LIBRO ventt';eesimo. 34J>
con fremila fanti assalito, agevolmente in quel giorno me-
desimo fu preso , e correndo con le genti viiloriose iiifino
a Rccco, ogni cosa avea pieno di paura e di confusione.
Sentila questa cosa in Genova se ne fece gran conio , non
tanto per la perdita di Rapalle, quanto perchè acquistando
i niniici di giorno in giorno riputazione, alcun sollevamento
in una città partigiana, come era Genova, non si facesse.
Perchè montato il duca d'Orliens con mille Svizzeri in su
l'armata, la quale era di diciotlo galee, sei galeoni e nove
navi da carico; e i fratelli Sanseverini con Giovanni Adorno
e con le genti italiane avviatisi per terra , giunti che furono
a Rapalle, e sbarcalo il duca d'Orliens, presoniarono con
ferocia grande la battaglia a gli Aragonesi, a' quali il prin-
cipio di es'^a fu, per lo silo forte in che si trovavano, molto
favorevole; talché gli Svizzeri, i quali per esser in luogo
stretto non poleano spiegare la loro ordinanza , incomincia-
rono a ritrarsi; ma avendo quelli dell'armata, che si erano
accostali al lito il più che poleano, cominciato con l'arti-
glierie a battere gli Aragonesi per fianco, e levatosi un grido
che Giovanni Luigi del Fiesco con sccenlo de' suoi parti-
giani s' avvicinava , e di quelli d' Obietto non ne comparendo
veruno, fu il primo Obietto, dubitando di non rimaner pri-
gione, a mettersi in fuga; il quale esempio seguitato dagli
altri, in poco d'ora voltarono tutti le spalle, né rimase
persona che facesse resistenza; essendovi morti più di cento
uomini . e restativi prigioni Giulio Orsino ferito in un piede,
e P>egosino figliuolo del cardinale, e Orlandino amcndue
Fregosi. La qual cosa da Don Federigo saputa . il quale in
allo mare, per non esser costretto a combatter con l'armata
francese, s'era allargalo, si ritirò senz'aspeitar altro a Li-
vorno; e di quivi non avendo più speranza che gli potesse
succedere alcuna cosa prospera, a Napoli si condusse- Sen-
tila questa novella dal re di Francia quel dì medesimo ,
ch'egli arrivò ad Asti, che fu a' 9 di selltmbre, è cosa
maravigliosa a dire quanto piacer gli recasse, onde, e si
dolca che fusse in lui, o per strettezza di trovar danari, o
per altre d (Ticoltà propostegli dalle fraude e inganni di Lo-
dovico. caduto giammai pensiero d'abbandonar l'impresa,
e di ritornarsene in Francia. A questo male se ne aggiunse
3ò0 DEM.' ISTORIE FIORENTINB
anco un'altro, che i Colonnesi, de' quali come di sopra si
disse , si viveva in qualche sospello , non dubitando più di
dichiararsi nimici del re, ovvero del pontefice , fuor dell'o-
pinone d; ciascuno occuparono per trattato la ròcca d'Ostia;
la qual cosa, senza gii altri diinni, scemò l'esercito del duca
di Calavria in Romagna; e il p^pi, per provveder alle Cdse
sue, mandò subitamente a richiamare le sue genti , riem-
pie do intanto di querele dell'oltraggio fattogli da' Colon-
nesi, non che T Italia, ma quasi tutte le provincie de' cri-
stiani. In tanti mali non erano jierò al duca di CaUnria suc-
cedute le cose più prosperamente che a gli allri ; percioc-
ché, come nel principio ancor egli fusse apparilo superiore
al nimico , nondimeno essendo li Sforzeschi e Francesi con-
tinuamente andati ingrossando di genti, gli affari della guerra
si ridussero in picciole scaramucce, attendendo ciascuno a
fori fic.irsi in alloggiamenti tali , che non venissero alla bat-
taglia sforzati, essendo, per le forze [larcggiale, nell'uno
esercito e noli' altro, ancor la tema più che l'ardire fatto
comune. Apparve fra tante avversità alcuno spiraglio di sa-
lute con essersi il re di Francia infermato in Asti di vainolo,
male, il quale benché per lo più ne' giovani non sia perico-
los), era nondimeno tale, che, differendosi punto il passar
suo, e a'.lendendo l'incomodità della stagione, l'impacienza
de' Francesi, il mancamento de' danari e molle altre oppo-
s zioni che apparivan di giorno in giorno, si poteva con
qu 'Ich» rajìione sperare che le cose avessero a pigliare al-
tro cammino. Contultoeiò venne in questo lempo , mentre
il re giacca infermo in Asti, un nuovo ambasciadore man-
dalo da lui alla Repubblica ficendo inslanza ch'ella si di-
chiarasse. La qual dichiarazione scusandosi i signori e il
gonfaloniere che non si polca far così tosto , come l'amba-
sciadore richicdea, ritrovandosi la maggior parie de' citta-
dini principali, secondo l'uso de" Fiorentini in questi due
mesi dell'anno, nelle lor ville, non si ebbe altrimenti. Onde
partilo r ambasciadore con quel che prima vi dimorava molto
crucciali, lutto che i signori promettessero loro che rispon-
derebbero al re per un loro ambasciadore , veniva scritto
d'Asti, che l'animo di Carlo era fieramente .ndiralo verso
la lìepubblica , e che egli si vendicherebbe altamente di
LIBRO VENTISEESIMO 331
(anlo poco rispetto che da'Fiorentiiii gli era portalo. E per-
chè dopo esser il re poco meno d'un mese stalo infermo ,
Jiitilalo dc'denari di Lodo\ico e da' suoi conforti grande-
mente riscaldalo, era entrato in cammino, e venutone alla
volta di Pavia ; parve a Piero de' Medici e a coloro del go-
\erno che si pensasse a' rimedj , poiché si vedeva chiara-
mente, che il re perseverava a venir oltre. Per la qual cosa
fu mandato Niccolò Ridolfi a Pisa e in Lunigiana jier prov-
vedere a que" luoghi , si che daiino alcuno da quella parte
non si ricevesse. Fu commesso ad Andrea Cambini ch'egli
n'andasse a Ferrara a richiedere quel p'incipe, che, attesa
la confederazione ciie avea con la Repubblica, non patisse
che per via del suo paese ella fiisse danneggiala Spedirono
i-i:ni!menle Piero Corsini a Lucca per manlenere in fede
quelli signori, e sopraltulto crearono generali commcssarj
così per Pisa , come per qualunque altro luogo fuor della
cil;à di Firenze Pier Guicciardini e Picrfilippo Pandolfini
con ampi'isima autorità. Dall'altro canlo non lasciando via
intentala per mitigar 1' animo del re, purché stesse in pie
l'amicizia degli Aragonesi , gli mandarono ambasciadore il
vesco\o d'Are/zo, the parTi a"22 d'ottobre, essendo il re di
due giorni prima arrivalo a Piacenza; ove vennero gli avvisi
della morte del duca Giovanni Galeazzo, il quale il re già
avea visitalo gravemente infermo a Pavia, con segni manife-
sti e credenza certa di lulla Italia , rhe fosse stalo avvele-
nato per opera del zio. Scrive Piero Bembo, che il re aveva
delberalo infin prima che partisse di Francia di passare al
regno di Napoli per la via di Romagna , volendo pcrav ven-
tura seguire il cammino che dugenlolrenl' anni addietro avea
tenuto Carlo conte di Provenza , c!:e primo de' Francesi di-
venne re dell'una e dell'altra Sicilia; ma che per i conforli
che gli fecero caldissimi Lorenzo e Giovanni de' Medici; i
quali, rollo il confino delle lor ville, erano venuti a trovarlo
nell' uscir che egli fece di Piacenza, e mostratogli come al-
l'universale della citlà di Fi-enze dispiaceva il ' governo di
Piero de'. Medici, e che per questo la Repubblica seguirebbe
la divozione del re loslo che egli s' avvicinasse a'condni del
suo stalo , propose di far la via di Toscana ; il che mi si la
più credibile che la ragione che n' assegna il Guicciardini ,
359 dell'istorie fiorentine
il parergli indegnità che egli mostrasse di fuggir la via di
Toscana e dello stato ecclesiastico, come si diffidasse di non
poter sforzare il papa e i Fiorentini , per li siali de' quali
aveva a passare ; perciocché il medesimo , e forse con più
ragione, si gli sarebbe potuto dire della via di Romaj^na ;
ove il duca di Calavria si ritrovava con Tesercito armato, e,
se vantaggio vi era, piìi tosto superiore al suo che inferiore.
Ma in Toscana deliberò bene entrar più tosto per la mon-
tagna di Parma, che per la via diritta di Bologna; il che
fece a' conforti di Lodovico Sforza ; il quale per essere slata
la città di Pisa già nel dominio de' Visconti signori di Mi-
lano, ardonlemenle d'insignorirsi di quella desiderava. Già
erano in Firenze venuti avvisi come l' antiguardia francese ,
della quale era capitano Gilberto conte di Montpensieri ,
cugino carnale di Piero duca di Borbone , a cui per aver
una sorella del re per moglie, e per esser del sangue reale,
aveva il re Carlo lascialo la cura del suo reame, era arrivata
a Ponlreraoli ; e quindi congiuntosi poi col re e con gli Sviz-
zeri, i quali erano stali a Genova, e con molle arliglierie
sbarcate alla Spezie , esser venuto a Fivizzano, castello
de' Fiorentini posto in Lunigiana , e quello con prestezza
incredibile preso per forza , saccheggiato , e ammazzatovi
crudelmente lutto il presidio. In Firenze per queste novelle
era grande la paura e il terrore; come che la speranza del
contrasto da farsi all'impeto francese fosse stala fondala in
Serezzana. E sì come avviene in così falle lurbazioni, che
la colpa di tulli i mali che succedono , a coloro che hanno
il governo in mano s' atlribuisce , s' incominciava da molti
con poco rispello a mormorar conira Piero ; il quale , osti-
nalo a seguitare l'amicizia degli Aragonesi, e espostosi a
ricevere le prime offese , che conira loro s' addirizzavano ,
si fosse lascialo venire addosso un torrente di tal qualità ,
senza aver fatto riparo sufficiente a ritenere colanf impelo.
La qual mala soddisfazione conosciuta da lui , che dalle forze
del papa e del re credeva dover esser aiutato , che per la
sollevazione de'Colonnesi si trovavano tutte occupate d'in-
torno lo slato di Roma, deliberò con l'esempio del padr*
suo Lorenzo, il quale nella guerra di Sisto andò a riporsi
Delle braccia di Ferdinando, d'andar a trovare il re Carlo
LIBRO VENTISEESIMO. 333
in campo , e per ogni via che gli fusse possibile cercar di
mitigare il suo sdegno ; il quale acquetato non temeva che
le cose di Firenze avessero a fare alterazione. Partito dun-
que di Firenze in quello che Francesco Scarsi entrava gon-
faloniere, appena era uscito della citlà , che senti trecento
tanti che egli aveva ordinalo che entrassero in Serezzana ,
essere stali rotti da' Francesi, i quali erano corsi di qua
della Magra, e poco più lontano , che il re già facea battere
Serezzanello, perchè non volle capitarli innanzi senza salvo-
condotto. Ma ricevuto dal re in Serezzana con più grate
accoglienze che egli non si era immaginato , trascorse anco
a dargli molto più di qiielo che i Francesi, né il re istesso
si era dato a credere; perchè non con altro pegno che d'una
poliza scritta di mano del re , con che si obbligava di re-
stituire alla Repubblica le Cuse che gli si concedevano ,
acquistalo che avesse la citlà di Napoli, gli consegnò le
fortezze di Pielrasanla, di Serezzana e di Serezzanello, e
non molto dipoi quelle di Livorno e di Pisa. Le quali
cose intese che furono dal duca di Calavria , disperando di
poter esser più utile col suo esercito in Romagna , il co-
strinsero a ritornar verso Roma , perchè unitosi col padre ,
quella resistenza che non aveva potuto fare in casa d' altri,
facesse nella propria- Divulgale che furono queste cose in
Firenze mara\igliosamente gli animi de' cittadini ad ira com-
mossero ; sdegnali in un medesimo tempo, non mono pe-r
la qualità delle fortezze e terre alienale, che del modo te-
nuto in alienarle; che Piero a guisa d'assoluto principe ,
senza consiglio d' amici, e senza deliberazione pubblica avesse
così nobili e principali membri diviso dal dominio fiorentino.
Per tanto udilo che egli ebbe questi rumori, ne venne a gli
8 di novembre in gran fretta alla citlà; e trovalo gli amici
parte sbigottiti, e parte per le cose succedute alienali da
lui, e che il palagio, si come nelle turbazioni si cosiuma, si
teneva serralo , dopo avere diversi pensieri fra se andato
rivolgendo; deliberò finalmente d'andar il giorno seguente
in palagio ; si per deliberare delle opportunità necessari<' ,
come per vedere in che stalo il palazzo , e di che mentre
i magistrati si ritrovavano; e se alcuna mutazione vera, per
fermare con la sua aulorilà i dubbj , per dar animo a sii
A:ni Wi V. tì3
331 dell'istorie fiorentine
amici, e per torlo a chi di lenlar cose nuove avesse preso
ardimcnlo. Era Ira il numero de' signori Luca Corsini dollor
di leggi, pronipote di quel P'iiippo, che fu cinque volte gon-
faloniere, e il qiiale per esser sliito cognato di Piero degli
Albizi fu molto adoperalo in tempo di quel governo. Costui,
o che rigiiard;isse l'affetto dell antiche fazioni, il quale in
questa città non cofi faciimenle si mette in oblìo , o che
pur vi fusse tiralo dalTamore della libertà, e dall'odio de'suc-
cessi seguili , in udir ehe Piero veniva in palazzo, sce-o giìi
con gran frella alla porla, e posta la mnno in sul chiavistel-
lo, non permi^e chela porta saprisse Intanto Jacopo de'Netli
gonfaloniere di compagnia e cornalo di Luca era uscito fuor
della porla, e fallosi incontro a Piero , gli aveva dello uma-
namente che avesse pacienza, perciocché non era volontà
de' signori che egli entrasse in palagio. Pi^ro sopraggiunto
dall'ora soprastante alla sua rovina, non usando ne pre-
ghiere, né minacele se ne tornò indietro; ma essendosi
sparsa fama tra il volgo, che egli facea venir dentro la citta
Pagolo Orsino con la sua compagnia d'uomini d'arme, il
popolo si levò a rumore, ragunandosi tumultuosamente ar-
mato nella piazza de' signori, per esser presto a quello che
essi ordinassero. La qual cosa porse tinto spavento a Piero,
che montato a cavallo senza aver inleso d' esser dichiaralo
ribello , il (ìuicciardini dice in compagnia del cardinale Gio-
vanni e di Giuliano suoi fratelli , si fuggi con fretta gran-
dissima di Firenze, e, senza arrestarsi, a Bologna n'andò,
o perchè il timore 1' avesse privo affatto d' ogn' altro consi-
glio, 0 pure ch'ei non confidasse nel re di Francia; e il
passare al papa , o a gli Aragonesi il riputasse per parlilo
disperato e inutile. Fu dalla Repubblica nel medesimo giorno
dichiarato insieme co'fralelli ribello, e posto duemila scudi
di taglia per ciascuno di loro a chi morti, e cinquemila a
chi vivi gli consegnasse; e quel dì, che fu il dì di S. Sal-
vadore, messo tra i giorni festivi della Repubblica. Due giorni
dopo furono per pubblico decreto restituiti alla patria Lo-
renzo e Giovanni de'Medici, i quali per rendersi benivolo
il popolo, non solo mutarono insegne, ma in vece de'Me-
dici, nome fallo odioso alla patria, per i morii tenuti da
Piero, Popolani vollero esser chiamali. A' tredici furono si-
LIBRO VENTISEKSIMO. 3oO
niigliantementc tii!li que' cittadini resliliiiti , e a' loro beni
reintegrali , i quali in più volte infin dal tempo di Cosimo
de'Medici erano stati confinati o ammanili; tra' quali furono
i Neroni, i Pazzi e molle altre famiglie. Fu dalo ordine che
di presente lutti i dipinti nel palagio del podeslà del Iren-
laquattro, e quelli nel palagio del capitano dei scllanlotlo si
cancellassero. Il re tra questo mezzo venuto a Pisa , e di
ciò che con Piero in Serezzana avoa trattalo scordatosi, se
delle cose che se gli domandavano fu interamente capace ,
aPisani , che cercavano da lui d' esser fatti liberi per non
poter più tollerare il superbo imperio de' Fiorentini (come
fusse opera reale il donare quel d'altri) la libertà largamente
lor concedette; perchè corsero tutti popolarmente a giltare
con scherni e con furor grande da' luoghi pubblici l'insegne
della Repubblica fiorentina. La quale dopo aver il popolo
saccheggiato il palagio dcMedici , tra la letizia della ricu-
perata libertà, e il timore dell' esercito francese, che senza
rilardar punto s'accostava alla città iion la persona istessa
del re, ve'l ricevette finalmente con dubbiosa espettazione
di quel che del tirarsi così polente esercito in casa avesse
a seguire. Ne penò molto a farsi con 1' esperienza nolo a
ciascuno , quanto sia cosa difficile lo sperar moderazione da
chi molto può; perciocché incominciatosi subitamente a parlar
d'accordo; come le cose trattate con Piero nffn servissero ad
altro che a quello che tornava in beneficio de' Francesi, ora
si addomandavano grosse e intollerabili somme di danari, ora
si proponeva, che Piero ai suo primo stato dovesse esser re-
stituito , ora il re islesso palesemente e sepza molti giri e invi-
luppi di parole l'assoluto dominio e imperio della città addo-
mandava, nò ciò con altra ragione, se non che per esser entrato
in Firenze armalo con la lancia alla coscia, preiendca, secondo
gli ordini militari di Francia, d'aversi dirittamente quel do-
minio acquistalo. La Repubblica aveva eletto a trattar cose
di tanta importanza quattro cittadini molto principali , e
risoluta d' aver a conservare in ogni modo la ricuperala li-
bertà, non lasciava Irattanto di rasseltare il me' che poteva
le cose del governo; finché, liberata da travagli del re, po-
tesse con più agio attendere a trovar forma e stabilimento
migliore. Ala le disoneste e importune domande del re, il
336 dell' istorie fiorentine
quale se ben ammollito a non parlar di dominio assoluto
della citlà, voleva, con lasciar alcuni suoi dottori in Firenze,
acquistarsi per altra via ragione nella Repubblica , non la-
sciavano godere a'Fiorentini il frutto giocondissimo della
ripresa libertà. Anzi essendo i ministri del re con gli eletti
della citlà venuti per questo conto , come interviene ove
cose di simil qualità si maneggiano , in qualche disparere
e conlesa, e perciò dall'una parte e dall" altra inacerbiti
alquanto gli animi, se n'aspettava di giorno in giorno alcun
strano e pericoloso accidente, e sarebbe di leggieri avve-
nuto, se Piero Capponi, il quale era allora uno degli elotti,
non avesse con singolare e memorabile ardimenlo a questo
pericolo riparalo ; perciocché sentendo in presenza del re
<la uno de' suoi scgrelarj recitare la forma de' capiloli , fuor
de' quali non voleva il re Carlo sentir cos'alcuna d'accordo,
acceso di silegno dall'arroganza delle domande che si face-
vano , senza guardar punto che alla presenza di tanto re si
ritrovasse , tolse irapctuosara 'nle quello scritto di mano del
segretario, e in su gli occhi del re stracciandolo, disse con
alta voce. Voi darete alle vostre trombe , e noi soneremo
le nostre campane; e senza attender altro, seguitato da'cora-
pagni s' usci della camera. Non è dubbio veruno che la for-
tuna non abbia gran parte nelle azioni umane, le quali da-
gli accidenti molte volte regolandosi , non possono se non
dopo gli avvenimenti essere o di prudenza o di temerità
notate , imperocché dove così notabile ardimento avrebbe
nell'orgoglioso animo de' Francesi potuto generare sdegno
e furore, onde nell'autor di esso ne sarebbe leggiermente
venuto 0 scherno o danno irreparabile, vi generò all'in-
contro sospetto e temenza , non potendo credere che Piero
a tanta audacia fusse trascorso, senza essergli note le forze
della ciità , e parlmenle quelle del re. Di che potè anche
esser cai^ione una fama sparsa tra' Francesi , che al suono
della campana grossa moltitudine infinita d' uomini sarebbe
in poco d'ora del contado alla citlà calata; perla qualcosa
Piero fu richiamato indietro , e , con migliori condizioni
senz' alcun dubbio: fatto l'accordo col re. I principali capi
del quale furon questi : Che la Repubblica presa in prote-
zione 0 lega della corona di Francia lasciasse in potere del
LIBRO YENTISEESIMO. 357
re tulle quelle ciltà e terre che Piero le avea primieramente
conceduto: le quali dovesse egli restituire, non solo in caso
che avesse la ciltà di Napoli acquistato, ma ogni volta , che
con pace o tregua la guerra fusso finita , o che il re si fusse
per qualunque cagione d'Italia partito; restando in tanto di
esse terre il governo e entrale in poter de' Fiorentini, pur-
ché , per le pretendenze che i Genovesi aveano in Pietra-
santa , Serezzana e Serezzancllo , rimanesse in arbitrio del
re di decidere le dette lor differenze. Non potessero i Fio-
rentini senza rintcrvcnimeuto di due ambasciadori che il re
lascierebbe in Firenze trattar cos' alcuna intorno la guerra
che si faceva , non senza sua saputa crear capitano gene-
rale delle lor genti ; ma lasciarsi bene in lor |)otestà il ri-
cuperar con r arme qualunque altra terra del lor dominio
si fusse liberata, ricusando l'obbedire. Togliesscro il bando
con la confiscazione de' beni a' fratelli de' Medici , purché
Piero per cento miglia al dominio, per vietarli la s!au?.3
di Roma, e a' fratelli per cento al'a cilici di Firenze ac-
costar non si potessero. Al re per aiuto dciriniprcfa na-
poletana, in tre volt?, centoventimila scudi si donassero ,
de' quali cinquantamila fra quindici giorni , quarantamila
per tulio marzo , e '1 resto a S. Giovanni si pagassero ; e acca-
dendo , che parte alcuna rimanesse a pagarsi in tempo che il
re 0 avesse vinto il reame o pure in Francia se re tornasse ,
in questo caso non fussero i Fiorentini temiti a pagarla.
Crederà alcuno quesle cose leggendo, che io l'abbia in
gran parie o quasi tutte dall' istoria di Francesco Guicciar-
dini tolte di peso ; la qua! cosa, come che io non isdegnerei
di acceltare quando così fusse, ritf rdandomi Livio aver
poco meno che i libri interi trasportali di Polibio nella sua
istoria ( perciocché alla fine non è se non una la verità delle
cose , né è libero allo scrittore per allontanarsi dagli allri
r andar fingendo nuove invenzioni) nondimeno chiunque
leggerà i libri pubblici della città, i quali infino del li78
innanzi il tempo della sua istoria incominciano , e son oggi
dal magistrato de" nove, per ordine de'presenti principi, di-
ligenlem.ente conservati , conoscerà che piuttosto amondue
siamo ricorsi ad un fonte medesimo, che io abbia tollo dal
rivo; anzi s'accorgerà non esser poca fatica trovando !e
358 dell'istorie fiorentine
cose e l'ordine islcsso , l'andarle in guisa variando che l'i-
stesse cose non paiano ; il che da coloro, i qunli scrivono e
in lali sludj si esercitano mi sarà non solamente credulo ,
ma benignamente compatitomi. Al corso dunque dell'istoria
tornando, dico, che pubblicali solennemente i palli tra il re
e la Repubblica falli nel tempio maggiore della cillà fra la
celebrazione della messa il d'i 26 di novembre, e giur. ti
da amendue le parti 1' osservanza di essi; il re si partì due
giorni dipoi di Firenze , avendo eletto la città due amba-
sciadori Francesco Soderini vescovo di Volterra, che fu poi
cardinale, e Neri Capponi perchè il re seguissero , e delie
cose necessarie, secondo gli accidenti di mano in mano seco
trattassero; e intanto a" modi del governo della cillà pen-
sando , parve a' collegi che balìa prendersi dovesse ; la
quale ordinata in fra di loro, convocarono per averne il
consentimento del popolo a' 2 di dicembre al suono delia
campana grossa il parlamenlo , con ordine che venissero i
gonfaloni delie compagnie co' loro slemlardi senz' arme ,
ma che per vietare scandalo , e per non riempiersi la
piazza di plebei o di nimici ai nudvo governo, stessero
fanti armali in compagnia d' alcuni giovani Fiorentini per
lutti i canti della piazza. Scesa dunque la signoria di pala-
gio , e montata in ringhiera , si lesse a' circostanti la balìa
che chiedeva, e domandossi se erano i due terzi de! po-
polo, e detto di si, furono richiesti se erano conienti che
si desse a' signori e a'collegi balìa, quanto a lutto il po-
polo fiorenlino ; la quale largamente conceduta , i signori
ritornarono in palagio , e gli ordini presi più principali
furono questi ; che tolti via i consigli del sellanta e del
Cento si facesse un consiglio universale , nel qua 'e in-
tervenissero tulli i seduti, veduti, e bonificali da tre mag-
giori per reità linea insino al grado del bisavolo , distinti
in due borse della maggiore e della minore; de' quali im-
borsati secondo il numero saranno, si divida per metà, o
per terzo , e per ogni sei mesi se ne pigli una parte. Pel
qual consiglio si elegga un consiglio minore di ottanta ])cr
tutta la città per sei mesi , e che debba esser fallo infra
lo dì di gennaio prossimo, col qual consiglio la signoria
e i collegi dcbbauo far elezione d'oratori, coranicssarj,
I,IBK6 VF.M'ISEESIJIO. 339
condotte , e insomma coiisigli;irsi di luLle le rose impor-
tanti di guerra e di paoc , riserbando la creazione de" ma-
gistrali ordinar] , cosi dcnlro come di fuori nell'elezione del
consiglio generale; nel quale non minori di Ironia anni,
come in quello dell' oltan(a non minori di quaranta doves-
sero aver luogo. Faccinsi dieci uomini per far grazia per
tutta la città a' debiti vecchi, e sgraviire chi fiisse troppo
aggravato; e peri he non si dia comodità a' citladini di so-
prafTare T un l'altro con la via dell'arbitrio , e i mercatanti,
e gli arligi.ini pussin più liberamente eserciliirsi , fu posta
una gravezza sopra i beni stabili solamente, la quale dal
decimare i betii fu chiamala la decima. Crearonsi allora
venti accoppiatori, fra quali, non ostante il mancamento
dell'eia, di special jirisilegio fu Lorenzo Popolani, e que-
sti avessero por un anno potestà di tener le borse a mano
per creare la signoria. Furono ancora eletti dieci cittadini ,
j quali delle cose della guerra si travagliassero , ma chia-
maronsi con nuovo titolo dieci di libertà e paie. Costoro
furono Francesco degli Albizi, Piero Corsini, Iacopo Pan-
dolfini , Piero Vettori, Lorenzo Lonzi, Lorenzo Morelli,
Pagolantonio Soderini , Piero Guicciardini , Piero Pieri e
Lorenzo Benintendi. Riformate in questo modo le cose di
dentro, s'incominciò per i Dicci ad attendere a quelle di
fuori, perciocché i Pisani, a' quali dal re era stala data la
oitladella vecchia, essendosi fortificati, e avendosi resi be-
r.ivoli coloro che dal re erano slati lasciati alla guardia di
Pisa e della cittadella nuova, che si era per se ritenuta,
non solo di tornare all' ubbidienza della Republ)iica ricusa-
vano , ma con le lor genti attendevano a ridurre alla lor
divozione parie per amore , e parte per forza tutte le ca-
stella del lor contado , ma non avendo quelli del Pontadera
voluto andar a giurar feddtà a Pisani, i Pisani v'andarono
con le lor genti, e, presa la terra, la posero a sacco, lascia-
tivi intorno millecinquecento fanti per presidio ; di che es-
sendo i terrazzani contra di loro sdegnali, altesero l'occa-
sione , che molli di quelli della guardia erano per i loro
bisogni usciti della (erra, perchè preser l'arme e valorosa-
mente cacciatili, chiamarono il commessario de' Fiorentini ,
a cui, come fedeli sudditi, restituirono liberamente la possos-
360 dell'istorie FIORENTINE
sionc del rasloUo. 1 Pi«ani vi mnndnron di nuovo di molle
genti . ma trovala gagliarda resistenza furono ributtali con
morte d'alcuni di loro. E nondimeno non aveano voluto i
Dic< i (he ad altro alto di guerra si procedesse, aspettando
di di in dì ordini del re , per i quali speravono che la re-
stiluzione di Pisa far si dovesse. Avendo dunque il re
commesso la cura di ciò a monsignore della Volta e a Gio-
vanni Palmieri ambasi iadori , che per lui erano stali lasciai
in Firenze, i Fiorentini elessero per esser con esso loro
Francesco Valori e Pii ro Capponi con espettazione grandis-
sima che Pisa fosse loro restituita. E l'ultimo dì di qm l-
1 anno crearono ambasciadori per rallegrarsi con Lodovico
Sforza d'essere slato creato duca di Milano Luca Corsini
e Giovanni Cavalcanti , avendo ancor egli mandalo i dì ad-
dielro il vescovo di Piacenza per ral'egrarsi co' Fiorenlini
delia ricuperata libertà. La tardità della quale speiliz'one
sfusarono per cngione di aver atteso a riordinar la Ilopub-
blica , ma veramente perchè se n'era aspettala licenza dui
re di Francia , il quale , come si ebbe poi per avviso , in
quel giorno medesimo fece l'entrata in Roma; nel qual
giorno e ora medesima che egli v'entrava por la porla di
Smta iMaria del Popolo , Ferdinando duca di Calavria per
la porta di S. Sebastiano se n'usciva , essendosi il pontefice
col re finnlmenlo accordalo; così feiicemente tulle le cose
iu suo favore succedevano. Il primo gonfaloniere crealo
dagli accoppiatori per dar principio al nuovo anno 1493 fu
F"'ilippo Corbizi , né vinse più che con tre fave nere; per-
ciocché essendo in fra di loro gli accoppiatori mal d'accor-
do, fu bisogno poiché l'elezione non prooedea, che si ve-
nisse a questo estremo partito , che colui vincesse, il quale
avesse più favo. Era costui quasi tulio il suo tempo «tatù
a Venezia , e poco nel servigio della Repubblica adopera-
tosi, onde si credette non essergli giovato altro che il fa-
vore di Tanai de' Nerli. Intanto la speranza della ricupera-
zione di Pisa era riuscita vana, avendo i Pisani risposto
che essi non intendevano di perdere il frutto della libertà
donata loro per parola usciìa dalla bocca del re per altro
ordine: che deil' islesse parole reali, non formate in scrit-
tura 0 espresse da' ministri suoi, ma pronunciale dalla bocca
LIBRO VENTISEESIMO. 361
sua medesima. Per la qual cosa pareva che 1' ordine del re
tiissc sialo più per cavare dai Fiorentini i quaranlaraila
scudi, de' quali non era anche venuto il tempo, che perchè
Pisa fusse veramente restituita; quindi incominciò grande-
mente il popolo a rammaricarsi, che la fede e prontezza
sua non fusse così interamente ricono«^ciuta come si conve-
niva', nondimeno essendo sopraggiunli nuovi avvisi, che il
re manderebbe per questo effetto il general di Brettagna ,
andavano sostenendo senza sborsare i danari il meglio che
poteano quella dimora. I\ia essendosi inteso come i Pisani
non conlenti d'occupare il contado di Pisa, erano ancor
trascorsi in quel di Volterra , e rubati e arsi fra gli altri
certi beni di Piero Alamanni lor cittadino , fion poterono
più contenersi. E creali commessarj Piero Capponi e Ber-
nardo Nasi gli commisero , che con quelle genli che la Re-
pubblica si ritrovava , andassero a ricuperar le castella che
tanto baldanzosamente da' Pisani erano slate lor lolle. La
prima gita fu a Calcinala, per aver gli uomini di quel luogo
dato continue molestie a quelli del Pontadera. Fu fallo lor
intendere che ritornassero ad ubbidienza, che sarebbe lor
perdonato ogn' ingiuria , ma rispondendo con parole super-
be , si venne alla battaglia , e presa la terra nello spazio di
Ire ore , fu messa a sacco. Andossi poi al castellu di Le-
goli , e datisi gli uomini del luogo liberamente , fur ricevuti
con buona grazia senza far loro alcun danno- Ebbesi s'mil-
mente Monlefoscoli d' accordo , Ripalbello , e , prima che
finisse il mese di gennaio, Marti, Toiano , la Treggiara ,
Ponte di Sacco e Peccioli , de' quali solo Peccioli fu preso
per forza, per esservi slati dentro cento fanti forestieri;
nondimeno per opera de' commessarj non fu messo a sacco,
come instantemente era slato sempre da' Dieci ricordalo.
Eransi in questa passata del re , prima che i Fiorentini si
l'ussero seco accordati, molie altre castella della Repubblica
perdute in Lunigiana. Delle quali una i»arte a' Genovesi,
un'alira a'.'iìarchesi Malespini , e altre ad altri erano ritor-
nale. Di queste dopo l'accordo essendone restituite sola-
mente quattro per ordine d'un Araldo del re, peri he la
guardia che egli tenca in Pietrasanta non avea conceduto
il passo a' fanti che la Repubblica vi mandava , non si cran
362 dell'istorie fiouentink
potute tenere ; onde di nuovo si ritornava a!le prime que-
rele , parendo che dal ritardamento della rcsliliizion di Pisa
nascesse il dispregio della Repubblica, e la temerità che
gli altri a occuparle così facilmente le cose sue s' avean
tolto. Acqu<;tò tutti questi rammarichi la venuta non solo
di Ioan France generale di Brettagna, come il re aveva
promesso , ma di Guglielmo Brissonetto vescovo di S. Malo
già fatto cardinale dal pontefice, uomo di autorità grandis-
sima appresso il re Carlo; il quale giunto a' 5 di febbraio
in Firenze , fu ricevuto in santa Maria Novella con onori
superiori al grado suo, andati i signori a visitarlo, corleg-
giiilolo e presentatolo riccamente , nò lascialo segno alcuno
addietro, non che d' amorevolezza e di cortesia, ma di ri-
verenza e venerazione. Ma creati cinque ciKailini per trat-
tare con lui le cose che occorrevano, Guid' Antonio Ve-
spucci , Tanai do'Nerli , Guglielmo de'Pazzi, Francesco
Vali>ri e Lorenzo Popolani , detto volgarmenle di Pierfran-
cesco , molto presto conobbero quello a che la sua venuta
riusciva. Il che era di cavar da' Fiorentini non solo i qua-
rantamila scudi che a marzo , ma tutii gli altri inlino a set-
tanta , che a giugno si dovcan pagare. 11 che soprammodo
afìliggeva la Repubblica, sì per vedere che i fatti di Pisa
andavano in lungo , e sì perchè parca che il re tenesse più
conto de' Pisani che de'Fiorenlini. Per la qual cosa inco-
minciarono ancora essi a mandar in lungo il pagamento
dei danari, assegnando !e gabelle per tanta perdila di-
minuite con la mala contentezza del popolo , e i danni
ricevuti da'Pisani, i quali dicevano ascendere alla som-
ma di centomila scudi. Ma avendo il re fìnalme.ite man-
dalo a' 12 Ioan Franze in Pisa per far la restituzione
libera di quella città; i danari gli s'incominciarono a sbor-
sare , ancorché l' andata del generale non avesse fatto
effetto veruno, perseverando i Pisani ostinati a non voler
ritornare sotto 1' imperio de' Fioren ini. Mostrò il cardinale
di volervi andar egli medesimo , ess.^ndone così da Joan
Franze confortato , e partissi a' diciassette. In sua com-
pagnia furono mandali Piero Vettori , Pagolantonio Soderi-
ni e Francesco Valori ; i quali fermandosi al Ponladera , ivi
aspettassero gli ordini del cardinale di quel che avessero da
LIBRO VENTISEESIMO. 3tì3
lare. Ma egli avendo fornilo diligentemente la Cittadella nuo-
va di Pisa, la fortezza di Livorno, Pielrasanla e Screzzana,
o cercato di fornire la vecchia , se i Pisani 1' avcsser per-
messo, sene ritornò a* ventiquallro a Firenze, mostrandosi
fieramente crucciato conira i Pisani; i quali e per non aver
egli tali ordini dal re, e per non convenirsi a lui essendo
]ìrete d'inlromellersi in cose , ove spargimento di sangue
cristiano avesse a farsi, diceva di non aver potuto sforzare.
Fece nondimeno, avendo ottenuto il rimanente de' danari ,
che per allora si dovcano, ampie promesse di far ogni ope-
ra col re , che in ogni modo la della restituzione subita-
mente far si dovesse. Non erano i Fiorentini sì male avve-
duti, che non conoscessero che lor si davano parole; ma il
sapere che Piero de'Medici di Venezia, ove di Bologna fì-
nalraenle s"era ridollo, era per ordine del re venuto in cor-
te a trovarlo , e che gli Orsini facevano ogn' opera eh' egli
fusse nel suo primiero grado restituito , e molto più le no-
velle de'felici successi del re ; i quali oltre 1' ordine dello
cose naturali parca che venisser dalla mano di Dio, faceano
costantemente tollerar loro ogni sorte d'ingiuria; poiché, ol-
tre gli avvisi già di molli giorni prima ricevuti , che il re
Alfonso disperatosi di poter piìi difendere il suo reame,
l'avea, partendosi egli per Sicilia, a Ferdinando suo figliuolo
lascialo, con isperanza che i baroni e i popoli per non es-
ser stali offesi da lui, e per molte virtù che risplendevano
nell'innocente gio\ane, avessero ad esser seco più fedeli e
affezionati; gli ambasciadori stessi de'Fiorentini aveano con
lettere de'venti, scritte della Città istessa di Napoli, fatto in-
tendere alla Repubblica, come il re Carlo, avendo trovato
per tutto leggier contrasto, si era con immorlal gloria del
nome Francese della Città di Napoli insignorito. Convenen-
do dunque a"Fiorentini non solo il soffrir pazientemente
ogn'ingiuslizia, ma mostrar allegrezza di così prosperi av-
venimenti, fecero la mattina de' ventisei una solennissima
processione per la Città, e la sera, come si costuma, fuochi
e altre dimostrazioni di letizia; e nondimeno aveano intan-
to, oltre l'altre castella ricoverate da'Pisani, preso a disrre-
zione il castello di Rosignano, e deliberato di far l'impresa
di Vada. Ma entrato gonfaloniere per marzo e aprile Ta-
364 dell'istorie fiorentine
nai deNerli uno degli Accoppiatori modesirai la seconda
volta, la primiera cosa che si diede opera per lo consiglio
degli Ottanta, fu l'elezione degli ambasciadori per rallegrarsi
di sì piena o nobile vittoria col re di Francia ; i quali fu-
rono Guidantonio Vespucci, Paolnnlonio Soderini , Bernar-
do Rucellai e Lorenzo di Pierfrancesco con comnnissioni
segrete di poter profferire dodicimila scudi per la restitn-
rJonc di Pisa, e delle forlezzo. I Dieci o che V impresa di
Vada non potesse per allora farsi, avendo i Pisani condotto
Luzio Malvezzi, o qual altra sene fusse la cagione , inten-
dendo che essi pativano di vettovaglie e di macinato , per
aggiugner loro maggiore incomodità, fecero dare il guasto
a tutte le mulina di Valo'icalci , e di Valdiseichio . lamen-
tandosi il Castellnn Francese . il quale era nella Cittadella
nuova, che questo recava anche incomodila allo co.'^e suo.
Ma i Fiorentini che conoscevano tutto ciò dirsi per far fa-
vore a'Pisani, sapendo eglino esser dentro la cittadella Mu-
lina a secco , si offerivano a provvedere il castellano di fa-
rina per torgli qualunque cagione di dolersi, ma non che
il castellano, parca che il generale di Brettagna favorisse
anche più scopertamente che non si conveniva i Pisani, il
quale tornalo a'2i- di marzo di Pisa, ove era stalo sempre
dopo la partita del cardinale di Sanraalò , e trovato che il
campo de' Fiorentini , il qual si trovava al Pontadera si met-
teva in ordine per andare all'espugnazione di Cascina, si
era ingegnato di persuadere con molte ragioni alla signoria
d'andare adagio a' fatti della guerra, mostrando soprattutto
che il re non mancherebbe di osservare quello che aveva
promesso, il che gli sarebbe difficilmente riuscito se a' 27
non fussero venuti avvisi, che g'i uomini di 3Ionlepulciano
gridando libertà e Lupa si fussero ribellati alla Repubblica;
e di questo niovimenlo esser stato grande e polente cagio-
ne , non ostante la confederazione, che avevan con esso
loro i Sanesi , i quali aveano a questo fare porto loro ogni
aiuto e favore. Ques'.o accidente fu cagione che i Fioren-
tini fecer vista di lasciarsi piegare da conforti di Ioan Fran-
zo ; essendo siali costretti scrivere a Piero Capponi, che
ritenutesi tante genti quante bastassero a conservare le ca-
j'iella ricuperale verso il Pontadera, inviasse tulle l'altre
LIBRO VENTISEESIMO- 363
alla volta di ValiJithiana e di Cortona ; perchè da quella
parte maggiori danni non seguissero ; e intanto e al duca
di Milano per iscuprir l'animo sao scrissero domandando
consiglio in queste loro calamità, e al re di Francia lamen-
tandosi, che i Sanesi si gloriavano, ciò che era fatto essersi
fatto con conienlimcnto del re. Erano queste cose accadute
in tempo che andava attorno una general fama, che i prin-
cipi italiani con altro forestiere potenze congiunti cercassero
di collegarsi a' danni del re di Francia, non polendo più
cotanta sua feliciià tollerare, e essendone per opera del
duca di Milano inslillala alcuna parola negli oreccìii deTio-
rontini , e fin.ilmente richiesti da lui ad entrar nella lega,
l.i quale 1' ultimo giorno di marzo fu in Venezia pubblicata,
intervenendovi il papa, il re de Romani e di Spagna, il
senato Veneziano e il duca di Milano , e fatto loro promesse
grandi di volgere in lor beneficio le forze de' collegati, pur-
ché dal re si spiccassero ; non vollero mai ( non so vera-
mente con qual consiglio, se non com'essi dicevano tirati
dal fato e da una antica inclinazione del popolo fiorentino
verso la casa di Francia ) concorrere con gli altri , scusan-
dosi che essendo le cose loro in poter del re, non era an-
dare a cammino di ricuperarle il farsi nimico colui, dal
quale se non per altro , speravano al Gne con una lunga
pacienza poterle conseguire; onde nel domandare al duca
di ciò consiglio , come di sopra si disse , avvertirono Gio-
van Batista Ridolfi loro ambasciadore a Milano, che egli
non solo attentamente nola'sse le parole , ma i cenni e i
movimenti di Lodovico, e dove accaJesse che egli proffe-
risse loro aiuti di genti o altri simili favori d' effeilo , ei si
guardasse di non usar parole o termini che li obbligassero
ad accettarli. Conluttociò ne per le promesse tante volle
reiterate , uè per questo nuovo accidente , né per i proprj
interessi , essendo state inlercctte lettere , per le quali si
apprendeva che i Pisani praticavano di darsi al duca di Mi-
lano , e credendosi che Lucio Malvezzo , che vi era dentro
dipendesse da lui, si mosse mai il re a pensar pur un poco
di soddisfare a' Fiorentini , o perchè ei temesse , che resti-
tuite le cose che avea in mano, eglino altrove non si vol-
gessero , 0 perchè privo di proprio consiglio e .lelibcruzione
366 dell' istorie fiorentine
fusse conliniiamente aggirato da' suoi minislri, i quali divisi
come nelle corti avviene in fazioni , una parte di essi con-
fortava il re all'osservanza delia promessa reale, una altra
a procedere in (empi tali con maggior cautela ; per la qual
cosa non si traeva di nuovo altro di corte , benché si fusse
detto di mandare cinquecento lance in favor loro per le cose
di Montepulciano; se non che avendo il re deliberato di
ritornare in Francia, e di far il cammino medesimo di To-
scana, tornava a promettere, che nel ritorno suo egli fa-
rebbe in modo, che i Fiorentini non si pentirebbono della
fedeltà e osservanza loro verso la corona di Francia. Ma i
Pisani falli piti ardili per lo esempio deSanesi, i quali
nutrivano gagliardamente questa fama, che ciò che era se-
guito di Mon'epulciano era stalo con sapula e consentimento
del re, e sapendo il campo de' Fiorentini per le cose di là
esser diminuito, corsero a' 17 di aprile con ottocento fanti
e dugenlo cavalli per la via di Vico e del paese di Lucca
nel contado di Pescia, e fecer preda di prigioni e di be-
stiami. Della qual cosa ben succedutagli avendo preso ani-
mo, deliberarono il dì seguente d'accamparsi a Librafatla
con tre bombarde falle de' metalli che i Fiorentini avevano
in Pisa, e con due mila persone fra soldati e uomini del
paese. I Dieci, essendo Piero Capponi venuto alla città al-
quanto indisposto , mandarono per compagno a Bernardo
Nasi Piero Vettori , con ordine che andassero a soccorrer-
la ; i quali giunti a' 22 a Librafatla, trovarono che la notte
innanzi i Pisani per tema se n'erano partiti. Questo spinse
molti desiderosi di preda a farsi verso la volta di Pisa, ove
venuto alle mani co' nimici , e fatto prigioni e morti dal-
l'una parie e dall'altra, attaccarono più volte fierissitìie
scaramucce ; nelle quali essendo al fine i Fiorentini restati
superiori, se ne tornarono a fornir Librafatla. Il medesimo
giorno che i Pisani corsero in quel di Pescia, gli uomini
di Montepulciano avendo fatto una bastia incontro alla Torre,
che i Fiorentini avevano in sul Ponte a Vallano, incomin-
ciarono a bombardar la Torre per insignorirsi di quel pas-
so ; la qual cosa sapula da'commessarj che erano ne"luoghi
vicini, s' appresentarono subilo con le lor genti sopra del
luogo , e dopo una grossa scaramuccia guadagnarono la bastìa
LIBRO VENT1?EESIM0. 367
a'nimici, e insignorironsi della ripa di là; ove falla una loro
bastìa , e messovi guardia , posero in molla sicurezza le cose
(li quella parie , rimanendo libero alle lor genli il passare
di là a lor posta. Fecero poi gli inimici capo grosso a una
villa di quivi discosto tre miglia delta Gracciano , e dise-
gnavano fortifìcarvisi , essendo fra 3Jonlepulcianesi , fanti e
cerne venuti di quel di Siena circa due mila. Ma sentendo
the i Fiorentini l'andavano a trovare, non l'aspettarono,
perchè presa facilmente la villa, e abbruciatala, se ìie tor-
narono nell'alloggiamento fatto di là dal Ponte a Valiano-
Già risonavano per lutto i provvedimenti della nuova lega,
né altro s'intendeva che soldar fanti, condor capitani, mei-
ter ;n ordine legni, e fare altre preparazioni gagliarde, o
per difendere le cose sue, o per offendere altri; perchè,
sentendosi da' Fiorentini i Pisani andar tuttavia ingrossando
di genli , i Sanesi tener pratiche di condurre il signor di
Piombino, i Veneziani il marchese di Mfmtova, e aliri Po-
tentati altri condottieri e capitani, condussero ne' primi dì
del gonfalonerato di Bardo Corsi uno degli accoppiatori ,
ancor essi il duca d'Urbino, non con allro titolo che di
condotta di dugento uomini d'arme in tempo di pace , e
trecento di guerra per tempo di due anni fermi , e uno a
beneplacito. Accrebbero ancor le condotte a Francesco
Secco, al conte P»inuccio da Marciano e a Ercole Benli-
voglio primi lor condottieri, e il simile fecero a'conestabili
de' fanti, si fattamente che si trovavano poter fra pochi di
metter insieme settecento uomini d'arme, quattro mila e
dugento cinquanta provvigionati e dugento cavalleggieri.
Non ostante i quali preparamenti i Pisani si posero di nuovo
a campo a Librafatta, nel che porsero loro aiuto non pic-
colo i Fiorentini medesimi in questo modo , che avendo
eglino fatto intendere al re , che Pisa s'andava tuttavia riem-
piendo di genti sospette, onde sarebbe leggiermente potuto
succedere che i Fiorentini e il re istesso affatto un dì la
perdessero, il re, diligente in questo, v'avea mandalo per
mare secento fanti tra Svizzeri e Guasconi, i quali o cor-
rolli prima che giiigncssero in Pisa; perciocché su i me-
desimi legni tornavano due ambasciadori Pisani de' quattro
che avcvan mandalo a rallegrarsi della vittoria del re, o pure
81)8 DKLL' ISTORIE FIORENTINE
dopo che v'arrivarono; chiara cosa è, che da difensori di
Pisa divenlarono toslamenle oppugnatori de" Fiorentini; per-
ciocché co' Pisani congiunti si posero a combattere Libra-
fatta con ogni arte e possanza militare , non giovando a nulla
!e lettere e i conforti di G'anfranze , il quale, risedendo
come ambasciadore del re tuttavia in Firenze, scriveva loro
non esser questo il servigio del re , siccome non fu anche
d'alcun giovamento alle cose di I^Ionlepulciano ; benché
cavalcato egli stesso in Montepulciano avesse portato a que-
gli nomini lettere Regie, perché all'imperio de' Fiorentini
ritornassero , se però non era ogni cosa piena di fraude e
di simulazione. Importava a' Fiorentini molto il non perdere
Librafatta, se non per altro che per la riputazione. Onde
consultandosi del modo di soccorrerla ( perchè vi bisogna-
vano al re prowisi ni di quelle d 11' altra v^lia), per due vie
appariva potersi ciò fare , o per Valdiserchio a dirittura, o
per la via di Lucca; ma essendo il fìumj grosso, il pas-
sarlo parca molto difficile. Del popolo di Lucca, inclinato,
sebben diceano il contrario, a favorire i Pisani, non si ve-
dea in che modo si potesser fidare. Conlultociò spedirono
a quella Repubblica Piero Sederini per chiederle il passo,
e commiserli che sollecitasse in Poscia Antonio Canigiaiii
che dovea cappar mille provvigionali , e Francesco Antinori,
a cui s'aveva dato la cura di scerre cinquecento in secento
uomini bene armati della Valle per servirsene in questo bi-
sogno , e insieraemente che s'ingegnasse di far opera se
monsignor di Farlelh capitano degli Alamanni si potesse
levare dall'impresa di Librafatta; ma, appena era egli a Lucca
arrivalo , che vennero avvisi de' 20 di maggio della perdila
di quel luogo , che fu il medesimo giorno che il re si part'i
di Napoli; la qual terra da' Guasconi a' Pisani consegnata,
fu dato loro in iscambio Vico, ove fecero il loro alloggia
mento. Furono in Librafatta fatti prigioni Carlo Pitti com-
messario del luogo, e il castellano , che, condotti a Pisa, e
posto lor taglia, fu posta anche a ciascun provvigionato di
sei fiorini, non ostante che si fossero resi a'patli salvo la
vere e le persone. In tante [)ercosse non vacillò mai la fede
de' Fiorentini, ancorché avessero inleso che il re Ferdinando
nei medesimo tempo the il re di Francia si partiva di Na-
LIBRO VENTISEESIMO. 369
poli era con gran numero di genti sbarcalo in Reggio tli
Calavria, c'che don Federigo si trovava in Brindisi, e, qiielhì
che grandemente importava, che alcuni dì prima eran ap-
parite ne' liti di Calavria cinquanta barche biscaine e venti
galee sottili con l'insegne del re di Spagna, anzi si asten-
nero di mandar particolari ambasciadori nella solennità che
si doveva fare in Milano dell' inveslitura di quel ducalo con-
ceduta da Massimiliano nella persona di Lodovico Sforza. E
sperando tuttavia , non ostante tante prove in contrario, che
nella venuta del re dovessero le cose loro mutar sembianza,
il quale s'andava tuttavia avvicinando, perciocché il primo
di di giugno entrò in Roaia, onde il papa si era partito, e
ritiratosi a Viterbo , elessero per incontrarlo e per onorarlo
tre ambasciadori Domenico Honsi dottor di leggi , Giuliano
Salvigli e Pandolfo Hucellai , benché in luogo di costui ,
fallosi dopo reiezione frale di S. Marco, fosse siibiia-
mente sostituito Andrea de' Pazzi. E, per condurre il duca
d'Urbino, il quale ne veniva al Borgo a' servigi <lel!a
Repubblica , mandarono Francesco Valori e Bernardo
Nasi. Queste furono 1 ultime azioni de" primi Dieci di
libertà e pace ; pcrcio'Thò a' 2 di ging^ o eniraroiio i
nuovi Dieci Piero del Benino , Matteo Canigiani , Fran-
cesco Pepi , Andrea Giogni , Iacopo Acciai, i^li , Filippo
Buondelmonti , Francesco Amhrogi , Gino Ginori , Veri dei
Medici e Mazz o Mazzei, i quali avendo sospeso 1' offese
co' Pisani e Montepulcianesi per lellcre srriilc dal re ,
quello a che essi con luUo l'animo aliesero fu, essendo
venula a luce una lettera che Piero de'Mrdici s. riveva a
Piero Corsini , mo-^trando com' egli con il favore del re sa-
rebbe rimesso in islalo, chiarire il re che in nessun modo
pensasse di condurlo non che in Firenze , ma che egli pur
passasse per lo sialo de' Fiorentini , avendo prima ollima-
mcnte fornito la ciltà d'arme e di genti con ogni suprema
diligenza e ardore; il che in parte era stalo fallo da i lor
predecessori; e mostrando al re corno ess ndo la città uni-
tissima a difonder la sua libcrlà , e «Jisposto tutto il poi)o.Io
a morir prima con l'arme in mano, che a consenlirgli co-
s' alcuna in favor suo, era un mettersi a manifesto pericolo
chiunque di questo lor proponimenlo tentasse rimuoverli.
Amm. Voi . V. 21
ZIO dell' ISTOBIE FIORENTINE
Ótioslo fu [tiu volle fatto inlcndcre al re, forse col inag
j;iui aiiiiuosilà the allri non si sarebbe crtdulo , essendo
ijcirallic cose st.ili molto pacieiili a sotlerire l'orgoglio e
le infiuslizie d^-" Francesi. E nondimeno non era nella citta
tutta quella unione clie essi dicevano , essendosi infin dal a
paitila di Piero sco|)erle due l'azioni nella Repubblica, l'unii
a cui il gi'Ncruo de' |iO( hi 1' ;;llra a cui il più largo e co-
mune piaceva. Ne era dui b o la magi^ior parte esser di co-
sloro , SI per» he parea che quanto più allo stato popolare
si accostassero, lan'.o più s'alionlanasseio dalla servitù e
tirannide de'|iotenti, e si perchè fatlusi capo di questa sella
(iirolamo Savonarola non cessava mai, ijon che in cella e
ne ragionainei.ti privali , ma nelle pretliche e in pergamo a
uictlere innan/.i questa sorte ai governo , tramezzandovi ,
i om' egli cr.i solilo, la volontà e il servigio di Dio. Onde
quesie iiuc stile 1' ut a de' piagnoni, ovvero dei frate, l'allia
degli arrabbiali era ihiamala; perciocché avvezzi costoro
per r antica autorità guadagnatasi nella Repubblica sotto ii
governo de' Medici ad essere essi soli a tulle le cure im-
portauli proposti ( tra'l qual numero non eran comprese
multe persone ) non poteano con lieto animo tollerare, che
allargandosi il governo, e per questo girando la cosa fra
molti, eglino ne' partiti da nuove genti e non mai esercilali
ne' maneggi delle lose grandi fusser violi. E dall'altro canto
veggeudo fra gli aliri gli arcoi)pialori islessi , la maggior
parte de' quali era della sella di costoro, es.er venuti iii
o'iio grandissimo del popolo ; essendo a gli 8 di giugno ra-
gunali in palazzo, e tacendosi capo di cosi liberale e oIUì-
revfjle nflìiio (iiu'iatio Sahiati, andiiron tutti ; e fra gli al-
tri ristesso gonfaloniere dorsi a render 1" autorità al popolo
e a deporre il magistrato. Intanto seguitando il re tuUavia
il suo cammino arrivò sei giorni de.po la rinunzia degli ac-
coppiatori a Siena , avendo promesso a gli ambasciadori fii»-
-r'eoliiii Domenico Bunsi , Francesco Sahiati e Pandolfo Ku-
celiai lìgliuolo di Giovanni, i quali 1" aveano incontralo poco
più di là da Siena, di non consentire che Piero de' Medici
passasse per F ren/e , ma bene che fusse per uomini della
Repubblica, perchè ne stesse più sicura, fuor dello stalo
loro accompagnato. La qtial cura a Gherardo Corsini , e a
LIBRO VENTISEESIMO. 37t
Niccolò de' Pazzi in compagnia d'un lur mazziere fu com-
messa. In Siena, ove il re si fermò sci giorni, s' incomin-
ciò di nuovo a Lrallar della rcslitnzione delle lerre clic in
suo potere si trovavano , si come in Napoli e in cammino
più volle egli a\ca affernialamcnie promesso, giunto clie fusse
in Toscana di dover fare; ma il re vinto da'conlorli di mon-
signor di Ligni suo fiatcUo cugino, il quale era della con-
traria fazione del cardinale Sanmalò , da cui i Fiorentini
erano favoriti , (e nolo a gli ambastiadori non poter far la
della restituzione prima che fusse giunto in Asti, ove si-
curamente , purciiè ivi uomini della Repubblica si trovassero,
egli atterrebbe loro quello che aveva promesso. I Fiorentini
di lanla bramala e sperala cosa veggcndosi esclusi , ne sa-
pendo più dove dar di capo, avendo fallo doni grandissimi
in corte a tulli coloro, i quali aveano s|>eralo che potessero
esser loro di giovamento, si volsero a gli aiuti divini , u-
sando il mezzo di Girolamo Savonarola, il quale a che stalo
s'inalza il valore degli uomini quando è congiunto con opi-
nion di bonlìi!) come messo e profeta di Dio era dalla mag-
gior parie de'Fiorenlini ripulalo. Costui a\endo trovalo il
re nella terra di Poggibonzi, dopo aver veduto, ch'egli, co-
m'avea dello a gli ambasciadori , non inlendea restituir le
terre che tenea occupale a' Fiorentini prima che in Asti
fusse arrivalo, non più a guisa d'un povero e \ il fraticello,
ma come nel \ieUo suo fusse vigore espirilo divino, com-
mosso d'animo gli usò parole in simil sentenza: Guardati, o
re, dell'ira di Dio, la quale senz'alcun fallo cadrà sopra le
cose tue più care a guisa d'un fulmine con irreparabil ro-
vina, se quello, per cui chiamasti Dio per testimone e mal-
levadore delle tue promesse , da te non si è interamente
osservato. Commossero le parole del frate l'animo del re
giovane, e, come è natura de' Francesi, dedito alla religione,
onde benché ei mostrasse non volersi partire dalla delibe-
razione presa in Siena , non tolse però afTalto la speranza
che in Pisa non se ne potesse trattar di nuovo; ove il re
schifando la città di Firenze per i preparamenti uditi che
vi si eran falli , il 20 giorno di giugno per la via di Valdelsa
si condusse. In Pisa si riattaccò la pratica di nuovo in as-
senza degli ambasciadori fiorentini; i quali per fuggir gli
372 dell' rsTOKiK fiorentina
scandali erano aiidali a slanzare in Lucca , e condussesi
tanto innanzi , che si venne infin al trattar di molte conven-
zioni co' Pisani, i quali dicendo che i Fiorentini ritraevano
da loro più di centomila scudi per ciascun anno; eglino ri-
spondevano contentarsi riscuoterne cinquantamila, purché i
Pisani pagassero solamente ^li ufTiciali , e di non accrescer
le gabelle promeltcssero; permettevasi loro, quando ostinati
in questo perseverassero, di poter lavorar drappi di stia,
lane francesche, e lignere in grana , purché eglino pagas-
sero i medesimi diritti in Pisa , che i Fiorentini istessi per
condurre le dette cose in Firenze p.ignvano. Conlintav.isi i
Fiorentini the fussero restituite loro Pisa , Livorno e Mu-
Irone e di Pielrasanla , di Sere/zana , e di Serezzanello
arebbonne aspettala nuo^a deliberazione dal re, e al re cose
molte con molto lor progiudizio acconsentivano. E nondimeno
cos' alcuna non si coiicliinse ; avendo i Pisani e con doni
e con preghiere, e iniìiio con ard.-niissime lagrime in guisa
intenerito i cuori, non che de' baroni e de'còrtigiani, ma
de' soldati ordinarj ; che si !ro\aron di quelli the ardirono
minacciar di morie il cardinal di Sanmalò, se di più favorir
i Fiorentini in tal conto non si rimanesse; giudicando tutti,
che il mantenere una città già stala cosi grande e cos'i flo-
rida in libertà fussc opera piena di lode e di magnanimità
veramente reale. Non si conchiuse per queslo altro di quello
che in Siena si era deliberato ; an/i il re in cambio di re-
stituir le terre C' mj aveva promesso, domandò aFiorcntini
Francesco Secco lor condottiere insieme con la sua compa-
gnia d'uomini d'arme; la quale negatagli per i sospetti in
che rimanevano de' Pisani e de'Sanesi, fugli conceduta la
persona sola del Secco; ma, per non tirarsi addosso l'ini-
micizia della lega, non come soldato loro, ma come mosso
di sua libera volontà e arbitrio per soddisfare al desiderio
di chi l'aveva richiesto. Volle anco il re che i Fiorentini
soprassedesser l'olTese contra i Pisani per trenta giorni; il
che non negarono di fare, purché eglino il medesimo faces-
sero ; perciocché moslravan al re , come nel tempo istcsso
che di ciò si trattava, buon numero delle lor genti sotto
Giulio Malvezzi era ito a Rosignano, e faceva ogn' opera e
con l'arme e con gli inganni mostrando patenti del re,
LIBRO VENTlSEESmO. 373
perchè quelli della terra s' arrendessero. Non si slavano
meno oziosi quelli di Montepulciano, i quali, sentendo il
re parlilo di Pisa per Lucca con tanta poca riputazione
de' Fiorentini , non avendo cos* alcuna di quello ch'era stalo
lor promesso ottcnula, tentarono dì venire alle mani con
quelli drl ponle a Vallano, ma rotti dalle genti della Re-
pubblica , e, fallo prigione Giovanni Savello lor capitano ,
portarono la pena della lor temerità In Firenze Ira tanto
era venuto il tempo di far dal consiglio generale la crea-
zione ddla nuova signoria. Trovaronvisi ollocentotrenla cit-
tadini di trenta anni in su netti di specchio, la forma della
creazione era questa. Traevansi per ogni quartiere, per creare
i due lor signori, venliquatlro clczionari , per lo gonfalo-
niere venti, i nominati andavano a parlilo , e chi aveva più
fave vinceva; !e quali raccolte da due signori , da due gon-
falonieri di compagnia , da due dodici, e da due cancellieri
principali, si pubblicò, essendo la traila stala tenuta oc-
culta a tutti due giorni , aver vinto gonfaloniere di giustizia
Lorenzo Lenzi già sialo del numero de'Dieci passali, e ni-
pote di quell'altro Lorenzo, che primo della sua famiglia
era sialo gonfaloniere setlanla anni addietro. Crearonsi si-
milmente ambasciailori per trattar col re in Asti delle cose
deliberale Guiilantonio Vespucci e Neri Capponi, con or-
dine che partissero subito che si fusse inteso per qual via
il re si fusse avvialo. E perchè i Dieci avean dato ordine
alle lor genti che non lasciassero i Pisani senza gasligo ,
poiché contravvenendo a gli ordini del re erano i primi a
travagliare altri , appunto la sera del primo di luglio , es-
sendo i Fiorentini al Pontadera , e i Pisani a Cascina luo-
ghi distanti due miglia, vennero insieme alle mani. Scara-
mucciossi lunga ora con gran virtù dell' una parte e dell'al-
tra, ma alla fine i Pisani fur messi in fuga , essendone fe-
riti molti , e morii dieci di loro. Furonvi presi quaranta
de' loro cavalleggicri, tra'quali uomini di conto un figliuolo
di Ruberto Sanseverino dello il Facccndino , un nipote di
Lucio Malvezzi , e im connestabii francese. Furonvi presi
trenta altri prigioni di taglia, e dugento capi di bestie gros-
se , e in somma dato lor la caccia infino oltre le sbarre di
Cascina. Procedendo in questo modo prosperamente le cose
374 DKLl' ISTORIE FIORENTINE
dcTiorentiì.i così in Pisa, come in Montepulciano, quelle
del re di Francia, la cui fortuna essi erano per allora di
seguitare deliberati, ebbono diversi successi prosperi in
Lombardia, infelici nel regno di Napoli, perciocché il re
partito di Pisa, ove lasciò alla guardia della cittadella mon-
signor d'Entraghes uomo di monsignor di Lisni, e enlrato
per la via di Ponlremoli (la qual terra fu della sua van-
guardia crudelmente saccheggiata ) nel tenitorio di Parma ,
era il sesto giorno di luglio passando il Taro a canto a For-
nuovo venuto alla battaglia co'coUegati ; nella quale secondo
r opinione delia maggior parte degli scrittori, toltone lo
scrittore delle cose veneziane, ei restò vincitore, ma nel
reame ancorché Ferdinando, il quale, come di .«opra si disse.
era smontalo in Reggio , presa poi quella terra , fusse stato
da Obigni rotto a Seminara , e per questo riturnatosone
sbigottito a Messina; nondimeno messosi con un' armata di
movo apparecchiata in mare, e venuto alla spiaggia di Sa-
lerno, aveano con maraviglioso esempio della mulaziono
della fortuna tutti quei luoghi ahalo le sue bandiere , e fi-
nalmente richiamalo egli da molli napolelani nella (illà rea-
le, era il settimo giorno di luglio rientrato in Napoli con
incredibile allegrezza di quella ciltà. Qres'e novelle intese
a Firenze faceano tanto piìi affrettare a' Dicci la restituzione
delle lor cose, e per questo, spedili gli ambasciadori per
Asti, mandarono Rinaldo Altovili a' cardinali S. Piero in
Vincola, di Sanmalò, e Fregoso con aliti signori francesi e
fuorusciti di Genova, i quali dal re erano siati manda i di
Serezzana per l'acquisto di quella città, acciocché a' primi
avvisi del re facessero far la restituzione delle terre po-t*
verso quelita parte. Ma non aveano i Fiorentini a raccor
così presto il frutto di tanto ardente lor desiderio, percioc-
ché e r Altovili in quel di Lucca fu fatto prigion da'Pisani,
e le cose del re ebbero infelicissima riuscita , essendo l'ar-
mala regia rolla da' Genovesi a Rapalle , e quelli, i quali
erano ili per terra, costretli a trovar con la fuga scampò
a" lor pericoli. Nò gli oratori mandati al re furono più for-
tunali, avendo in ogni loro azione avuto cattivi riscontri ;
perciocché con qualche scemamento della loro riputazione
furono da Ambrogio di corle ministro del duca di Milano
LIBRO VENTISEF.SIMO. 375
rercati in Tortona se porlavan danari al re Cnrìo ; o posi in
arrivali a' venti del mese in Asti, e presentatisi al rnrpello
del re , dopo aver avuto da lui risposta generalo , erano
«l;ìli rimessi a monsignor di Pienes , e a monsignor della
Tramoglia; i quali col f;ir nuove domr.nde , e i Fiorrnlini
posero in nuovi pensieri e iravagH, e a tulio il mondo fo-
cer palese qunnlo piccol luogo avesse nell'animo del lor re
r osservanza delle promesse e la tema della infamia ; per-
fiocchè, non ostante 1' uitirae promesse fatte con tania eer-
lezza in Siena e in Pisa , essi richiesero su i primi disoorsi
che ebbero insieme , n'Ire i trentamila scudi . che rimane-
vano a pagarsi, allri cenlomila , benché pronieUcssero darne
sicurlà sufficien'e. Volevano che delle robe d;i' Pisani tolte
a'mercalnnli fiorentini dopo la ribellione di Pisa più non si
ragionasse, e così d'ogn' altra cosa inOno a quel tempo
succeduta non si dovesse len' r più conto; oltre a questo
a?giugnevano , che avendo i France^-i dulibio , che i Fio-
rentini, ricuperate le lor cose, nell" am'cizia del re non
continuassero, volevano da loro alcuni slatichi per tenerli
in Francia per lor sicura, e altre cose dimandavano dalle
prime mollo diverse; la maggior parte del'e quali essendo
da' Fiorentini con al'una moderazione acconsentite (cosi era
grande il desiderio di ricuperar In terree fortezze perdute )
accadde nn'acciderte, che grandemente qnesle pratiche tur-
bò, e che le condiz'oni loro si pegciorassero fu senza dub-
bio cagione. Avoano i Fi"rcnlifìi nel passar che ultimamente
avea il re Carlo fallo di Siena a Pisa rimo?-so le lor g'^nti,
per levar materia di quali he scompiglio . dalle castella che
essi avcano poco innnnzi da' Pisani ricoverale ; in mi llf*
delle quali entrali subitamente i Pisani, se ne erano di
iniovo insignoriti, e fra queste era Ponte di Sacco, alla
guardia del qua! luogo er'no i ffiiasroii che presero Li-
brafalla; i quali a' soldati della Repubblica, che in mano gli
erano pervenuti, avean usato molte crudeltà, e, quello, che
in que' tempi, secondo l'uso delle guerre d' Italia, era slimata
cattiva guerra, aveano trailo di notte e c!i giorno con le
ar'iglierie a' padiglioni . non avcano osservalo a ninno cosa
che avesscr promesso , e e;-senilo in una barbara opinione,
che alcuni fatti da loro prigioni si fussero iniiiioltili porle,
376 dell' istorie fiorentine
oro . e olire rose di pregio , dopo avergli uccisi , li aveviin
si)yr;ili per veder di ritrovare nelle \ lacere loro le cose im-
inagiìiale. I Fiorcnlini , essendo con le sue gcnli arriv.-ilo
nel Ponladera il duca d'Urbino , e con l' altre loro accoz-
zatosi, non pollando tanti oltraggi dc'Pisani soffrire, coman-
darono al duca che andasse ad espugnar quella terra. Con
la qual vittoria e leverebbe la inacchia della perdita di Li-
brafatla, e rinluzzerelfbe T alterigia de'Pisani ornai, per liuiti
fa\ori dal re e d Ila lega ricevuti, troppo insuperbiti. Dievvisi
la battaglia per Ire giorni l'uno dietro l'altro, nell'ultimo
de'quali, the fu l'ultimo giorno di luglio , non avendo
quelli di dentro riparo, si resero, salve le persone de'so!-
dali forestieri. Ma i Guasconi non avendo nell' uscir della
terra voluto attender l'ordine de' comraessarj furono la mag-
gior parte, non -enza dispiacer grande de' couunessarj, i quali
con gran fatica e pericolo ne salvorno alcuni , tagliati a
pezzi , e con gli esempi delle crudeltà apparali da loro , in
varj modi Kiiserabilniente lacerali. Questo successo scritto
al re dal generale di Linguadoca fratello del cardinale di
Sanmalò , il quale in Pisa si ritrovava , e da Giovanni Cini
nobile pisano per questo effetto mandato in corte, accresciuto,
accrebbe scnz' alcun dubbio la difficoltà dell'accordo, fa-
cendosi quindi congettura non essere i Fiorentini ben f!i-
s[)OSti verso i Francesi. Onde a' primi patti s' aggiunsero
altte capitolazioni; per una delle quali, fra l'allre, rimans-
wmo i Fiorentini obbligati a mandare dugento cinquanta uo-
mini d'arme nel regno di Napoli in aiuto de' Francesi ogni
volla che eglino in Toscana da aìtra guerra, the da quella
di Montepulciano, non fossero molestati. Fu questo dispac-
cio mandalo dagli ambasciadori di corte per Baccio da Se-
sto ; ma, ritenuto in Anoue e condot'o a Milano , gli fumo
tolte le scritture sotto scusa, che. trattandosi di mandar
gente in aiuto de' Francesi nel regno, e di pagar denari al
re di Francia, contenevano cose pregiudiciali alla Iga ; sic-
come fu ancora di là a po( hi giorrìi ritenuto in Alessandria
il Vespucci; il quale, lascialo Neri Capponi appresso del re,
se ne tornava senza alcun sospetto per lo stato del duca di
Milano in Firenze , onde fu di nuovo molto caldaraertc
scritto al re, pregr\ndolo ad ordinar in modo, che tanto
LIBRO VE.NTISEESIMO. 377
giusto lov desiderio avesse il suo effello, porlando quesla
dimora non maggior pericolo alla Repubblica che al re me-
desimo, poiché si vedea manifeslamenle che i Veneziani ,
e il duca di Milano avean volto 1' occhio alle cose di Pisa;
la quale quando in poter d'alcun di loro pervenisse, lolla
la comodila di Livorno alle armale, che dal re potreLbono
esser spedile per Italia, il regno di Napoli si polea intera-
mente tenere per spacciato. Non perdeva intanto il campo
de' Fiorentini alcun tempo; una parte del quale sotto Ki-
nuccio da Marciano si pose intorno Palaia, disegnando, oc-
cupalo questo castello, di volgersi tulli in>ieme a Vico Pi-
sano. Quelle memorie, le quali in questo luogo fanno raen-
lioue di Rinuccio Farnese, prendono senz' alcun fallo er-
rore , essendo egli morto nella giornata del Taro ; nel quale
errore con singolare esempio di trascuratezza cadde Berar-
dino Corio , il quale, avendo poco innanzi il medesimo af-
fermalo della sua morte che gli altri scrittori, vuol nondi-
meno che l'anno seguente sia condolliere de" Fiorentini.
Aspellarono quelli di dentro più d' un assalto, essendovi,
oltre i terrazzani, alcuni fanti Guasconi , i quali sapendo il
caso di Ponte di Sacco valorosamente si difendevano. 3Ia il
capitano, promesso a' soldati di dar loro la terra a sacco , e
però avendo quelli fallo un assalto molto vigoroso, costrinse
i terrazzani a pensare a' casi loro, i quali rendendosi final-
mente il 14 giorno d' agosto, salve le persone , e i soldati
forestieri a discrezione, ricomprarono il sacco con dar una
paga a" soldati In questo acquisto intervenne per commes-
sario Piero Corsini mandatovi da Francesco Valori , e da
Pagolantonio Soderini venuti di nuovo generali commessarj
nel campo , avendo la Repubblica rimossone i primi per
mostrar al re, benché senza lor colpa, quanto fusse a tutta
la città il caso di Ponte di Sacco dispiaciuto. II governo
della città s'andava ancor egli tuttavia più assodando, essen-
dosi un dì innanzi all'acquisto di Palaia vinta una legge in
consiglio , per la quale si metteva pena la vita a chiunque
per l'avvenire fusse più ardilo di far parlamento, conce-
dendo ampia licenza a tulli i gonfalonieri di compagnie , i
quali da' signori per questo effetto (ussero chiamati, che
n'andassero incontenente con lo stendardo e col popolo a
378 tJKJ.L'ìSTOniE FIOUENTIXE
casa i (IcUi sisinori , e quelle come ili capitali nimiii della
patria loro sicchoggiassero e ardessero. Prese poi il gon-
faloniere Gino Ginori, ne' prinni giorni del cui magistrato
vennero novelle a i Dieci come i Perugini aveano avuto
vittoria centra i lor fuorusciti, capi de' quali erano quelli
della famiglia degli Oddi nimici di Guido e di Ridolfo Ba-
glioni fratelli , sotto la cui autorità Perugia si governava ,
co' quali desiderando i Fiorentini di vivere in pace, avendo
massimamente addosso i Pisani e Piero de'Medici, il quale
con le forze degli Orsini e de' Sanesi si preparava di rien-
trare in Firenze, condussero a' loro stipendi Giovanni Paolo
figliuolo di Ridolfo, e non molto dipoi Aslorre di Guido,
a cui con altri condottieri e concstabiii la guardia del Ponte
a Chiusi raccomandarono. Di verso Pisa accrebbero ancor
le lor gcnli ; perciocché aspeitandosi di d'i in dì gli ordini
del re per la restituzione della ritiadelia, volevano trovarsi
provveduti per poter sforzare i Pisani quando non li vole-^-
sero ricevere, e tra tanto s'accamparono intorno Vico Pi-
sa:ìo. In questo luogo fccrro i Piloni entrare Pagolo Vitelli
con la compagnia sua e de' fratelli , avendo prima, perchè
ciO) facesse datoj;li Ire mia scudi, il quale bendò fussc
soldato dal re, mostrava tu:to q;ies'o fare pi-r lettere sue e
per ordine del generale di Lin^uadoca, che troxandosi am-
malato a Pietrasanta diceva infino ad allr' ordine non cs«er
monte del re che contra i Pisani cos' alcuna s'innovasse;
oltre a così buon prcj^idio aveano i Pisani falto un bastione
da quella parte che riguarda Pisa in luogo alto assai presso
alla terra, il quale, togliendo a' Fiorentini la commodità d'ac-
camparsi di quella parte per dove si sarebbe potuto Tir
gran danno alla terra, li costrinse a meilersi d; Ila landa
di Bientina , luogo poco atto a poter indi danneggiare i di-
fen.sori ; e nondimeno non erano fuor di speranza di po^er-
seie insignorire, qu:indo a' 7 di settembre giunse in Firenze
Niccolò Alamanni con gli ordini e lettere del re, così ad
Enlraghes e a gli altri suoi ministri perche le fortezze ren-
disscro, come per prendere il giuramento da' Fioreniini per
r osservanza della nuova lega , e cose promesse ul.imamcnle
da loro ambasciadori in Turino; al qual atto avea deputato
Salienl Teijtavillu , monsignor di Lilla, e il proposto di Pa-
LIBRO VENTISEESIMO. 379
ligi , i quali in Toscana si ritrovavano. Livorno con le for-
tezze cobi di mare , come di terra si riebbe il lo giorno di
settembre senz' altra replica, ma non senza l'aiuto di nuova
moneta. Mi le cose di Pisa, le quali aveano a travagliare
non che Toscana, ma tutta Ilalia, ebbero altro successo,
allegando in sul principio Entraghes senza particolari con-
trassegni del re lasci.itili in sul partir suo di propria bocca,
non poter far la detta restituzione; poi mostrando di essersi
lascialo svolgere da|i|i allri ministri del re, e avuto daFio-
rentini due mila scudi per polrr mantener le sue genti, fece
intender loro che si accoslasscro a Pisa con le lor genti
per la porta Fiorentina , promeltendo che se i Pisani non
li volevan ricever dentro a guisa di amici , egli tirerebbe
loro con i'arliglicrie dalla ciltiuleila , la qr.ale soprastando a
quella porta e ^1 borgo di san Marco ad essa porta cbn-
giunlo , non era difficoltii alcuna a cacciarne i Pisani, e a
fargli del tutto abbandonar quella parte. I Fiorentini lieti
d'aver a ricoverar dopo tante fatiche cosi principal membro
dello stato loro, abbandonalo Vico Pisano, si drizzurono con
tutte le lor genti, e con quelle de Vitelli , che, inleso l'or-
dine del re, si erano unite con esso loro, avendo però tocco
prima quattro mila scudi, alla volta di Pi'a, e fecero il loro
alloggiamento a san Remedio . luogo asf^ai presso alla cittìi.
Aveano i Pisani, d'ordine del castellan medesimo, fallo avanti
la delta porta un bastione grande e forle, il quale slimando
Entraghes che i Fiorentini non fussero per potere isfor-
zare , quindi si era mosso a mostrarsi liberale di quello che
altri ottener non polca, essendo per altro risoluto, come
poi si conobbe, a non fare i Fiorentini della citladella si-
gnori. Ma essendo nel campo loro non raen pronta dispo-
sizione d'insignorirsi di Pisa, che si fusse ne' petti de'Fio-
renlini istessi , partitisi di S. P>emedio vennero con lanl'im-
pcto e f( rocia ad assalire da tre parti il bastione, del sito,
del quale avea dato loro Paolo Vitelli pienissima informa-
7Ìone, che cacciatine i difensori, e entrali del bastione per
un ponte levatoio nel borgo , parca che fussero per insi-
gnorirsi quel di felicemente di Pisa, se nell'ardor del com-
battere Entranghes accortosi che i Fiorentini contro il suo
avviso s'impadronivan quel giorno di Pisa, non avesse fallo
380 bell'istorie fiorentine
tirar loro di molii colpi d' artiglierie della citlaiicUa, da'quali
ferito in una gamba Paolo Vitelli , e guasti e feriti molti
altri soldati, furono costretti raffrenar cotanto empito, re-
stando nondimeno padroni del bastione e del borgo con
preda di molte robe , e con aver fatto alcuni prigioni di
stima. L'esempio del castellano fu seguitalo non solo da
quelli di Pietrasanla , e del Mulrone , che dipendevan da
lui, ma da chi era a guardia di Serezzana e di Screzzanello,
benché vi fusse ito per parte del re Luigi di Villanova, il
quale non altro frutto trasse di questa sua gita se non es-
sersi certificato, che, non ostante qualunque ordine del re ,
senza lettere di Ligni era impossibile che dette fortezze già
mai si restituissero. Queste cose saputesi di fuori, e non
polendo alcun crcflere , che due o tre castellani avesser
cotanìa baldanza di opporsi alla volontà del re loro , ac-
crebbero l'animo a Piero de'Medici di voler in ogni modo
tentare di rientrare per la via del Ponte a V'aliano in Fi-
renze. La Repubblica offesa cosi notabilmente da Piero , il
dichiarò verso gli ultimi dì di settembre ribello con quattro
mila scudi di taglia, e tornò a scrivere al re i disordini
grandi che da questa inubbidienza del castellano procedea-
no , r arJir preso da Piero de'Medici, il non poter mandar
genti nel regno, lo accrescere riputazione alla lega, e in-
somma una perdita certa e sicura, così per conto de' Fio-
rentini , come del re islesso della città di Pisa; poiché, olire
il Malvezzo, v'era finalmente entrato il Fracassa con alcuni
cavalli e fanli della riviera di Genova, favori tutti porli loro
dal duca di Milano ; nò esser di lieve considerazione i con-
forti de' Veneziani, i quali ricevendo ogni dì suppliche e
raccomandazioni da' Pisani , incominciavano nello stato tur-
bato d'Iialia ad allargar l'animo loro ambizioso alle spe-
ranze di Toscana, conoscendo, olire la gloria, di quanto pro-
fitto potrebbe esser loro l' aver porli nel mar tirreno. E
contullociò non lasciavano via alcuna possibile per ammol-
lire l'animo d'Entraghes, avendj indotto ad avvicinarsi a
Pisa monsignor di Lilla , benché infermo , perchè da tanta
ritrosìa il rimovesse ; ma egli corrotto d' avarizia e da libi-
dine, ministri potentissimi a qualunque scelleratezza, per-
chè era innamorato d'una giovinella pisana ngliuola di Luca
LIB50 VENTISEESIMO. 381
del Lanle , e avea come si seppe poi promesso di dare
a'Pisaiil la ciltadella per danari, ne da Lilla , né da Saliant
renla\illa e Villanova si lasciò svolger mai dal suo propo-
nimento ; ancorché eglino per mezzo d'un aialdo regio,
che appresso di loro si ritrovava, avesser con trombetti, e
con allre cirimonie, secondo l'uso di Francia, protestatogli
di dichiararlo riLeilo e nimico della corona di Francia con
confiscazione di corpo e di beni ; se fra i termini d' un d'i
a" comandamenti del suo re non ubbidiva. La qual solennità
ad alro non giovò , se non che Enlranghes allegando voler
i contrassegni segreti del re, spedi Ci;;rles, suo creato, in
cort! per vedere se questa fosse la volontà di sua maestà,
confortato a far questo dal propos'o di Parigi, che insieme
con lui in ciltadel'a si ritrovava ; il q'iab? non orlante che
fusse nominalo per uno fra gli al. ri de' commessarj del re
in pigliar la ralific izione de' Fiorentini circn le nuove con-
\ dizioni fatte a Turino, non era mesio del castellano duro
in vietar che la fortezza si consignasic; nel qual tempo
vennero di Lombardia lettere alla Repubblica come a' 7
d'ottobre tra il re di Francia, e il duca di iMilano era se-
guito pace e accordo, e che i Fiorentini erano slati chia-
mati compagni dal re, onde parendo che fussero perciò
rimossi i favori della lega da Pisani, e credendosi (ho i! re
spaccierebbe subito chi facesse far la restituzione delle cose
promesse, stettero i Fiorentini molli di piiiii di queste liete
speranze, ora pregando il duca di Milano, che facesse
partir di Pisa il Fracassa , ora sollecitando il re che man-
dasse un per.'onaggio d'autorità per condurre il castellano
ad ubbidire. E nondimeno non polendo tra lanlo il campo
p ù trattenersi nel borgo di Pi;a , essendo contiiiuamcr.le
danneggiato dalle artiglierie di cittadella , si levò la mattina
de'lU per tornarsene all'antico alljggiamento di Cr.s;ina ; e,
quello che non meno d'ogn' altra cosa incebbe a'Fiorcnti-
ni , morissi in questo ri'orno la notte de' 12 nella bad'ia di
Sansovino presso a Pisa monsignor di Lilla, il quale veniva
nelle lor cose molto favorevole. Fu certo nobile esempio
della sui fede, che, richiesto pochi giorni innanzi alla sua
morte da Entranghes che a Pisa se ne dovesse venire, ove
sarebbe più diligpnlemenle curato , e delle cose necessarie
382 dell'istorie fìoremine
alla sua salvezza provveduto, rispose che conoscendo egli
esser piacere di Dio che in breve dovesse morire, avea de-
liberalo di morire piutlusto tra gli amici e fedeli del re ,
che non ira quelli che della sua niaes'à fussero nimici e
ribelli. Furongli per questo ordinale 1' esequie funerali in
Santa Maria dil Fiore con grandissima pompa. Ma perchè
le spedizioni così dvl duca , come del re lullavia ritarda-
vano , e i Sancsi si erano i)resso che scoperti nimici della
Repubblica, e vivevasi dogli Orsini e di Piero de' Medici
in alcun sospetto, essendosi accozzali co' fuoruscili di Pe-
rugia , e per quella via tentando di farsi innanzi , furono i
Fiorentini coslrelti dividere le genti loro per riparare a tulli
i luoghi onde si temevano i pericoli. Perchè fu con dugento
ottanta uomini d'arme, e con millecinquecento fanti man-
dalo il du' a d' Urbino verso il Pogfrio Imperiale per esser
all' incontro de' Sanesi . e il conte llinuccio da Marciano e
fratelli con mille fanti e con dugenlo uomini d' arme verso
Cortona, e a Valiano per resistere ad ognimpelo degli Or-
sini e di Piero de' Medici, oltre il campo resialo a Casci-
na; nel quale era un buon num.ero di cavalleggieri e due
mila fami, e uomini d'arme trecento. Oltre questi prepara-
menti senlendosi per lettere di Roma come Piero de'Medici
minacciava di torre una terra importaute di quelle della He-
pubblica, fu scri'lo a lutti i commessarj , e massimamente
a Piero Capponi, il quale era commessario a Volterra , che,
Volteggiando pc^ i mari di Toscana l'armala degli Arago-
nesi, stessero vigilanti , benché in fatto non temessero molto
in questo tempo i Fiorentini de' loro nimici , ancorché eglino,
in iscrivendo al re, per conseguire la cittadella, grandemente
queste cose accrescevano; imperocché Virginio Orsino, che
partendo di Narni veniva verso Todi , non avea veramente
|)iù che cento cinquanta uomini d'arme, dugenlo cavalleg-
gieri , e circa scicenlo fanti , né questi molto bene in or-
dine. Paolo Orsino , perchè questi due soli di tulli gli Or-
sini si erano scoperti nimici della Repubblica, il quale si
ritrovava in Montepulciano , avea solo cinquanta uomini
d'arme, e intorno a dugento fanti. Le genli de' Sanesi tra
il signore di Piombino, Giovanni Savello, e un figliuolo del
conte di Piligliano non passavano il numero d'uomini d'arme
LIBRO VE.MISEESIMO. 383
ilugcnlocinquanla. Ma non eran del luUo stale false le mi-
iiaccc di Piero , essendosi poco dipoi scoperto che egli
leiuva trattalo in Cortona, ove Luca degli A'bizi era com-
niessario ; la qual cosa non avendo avuto alcun elTclto, tolse
gran riputazione a quell'arme, che per questo cercavano di
cungiiignersi insieme ; l.ilchè si sperava che liille l' altre
cose avessero a terminar bene, essendo massimamente ve-
uutc lollcre dc'24 dal Vespucci, il quale era, dopo che fu
coniloUo a Milano, restalo per ambasci.id((re della Repub-
blica ap|iresso il duca; per le quali avvisava come quel prin-
cipe a\ea (irdinato di mandare uno de' suoi segretarj al Fra-
cas a |)er levarlo di Pisa; il quale continuando ne'suoi soliti
e vecchi arlilìci , benché orm<ìi troppo palesi e conosciuti
da ciascuno, diceva aver quella cura e pensiero delle cose
della Repubblica , che avea delle sue medesime. Ma queste
speranze crebbero ancora mollo più , essendo tre dì, appresso
die prese il gonfalonerato Antonio Manelti , arrivato in Fi-
renze un gentiluomo del re di Francia dello Lanciampugno,
ju compagnia del quale veni\a ancor Cammillo Vitelli; ben-
ché ncir ospor la sera medesima la sua ambasciata alla si-
gnoria, prestamente si fusse conosciuto da quante difficultà
sono per lo più sempre circomUile le cose che ardentemente
hi desiderano ; imperocché presentile le lettere del re in
sua credenza a'signori (le quali altro non contenevano, se
non che egli era mandalo per restituir Vi a e l'allre cose
de'Fiorenliiii) tos'o soggiunse, che egli aveva espressa
commissione del re di richiedere la Repubblica che dovesse
pagare a' Vitelli certa somma di danari prima eh' egli andasse
a Pisa; dopo il qual pagamenlo egli n' audcrebbe scnz' al-
cuna dimora a far quanto gli era stalo comandato. Parve
questa cosa molto strana a'signori, e pciò, preso tempo a
rispondere , avrndo la mallina seguente ragunato il consiglio
de' richiesti con arrolo di buon numero de'ciltadini più
savj , risposero in iscritto esser cosa impossibile trar più
danari ne dal pubblico , né dal privalo , se prima non si
vedesse con gli elTetli la nsliluzione delle lor cose. Lan-
ciamnugno, lullochè di tal risposta non mostrasse restar sod-
disfallo, pur chiese tempo ancor egli per consigliarsi col
Tcniavilla e col Salient, e che di nuovo sarebbe con la si-
384 dell'istorie fiorentine
gnoria. Allora Canimillo Vitelli, incomimiandosi dalla lunga,
mostrò quanto egli era slato sempre favorevole alle cose
de' Fiorentini , e che dubitando dell'ostinazione del capi-
tano di cittadella, egli, per assicurarsi d'avere i suoi danari,
avca fatto lasciare a Neri Capponi tante gioie, che la Ue-
pubblica era seeura di non perdere il suo, quando la resti-
tuzione non seguisse; conluttociò che per raaggior Mcurlri
egli si avea fatto dare tutti gli ordini e espedizioni, che
per detta restituzione erano necessarie ; le quali avea coni-
messione di stracciare , ovvero ardere ogni volta che i da-
nari non gli si pagassero , i quali diceva ascendere alla
somma di dieci mila ducali, e che, non pag..nd(.g'.isi deUi
danari, egli senza andar con le sue genti a soccorrere ii
reame , avrebbe preso quella via che miglior gli fusse pa-
rula , protestando d' ogni danno che per < io ne seguisse ,
cotesto non pagamento esterne princij)»! cagione e origine-
Fu da' signori detto che appresso gli si rispmderebbe, ma
non lasciarono però trallanto di soggiugnere a Lanciampu-
gno , che se Eniraghes avesse ubbidito a' primi ordini del
re, secondo monsignor di Lilla il confortò, ben si sarebbe
potuto soccorrer Napoli e co'Vitelli e con le genti della
Hepubblica, non essendo in quel tempo ne gli Orsini, nò
altri scopertisi in favor del re Ferdinando, onde a quelle
genti si fusse potuto impedire il cammino di passar oltre.
E che se ora i danari a' Vitelli pagassero prima che Pisa si
ricuperasse, tanto meno si disporrebbe ii cnslellano a ren-
der la citladolla, parendogli esser seguito 1 elTelto che il
re desiderava del soccorso di Napoli. Licenziati per aliora
Lnnciampugno e '1 Vitelli con questa risposta , il medesimo
fu replicalo al Vilelii in iscri fo due giorni di poi. Ma por-
tando egli lettere di monsignor di Ligni e del duca dOr-
liens, di cui Eniraghes era suddito, delle qua'i si sapea
che egli farebbe più slima che di quelle del re, furono i
Fiorentini costrelti secondare alle vog.ie di Camm'llo , il
quale conlenialosi fìnalmenle di ricever per allora circa tre
mila scudi , dietro Lanciampugno , che era già parlilo per
veder di muovere Eniraghes , s" avviò col Salicnl e col Tcu-
tav Ila a Pisa per lo medesimo effetto. Mi arrivalo Lanciam-
pugno la mattina de' 15 due ore innanzi di a piò della porla
LIBRO VENTISEESIMO. 38S
della cilladella, fu studiosamente tanta trallenulo da' fanti
del capitano , che i Pisani n' ebbero novelle , da' quali veg-
gcndosi egli accerchiare gittò parte delle lettere in una siepe
e parie in Arno ; le quali tutte per buona lor fortuna in
mano de' Pisani pervennero, talché presolo prigione, e non
polendo egli mostrare della volonlii del re altro che parole,
non si fece effetto alcuno migliore di quello che per 1' ad-
dietro si era fallo ; olire che il castellano mostrava di voler
aspettare Ciarles suo creato; né miglior fortuna aveva avuto
il messo del duca di Milano, per i cui ordini il Fracassa
non aveva fallo cenni di volersi partir di Pisa , benché poi
mollo tardi a mezzo dicembre l'avesse fallo; anzi l'essere
il cardinale de Medici ito a Milano , e Giuliano a Bologna ,
ove quelli dal duca , e questi da Giovanni Bentivoglio parca
che fussero lavoriti, aggiugncvano tuttavia maggior dubbj
e sospetti, trovandosi massimamente in questi tempi Virgi-
nio Orsino a Dirula, luogo de'Baglioni vicino a Perugia a
Ire miglia , Paolo Orsino a Castel della Pieve , e Piero dei
Medici in Siena, i quali si congiunser peti insieme al Bagno
a Rapolano, onde le querele de'nuovi Dieci entrali a 3 di
dicembre incominciarono ad essere spesse e gravi appresso
del re. Costor furono B.rnardo Nasi , Paolanlonio Soderinr,
Alamanno Rinuccrni, Lorenzo Morelli, Piero Popoleschi,
Pier Giovanni da Ricasnli, Francesco Valori , Pierfilippo
l^indolfini , Francesco Romoli e Baldassar Brunetti amen-
due arlefici , i quali non lascir.vano luogo alcuno di persua-
dere inti'ntato per commuovere il re a vend carsi de'Pisani,
che con tanto dispregio del nome regio avessero avuto ar-
dire di manomettere un suo gentiluomo, e sopratlulto tor-
navano a domandargli che si risolvesse a mandare un per-
sonaggio d' ùulorilà , perchè venisse pur un giorno a fine
r effetto di quesla restituzione. Per le quali querele si ri-
svegliò tanlo l'animo del re di Francia, che sdegnato con
J/igni , fece intendere a' parenti d' Enlr;ighes , che altamente
il punirebbe , se senza dar più dilazione e interpretazioni
a' suoi ordini, subito non restituisse a' Fiorentini le fortezze
di Pisa, di Miitrone e di Pietrasanla E oltre a ciò mandò
monsignor di Gemei con nuove lei ere a Entraghes per que-
sto effetto. A cui, esscnJo arrivato a Pisluia, furono mandati
Amu. Vol. V. :i5
386 dkll' isroRiB iioìsKiNtine
Paoliinlonio Soderiiìi, e Lorenzo di Pier Francesco por ri-
ceverlo e onorarlo; ma né egli, ne monsignor di Bono
cognato d'Eiitraghes dieìro Gemtl mandalo di ro . fecero
alcuno effello cid castellano ; o corrotto e guasto dalie rose
die di sopra si disse , o ()ercliè, disperando per lanla osti-
nazione passata , quando ben ora ulihidisse , il perilono dal
re, gli paresse ogn' altra c<isa migliore partito che l'ubbi-
dirlo. Ma Gemei, avendo, oltre a quest'ordine, commissione
di condur gli Orsini assoldi di re, a questo fu giovevole
a' Fiorentini , che condotto Virginio al soldo di Francia ,
liberò da ques'a noia la Ucpubblica , la quale, non ostante
tanti pochi benefici che dal re ricevea , non lasciando ad-
dietro uffici) alcuno di riverenza e d' amorevolezza , gli
mindò nuovi amliasciadori per rallegrarsi della pace fai a .
e insiememente per condolersi della morie del Delfino suo
figliuolo i! vescovo di Volterra e Giovacchino Guasconi. Alla
quale ardente lor divozione quante volte io considero . io
non so certo quanto mi dibba lodar quel governo; per-
ciocché o conoscevano eglino, che il re veniva in questo
allo schicltamenle o con fraude : e se essi conoscevano
d'esser ingannali, perchè con tanto lor pregiudizio conti-
nuar nella fede di chi lì tradiva, se con semplicità, a che
eiTelto farsi idolo uno, il quale non avea co'suoi sudditi
autorità nò maeslà alcuna? De' quali due falli, qualunque si
sia in un principe, facendo l'uno ritrailo di malvagità d'a-
nimo, e Pallro di dappocaggine, se bene Ir.'ggon principio
da fonti diversi , producono i medesimi elTetli . e sono
amendue parimente dannosi , non essendo da stimar meno
il danno che si riceve da chi non ci giova quando dovreb-
be , che quello, che da coloro ci vien fallo, che contra ogni
ragione ci offendono. Con tutte queste lurbazioni di fuori .
si fece in Firenze nuova riforma circa il governo della cilln,
e in segno di giustizia, e d'aver oppresso il tiranno, rizzos>i
in sulla ringhiera della porta del palagio la Giudille di br<in-
zo , opera egregia di Donalello.
DUI' ISTORIE EMiTlE
DI
ijfs^rxmTH:^ ;«> m«'m,H"w»ft jo^ r^-^,
LIBRO VENTISETTESIMO.
Anni 1Ì96 1502.
l-><on infelice cominciamenlo prese il gonfaloncrato in Fi-
renze il primo di dell'anno 1496 Matteo del Caccia, essen-
dosi poco dipoi per certi avvisi saputo come Enlr;ighes
alla presenzi di Bono suo cognato avea cpiel medesimo dì
consegnata la cittadella a" Pisani , avendo ricevuto da loro
dodici mila scudi , la quale e di consiglio del castellano e
dcliberazion loro, fu subito dnf ordine che fusse sfasciala
(! raaniiata a terra. I Fiorentini oltre modo per così falla
perdila dolenti scrissero a gli ambasciadori , i quali erano
in cammino , che montati sulle poste affrcltassero il viaggio
per far intendere al re il tradimento d'Enlraghes, e poiché
le cose in questo modo eran succedute , si facesser resti-
tuire i trentiimila scudi pjigati ultimamente al re su le gioie,
o impetriir licenza di poter altrui le dette gioie impegnare,
se i danari ricuperar non si potessero , che il re gli acco-
modasse di cinquantamila scudi , ordinasse a Vitelli che,
avuti i danari da Gemei, si trattenessero alquanto in Toscnna
per veder che cammino prendessero le cose di Pisa, e che
Giovanni Iacopo Trivukio governator delle sue genti in Asli
ad ogni loro richiesta fusse apparecchiato; mostrandogli
quello che altre volle avean dello, che il danno deTio-
rentini sarebbe in ogni tempo slato danno evidentissimo per
le cose d'Italia delia corona di Francia. E frattanto coraan-
388 DFIL'iSTOIUE FIORENTINE
(larono alle lor genli, le quali in quel d'Arezzo e di Cor-
Iona si ritrovavano , che, poiché i sospelli degli Orsini e
(li Piero de' Medici erano cessali, s'avviassero alla volta
di Pisa , ove si avcano a volger tulle le forze della Re-
pubblica, così per ricuperazione del contado, come della
ciltà islessa di Pisa; perciocché già si dubitava che non
Inalo co' Pisani, quanto con tulli i collegati s'avesse a
contendere ; sapendosi come i Pisani avcano subilo dopo
la ricuperazione della cilla'lella spediti loro ambasciadori
a quasi tutti i principi de' cristiani , al papa, all' impera-
(lore , a' Veneziani e al duca di Milano, e, de' minori
potenlati, a'Sancsi, a' Genovesi , a' Lucchesi e al signor di
Piombino, rirhicdendo loro di danari, di genti, e di con-
siglio per difcmlcrrii dall'arme de' Fiorentini ; i quali la lor
liberlà cercavano di opprimere. Furono senz' alcun dubbio
con maagior prontezza ricevale l'ambascerie de'Pisani da'col-
legali , che non quelle de' Fiorentini da' F'rancesi; percioc-
ché e il duca di Milano mandò maestro Agostino da Lucca
per far loro intendere , che egli volea conservargli in li-
bertà e in nome de'Venezinni venne con alcune genti Ma-
rino de' Bianchi , assicurandoli che quel santissimo senato ,
a cui r altrui libertà come la pro[iria era cara , non gli la-
scierebbe perire. Alle quali promesse, avendo e il duca, e
i Veneziani incominciato a sovvenirli ( essendosi i danari
IO quali Eniraghes era stalo pagalo cavati da' Veneziani e
dal duca di Milano ) seguirono tostamente gli effetti. Ma il
re di Francia come che alle novelle avule del tradimento
d' Eniraghes mostrasse di fulminare, e che i Fiorentini am-
ba-ciadori cortesemenie ricevesse, promettendo loro che
egli prenderebbe di ciò tal vendetta , che a tulio il mondo
fosse palese quanto i tradimenti gli dispiacessero, non se-
guitarono però l'opere conformi a queste minaccie , poiché,
né monsignor di Bono , il quale era ritornato in Francia
con indicj manifesti d'aver consentito alle ribalderie del co-
gnato, e tocco per se duemila scudi, non fu da lui più che
d'un leggier rabbuffo punito; ne Ruberto di Veste valletto
suo di camera mandato da lui per far restituire aFiorenlini
Serezzana e Serezzanello , e per disporre Eniraghes , che
rendesse ancor loro Mulrotie e Pielrasanta , fu in questa
LIBnO VENTISETTESIMO. 389
opera d'alcun profitto; benché da Ruberto non restasse.
Era alla guardia di Serczzana il bastardo di Bienna postovi
da Ligni, il quale avendo a cotesto castellano, Ire giorni in-
nanzi che Ruberto v'arrivasse un suo uomo, mandalo per
disporlo insieme co' compagni, siccome avrà al re detto.
che tostamente alla venula di Ruberto ubliidissero, avea a
punto il contrario mandatogli a dire; perchè, dopo aver il
bastardo tenuto intorno a'dieci dì sospeso Ruberto di quel
che avesse a deliberare , finalmente vendè verso il fine di
febbraio por ventiquallromila scudi Serezzana a' Genovesi.
Né fu dubbio alcuno come per l'autorità di Ligni, così per
opera d'Entraghes tulio ciò esser seguito, acuì gli statichi
infino a Pisa furono mandati. Similmente niun' altra cosa di
quelle che i Fiorentini aveano al re domandato ottennero ,
eccello il poter impegnare le gioie, e qualche leggier spe-
ranza di soccorso, ma non già de' Vitelli, i quali al regno
conveniva che andassero. Ma in colanti manc;imenti di così
grande amico e proteltor loro , non mancavano perù i Fio-
rentini a se stessi; perciocché come che mollo ben sapes-
sero esser dal duca di Milano ingannati ( il quale di conti-
nuar sempre con ciascuno con le solite arti non si rimaneva)
non lasciarono però mai , avendo da lui il medesimo artifi-
cio appreso , di tener pratiche seco e di chiederli, se non
altro, consiglio, perchè in laute dilBcoIlà Tanliche loro cose
conseguir potessero. E ha cerio cagione ampia da maravigliarsi
chiunque s' abbati e a veder le scritture de' Fiorentini e
de' Pisani, veggendo ricorrer parimente amendue questi po-
poli quasi ad oracolo, al costui consiglio e autorità; dove
era forza, che se non lutti due, almeno l'una parte ne re-
stasse ingannata. Tenevano ancora i Fiorentini appresso il
duca di Ferrara Jacopo Acciainoli lor cittadino, assai caro e
domestico di quel signoro , perchè egli fosse appo il duca
di Milano lor mezzano e intercessore ; e benché, non sotto
nome di ambasciadori, simili persone , mantennero il più del
tempo, e col pontefice, e con Giovanni Bentivoglio ; di cui,
per la vicinila di Bologna allo stato loro, grandemente avean
cagione di temere. E essendo richiesti da' fuorusciti di Siena
d'aiuto , prontamente gliel concedetlero , benché a nulla
fusse giovato. Ma soprattutto essendo con ogni lor sforz©
3£0 DEI.t' ISTOHIE FIORENTINE
deliberali di ricuperar le cose perdute. E avendo per que-
sto, senza le genti del duca d'Urbino, messo insieme in
Valdinievole ollocento cavalli, e cinquemila fanti, per dare
fiicun principio a gli acquisti loro, mandarono a' 25 di feb-
Jtraio mille fanti, e dugento cavalicggieri all'espugnazione
di Vada, la quale gagliardamente combattuta, pervenne a'27
in potere de' Fiorentini. Né per le brighe e molestie di fuori
mancava la diligenza in quelle di dentro, procurandosi del
<oi:linuo da gli amatori del presente governo , che quello
stato pigliasse forza , facendosi tuttavia quanto pifi fiisse
possibile popolare ; siccome erano anche a ciò elTicacemenie
dal Savonarola ogni dì riscaldali. Per la qual cosa voggcndt»
che per lo consiglio grande, di grande e capacissima sala
facea lor di bisogno , quella ordinarono che in volle sopra
la dogana , dove era già tetto , subitamente fusse gittata ;
la quale abbellita a' tempi nostri dal granduca Cosimo di
pitture e di statue, per uno de'rari ornamenti d'Italia èri-
guardata. Quivi non essendo ancora interamente fornita, vol-
lero che la seguente signoria de' mesi di marzo e d'aprile
si dovesse creare, dispensando per questa volta per special
grazia, che non desse noia lo specchio , e ordinando per
l'avvenire che non meno di mille cittadini facessero il gran
consiglio ; acciocché a coloro, i quali avian posto la mira al
governo più ristretto , fusse mozza ogni via di dar compi-
mento a' loro disegni. È cosa certa, si come da gli uomini
diligenti di quel tempo fu notato, millesetlecentocinqiianla-
cinque cittadini da trenta anni in su esservi intervenuti, dai
quali il nuovo gonfaloniere Domenico Mazzinghi fu croato.
Scrive Giovanni Cambi , il quale non è dubbio che egli era
de' piagnoni, esser costui stato buon uomo e molto populare,
e che non piacendogli il governo de' Modici, non mollo
nelle faccende pubbliche in lor tempo si fusse intromesso ,
onde fu prima creato gonfaloniere che egli fusse stalo dc'si-
gnori ; il che a molti non era intervenuto. Fu per questo
la sua elezione mollo cara al popolo , il quale attribuì anche
a buono e felice augurio, che in questi |)rirai dì fussero
venule novelle dal campo della prosa di Buti. Ma, per com-
pensare le cose prospere con T avverse, non andò guari, che
si seppe ancora e di Screzzanello a>cr quel medesimo il suo
LIBRO VEMISETTESIMO. 391
castellano fatto, the di Srrc7z,iii;i avca falto il bastardo di
Bienna. Ne delle fortezze di Piclrasanla , e di Matrone sì
viveva con molla speranza , benché Entraghes facesse inten-
dere a' Fiorentini , che, facendogli ottener perdono dal re ,
liberamente le rendereblìe loro ; imperocché verso il fine di
marzo ancor esse per veniisctiomila scudi a' Lucchesi fur
vendute. Le quali cose in gran parte si crede esser seguite
per i conforti del dura di Milano , che fu atìcor buona e
principal cagione che il duca d' Urlatio si spiccasse da'ser-
vijzj della Repubblica e alla lega si congiugnesse ; ancorché
mandandogli i Fiorentini Braccio Martelli per mostrargli il
lempo della sua condotta a gran pezza non esser finito, nò
cagiono essergli slatV data perchè così dovesse fare , si fus-
sero di rilenerlo grandemente ingegnati; e nondimeno si
sparse in quel temjKi fan)a per Italia , che il duca artata-
mente fusse siato accommiatato da' Fiorentini, perchè egli con
la lega si conducesse ; la qua! cosa grandemente increbbe
aì!a cilià , veggendo da' suoi avversari non per altro effetto
ciò essersi pubblicato, che per renderla sospetta a'Francesi,
a' quali fu certo qne- la lama esser pervenuta. Considerando
prr questo con ehe duri niniici avessero a contendere , i
quali «la niuna parte rilìnavano di molestarli , e sapendo che
s'aspeltavan di giorno in giorno in Pisa gli aiuti de' Vene-
tiani e del duca di Milano , slimarono che fusse da solle-
citar la guerra; e per questo essendo dopo la presa di Buti
ridotti al Pontadera, passarono Arno la notte che precedette
r ultimo giorno di marzo, e, venuti a Buti e preso S. Michele
delia Verrucola , sen-'.a perder tempo si po'^ero ad espugnar
la Verrucola , la quale non facendo vista per quattro cru-
delissimi assalti di volersi arrendere, essendovene morti al-
cuni di loro, si fortificarono in S. Michele. Ma stimando
che all'ottener quella fortezza vi volesse del tempo, lasciata
in S. Michele buona parte de' fanti per guardia, la quale ne
fu il dì seguente da" nimici cacciata , si volsero con mille
fanti, e quaKrocenlo cavalli all'assedio di Calci, del qual
luogo dopo alcune baltagTie felicemente s' insignorirono. Ma
a' Pisani già sbigottiti sopragiunser ^iù cose, che all'afflitte
lor fortune porsero qualche respiramento. Ciò furono fra
Taltrc alcune lettere scritte da Agostino Barb;;rigo dose di
392 DELL'lSTOniE FIORENTINE
Venezia a Marino cleBinnchi; per le quali gli notificava ,
come dal senato era la città di Pisa slata presa in prote-
zione: di che in Pisa, e in quel piccolo contado che gli era
restalo, fur falli fuochi e altri segni di letizia. Qur-si nel me-
desimo tempo erano giunti il conte Lodovico della Miran-
dola con cinquanta cavallcggieri , e sessanta altri cavalleg-
gieri del conte Lodovico da Carpi mandati dal duca di Mi-
lano , con promesse così dal duca, come da' Veneziani, che
di molto maggior aiuti non meno di genti, che di d nari
fra brevissimi giorni i Pisani sarebbono provveduti. Ma
quello che fece accrescer loro maggiormente l'animo, fu la
rolla di Francesco Secco. Avcano i Fiorentini dato ordine ,
che Ercole Bentivoglio, già figliuolo di Santi, di cui in que-
s'a istoria altre volle si è parlato, con le fiìnterie alten.'es-c
air espugnazione della Verrucola ; la quale perchè da'Pisani
non fusse soccorsa, fu posto in Buti con centodieci uomini
d' arme Francesco Secco. Costui permettendo , che per ri-
sparmiar lo strame, molli de' suoi cavalli per le vicine col-
line pascessero, porse occasione a'Pisani di far bene i falli
loro , i quali mandalo fra fanti e cerne settecentocinquanta
dc'loro soldati, e dugento cavallcggieri tacitamente fìior di
Pisa , il Secco di notte improvvisamente assalirono, e ben-
ché egli montato a cavallo valorosamente si portasse , non
potè riparare che i suoi, per l'improvviso assalto smarriti,
non si mellessero in fuga, e quasi la maggior parto o morti
0 prigioni de'nimici non rimanessero. Dalle memorie de'Pi-
sani si raccoglie, dogli uomini d'arme esservene restali morti
cinquanta, e venticinque presi, ferito il Secco, e forse du-
gontovcnti cavalli con alcuni muli esserne stati menali a Pisa.
1 Fiorentini d'ogni cosa fanno il numero mollo minore. Que-
sto fu cagione che l'assedio della Verrucola a"9 d'aprile si
disciogliesse; e i Fiorentini a Bientina , i Pisani sotto Gio-
vanni Paolo Manfroni condollicrc de' Veneziani a Vicopisaiio,
luoghi due miglia distanti, si ridussero. Ercole Beulivoglio
dal successo di Buli conoscentlo i Pisani aver preso animo,
per mantenerli in questa baldanza , fingeva nelle scaramur-
cie , che ogni d'i si facevano, d'aver di loro terrore, sì f;il-
tacente che ebbe un dì opportunità di tirarli con questa
confidenza , fuggendoli innanzi in un aguato ; ove scopren-
LIBRO VENTISETTESIMO. 393
dosi le genti e alzando le grida, con facililà grande ruppe i
niraici; avendo morti e presi molli di loro. Ma avendoli fi-
nalmente Giovanni Paolo fatti fermare in un ponte non lungi
di Vico, incominciarono a far alcuna resistenza, in modo,
che volendosi fra gli altri quel dì segnalare Francesco Sec-
co , il quale per vendicarsi della rotta di Buli ardeva di de-
siderio di far qualche opera degna del suo valore , mentre
innanzi a tutti gli allri combalte, fu d'uno scoppio in guisa
ferito , che, uscitosi del contlillo, poco dipoi si morì; talché
da" Pisani fu questo accidente annoverato fra le loro vittorie,
i quali, sopraggiungendoli tuttavia gli aiuti promessi, inco-
minciarono a diventare superiori; perciocché a' 17 arrivò
loro Soncino da Crema condoltiere de' Veneziani con cin-
quanta cavalleggieri , e poco dipoi Francesco della Giudecca
lor segretario con cinquanta allri, e molli conneslabili con
buon numero di fanti e di provvigiona'i. TaUhò ad Ercole
lìentivoglio , the era del silo del pnese intendentissimo, non
parendo tempo di combattere in campagna co" Pisani, i quali,
oltre le genti già dette, andavano ogni giorno di nuovi fanti
e cavalli ingrossando, e non volendo dall" altro canto inca-
stello alcuno rinchiudersi per non privarsi di quelle como-
dità, che gli errori de'nimici gli avesser potuto porgere, si
fortificò in un luogo assai forte Ira il castello del Ponladcra,
e il fiume dell' Era , stimando quando pur allro far non po-
tesse, di non far poco, se, lenendo corti i nimici . a lor
modo trascorrer non li lasciasse. Era tra questo mezzo te-
nuto il ventisei giorno d'aprile, nel quale si doveva in Fi-
renze far l'elezione della nuova signoria, quando a gli Otto
di balìa fu riferito , alcuni cittadini aver insieme congiurato
per fare una signoria a lor modo , e costoro esser più giorni,
co' nomi di quelli che desideravano, andati attorno richie-
dendo decloro amici e parenti, perchè a t;ile elezione con-
corressero; e toccando il gonfaloniere a S. Giovanni, aveano
disegnalo Francesco degli Albizi, il quale, oltre l'esser nato
di donna de' Medici, era figliuolo di Luca, che nelle con-
lese tra Rinaldo degli Albizi suo fratello e Cosimo de' Me-
dici , lasciato il fratello, alla fazione de' Medici si era ai-
coslalo. Questa cosa dagli Olio a' signori prima cho in sala
si ragunasscro comunicala , mandarono loslaraenle in sala
39i dell'istorie fiorentine
per vedere se que'lali vi fussero, i quali, per l'officio che
essi facevano , con Fiorentina e popolar voce scorridori
erano cbiaaiati , e trovativi con le polize in mano Filippo
Corbizi , Pagolo Biliottì , e Giovanni da Tignano , subita-
mente fecero lor j orre le mani addosso. E avuti i nomi così
d*;! gonfaloniere , come de' signori che essi bramavano , e
quelli in consiglio letti pubblicamente, fur da questa pra-
tica in guisa resi odiosi al popolo, che ninno fu che otte-
nesse ; e in luogo di Francesco fu fatto gonfaloniere Piero
degli Albizi figliuolo di Lucantonio , che fu pronipote di
quel Piero che fu morto dal governo de' Ciompi; così in Fi-
renze gli ai.licbi afì'etii si tengono racchiusi, e di mano in
mano negli accidenti si scuoprono e fansi palesi. I tre presi
furono in perpetua prigione confinali alle Slinche, e se mai
per alcun molo n'uscissero, giudicali ribelli , e venlicinque
altri cittadini che a questo trattalo fiir trovali tener mano ,
per un anno da tut;i gli nflìej tur ammuniti , i quali benché
di tal oondannagione al gran consiglio appellassero, impe-
roccliè per una nuova legge il gran consiglio aveva lappel o
delle cose importanti , non ottennero però alcun favore • e
rimasersi in nval conccllo del popolo. Acquetale in questo
modo le cose di dentro , e essendo venule novelle che il re
di Fiancia da tante preghiere e suppliche de' Fiorentini com-
mosso , benché altro desiderassero, avea pur deliberato di
mandar l'arcivescovo d'Ais in lialia , sì per fare residenza
in Firenze per mostrar che egli teneva conto de' Fiorentini.
e sì per disporre alcuni potentati, che ne'falli di Pisa di
molestarli si rimanessero ( e già avea questo ufficio fatto col
duca di Milano) gli fu mandato incontro Pellegrino Lor ni
con ordino d'incontrarlo a Modena; perchè in sul venir per
Bologna , confortasse priiicipalmente Giovanni Bentivoglio a
portarsi amichevolmente con la Repulibìica; sapendosi quanto
caldamente egli era lutto dì dalla lega rircaldato a romper
di verso LJulogiia contro de'Fiorenlin:. Ma il Bentivogìiu,
oltre i confi. rti del re , veniva da sé slesso malvolentieri a
questa impresa, sì perchè, pratico delle cose del mondo ,
non giudica\a partito utile con l'appoggio di una legci, che
per avventura in breve si discioi rebbe , il pigliarla con una
Kepubblica vicina e polente e da vivere lungo tempo , e
LIBRO VENT1SETTES5M0. .'WS
SÌ perchè avendo avuto promesse dal papa di farli un figliuol
cardinale, non vedea ch'egli facesse sembianle di volerlo
di ciò soJdisfare , ancorché egli, olire 1' altre promozioni ,
poco innanzi in qnesl' anno medesimo ne avesse creali quat-
tro altri. Ma troppi erano i niniici de' Fiorentini, avendo in
questo medesimo tempo il papa, co'Sanesi congiunto, com-
mossogli contro dalla banda del ponte a Vallano Giovanni
Savello , e il signore di Piombino con molti fanti e uomini
d'arme; onde bisognava tener quei luoghi continuamentP
provvisti. Quasi nel medesimo tempo avendo i commessarj
de" Fiorentini sentito che ottanta uomini d"'arme, cento ca-
valleggieri , e cinquecento provvigionati de niraicì uscivan
di Vico per assaltar alla sprovveduta le lor genti, che a
Bientina si ritrovavano , le posero ad un certo passo in a-
guato , le quali dato addosso animosamente a'nimici , che
ciò 1 on s'aspettavano li misero in rotta, avendo di loro
trenta uomini d'arme, e altri tanli cavalleggieri fatto prigio-
ni. Tra tanto avendo l'arcivescovo d'Ais fornito il suo uffi-
cio in Bologna , e sentendosi, che ne veniva alla città, gli
furono infino alla Scarperia , per orrevolraenle riceverlo ,
mandali Guglielmo de" Pazzi, e Lorenzo di Pierfrancesco ,
da'quali condotto a Firenze , e due giorni dipoi nella sala
grande, ove era tulio il gran consiglio ragunato rappresen-
tatosi , espose in lingua italiana , come il suo re informalo
benissimo delle antiche e presenti opere de" Fiorenlini verso
la CHsa di Francia, e sapendo parlicolarmenle con quanta
costanza dopo la sua venuta in Italia si fussero soiloposli a
spese, danni e pericoli grandissimi per continuare nella
sua fede , avea fermamente nel suo animo deliberalo di far
loro inleraraenle tutte le cose lolle restituire, sì come in
breve tempo a pieno conoscerebbono , e che tra tanto per-
chè a ciascuno fusse palese essere i Fiorentini dal re per
veri e fedeli amici e confederali riputali . avea loro voluto
mandare uno ambasciadore ; col quale, continuamente in Fi-
renze risedendo, si potessero le faccende e maneggi impor-
tanti, che di giorno in giorno accadevano conferire accioc-
ché ne' comuni accidenti o prosperi o avversi , consiglio e
autorità non mancasse. In questo tenore fu 1' ambasciata del
re : e perchè alle promesse gli effetti rispondessero, essendo
396 dell'istorie fiorentine
l'arcivescovo stalo richiesto che dovesse andarne a Lucca ,
perchè queir ufficio che in Bologna avea fallo, co' Lucchesi
facesse , non ricusò di farlo , credendosi da molti che tanta
prontezza del re e de'suoi ministri, non tanto da naturale
amorevolezza verso de' Fiorentini , quanto da' proprj pericoli
procedesse; perciocché nel regno di Napoli il re Ferdinando
era por andar tuttavia accrescendo , e per gli aiuti che vi
s'aspettavano da' Veneziani si slimava che i Francesi non
\i avessero lunga stagione a lenerpic. Sapevasi il re de'Ro-
rnani essere sialo condotto dalla lega, e in brevissimo tempo
dover calare in Italia; onde si come accadde ne' mali, aire
non parca di dover trascurare quell'amicizia; la quale se
nella sua bonaccia avesse stimalo, maggior comodi e bene-
fizi ne arebbe potuto trarre al presente. I Fiorentini d'ogni
dimoslrazioue benché piccola traendo profitto, e non essendo
senza qualche speranza, che il re o almeno il duca d'Orliens
fusse per passare quest'anno in Italia , faceano nondimeno
ogni lor fondamento nelle proprie forze, attendendo a con-
dur tuttavia nuovi capitani, fra' quali aveano a questi dì
condotto il conte Albertino Boschelta, e il conte Gherardo
Rangone con cinquanta uomini d'arme per uno. E avendo
inteso che il piccolo duca di Savoia era morto , e che a
quella signoria era succeduto Filippo monsignor di Brescia
zio di suo padre , il quale, trovatosi col re Carlo nella sua
passala in Italia, si era mostrato mollo favorevole verso la
restituzione di Piero de' Medici, gli spedirono ambasciadore
Piero Soderini sodo apparenza di rallegrarsi seco , come si
costuma, del nuovo principato, e condolersi della morte del
pronipote , ma invero per renderlosi benevolo e amico ,
sapendo esser lui molto Hivorilo e polente appresso il re
Carlo. Nel mezzo de' quali avviamenti non si tralasciavano
da parie l'opere militari, inchinando tuttavia la fortuna in
favore de' Pisani, i quali, essendo Luzio Malvezzo per un
trattalo, introdotto la notte de' 30 di maggio in Ponfedisacco,
ebbero comodità di svaligiare una compagnia d'uomini d'arme
che v' era sotto il conte Lodovico da Marciano fratello di
Rinuccio , e di farvi esso Lodovico prigione; benché, essendo
ne'luoghi vicini levato il rumore, e dubitando di non poter
tenere il castello, tostamente se ne fusser tornati a Pisa ,
LIBRO VENTISETTESIMO. 397
lasciando Pontedisacco libero a' Fiorentini ; i quali essendo
venuto il tempo della creazione de' nuovi Dieci, elessero a
questo magistrato Domenico Bonsi, Bernardo del Nero, Mat-
teo del Caccia, Giuliano Salviati , Guid' Antonio Vespucci ,
Domenico Mazzinghi , Lodovico Masi, Francesco Taddei e
Piero Pieri e Giuliano MaruceUi amendue artefici, nò pas-
sarono molti dì dopo la loro creazione, clic vennero avvisi
come in Pisa era arrivalo Giustiniano Moresino gentiluomo
veneziano con ottocento stradiolti, il che fu cagione che i
Fiorentini, non confidando di poter tenere Calci, da sé
slessi r abbandonassero. E gli stradiolti desiderosi in que-
sto principio di acquistar riputazione , la mattina del 14 di
giugno s' incontrarono a pie di Vico co" baleslrieri a cavallo
ile'Fiorentini, co' quali venuti alle mani, dopo lunga scara-
muccia ne riportarono il peggiore. Questa cosa li infiammò
maggiormente a fare qualche atto notabile; e per questo
unitisi con l'alire genti, che in Cascina e in Vico si ri-
trovavano, n'andaron !a notte de' ventitré sotto Montecarlo
alla volta di Pescia , e sopravvenendo di chiaro si volsero
al borgo a Buggiano, il quale, benché con fatica e morte
d'alcuni di loro, finalmente espugnarono, e saccheggiato e
abbruciato, si come fecero anco a Slignano, se ne torna-
rono Lucio Malvezzo a Cascina, Giovanni Paolo Manfrone
a Vico, e il Moresino co' suoi stradiotti alla volta di Pisa.
Quindi avendo deliberato di nuovo qoal impresa s'avesse a
fare, n'andarono la notte de' trenta ad accamparsi due ore
innanzi giorno a Lari , essendo loro riferito che non erano
alla guardia di quel luogo più che ottanta cerne. Ma datovi
per quaitr'ore continue una crudelissima battaglia, essendo
eglino tra a cavallo e a pie non meno di quattromila uomi-
ni, e trovalo che la notte innanzi v'erano entrali quattro-
cento provvigionali (il che dette aPisani sospetto non fusse
questa cosa da alcuno dei loro metiesimi slata notificata
a'Fiorentini^, se ne partirono con morti e feriti di molti di
lora; né mai si esercitò guerra con più rabbia e crudeltà
Ira'soldali, né con maggior arti e inganni tra'principi che
fu questa. Perciocché il duca di Milano , non ostante che
tenesse le sue genti in Pisa , e che sotto scusa di venir di
luogo appestato (perciocché era in Firenze i mesi addietr»
398 dell'istorie FIORENnNE
slato qualche sospelto di pesle) avesse a Piero Sederini
vietato il passar per Io suo stato a Savoia , continuava non-
dimeno ora a scusarsi delle cose succedute, ora a darne la
colpa a' ministri , ora a mostrar che lutto ciò che si faceva
per beneficio de' Fiorentini da loro non conosciuto veniva
fatto; i quali se spiccandosi da'Franccsi alla lega si congiu-
gnessero , agevo'meìitc le cose perdute recupererebbono, e
ritalia tutta non più divisa, ma unita e congiunta tra sé
nelTanlico splendore ritornerebbe. Dall'altra parte le cru-
deltà che gli stradiolti, non che nel paese de'nimici , ma
in quel delli s;essi Pisani commeltevnno , trapassavano il
modo e la misura d'ogni barbara crndellà, lìmmazzando fan-
ciulli, violando pulzelle, e quelle cose che trasportar non
potevano , tutte commettendo in preda alle fiamme ; i quali
esempi per non restar di sotto a' nimici, non furono i Fio-
rentini pigri a imitare; onde eglino da' Pisani, e i Pisani da
loro con pari infamia crudelissimi, e, per usar la [iroprialor
voce, immanissirai nimici furon chiamati. Nel mezzo de'quali
travagli prese il gonfaloneriilo Tommaso Anlinori; ne' primi
giorni del cui magistrato essendo quallrocenlo stradiolti u-
sciti di Cascina per f.ire scorrerie e prede verso Volterra ,
furono nel ritorno incontrati da'Fiorentini, e costretti a lasciare
la preda, presine alcuni di loro, e mortine ventisei senza
esser morto d;il lato de' Fiorentini altri che due , uno de'quali
fu Ponlevico capo de' balestrieri d'Ercole Bcntivoglio. Ma
per allro le cose de' Pisani andavano prosperando , percioc-
ché, olire gli altri aiuti, erano a Foce venute sei galee dei
Veneziani per guardia di quei mari, le quali furono loro
senza dubbio di gran profitto cagione. Massimiliano re dei
Romani avca di fresco mandato loro dugento cavalli Borgo-
gnoni, olire quaìtrocento Alemanni mandativi prima; con
le quali genti, con le marchesche e duchesche accoppiate,
e con quelle del paese, i Pisani a' 9 si accamparono a La-
vaiano , e quello presero il d'i medesimo a patti, e poco
dipoi san Cervagio , e pieni d'ardire si posono a campo a
Ponte di Sacco; il quale benché non potessero espugnare,
si volsero a Biiti , e lo strinsero in modo, che a' 20 di lu-
glio costrinsero quelli di dentro ad arrendersi a discrezione
iella lega; per l'allegrezza della quale vittoria furono in
LIBRO VENTISETTESIMO. 399
l'isa per intercessione de' ministri ducali liberati Carlo e
\Loreiizo Malvezzi, per opinione che avessero anconscnlito
ialla Tuga di Lodovico da Marciano, il qnale, come di sopra
t.i disse, fu preso in Ponte di Sacco, e in Pisa in cortese
prigione era ritenuto. Olire a ciò il marchese Gabriello Ma-
lespina, che, di grande amico, gran nimico della Repubblica
era divenuto, oltre, aver occupalo un castello de' Fiorentini
in Lunigiana, se n' era venuto a Fivizzano , e quivi e per i
vicini luoghi ogni cosa avca pieno di terrore e di confu-
sione. Massimiliano era comparilo in Borraes ne' confini d'I-
talia, ove era slato a trovarlo il duca di Milano, e fra gli
altri genliliiominì e signori menato con se, v'avea con-
dolio Giuliano de' Medili per tener tuttavia in gelosia i Fio-
rentini: e nondimeno avendo lor conceduto che Piero So-
derini a Savoia passasse, non cessava d'avvertirli, che a
ricevere i suoi ricordi e il suo consiglio un giorno si di-
sponessero , minacciando altrimenti grandissime rovine e
calamità sovrastar loro ; le quali minacce benché fussero in-
terpretale larsegli per la venuta dell' impcradore , non fu-
rono però possenti a farli abbandonare i Francesi; ancor-
ché eglino, per le cose avverse succedutogli nel regno, aves-
ser patinilo col re Fernando di sgombrar fra trenta giorni
^al rfams , e lasciarli il paese libero. Ma bene a'consig'i
del duca destinarono all' imperadore per anibasciadori il ve-
scovo dclNizzi, e Pierfilippo Pamlolfini , in luogo del quale,
per essersi infermalo fu poi messo Francesco Pepi. Ne'campi
dopo la perdila di B;iti non era'succedulo cosa di molto
momento , essendo stali i nimici in continue consulte e di-
spareri fra loro in quale impresa prima s' avesse a por mano.
E benché la maggior parie concorresse , che si dovesse as-
saltar Tìicntina, fu per opinione di Luzio Malvezzi, da cui
i Pisani si icneano mal serviti, dissuasa. Né maggior ese-
cuzione ebbe il parlilo preso di fortificarsi alla Fornacella ,
per poter prendere di là quelle delibL-razioni, che 1' orca-
sione di mano in mano porgesse ; imperocché partitisi del
campo per mancamento delle paghe i soldati Alamanni , i
capitani non tennero per cosa secura l'andarvi ad alloggiare.
Facevansi nondimeno ogni giorno continue scaramucce; in
una delle quali fu morto d" un passatoio Niccolò, capo dc!H
400 dell'istorie fiorentine
stradiotti , a cui da Pisani nel primo giorno d' agosto fur
fatte grande onoranze. Ma deliberarono pur finalmente di
tentar Cascina, la quale mentre, per allora, senz' alcun Trullo
combattono, perciocché al fine poi l'espugnarono, i Fio-
rentini ritolson loro Lavaiano ; ma assaltati nel ritorno da
stradiotti patirono alcun danno ; siccome fu anche in un'al-
tra scaramuccia fatto prigione il conte Pirro da Marciano
fratello del conte Rinuccio. Ma di verso le parti di Luni-
giana avendo il marchese Gabriello col marchese Lionardo
8U0 fratello, e col marchese Tommaso di Villafranca preso
e saccheggiato Fivizzano, benché poche co-;e vi avessero
ritrovato, si volsero alla Verrucola , fortezza posta poco
sopra a Fivizzano , dove sapevano che molli Fivizzanesi si
erano riparali; e quivi accampatisi, avendovi col favore dei
Genovesi condotte alcune artiglierie grosse e minute di Se-
rezzana, faceano ogni sforzo di es|>ugnarla. Le quali cose
a' Fiorentini palesate, e con molle preghiere da'Fivizzanesi
richiesti a provvedere allo scampo loro, vi mandarono,
benché travagliati delle cose di Pisa , alcuni lor coneslabili
con un buon numero di fanti; con le quali forze, non solo
la Verrucola dall'assedio liberarono, ma, riacquistato Fiviz-
zano con tutte l'altre terre perdute fuor che una, occupa-
rono anche due terre di quelle de'Malespini, e, tra molli
presi, fecero prigione il marchese Tommaso, e in tutto le
scorrerie e ladronecci di que' marchesi raffrenarono. Mentre
queste cose in tal modo procedevano , giunsero a Firenze
a' 19 inaspettatamente due ambasciadori di Massimiliano; la
somma della quale ambasceria fu questa: Che avendo Ce-
sare deliberato di far l'impresa contra gl'Infedeli desiderava
di veder l'Italia in riposo, la quale essendo turbata dal-
l'arme francesi, bramava sapere se i Fiorentini volean ri-
solversi a congiugnersi con la lega, acciocché quella più
jgevolmenle si acquetasse. Appresso li confortava a depor
l'arme contra i Pisani, avendo il medesimo fatto intendere
i quelli, proferendosi egli di dover le lor differenze vedere,
e terminar di ragione ogni contesa e discordia che fusse fia
loro. I Fiorentini, preso tempo a rispondere , dopo molti
giri di jìarole pieni d'osservanza e di riverenza grande verso
l'imperiiile mucstà, conchiusero il lor parlamento in que-
LIBRO VENTISETTESIMO. 401
sto modo. Che ne" primi avvisi della venula di Cesbre in
Italia, eglino per far quello che alla lor Repubblica s' a|i-
parleneva, subilo elessero due de' lor [irincipali cittadini per
ambasciadori alla sua maestà , i quali di giorno in giorno
eran per partire ; con costoro aver proposto di far inten-
dere a Cesare apertamente la dichiarazione dell'animo loro,
e le loro giustissime ragioni e giustificazioni intorno a' fatti
di Pisa, né aver un dubbio ai mondo, che egli non ne
avesse a rimaner contentissimo. Con la qnal risposta furono
gli ambasciadori accomiiilati sì fiittamcnle, che essendo en-
trato gonfaloniere di giustizia Giuliano Orlandini , già si
teneva per cerio che avessero ad aver conlra l'imperadore,
di cui, essendo i Pisani ormai da se stessi superiori, gran-
demente si dubitava ; massimamente raffreddando la passala
del re Carlo in Italia, e veggendosi che i Veneziani aveano
già pre-^a per cosa propria la difesa di Pisa, ove a'3 di
settembre aveano mandato il conte Braccio da Montone con
ottanta cavalli, il qual riferiva con trecento quaranta cavalli
quattro altri lor condottieri avere a dietro lascialo . che non
]>cnarono molto a comparire, e già di pochi dì prima vera
arrivalo Domenico Delfino, perchè in compagnia del More-
sino amendue provveditori fossero delle lor genti, e quella
impresa vivamente maneggiassero. Usciti dunque con animo
di far fazioni grandissime in campagna , a' 4 occuparono
Soiana e Morrana, essendosi gli uomini di quei luoghi
arresi salvo l'avere e le persone; nell' uno de' quali luoghi
cinquanta e nell'altro quaranta fanti lasciali, il dì seguente
presero Chianni, Terricciola e Ciglili. L" atro dì corsero
infino alle porte di Volterra , e quivi falla assai buona
preda, e uccisi e fatti prigioni alcuni, si volsono il dì se-
guente verso S. Casciano di Valdipesa , fatto quivi ancor
bollino e prigioni. Questi successi avendo lor porlo ardire,
si pose Giovanni Paolo Manfrone a passare per un ponte
da lui fatto, il Cilecchio , stimando poter portar grossa
preda da que' luoghi, e già con non piccolo bottino per la
medesima via se ne tornava, quando dalle genti de'Fioren-
lini, che questa mossa avcan sentito, messisi con dicci
squadre e con molti balestrieri e fanti in quattro squadroni,
fu in su quel di B entina vigoro:;amenle assalito. Coir.bai-
Amm. Voi. V. H»
402 bell' istorie fiorentine
lessi con pari virtù dall'una parie e dall'altra, e essendo.
di persone di conto, dal lato loro rislesso Manfrone ferito
sotto il ginocch 0 , il conte Giovanni di Ravenna, Iacopo
-t>rso e Gentde da Roma, e dalla parie de" Fiorentini Gui-
(hnello , ciascuno se ne tornò ne' soliti alloggiamenti , glo-
riandosi i Pisani per esser siali di minor numero e por
essersi le lor genti, come scrisser per lutio, pollale da' pa-
ladini, la vi'loria esser siala dal canto loro. Dispulossi poi
tra nimici dell' oppugnazione di S. Regolo, e benché il
Mdvczzo in princi[)io non vi concorresse, acquetatosi, vi
si andò la noiie de' tO, venendo 1' undecimo d'i di seliem-
bre, e giun:i\i al far del giorno, e essendo per ordine
loro già sopraggiunte artiglierie e vel ovaglie di Pisa, ii
Malvezzo se ne partì subilo, essendo comparito dal campo
de' Fiorentini diigcnto uomini d arme e qualtr cenio fanti
per soccoirerlo ; onde e il Morcsino fu ancora egli costrello
con le sue gen;i a levarsi; ma, tornativi di nuovo con mag-
gior apparecchio , non passò il ventesimo dì di quel mese
che presero S. Regolo, S. Luce, Usigliano, Casanuova e
altre caslelle:ta delle colline, con animo di serrare in guisa
il passo a'Fiorentini, che, volendo tentar l'impresa di Li-
vorno , non potesse da loro esser soccorso. Era general
commessario nel campo de' Fiorentini Piero Cappoi!', uomo
amante della sua Repubblica, e per molte sue opere, ma
particolarmente per l'atto de' capitoli stracciali nella pre-
senza del re Carlo , molto famoso , a cui parendo grave pur
troppo, che i Pisani in questo modo andasser crescendo,
e acceso di desiderio ardentissimo di accrescer con alcun
nuovo fallo la gloria del nome suo , mentre andato a' 21
con una parte del campo de' Fiorentini a ricuperare Soiana,
e lutto intento a far piantare l'artiglierie, e che i soldati
faccino il debito loro, fu di un passavolanle, tirato da quelli
del castello, percosso nel capo, e subil.imenle cadde molto;
di che in Firenze per lo valor di tal uomo si sentì incom-
parabil dolore. Fu per questo perduta la speranza di ricu-
perar Soiana, e le cose de' Fiorentini parca che tuttavia
peggiorassero: perciocché, essendo 1' Jmper;idore venuto a
Genova, benché nel principio di lai sua venula, non meno
\ Pisani che i Fiorentini dubitassero, mollo presto si seppe.
LIBRO VENTISETTESIMO. 403
che egli ne veniva a Pisa con animo di far l'impresa di Li-
vorno. Nò gli ambasciadori a lui mandati referivano cose ,
onde si potesse sperare pace o quiete ; perciocché essondo
eglino arrivali in Tortona un dì poiché egli si era partilo
per Genova, e per questo costretti di andar a trovarlo a
Genova , cominciato a trattar quivi delle cose che avevano
in comraessione , furono a gli 8 d'ottobre, in tempo che
egli s' imbarcava sul molo , rimessi al cardinale Santa Cro-
ce ; da cui la sua intenzione ascolterebbono , il quale appo
lui, come legato del papa, si ritrovava ; e da! legato al duca
di Milano mandali , il quale in Tortona andassero a ritro-
vare. Erano le commessioni degli ambasciadori questo. As-
sicurar sua maestà che i Fiorentini saranno i medesimi che
sono slati sèmpre por l'onore, commodo e dignità Cesa-
rea , e che però non ora necessario entrar di presente con
sua maestà in altre dichiarazioni. In quanto a' fatti di Pisa,
il Pepi che era dottor di leggi gli mostrava , che essendo
per leggi imperiali ordinato , che ciascuno doveva essere
nella sua possessione mantenuto, non giudicava esser cosa
giusta, nò che egli, il quale era giustissimo principe fuS'^e
mai per tollerare , che eglino delle lor cose spogliati pia-
tissero, se non erano prima nel primiero lor slato reinte-
grati. Per la qual cosa sentendosi in Firenze con quanta
ignominia della Repubblica i loro ambasciadori venivano
trattali , fu subitamente scritto loro , che poiché il Guaite-
rotti , il quale appo il duca di Milano dimorava era di tutte
queste cose pienamente informato, eglino senza far altra
dimora in Tortona, che di prender commiato dal duca, su-
bitamente a casa se ne tornassero. Dove chiamandosi in
vano gli a'U'.i di Francia, la tema di questa venuta era
molto grande , benché Livorno fosse ottimamente fornito ;
conciossiachè se bene Massimiliano veniva con genti piut-
tosto da condoltiere che da imperadore, nondimeno essendo
fama che egli veniva con mille Alemanni, montali su l'ar-
mata, che era di quattro navi grosse, sci galeoni, otto galee
sottili Veneziani, e due Genovesi con palendue e barche
grosse per artiglierie , e con più di mille altri , e forse mil.e
cavalli per terra, benché in tutto non fossero stati pili che
trecento cavalli, e millecinquecento Alemanni, nondimeno
404 dell'istokie fiorentine
avendosi con l'altre de' Veneziani e del ddca di. Milano a
congiugnere, davano giusta cagione di dubitare; oltreché
s'appettava di giorno in giorno in Pisa Annibale Bentivoglio
figliuolo di Giovanni già spedito da' Veneziani , e entralo in
cammino con cenlocinquanta nomini d' arme , centoventicin-
que Ira balestrieri, stradiolli e provvigionati a cavallo, e
centocinquanta fanti a pie ; e perchè lutti i mali si unisse-
ro, aveano i Pisani di mano d' Eniraghes a questi dì ricu-
perato ancora Librafatta , né di verso Siena, nò di Roma-
gna si viveva sicuro. Contultociò la venuta dill' impt radore
per tempi conlrarj ritardò molto piii che non si credea, es-
.sendo alla fine slato costretto sbarcare alla Spezie, e quindi
per terra unirsene a Pisa , ove arrivò alle sei ore la notte
de' 22 d' ottobre E sebbene l'esercito de' Pisani era molto
accresciuto per la venuta del Bentivoglio, scemò dall'altro
canto in buona paite per essersi parlilo Luzio Malvezzi, il
quali) era del Bentivoglio nimico , e col Malvezzi il conte
Antonmaria della mirandola. SimilHieiile le cose del Ponte
a Vallano erano succedute benissimo, impororchè mandatovi
incontro il conte Rinuccio da Marciano, che poco dianzi di
Rimini era tornato, ove la sorella di quel signore avea me-
nata por moglie, costrinse i nimici vituperosamente a fug-
girsi con perdita di una parte delle loro artiglierie. Ne la
venula dell' imperadore parlor'i quelli effetti , che altri s' a-
\eva immaginato, onde si confermò tuttavia esser verissimo
quello che allri anco hanno lasciato scritto: la riputazione
scompagnala dalle proprie forze divenir in breve tempo
cosa leggierissima e vana. Furono nondimeno i principj
pieni d'apparali, e d' espettazioni grandi; perciocché l' im-
peradore volle veder subito il campo posto a S. Giovanni
alla Vena, e quello considerò minutamente, poi avendo
domandato che da' Pisani gli fussero dati quattro de' lor cit-
la:lini per consultar delle cose necessarie, e da loro depu-
tativi Giovanni Bcrar.lino dell'Agnello, Giovanni Paolo Gua-
landi , Piero da san Casciano lor cancelliere e Federigo da
Vivaia, dopo molti discorsi, ne' quali intervennero i Prov-
vediton Veneziani, e il conte di Caiazzo, il quale era ve-
nuto con V imperadore, e l'oratore del duca di Milano , si
deliberò che i Fiorenlioi si doves^cr assalire da due lati,
LIBRO VENTISETTESIMO. 403
di verso Livorno, e a Ponte di Sacco ; acciocché da questa
parte travagliali non potessero soccorrer Livorno, e che si
facesse sopralliilto con dihgenza grandissima un ponte a
Slagno; il quale fornito a' 27 d'ottobre incontanente l'im-
peradore fé partir le sue genti a quella volta , e Annibale
Bentivoglio co' suoi per l'impresa di Ponte di S.icco verso
Cascina. Egli montalo in galea e visto e considerato il silo
(li mare, e cosi da qual luogo per terra si potesse raellcr
il campo e batter Livorno; non più lardi che il dì seguente
essendo un commessario Pisano con buon numero di fanti
tra Tedeschi e Italiani , e con certi cavalli mollo appressa-
tosi alla lerra per dar principio all'accamparsi, quelli di
Livorno uscirono fuori, e assaltalo animosamente i nimici
li misero in fuga, perseguitandoli infino allo Slagno, con
avervi feriti e morti alcuni di loro. Andati perciò il dì se-
guente i nimici in maggior numero e con maggior apparalo,
furono ancora con maggior lor damo, parte infino al me-
desimo Slagno ribollali , e parie onstrclli a ritirarsi in ga-
lea, cssendovenc stati uccisi circa sellanta di loro, feritine
assai, tolto loro alcuiìi carriaggi e carri con padiglioni e
altri instrnmenli bellici, e guasto il ponte tallo allo Slagno.
1 quali danni vcndiciiroiio di gran lunga quattrocento ca-
valli, e quasi altri tanti fanti de' nimici con la presa di Bol-
gheri castello de' conii della Ghcrardesra posto poco di là
dalla Cecina , dove il l;lo del mare incomincia a piegare, e
spargf-rsi in dentro per fare il braccio di Piombino : nel
qual luogo usarono infinitissime crudeltà , scannnn io infino
a' pie degli altari le doune e i fanciulli, che nelle chiese
erano rifuggiti; pen he quelli di Castagneto sbigottiti s ac-
cordarono con esso loro senza aspettar d'essere assalili, e
già avrebbono fatto qiialch • danno a Bibbona, ove si eraao
addirizzali, se i Fiorenlini da inaspellalo beneficio della
fortuna non fossero stali soccorsi. Era in questi dì in Firenze
«areslia grande di grano, perchè di m Ili dì e mesi innanzi
era stato scritto a gli ambasciadori che la Repubblica lenca
appresso il re di Francia, che con ogni diligenza vedessero
con i lor danari di esser aiutali di quella maggior quantità
di grani fosse possibile; la quale non fosse meno di mog-
gia sei mila. Similmente per conto della guerra Pisana si
405 dell'istorie FIORENTINE
era a' medesimi arabasciadori fallo inlendorc che facessero
opera col re, che eglino polessero condurre a lor soMi
monsignore d' Albigion uno de' suoi capilani con cenlo lance.
e mille fanti Ira Guasconi e Svizzeri; i quali o ne'navili
ove s'avcano a condurre i grani, o nell' armala che il re
teneva in Provenza s'imbarcassero, e quanto prima fusser
posti a Livorno. L'effetto de* quali ordini non solo era ito
in lungo mollo più di quello che non si era aspettato, ma
per ultimi avvisi avuti dagli ambaseiadori si era quasi per-
duta affallo Ja speranza, così d' aver il grano , come le gen-
ti ; quando fuor dell'opinione di ciascuno, quel dì che i
nimici erano siali ributtali da Livorno , incominciò verso la
sera a comparire l'armata franzese, la quale era di due ga-
leoni e di sei navi, e tra queste una nave iiormanda di ca-
pacità di mille e dugento botti, che il re mandava con rin-
frescamento a Gaela. Era il temporale gagliardo, e per tal
cagione Tarmata della h ga si era allargala verso il famoso
scoglio della Meloria, la quale , o perchè dal lempo lo fusse
vietato, o perchè non ardisse di mellersi alla battaglia, non
andò altrimenti a investir \' armata Francese , onde ella ebbe
comodità di ridursi in porlo a salvamento senza altro danno
che della perdita d' un galeone carico di grano , il quale
restalo addietro alcun miglio, e, mancandogli il vento, venne
in poler de' nimici. Difficilmenle si potrebbe con parole
esprimere il piacere che di ciò sentirono i Fiorenlini, ben-
ché i fanti non più che a seicento arrivassero, e che non
monsignor d' Albigion, il quale non volle imbarcarsi , ma
in suo luogo fusse venuto monsignor d'Uboi con meno della
metà degli uomini d'arme , e questi senza eavalli , avendoli
lasciali per la fortuna di mare in Provenza ; parendo che
un sì fatto soccorso, e in lempo tanlo opjiorluuo, e quando
meno s'aspettava, fusse piuttosto venuto dal ciclo , che per
industria d' opera alcuna umana. Il che si facea tanto più
credibile, quanto che trovandosi ciascuno in Firenze per
tanti nimici e in tempi così malagevoli sbigottito, erano
spesso dal Savonarola nelle sue prediche coslantemenlc con-
fortati a star di buon animo ; perciocché quando meno sei
crederebbono , sarebbon sollevati dalla pulente mano di Dio.
r^oQdimcno essendo eglino siali ricordali dal duca di Milano
LIBRO VENTISETTESIMO. 407
a mandar nuovi ambasciaJori a Cesare giunto che fussc a
Pisa , e per non mancare a se stessi , e per mostrar a quel
borioso principe, che volentieri i suoi concigli asroltav ano,
elessero per .mandargli Pierfilippo Pandolfini e Bernardo
Ruccliai , benché ora per aspettare il salvocondolto , e per-
chè il Kuccljai si ora ammalato, e ora per altri successi
non fusser poi andati. E, percliè di molti giorni prima eran
venuti avvisi di Napoli, come il re Ferdinando a capo d'a-
ver il suo reame valorosamente riacquistalo , o per disagi
paliti nelle passale guerre , o per gli affitluosi abbraccia-
tnenli avuti con la nuova moglie già di suo padre sorella ,
a gli 8 d' ottobre si fiisse morto, e a quel regno succedu-
togli don Federigo suo zio; tu commesso a Cellicozzo Gon-
di, che in Napoli si ritrovava , the in nome della Repub-
blica andasse a fare quelli ufficj col nuovo re, che in sì
f"at;i casi si sogliono costumare; dopo le quali commcssioni
jii trailo in Firenze nuovo gonfaloniere Piero Lcnzi. Già si
era posto il campo a Livorno con animo di batterlo gagliar-
damente, quando i Fioresilini perchè gli affezionati del Sa-
vonarola più si cocfermassero nella sua opinione, da altri
aciiilrnli celesti furono soccorsi, essendo dal primo per lutti
i selle di novembre venute tali e sì falle pioggie dal cielo,
che non che battere e assaltar la muraglia , ma ne pur
deiUro i padiglioni si poteva slare. Conluitociò essendo el-
leno alquanto cessale , s' incominciò a batlere il dì seguente,
irovandovisi a campo qnallrocenlo uomini d' arme , secento
tavallesgieri , e circa quattromila fanti tra Tedeschi e Ita-
liani. Ma incomincialo a trovar resistenza molto gagliarda^
o per la diversità de'capi, o per lo mancamento delle Cose
necessarie , o qual allra se ne fosse la cagione, si proce-
deva dal canto de'nimici, i quali avcano già dato principio
^a batter il palazzotto e le torri, con tanti disordini; che
siccome dalle scritture pubbliche de' Pisani istcssi si cava,
eglino furono più volte a rischio di perder l'artiglierie;
perciocché uscendo quelli di dentro animosamente preser
più volle degli Ab manni che Cesare aveva con se menato,
e uccisero degli slradiolti do' Veneziani, co' quali aveano
sdegno maggiore; sì fattamente che la sera degli 11 tro-
vandosi l'imperadore a Pisa, i provvedilori de' Vciiiiziuni
^08 dell' iSTor.ir; fiorentine
con gli allri condoitieri e c.ifiilani àcW esercito d^'po lungn
c<in<u'.la deliberarono die si dovesser levare , e sarebbonsi
f.icilmi'nte la nelle seguente levati , se Giovanni Berardinn
dell Agnello e Mariano da Peccioli commessarj de' Pisani
aN esser persuaso a doversene almeno aspellare il pare dcl-
J' imptradore -, se pure ali' ignominia privata e pubblica della
lega e di Cesare non volevano aver riguardo ; il quale sialo
in persona insieme con esso loro per tanti dì occupalo in-
torno ad un picciol castello , ora se ne partissero senza
espugnarlo. Risoluti dunque di aspettar l'imperadore , il
q i;ì1c andato la niat ina seguente a Foce per esser in sul-
l'armata ; per tempo sinistro era stato costretto rilornar>ene
a Pisa , continovarono con la medesima lentezza e disordini
a battere una delle torri di Livorno ; nel qual dì benché
monsignor delli Ciappella capitano dell'armala francese si
fosse partito, il quale sbarcati i fanti e i grani, per con-
forto alcuno de'Forcniini non \olle fermarsi ■, non per que-
sto si accrebbe l'animo a' nimici , anzi perseverando nell'o-
pinione di levarsi , venuto che fosse l' imperadore a Livor-
no, accadde (il che fece lanto più afTretiarli alla risoluzio-
ne) che la notte che precedette a' 14 di novembre, si levò
una gran tempesta di mare, all'impelo della quale non po-
tendo r armala della lega resistere . dopo molti ripari , af-
fondò finalmente una delle lor navi della la Carracca sel-
\aggia di Genova, la quale con tulle le genti, artiglierie e
cose che vi erano su dette a traverso dirimpetto alla ròcca
nuova. Due delle galee sottili de' Veneziani fecero il me-
desimo alla prima punta verso S. Iacopo : e il galeone
che da'nimiii nel venire dell'armai francese era s'alo
preso, fu da quelli di Livorno che si valsero du-H' occa-
sione , con buona parte do' grani ricuperalo. Onde i ni-
miqi, arsi gli alloggiamenti, non ritardarono più a levare il
campo, confortando tuttavia Cosare i Pisani . che, ciò non
ostante, non anderebbe mollo che egli farebbe veder loro
i frulli della sua venula in Italia. E a tal fine- ordinato
the si f.ìcesse un poni e sopra Arno . e un altro sopra
il Cileccbio . il n)edcsimo di che l' esercilo si levò di Li-
vorno , egli ne andò a Vico per vedere il paese con 1' oc-
cliio, e deliberare qual imiuesa iusse più utile per i Pisaiii,
Mimo VENTISETTESIMO. 409
«ve failu venire, olire il Malvezzo, che con le sue genti era
venuto a irovarU», tulio l'esercito, e molle provvisioni di
scale, d' artiglierie, vcllova^lic e altre cose necessarie per
la guerra, che v'arrivarono il giorno seguente, andò egli
l'altro dì in persona per riconoscer Bienlina. Al qiial luogo
appressatosi intorno ad un miglio, gli fu tratto selle colpi
di passavolinle, perchè, ritornato addietro, la sera fece ra-
gunare il consiglio , e così la manina che segui appresso ,
ove (fatte leggere alcune lellcre dell' ambasciador francese
che risedeva in Firenze, che erano siale inlercetle, le quali
contenevano , che se il re di Francia mandava quattromila
pedoni di qua, farebboiio 1' irnperadore prigione) disse rac-
contando il successo di Bienlina: A noi pare che i Fioren-
tini ci vogliano morto e non preso, prrchè i passavolanti
uccidono e non prendono. Poi avendo fallo una descrizione
del sito del paese, domandò il parere de' capitani e degli
amhasciadori che il seguivano, d.i qual parte essi slimavano
(he si dovesse far 1' impresa, cioè dal lato d'Arno ov' è
Vico, 0 pure dal lato d'Arno ove è Cascina. I Veneziani
dissero dal lato di Cascina , i Diuheschi da quel di Vico ;
il qtial parlilo andò innanzi. Dato [ler questo ordine che il
Benlivogli che era a Pisa n'andasse a Cascina, perchè da
quella parie non fusser molestati da' Fiorentini . mentre e-
glino a qiicsla impresa attendevano , egli con la maggior
parie delT esercito si parli a' diciannove. E essendo nccnllo
così a' Fiorcnlini , come a" Pisani parimente, ove egli voltar
si dovesse, andò la sera ad alloggiare a Lavari , luogo
do'Lucchcsi a due miglia lungi della città, onde la mattiha
prese la via di Montecarlo , |>crchè non rimanea più da du-
Iiilare qual luogo dovesse egli assalire. Ma essendosi già
presso ad un miglio accostalo a Montecarlo, senza essere
novità alcuna succeduta, perchè diversa deliberazione pi-
gliar dovesse, die volta addielro . e senza punto arrestarsi
andò la sera m'desima ad alli>ggiarc a Serczzana , lion a-
vendo ancor fornito il mese della sua arrivata a Pisa. Do-
mandalo dair Agnello commessario de' Pisani, che co.^a sua
maestà a così subila deliberazione avesse indol'o , rispose:
il non esserli sialo osservato quello che dalla lega gli cfa
stalo promesso. Ma che a tempo nuovo egli verrebbe con
410 dell' ISTOKIE FIORENTINE
tali forze e preparamenti, che senza a\er dn!!' altrui aiuto
o consiglio a dipendere, farebbe a' Pisani ollimamenle co-
noscere qual fiis«e la disposizione dell'animo suo verso di
loro. Così ogni deliberazione presa se n'andò in fumo, e i
Fiorentini avendo preso animo, deliberarono di far l'impresa
delle terre delle colline, le quali in poter de' nimici erano
pervenute , per aprirsi la via di Livorno e usar quella strada
sicuramente, il che era di grande importanza. La qual im-
presa andò così prospera, che prima che questo mese fusse
finito ricuperarono Ceuli e Terriciiiola , e a' trenta s'accam-
parono a S. Luce. In Firenze furono traili i nuovi Dicci
Antonio Canigiaui , Piero Corsini, Tommaso Morelli, Bali-
sta Scrrislori , Francesco Scarsi , Lorenzo Lerzi iralello del
gonfaloniere, Picrfilippo Pamloirini , Taddeo Caddi. Jacopo
lìnrgianni e Antonio di Sasso, i quali sollecitando l'im-
presa incominciata , non solo riacquistarono S. Luce , ma
Tremuleto , Colognola, S. Regolo . e finalmente Soiana e
Morrone con ogn' altro luogo delle colline, essendosi i ni-
mici parie per maiicamrnlo di danari , e parte per dif;ì!la
di strami e di vettovaglia ridotti alle slanze ; olltechè già
s'incominciava a veder molto chiara la gelosìa che era nata
tra i Veneziani e il duca di Mil.mo per 1' imperio di Pisa.
Onde il duca, il quale non ostante il tener le sue genti in
quella città, non avea però mai lascialo di mostrarsi amico
de' Fiorenliiii , incominciava ad accostarsi tuttavia ccn loro,
mostrando (he egli desiderava die si restituisse lor IMsa.
^el mezzo delle quali pratiche prese il primo gonfal- ner;»lo
dell'anno I'i97 Francesco Valori la quarta volìa , il quale
non confidando nel duca, e negli aiuti francesi poco spe-
rando; e veggendo come i Veneziani inlesa la perdita delle
colline mandavano sellemila scudi a* Pisani per soldar due-
mila fanti . operò in modo che si vinse nel consiglio grande
una provvisione di dugentomila scudi, i)crchè alle cose ne-
cessarie provveder si potesse. E per guadagnarsi i Vitelli,
la cui famiglia per la gloria dell'armi in quel tempo molto
fioriva, si mandò Bernardo de' Ricci al marchese di Mantova
per dispor quel signore alla liberazione di Pagolo Vitelli ,
che, fallo^da lui prigione nella guerra del reame di Napoli,
ancora ia sua balìa si ritrovava. Ma nata guerra Ira il pon>
LIBRO VENTISETTESIMO. 4l t
Icfice e gli Orsini, co' quali Orsini i Vitelli e per fazione
e per parentado erano congiunti; e essendo le genti eccle-
siastiche da costoro stale abbattute , non furono i Fiorentini
senza sospetto d'aver questa parte favorita ; sapendosi mas-
simamente che COSI Carlo Orsino figliuolo di Virginio, come
Vitellozzo Vitelli , i quali erano i mesi addietro tornali di
Francia in su l'armala francese, che giunse a Livorno, erano
stati in quel tempo a Firenze in lunghe pratiche e ragiona-
menti co' magistrati della Repubblica , onde ebbero grande-
mente di ciò a scusarsi col [)ontefice, si come erano an-
che calunniati d'aver favorito i fuoruscili di Genova. Né
noia ebbcr maggiore i Dicci e la si;^noria che a mostrare
a' principi della lega , come alieni del molestar altri , non
aveano l'animo volto ;illrovc che a ricuperar le lor cose,
né ad altro stendersi la congiunzione e lega che aveano
co' Francesi. Ma soprattutto fu parlicolar cura del gonfa-
loniere stabilir le cose di dentro; il quale considerando
la base dello stalo populare in ninna cosa meglio conser-
varsi, che nel consiglio grande, il quale doveva esser al-
meno di mille cittadini nctli di specchio, agevolmente po-
tersi rislrigncr per cagione del detto specchio e gravezze,
prese questa forma; che il numero del consiglio per averne
mille di formo dovesse esser di duemiladugenlo netti di
specchio ; il qual numero ogni quattro mesi si rassegnasse,
e non trovando il conto , allora e in tal caso si pigliassero
tanti giovani netti di specchio , che, essendo minori di trenta
anni, avanzassero nondimeiìo l'età di venliqualtro, e quando
questi non bastassero, allora \i si arrogasse di quelli che
fussero per matico registri di gravezze allo specchio, essen-
dosi veramente accurto , che tra infermi e vecchi e assentì
della citlà e occupati in l'accende private, a voler mille cit-
tadini non voleva esser il numero del consiglio meno di
duemiladugenlo *, la qual cosa stimata mollo salutevole da
coloro a' quali piaceva il governo populare, non passò però
senza mormorio, e senza esser molto biasimata dalla parte
contraria , dannando con molte ragioni il riempiere il con-
siglio di tanti giovani, ne'qualinon essendo né esperienza ,
né consiglio, che cosa di buono poter di loro sperare? Era
Francesco Valori e per senno naturale e per lunga espe-
412 dell'istorie FIOUENTINE
licnza avula nel governo della Repubblica divenulo gran
ciUadino nella stia patria , a cui, oltre le doli dell'animo, ag-
giugneva appresso il volgo, che da tali cose suol dependere
riputazione non piccola, l'esser di bella statura, compresso
e grande della persona , e, benché ormai vecchio, non gli
mancare all' eseguire le cose , nò vigore , nò ardimento ; ma
l'esser egli molto fautore del Savonarola, il quale per isgri-
dare i vizj e per favorir troppo scopertamente 1' una fazione,
si avea fatto di molti nimici , conveniva che ancor egli a-
vessa degli emuli , a'quali cotanta autorità e grandezza non
piacesse. Per la qual cosa considerando costoro, che se di
simili gonfalonieri si lasciassero creare, del tutto \errebbono
a poco a poco esclusi del gì. verno, con ogni lor opera s'in-
gegnarono d'averne uno della lor p.irte, e toccando il se-
guente gonfalonerato al quartiere di là d' Arno , non trova-
rono suggello migliore , che Bernardo del Nero, uomo ben-
ché di famiglia nuova, nondimeno da paragonarlo in ogn' al-
tra cosa grandemente al Valori; concorrendo in lui e espe-
rienza e prudenza e età; con le quali cose s' avea fra'cilla-
dini acquistato autorità e riputazione grandissima. Croato
dunque gonfaloniere per marzo e aprile Bernardo del Nero
la terza volta , prese il suo magistrato con felici principj ,
imperocché avendo il duca di Milano confortato il pontefice
a far opera , che Pisa a' Fiorentini fusse restituita , e per
questo persuaso i Fiorentini a mandar segreianienle alcuno
(lei loro in Roma per vedere che assettamento si potesse
trovar col pontefice intorno questa materia. Fu commesso
tal cura ad Alessandro Bracccsi, uno de' segretari de Dieci ,
avendo conferito prima ogni cosa con l'arcivescovo d'Ais,
acciocché se, senza conchiudersi cosa di profitto, la pratica
venisse a discoprirsi , non diventassero inconfìdcnli a'Fran-
cesi. Ma parendo al pontefice che il Braccesi, si come fu-
rono le sue parole, fusse venuto con magre commessio-ni,
perchè egli non portava altro , se non che, restituendosi Pisa
a' Fiorentini . ossi moslrcrebbono a tutto il mondo d' esser
buoni Italiani, mandò il pontefice a loro Antonio de' Pazzi,
con cui gli faceva intendere , che Pisa sarebbe loro resti-
tuita ogni volta che sì dichiarassero con la lega, di che des-
sero per sicurtà alcuna delle loro fortezze. Parve il sentir
unno VENTISETTESIMO. 413
questo a' Fioreniini cosa mollo dura, essendo ferraamenle
risoluli di non concorrere per conio alcuno all'alienazione
d'alcuna delle lor fortezze, intendendo massimamente, ohe
veniva accennata la ròcca di Volterra , o quella di Livorno.
E per questo dopo aver mostrato rlie la fede loro notissima
e palese a ciascuno, non avea bisogno d'altro pegno che
del suo medesimo testimonio, e che quando pure di quella
alcuno sospettasse, la lega era tanto potente, che in ogni
tempo arehbe potuto costrignerli ad osservarla, concorrevano
pur finalmente, non favellandosi di fortezze, di dare ogn'al-
tra sicurtà onesta , e che a loro fusse possibile ; con la qual
risoluzione fu il Pazzi a Roma rimandato. Questo piacendo
a tutti gli oratori della lega, e il papa islesso mostrandosene
molto soddisfatto, ebbe contradizione gagliarda dall' amba-
sciador veneziano. Il che fu di tanta autorità , che non a-
vendo niuno ardire d' opporsegli, fu incontanente recisa ogni
pratica intorno questo negozio tenuta, con dolore e mara-
viglia grande de' Fiorentini, che tanti altri oratori senza par-
ticipar cosa di tanta importanza co' lor principi ( il che so-
lcano fare in faccende di minor peso ) si fussero così impe-
tuosamente lasciati svolgere da un solo a concorrer nella sua
opinione Non essendo dunque al pontefice riuscito di ri-
durre i Fiorentini a' voleri della lega (perciocché con questa
esca era egli stato tirato dal duca di Milano ad entrar in
queste pratiche , se bene il duca era mosso per particolar
slimolo, che aveva della grandezza de' Veneziani ) si volse
egli insieme con l'oratore veneziano a veder di conseguire
per un' altra strada il suo avviso , rimettendo Piero de' Medici
in Firenze, per mezzo del quale riputava facilissimo il fare
alienare i Fioreotini dalla devozione di Francia. Né Piero ,
che era più tosto di natura audace e animoso , a cui non
mancavano di quelli in Firenze , che il suo ritorno deside-
ravano, mancò in tanta occasione a sé stesso; sapendo mas-
simamente esser gonfaloniere Bernardo del Nero , il quale,
per la lunga amicizia avuta col padre, il suo padricciuolo
era usato chiamare. Perchè messe insieme con danari d'a-
mici e de' suoi dì molte genti, così a piedi, come a cavallo,
se ne venne a' 23 d'aprile a Siena, ove sopraggiunto da
Barlolommeo d'Alviano allievo degli Orsini, giovane feroc«
411 dell'istorie FIORENTINE
e di grande speranza , a' 28 uscì di Siena con ollocenlo ca-
%'alli Ira nomini id'arme e cavallcggicri , e circa Ireraila
fanti, seguilalo dal prolonotario Pelrueci in casa di cni era
stato alloggialo, e da altri cittadini Sanesi , e venendone
per via larga lontano dai lunghi guardali, fece il suo allog-
giamento alle Ta\arnelle. Quindi pensando condursi all'aprir
della porta a Firenze, onde gli fusse più facile l'entrarvi ,
vi si condusse, per una pioggia «he l'impedì , tanto tardi ,
che il pensiero gli venne fallito. Olire che nella città , ove
della sua mos=a era notizia, erano state falle tulle le prov-
visioni necessarie , anzi permesso che egli venisse oltre ,
per dar tempo al conte Rinuccio , che sopraggiugnesse da
quel di Pisa, onde era stato rattamente m.mdato a chiamare;
con le quali genti speravano farlo de! suo ardimento pentire.
Sicché forte mi maraviglio, che in questo vengano dal Guic-
ciardini tassati di negligenza gli avversar] di Piero ; i quali
se bene insieme con tutto il resto della città fecero in quel
tempo di molti errori , furono nondimeno nelle cose atte-
nenti a' Medici sempre diligenti e uniti. Ne si dubita che
qualche tempo innanzi e' fussero d' ogni suo disegno dal
Braccesi pienamente informati; a cui un coltellinaio fioren-
tino, che in Siena bandito si ritrovava , avea tutte l' intelli-
genze , che Piero avea co' Sanesi fatte manifeste ; onde fu
talora il Braccesi a rischio grandissimo in Roma d'esser ma-
nomesso da' suoi staffieri. Venuto Piero infino alle fonti della
porta a S. Pier Gattolini , dove i Dieri aveano mandato di
molli cittadini insiememente Pagolo Vitelli , che la sera in-
nanzi era di Mantova ritornato a Firenze , non ebbe ne possa
né animo di sforzar la porta; talché dopo esservisi fermato
per lo spazio di qualtr' ore, aspettando pur tuttavia che qual-
che rumore si sollevasse nella città , veggendo che ninno sì
moveva , e dubitando , come era da credere, di non esserli
mozza la via dalle genti d' arme della Repubblica, senza aver
di questa sna mossa frutto alcuno cavato, a Siena se ne
tornò. Quasi nel medesimo tempo essendo Giuliano suo fra-
tello di Milano a Bologna venuto , avea, per mezzo d'alcuni
Romagnoli e di altri banditi e ribelli de' Fiorentini, cercalo
d'aprirsi per quella strada la via di venire a Firenze. Ma
intendendo che molli di quelli del paese si preparavano in
LIRKO VENTISETTESIMO. Mìy
favor de'Fiorenlini per andar a trovarli, si ritrasse, e poi
fireslamenle , si come Piero avea folto, con la sua gente si
(lisciolsp, e tiilta quella impresa andò in fumo. Meulre la
liepubblica nelle cose che si son dette era stala occupata ^
in quel di Pisa non si era intermessa la guerra ; e i primi
che avessero in questo tempo fatto rosa di qualche momento
furono i Pisani , i quali andati forti e con molte artiglierie
alla Vaiana , costrinsero i Finrenlini ad abhandonar quel
luogo. Di che cresciutoli animo avean d;.lo fama di voler ri-
cuperare il bastione dello Stagno , che poco innanzi avean
perduto; la qual cosa dal commessario de' Fiorentini saputa,
0 col Conte Rlnuccio comunicala, di coraun parere fu deli-
berato, che il conte tacitamente a Livorno n'andasse, e
quando sapesse i Pisani al baslione essersi scoperti, allora
egli dalla parte di Livorno gli assaltasse , che senz' alcun
dubbio, ciò non si aspettando i nimici , sarelbono leggier-
mente sconfitii e messi in fuga. Non fallì in parte alcuna il
disegno , perciocché andato il provveditor veneziano, e Gio-
vanni Paolo Manfroni con millecinquecento fanti, e quattro-
cento cavalleggieri a dar l'assalto al bastione, furono con
lanl'impeto assaltati dal conte P»inuccio , che, messi subita-
mente ir rolla, obbcr fatica di salvarsi a Pisa; essendone
l'alli prigione circa cenlocinquanla di loro, fra'quali furono
ventidue capi di squadra; e credellesi che se l'assalto non
fusse stalo di notte , non ne campava pur uno di loro. Sa-
ri'bbono senz' alcun dubbio succedute dell' altre fazioni, cora-
liattendosi dall'una parte e dall'altra con ira e con rabbia,
come sono stale tutte le guerre pisane ; se una tregua fatta
Ira i re di Spagna , e di Francia non avesse ancora fatto
cessar l'arme in Italia, e per conseguente in Toscana, es-
sendo i Pisani slati nominati per aderenti del re di Spagna.
La qual tregua cominciata tra loro a' 5 di marzo, e dovendo
iu Italia aver principio cinquanta giorni poi , accadde il
mettere in disputa s'ella dovea cominciare a' 25 d'aprile nato
che fusse il giorno o pure spirato; perciocché essendo quel
d'i alcuni del campo de' Fiorentini andati ad espugnare la
torre di Colle Salvetti, e espugnatala, quelli di dentro pre-
tendevano che si fusse contravvenuto alla tregua, onde tra
capì si prese ordine, che nella torre dieci dell'una, e dieci
416 dell'istorie fiorentine
rìeir altra parie rimanessero finché qucsio si decidesse. Ma
i f iorenlini intesero, che la (regna dovesse cominciare, spi-
ralo che fusse il cinquantesimo giorno ; e così fu pubblicato
per lutto, che ella comincia\a alli vcnlisei. Prese poi il
gonfaloneralo Piero drgli Alberti, il quale fu quieto per
conto delle cose di fuori , ma torbido dentro per rispello
di fra Girolamo, i cui nimici sapendo che il papa per causa
del suo predicare il minacciava, andarono alcuni di loro a
imbrattare sporcamente il pergamo di S. Maria d(l Fiore ,
ove egli solca predicare. E di ciò non conlenti fecero per
mezzo di Francesco Gei quando egli predicava, suscitare
rumore nel tempio, perchè levatosi Barlolomrneo Giugni, uno
degli Olio, e in sua compagnia Giuliano Mazzinghi , cor-
sero per gillarlo dal pergamo; ma ribullali dalla plebe non
fecero altro, se non che mossero i signori a confortare il
frate , che per alcuni dì del predicare si rimanesse , mo-
strando farne piacere al pontefice. Passarono in questo tempo
due ambasciadori di Cesare che andavano a Roma , i quali
domandalo da parte del lor principe la signoria, che ragioni
avesse in Pisa, non fu falla loro altra risposta. Ma furono
bene creati ambasciadori per andare al re di Spagna il ve-
scovo de' Pazzi e Niccolò del Nero per ringraziare quei
principi , che il loro oratore in Roma fusse venuto con a-
nimo pronto alla ristituzione di Pisa , e perchè intervenis-
sero nella dieta che si trattava tra i detti re di Spagna e di
Francia per conchiuder pace fra loro; de' quali fu mandalo
avanti in fretta Niccolò del Nero come pratico in Spagna ,
e conosciuto in quella corte. Entrarono poi a' 3 di giugno
i nuovi Dieci Francesco Gualterolti ritornalo poco innanzi
dall'ambasceria di Milano, ove fu mandato Francesco Pepi ,
Tanai de'Nerli, Matteo del Caccia, Michele Niccolini, C!e-
menle Sernigi , Bernardo Rucellai , Gino Ginori, Francesco
Valori, e due artefici, Mauro Fantoni , e Marco Baroncini ,
ma de' quali morto poi a settembre il Ginori, fu messo in
suo luogo Francesco degli Albizi. Costoro si vollero assicurar
di nuovo del marchese Tommaso di Villafranca , che poco
innanzi era stalo liberato, benché in favor suo gagliarda-
monte s' inlromellesse il duca di Milano. Fecersi poi gli af-
Gcj di doglicnzc col pontefice, a cui di nelle tempo era in
LIBRO VENTISETTESIMO. 417
Roma sialo uccìso il duca di Candìa suo fìglinolo ; la qual
morie leouta occulta qualche tempo , rinnovò la memoria
degli antichi esempi tragici , quando si seppe essere stalo
ucciso per opera del cardinale di Valenza suo fratello, e ciò
non per altra cagione d'odio che avesse seco; se non che
egli era più di ini potente nell'amore delia comune sorella,
e perchè essendo il cardinale volto con l'animo più alle
cose militari, che a quelle del sacerdozio, non polca sof-
frire che questo luogo gli fusse occupalo dal duca. Fu poi
tratto gonfaloniere la seconda volta Domenico Barloli, per-
severando a star quiete le cose di fuori per cagione della
tregua, ma non senza nuovi e Aeri accidenti di dentro , i
quali in questo modo passarono. Lamberto dell' Aniella si
trovava fuori per conio di Piero de' Medici, ma sostenuto
per rispetto di lui in Siena a sodamenlo, pensò di fare un
bel tratto , se con notifìcare una congiura che era nella città
per restituire Piero in Firenze , in un tempo medesimo di
lui si vendicasse , e la perduta patria ricuperasse, ma, non
si fidando di ninno, se ne venne lutto solo all'Antella, ove
riconosciuto da un villano, mentre da ordine che la moglie
a se venisse, fu, prima che quello che avea tra se divisato
ponesse in effetto, preso da' famigli degli Otto, e a Firenze
menato. Esaminato con tormenti quel che egli andasse cer-
cando , mostrò una lettera da lui scritta a Francesco Gual-
terotli cugino della sua donna , a cui la detta lettera perchè
a lui la desse dovea consegnare, che nell" esser preso ad-
dosso gli fu ritrovata , nella qual si vedea , che egli richie-
dea il Guallerotti come suo parente e uno de' Dieci, che
gli assegnasse alcun luogo , ove egli di cose attenenti alla
Repubblica ragionar gli potesse. Udito per questo dagli Otto
più mansuetamente , raccontò le pratiche che molti cittadini
tenevano, e aveano già tenuto in tempo che Bernardo del
Nero fu gonfaloniere, di resliluir nella città Piero de'Medici.
Riferita la cosa alla signoria, furono eletti venti cittadini per
intervenire nell' esamine de'congiurati , i quali, inteso venti
altri esser colpevoli in questo fallo , gli fecer subitamente
richiedere , non ne comparirono più che tredici , de'' quali
cinque furono trovati aver più fallato degli altri. Uno per
non aver rivelalo la congiura, e questi fu Bernardo del
A.-MM. VOL. V. 27
418 dell' ISTOKIE FIORENTINE
Nero, e lanlo più quanlo che essendo egli in quel lempo
gonf.iloniere , tanto msggiormenle come persona pubblica
dovea queste cose nolificare , e quatiro per aver scritto le I-
Jcre . mandalo denari, confortalo, e dato altri aiuti e favori,
perchè Piero rien rasse in Firenze. Lorenzo Tornabuoni fi-
gliuolo di una sua sorella , Giovanni Cambi . Giannozzo Puc-
ci e Niccolò Ridolfì. Intesa da' signori P esamina , fecero
ragunare il consiglio de' richiesti, i capitani di parte, i con-
servadori di legge , gli ufficiali di monte e alcuni altri cii-
tadini principali . che infra (ulti fecero il numero di circa
centoessanta cilladini , a' quali fatto ancor leggere l'esamina,
fu commesso , che uno per magistrato , e due per pancata
rendessero il partilo de' congiurati. Tutti, da Guidantonio Ve-
spucci in fuori, concorsero, che si dovesse lor loro la vila
e i beni; per la qiial cosa i signori fecero il bulletlino a
gli Olio, che seguissero la sentenza de' congiurali, come di
ribelli della lor pairia. A che non volendo gli Olio per con-
forti di Bernardo Nasi, uno di quel numero, acconsentire, si
levò il rumor grande in tutlo il consiglio , talché fu neces-
sario far rogare il notaio de' signori a viva voce, se i ra-
gunati volevano che i congiurati morissero o no. Fu dello
di sì. onde gli Olio con fave sei nere a"17 d'agoslo gli
condannarono a perder la vita e i beni. I condannai, in vi-
gor della legge falla nel principio della riforma della Repub-
blica, appellarono di lai sentenza al sran consiglio. Onde na-
cque maggior conlesa tra" cittadini ; essendo alcuni, a' quali
piaceva che l'appello, per non conlravvenire alla legge, si
proseguisse. Ragunato qualtro giorni dopo la sentenza di
nuovo il consiglio, s'incominciò a dispulare dell' appello. E
essendo pochi coloro che il volessero , la maggior parie
concorreva , che per vielar gli scandali che dall'appello po-
tevan nascere . si dovesse senz'altro la sera medesima se-
guir la sentenza de' condannali. Ma Luca Martini proposto
quella sera de' signori negava di voler proporre l'esecuzione,
non gli parendo ragionevole che così tosto si derogasse ad una
legge, che parca che fusse uno de'principali fondamenti della
lor libertà; col parere del quale venivan PierTaddei, e Pier
Guicciardini suoi colleghi. Di che turbali grandemente lutti
gli altri del consiglio si rizzarono da sedere , gridando con
LIBRO VENTISETTESIMO. 419
voci c modi mollo impetuosi , che quelli cbe a ciò non
consentivano eran nimici della lor patria , e che per questo
si potea fare senza essi, fra quali coloro che più si riscal-
davano , furono gli amici del Savonarola , e specialmente
Francesco Valori. Perchè, dubitando il gonfaloniere che
quella sera non seguisse alcun disordine fra loro , si levò
in pie , e fatto alquanto racchetare il rumore disse : cbe
conoscendo egli veramente il pericolo grande che polca
seguire dell'appello, ne veniva con gli altri cittadini amo-
revoli della lor patria , non essendo fuor del dovere , che,
per vietar maggior mali , le leggi talora si dispensino ; e che,
per questo, era di parere , che la sentenza dovesse essere
mandata ad esecuzione. Allora il proposto riprese il par-
lare, e soggiunse , come avendo fave sei nere la propor-
rebbe ; ma , sgradilo grandemente da tulli , convenne che
contra sua voglia la proponesse. Ma, non si vincendo il par-
lilo , e riconoscendo gli altri , che questo da lui e da gli
altri due signori nominali procedesse, ne essendo senz' al-
cun dubbio di Michele Berli, un'altro de' signori, che era
nipote di Bernardo del Nero , si levarono da sedere , e ac-
coslalisi a pie de' signori con minacce e rumor grande, fu
chi fece sembiante di voler manomellere quei quattro , se
i collegi, che di ciò s" avvidero , saltali in mezzo non aves-
sero fatto discostare ciascuno, e tornar al suo luogo a se-
dere. Allora, andato di nuovo il partito , finalmente si vinse
più per terrore e spavento della propria morte , che di li-
bera volontà. E perchè una sentenza con tante difficoltà
conchiusa , per qualche nuovo accidente non ricevesse al-
cuno storpio , sapendosi che già da parenti de' prigioni erano
state spedile staffette per favori in Francia , la medesima
notte scoccando le selle ore , fu a cinque congiurali mozza
la testa , non si volendo molti de' più principali partir di
sala, finché non fu loro riferito la sentenza esser interamente
eseguita. Dicesi che Bernardo del Nero , il quale era a' 72
anni della sua età pervenuto, sentendo che egli dovea mo-
rire, disse: di poco m'hanno fallo slare i miei cittadini; e
con animo mollo franco porse il collo al manigoldo, sicché
egli il suo ufficio fornisse. Nel Ridolfi , il quale ora degli
altri, dopo il Nero, il più vecchio, olire l'esser stalo gonfa-
420 dell' istorie fiorentine
loniere, accrebbe piclà la memoria di Lorenzo suo avolo
gran citladino e mollo afTezìonato della sua Repubblijca.
Furono, olire cosloro , giudicali ribelli Nofri Tornabuoni e
Lionardo Barlulini dell' unicorno , e olio ne' furon confinali
Piero Pitti, Francesco Martelli, Tommaso e Pandolfo Cor-
binelli, Galeazzo Sasselli, Gino Capponi, Iacopo Gianfi-
gliazzi e Andrea de' Medici cognominato il Bulla. Assicu-
rata in questo modo la cita , entrò nuovo gonfaloniere Paolo
Carnesecchì , sotto il cui magistrato sei altri cittadini fur
mandali a' confini, Piero con Alessandro Alamanni suo
figliuolo , Piero e Luigi Tornabuoni cavaliere gerosolimi-
tano fratelli , Sforza Bellini e (ìlierardo Gherardi. Fu tra
gli altri richiesto Iacopo lie' Nerli , il quale, data la sua esa-
mina in iscritto, non fu sostenuto , avendo più riguardo alla
prima opera da lui falla nella cacciala di Piero, che per
opinione che egli non avesse erralo. .Ma, finita la tregua col
fine del mese d' ottobre , si ritornò nel gonfaloneralo di Pa-
golanlonio Soderini all' opere della guerra . benché leggieri
e di poco momento, non essendosi per i Fiorentini preso
altro , che Colle Salvctti , e falle scorrerìe e prede dall'una
parie e dall'altra di non molla importanza. Ma ben si faceano
provvisioni sagliarde per tempo nuovo ; per la qual cagione
crearonsi al giorno determinato i nuovi Dieci, il gonfalo-
loniere Soderini, Giovan Balista Ridolfi fratello del morto,
Antonio Giugni, Giuliano Salviati , Domenico Bartoli , Do-
menico Mazzinghi, Pier Francesco Tosinghi , Luigi della
Stufa e due artefici Piero Pieri e Giovanni Puccini. Co-
sloro spediron ambasciadore per Francia Guidanlonio Ve-
spucci , per disporre una volta il re Carlo a far più vive, e
pronte provvisioni, che infino a quell'ora non avea fallo;
e benché paressero deliberazioni contrarie , elessero per
ambasciadore a Roma Domenico Bonsi per vedere che si
pulea trarre dal papa; il quale di nuovo per opera del duca
di Milano mellea pratiche e parliti in mezzo per tirar i Fio-
rentini alla lega. A cosloro fu dato questo carico, dice Piero
Parenti come a' devoli di fra Girolamo, dalla fazione con-
traria per levarseli davanti; avendo prima fatto una legge
sotto gravissime pene, che gli eletti ambasciadori non po-
tessero rifiutare , ma ben limitato loro il tempo , e accre-
LIBRO VENTISETTESIMO. 421
scinto il salario. Al Pepi che era in Milano commisero, che
andasse a visitare da parie delia signoria Filiberto nuovo
duca di Savoia , il quale per morie del padre in quello slato
era succeduto. E perchè s'inlendea che i Veneziani non
arebbono mancato di continuar in aiutare i Pisani , i quali,
avendo ogni lor sustanza consumata, non poteano far fonda-
mento alcuno in se stessi, dettero ordine, che fusse con-
dotto Obigni con piìi di cento lance in servigio della Re-
pubblica. Nel mezzo delle quali preparazioni, parte eseguite
e parte da eseguirsi, entrò il nuovo anno 1498, e gonfalo-
niere di giustizia Giuliano Salviali uno de' Dieci , nel tempo
del quale, partito il Bonsi per Roma , e ricevuto molto ono-
ratamente dalla corte , non trasse però altro dal pontefice
che r usate domande ; che volendo eglino esser buoni Ita-
liani e unirsi con gli altri conira i Francesi, sarebbono rein-
tegrati della città di Pisa; la qual cosa non veggendo i Fio-
rentini come potesse seguire , sapendo il disegno che vi
avean già fatto sopra i Veneziani, e che la lega non era
potente a sforzare quel senato a consentire a" suoi desiderj,
giudicavano che l'accettar il partito non era altro che uà
dichiararsi nimici di Francia senza conseguir Pisa ; il che
potea loro per molti conti esser di danno grandissimo; onde
continuando a slar fermi nel lor proponimento di non voler
venire a cosi fatta dichiarazione senza alcuna ut lità , inco-
minciò la fede loro ad esser sospetta al pontefice, il quale
scambiando i nomi, come era costumato di fare, in luogo
de' Fiorentini , fraudentini era usato chiamarli. Veggendo
per questo i Dieci , che quivi bisognava attendere a' casi
loro, e intendendo che i Veneziani faceano ogn' opera di
condurre i Vitelli a' lor soldi , le cui genti erano stimate per
le migliori di tutta Italia, e che la venula d' Obigni ritarde-
rebbe, non vollero lasciarsi uscir questa occasione di mano;
ma mandalo per Pagolo che venisse a Firenze, prima che
dalla città partisse, il condussero con trecento uomini d'arme
ad uso Italiano a mezzo col re di Francia con quarantamila
ducati di provvigione per un anno ; benché egli di tutta la
somma del danaro non volesse con altri, che co' Fiorentini
impacciarsi ; e per questo non abbandonavano le pratiche
col pontefice , che, acceso di sdegno conira il Savonarola
422 dell' istorie fiorentine
per la fama nutrita dagli avversari suoi , che egli biasimasse
i costumi della corte romana , oltre alcune inubbidienze ,
veniva per questa cagione ad esser non mediocremente in-
fìammato d'ira centra i Fiorentini; da quali pareva che il
frale fusse molto più di quel che non si conveniva favo-
rito. Il che sapendosi in Firenze da tutti, generava tra gli
amici e nimici di fra Girolamo un seme molto fecondo di
gare e di discordie ; dicendo costoro , che per la pazzia e
temerità d'un fraticello non si dovea mettere sossopra tutto
lo stato della Repubblica , la quale bisognosa in un caso
tanto importante come quel di Pisa, della grazia del papa,
dovea con ogni supremo studio procurare di conservarlasi ,
e non per cose tanto leggieri far prova di quel che potesse
lo sdegno A' un pontefice. Dall'altro canto quegli allegava-
no, che essendo queste opere che eccedevano i termini
naturali , non si doveano mettere a mazzo con l';illre azioni
di mondo ; oltre che non era cosa punto utile , né per que-
sto , né per qualunque altro mezzo aprir la strada a'ponle-
fici di volere impacciarsi ne' falli della loro Repubblica. Già
era entralo nuovo gonfaloniere di Giustizia Piero Popole-
schi , e questa contesa abbattutasi in tempo delle predica-
zioni per conto della quaresima , veniva a bollire più che
mai ; perciocché, se bene il Savonarola per ordine del pon-
tefice s'era del predicar contenuto, nondimeno era in guisa
per questo rispetto ella accesa tra i frati di S. Francesco
e di S. Domenico , questi come fautori del Savonarola per
esser del loro ordine, e quelli come zelanti dfll'onore della
sede apostolica , e per antica emulazione discordi di que-
»t' altro ordine , che quasi d'altro non si predicava in su'pul-
pili che di questo fatto. E rome la conlesa era tra i due
ordini, così in due chiese priucipalmmle si disputava in
S. Marco , del qual convento e ordine era vicario il Savo-
narola , e quivi era usato di predicare fra Domenico ria Pe-
scia priore di S. Domenico di Fiesole , e amico di fra Gi-
rolamo , e in Santa Croce, ove uh de'lor frali minori detto
Ira Francesco predicava , il quale fu poscia fra Francese)
del fuoco cognominalo. Costui, come io udì raccontare da
Kraccio Martelli vescovo della mia patria, uomo di reverenda
memoria , non fu cattivo uomo riputalo ; oude è credebile
LIBRO VENTISETTESIMO. 423
che spinto dalle pron'e:te che dagli amici del Savonarola
s'andavano spargendo, ciò erano, che quando bisognasse
moslraribbono con l'esperienza del fuoco, che (Va Giro-
lamo era profeta, e che la scomunica fattagli dal papa,
come falla conlra il voler di Dio era invalida, si movesi^e
a dire, che egli era ujio di qurlli che alla della prova si
metterebbe ; non perchè egli credesse , che dal fuoco non
verrebbe offeso , come gli amici del Savonarola dicevano ;
ma perchè, ariendo seco chi a (al prova si mcllessc (la qua!
morte egli per onor di Dio era pronto a pigliare) quanto cosi
falle promesse avessero in se di vero, apertamente si co-
noscesse. Uscita fuor questa fama . e in S. Marco perve-
nuta, non fu fra Domenico (ardo ad accedar l'invilo, ne i
oilladini ad affrettar di vederne l'esecuzione, essendo que-
sto desiderio in tulli parimente , ma, per diverse cagioni, ar-
dentissimo ; ne gli avve:sarj del frate, per veder schernita
e contusa la sua temerità, come essi dicevano, non dubi-
tando che chiunque fusse per entrar nel fuoco vi rimar-
rebbe , ne gli amici e veri pariigiani e affezionati suoi, per-
chè con così chiaro e illustre miracolo la sua santità fusse
a tutto il mondo palese ; in ciascun altro per leggerezza e
desiderio di cose nuove. Messisi dunque molli uomini del
governo di mezzo, fu a'6 d'aprile nella presenza del gon-
Valoniere e degli altri signori tra i due frati stipulalo il
contratto di dovere il di seguente entrare nel fuoco ; per
la qual cosa fu in piazza tiralo un paleo su' cavalietti qua-
ranta braccia lungo , e sei largo, ripieni) da lati di molta
stipa e d'altra materia atta ad accendere, e dato ordine
che tutte le porte della città fuor che due si serrassero ,
lulte l'entrate delia piazza, eccetto che due si sleccassero,
la città e cosi la piazza fusse da gonfalonieri diligentemente
guardata. Già era venuto il giorno deliberato, e non che
tulli gli uomini, che la città abitavano, ma quasi tutto il
contado , e molti delle vicine castella e città erano venuti
a veder cosi grande e nuovo spettacolo. 11 Savonarola o co-
stretto 0 volentieri , che a cosi fatto accordo fusse venuto,
avendo la mattina celelìralo i divini uffiej , e particolarmenie
cantalo la messa, e cosi parimente fr^ Domenico, ma let-
tala piana, montò in quel modo che egli si ritrovava paralo
42i dell'istorie fiorentine
in pergamo, e essendo nella chiesa ragiinato gran popolo
di quelli che alla sua dottrina credevano , con la solita elo-
quenza confortò tulli a mutar vita , e a digiunare quel di in
pane e in acqua. Quindi smontato ordinò una processione
di tulli i suoi frati , salmeggiando intanto il popolo con tanta
attenzione e devozione, che veramente parevano cose fuori
dell' ordine umano ; quando quattro mazzieri della signoria
apparvero in chiesa, e riferirono le cose per la prova del
fuoco esser apparecchiate, e per questo nuli' altro , che
Ira Domenico aspettarsi , il quale il Savonarola aveva p.iraio
duna pianeta vermiglia, e messogli un Crucifisso in mano,
portando egli in un tabernacolo di cristallo l'ostia sacrala-
Con questo ordine s'avviò il Savonarola seguitato da frali
e da fedeli suoi verso la piazza , essendo nel medesimo
tempo , ma senza tanta pompa, mossisi i frati minori di Santa
Croce , laiche quasi in un tempo islesso alla piazza arriva-
rono, i quali in due parti della loggia di essa piazza, che
per questo effetto era stala con assi divisa , da ministri a
ciò eletti ricevuti, stava avidamente aspettando il popolo,
che entrassero nel palco , quando per contese nate tra frati,
la cosa incominciò a turbarsi , non consentendo i frati mi-
nori, che fra Domenico, secondo l'ordine dato dal Savona-
rola entrasse nel fuoco col sagramento , allegando , siccome
dice il Guicciardini , la confusion grande in che si sarebbon
messi gli animi de' semplici, quando quell'ostia fusse ab-
bruciata. Ma il Cambi, il quale in que' tempi vive\a, narra
aver i detti frati innanzi a questa altre liii proposto , per-
chè cotale esecuzione fusse impedita , avendo fatto spogliare
prima fra Domenico , e mettergli allri panni indosso , né
fonsenlilogli che frate alcuno de'suoi se gli accostasse , ma-
liardo e incantatore chiamandolo; e finalmente non essendo
per questa via riuscito quel che volevano, essersi opposti
con 1 occasione del Sagramento , a che non volle però il
Savonarola in conto alcuno lasciarsi piegare. Restò dunque
il popolo di cosi ardente suo desiderio schernito, e i frali
se ne ritornarono nelle lor chiese , lasciando a quello ampia
materia di ragionare. Ma essendo una gran parte dei citta-
dini grandi per i morti dell' anno passalo fieramente conlra
il [)adre disposta, crebbero in tanto ardire dopo questo ac-
LlBnO VENTISETTESIMO. 42o
cidenlc , come la sua somma autorilà e sapienza fusse restala
beffata , che nata il seguente giorno una questione intorno
a simil soggetto , se un frate di S. Marco fusse per predi-
care in santa Reparata , ovver nò , che quasi tutti i seguaci
di costoro s'armarono, e avendo gridato a S. Marco, col
fuoco quivi impetuosamente s' addrizzarono, come se an-
dassero a combatter Pisa piuttosto che un convento della
loro città. Era già V ora del vespro , e per questo gran nu-
mero de' devoti del Savonarola si era alia chiesa ragunalo ;
i quali opponendosi a l'impeto populare , sostennero infino
alle sette ore della notte l'assalto con molta virtù. Ma es-
sendo abbruciata la porta della chiesa, del martello e del-
l' orto , e non rimanendo speranza alcuna di potersi più da
tanta turba difendere, es.'cndo la rabbia della plebe favo-
rita dall'autorità di chi governava, si convennero finalmente
di dar loro il Savonarola insieme con fra Domenico, e cia-
scuno se n'andasse liberamente a sua casa. Condotti in
queir ora medesima i frati in palazzo con molte villanie di
parole, e beffati e straziati con ogni sorte di scherno, si
crede, che niun' altra cosa l'avesse campati da maggior in-
solenza , che r essersi trovati ciascuno di essi con un pic-
colo Crocifisso in mano , il quale mai finché non furono in
prigione rinchiusi non poser da parte. Ma non fu tale la
continenza del giorno che segui appresso , perciocché an-
data la moltitudine alle case di Francesco Valori, il quale
il precedente giorno trovandosi in S. Marco, era di là stalo
trafugato , e lungo le mura alla sua casa condotto ; poiché
r ebbe fatto prigione , e in palazzo il menava , come fu
presso a S. Procolo , da Vincenzio Ridolfi gli fu tirato d'un
colpo di roncola in capo e ucciso ; uomo veramente indegno
di cotal morte, massimamente se a' consigli da lui dati ti
zelo della pubblica carità piuttosto che privati odi e pas-
sioni ve l'avessero spinto. Ma quel che egli si meritasse,
alla morte di lui s'aggiunse il sacco della sua casa; e, quel
che trapassò il termine d'ogni barbara crudeltà, mentre la
moglie si fa alle finestre per dare spazio di cavar di casa
una fanciulla da marito, fu d'un verrettone percossa in una
tempia , e subito cadde morta. Né queste cose raffrenaron
punto la plebe , anzi, incrudelita, poiché non trovò più da
4à6 dell' isToaiE fiorentine
rubare, diede la casa e le mura , le quali non aveano colpa
veruna, alle fiamme- E datasi in busca d'un cerio Andrea
Cambini , che era tenuto per referendario di Francesco V^a-
lori, trovatolo da Cislello nel meiiaron prigione, siccome
feciono d'un fratello dil Savonaro'a venuto di tre dì il me-
schino in Firenze, e d'un frale di S. Marco detto fra Sal-
vestro, grande amico di fi a Girolamo, e d' alcuni altri tenuti
sospetti per la sua amicizia. Per questi accidenti fu innanzi
il tempo ordinario fatta h creazione de' nuovi Dieci di li-
bertà •, stimandosi, che quelli, che di presente erano, (ussero
degli amici dei frate ; i quali furono Ridolfo Ridolfi , Bene-
detto de'Nerli, Bernardo da Diacceto, Piero degli Alberti,
Piero Popoleschi, Giovanni Carnicci , Chimenti Scerpelloni,
Véri de' Medici, Iacopo Pandoìfini e Francesco Komoli ,
da' quaii mentre con esamine rigorose si va investigando di
sapere i pensieri e conccl'i di fra Girolamo, giunsero in
Firenze a' 14 del mese certe novelle della morte del re Carlo
di Francia succeduta nella domenica dell'ulivo, che fu il
di medesimo, che fra Girolamo combattuto in S. Marco, ne
fu poi la notte menato prigione in palazzo. Non si dubitava,
come che egli non avesse lasciato figliuoli , del successore,
sapendosi, secondo la legge di Francia , che quel regno
come a più prossimo s' apparteneva a Luigi duca di Orliens.
Perchè desiderando la Repubblica di mantenersi il nuovo
principe , benché con diverse condizioni di quelle che avea
col passalo, gli elesse ambascìadori il vescovo d'Arezzo,
Piero Soderini , e Lorenzo di Pier Francesco , il quale
uscitosi per i tumulti succeduti i giorni addietro della città,
sotto scusa di adempire un suo voto, se n' era ito in Lione.
Le commissioni principali erano, che il re ratificasse alla
condotta de' Vitelli , non si parlasse d' Ubigni , se non in
quanto ne fussero gli ambasciadori richiesti, e, d'intorno a.
confermare i capitoli tra il nuovo re e la Repubblica , si
procedesse maturamente, mettendo tempo in mezzo per
consultar meglio la cosa. Intanto si andava spargendo per
lutto , die, tolta via per la prigionia del frate, la cagione
delle discordie della città , i cittadini, se alcun cattivo umore
era infra di loro, si quieterebbero, e parca che il papa, e
il duca di Milano si fussero riguadagnati ; V uno de' quali
MBRO VENTI«KrTESIMO. 427
con fra Girolamo , e 1" allro col Valori non era ben dispa^
sic. Per la qual cosa al duca fu mandato il Vespucci , che
non era ito altramente in Francia, perchè quel signore tut-
tavia confermasse ; ad instanza del quale e il marchese Tom-
maso prigion della Repubblica si liberava, e levavansi l'of-
fese col marchese Gabriello , avendo il duca dall'altro canto
negato il pa>so a quattrocento stradiolti de' Veneziani. Al
papa fu eletto Francesco Gualterotli, da cui raddolcito con
la prigionia di fra Girolamo, si speravano non solo che egli
concedesse le decime in sussidio della Repubblica per la
guerra di Pisa, ma grazie maggiori; massimamente che
avendo Veri de'.Medici, uuuvo gnnfyloniere, acconsentito, che
venisse in Firenze per giudicare la causa sua il generale
de' frali predicatori, e Francesco Remolino Valenziano, che
promosso al cardinalato fu poi dello il cardinale di Sur-
renlo , era finalmente il frale slato condannato alla morte,
e eseguila la sentenza a' 13 di maggio, così in persona
sua, come di fra Salveslro, e di fra Domenico suoi com-
pagni. I quali degradati , secondo le cirimonie della chiesa,
dal vescovo de' Pagagnolli , e dati alla corte secolare furono
impiccati e abbruciati, con giudizj e affetti molto diversi
dei circostanti , altri tenendo il frate per santo e per pro-
feta , altri per ingannatore e per ambiz oso. Furono, avanti
d" esser abbruciati, lapidati da garzoni deirinfima plebe , e
contuttociò fece il vescovo Remolino raccor d.ligentemenle
le ceneri loro, e giltarle subitamenie in Arno, perchè dai
devoti del Savonarola per reliquie non fusser serbate. Am-
raunì poi la Repubblica molli degli amici e seguaci del frate,
talché non fu tutto il gonfalonerato del Medici passato, che
più che quaranta cittadini si lro\arono, che o furono per
qualche tempo rimossi dagli ufilcj , o convenne loro pagar
moneta, o in allra così falla sorte fiir condennati. Condotte
jn questo modo le cose di dentro, volgersi i ciitadini con
tulio r animo a' fatti di Pisa, ove si vedea che i Veneziani,
non ostante gli impedimenti avuti dal duca di Milano, vol-
gevano del continuo genti e danari. E avendo riputato a
gran fortuna, che ceiti rumori surti tra gli Orsini e i Colon-
ne»i si fussero acquetati , i quali durando non si sarebbon
potuto valer de'Vitelli, che, come amici degli Orsini , mcnlr*
428 dell'istorie fiorentine
quelli sospetti fusser durali , eran costretti non partirsi dal
contado d' Arezzo , fecer subito venire a Firenze Paolo Vi-
telli. Affrettò, oltre a ciò, questa deliberazione de' Fiorentini
una rotta che essi ebbero nel contado di Pisa ; la quale, tra
per la cosa istcssa e per la riputazione , che ne' fatti mili-
tari importa troppo, non era di piccola considerazione. Era
al conle Rinuccio e a Guglielmo de' Pazzi commessario
fiorentino stato rapportato, che settecento cavalli e mille
fanti usciti di Pisa se ne ritornavano dalla maremma di Vol-
terra carichi di molta preda ; perchè postisi a ordine anda-
rono con gran diligenza per incontrarli e tor loro l'acqui-
sto fatto. 11 che era felicemente riuscito; perciocché riscon-
tratili nella valle di S. Regolo, e venuti e m esso loro alle
mani , già gli avevano presso che sconfìtti e tolto loro la
maggior parte della preda, quando in un momento fur ve-
duti sopraggiugnere centocinquanta nomini d'arme mandati
di Pisa per soccorso dei loro. I quali, trovato le genti fio-
rentine disordinate per l'avidità del rubare, e stanche della
battaglia, dopo qualche contrasto le misero in fuga, non
essendo mai il conte stato bastante , né il commessario a
ritenerli, i quali, reggendo le cose disperate, si salvarono
ancor essi in S. Regolo , ove, per lo mancamento di molti
Ira morti e restali prigione, si conobbe l'importanza del
danno ricevuto. Richiedendo per questo i Dieci della guerra
il Vitelli di quel che prima fusse da farsi , cioè o di dare
il guasto, 0 di tentar l'impresa di Cascina, o di Vico, ri-
spose che infino che non si vedea le cose in su '1 fatto, e
non si sentisse il parer degli altri capitani, non si potea
prender partito alcuno. Datogli dunque solennemente in su
la ringhiera dal gonfaloniere il bastone del generalato , fu
il sesto giorno di giugno spedito pel campo , creato com-
messario generale di quella impresa Iacopo Pitti figlinolo dì
Luca, e in secondo luogo per giovane, Francesco Pandol-
fini figliuolo di Pier Filippo. E perchè il conle Rinuccio ,
il quale altendea, dopo la ricevuta rotta a riordinarsi, non
si sdegnasse di vedersi preferito il Vitelli , non solo gli fu
accresciuta la compagnia infin a centocinquanta uomini d'ar-
me, ma gli fu confermalo il titolo di governator generale-
Dira per avventura chiunque a legger queste cose si abbai-
LIBRO VENnSETTESlMO. 429
lerà , esser da me state tolte di peso da un certo diario di
Biagio Buonaccorsi ( la quale imputazione veggo ancor data
da alcuni al Guicciardino) ma veramente chi leggerà punto
i libri de' Dieci , s'accorgerà tutti esser ili ad attigner l'ac-
qua ad un sol fonte. La comparila del capitano nel campo
fece ritrar le genti veneziane a Cascina ; le quali dopo la
rotta data a S. Regolo , eran venule con molto ardimento a
Ponte di Sacco. Ma bisognando per la somma dell'impresa
maggior numero di genti , fin che elle si conducessero ,
fi capitano si fermò al Pontadcra, ove accozzatosi col conte
Rinuccio, e vedutisi amendue volentieri, liberarono d'un
gran travaglio la Repubblica , a cui le lor gare non torna-
vano a proposito alcuno. E intanto da'Dieci, e da Ridolfo Ri-
dolfi nuovo gonfjloniere si attendevano a soldar condottieri:
Ottaviano Riario figliuolo già del conte Girolamo con cento
uomini d'arme e cento balestrieri; il conte Lodovico della
Mirandola con cento uomini d' arme , Annibale Bentivoglio
con ottanta e quaranta balestrieri. Sollecitavasi il papa per
le decime , da cui non se ne potè aver più che una , la
quale non gittando più che quindicimila ducati, e non se
ne riscuotendo a pena undici, era riputata di poca impor-
tanza. Mostravasi il papa ancora duro ad acconsentire a'Fio-
rentini il signore di Piombino suo soldato, benché ne avesse
data prima loro qualche intenzione, allegando non volersi
scuoprir nimico de' Veneziani senza il duca di Milano ; la
medesima scusa allegava per conto delle galee di Vigliama-
rina , di cui, per strignere Pisa dalla banda di mare, s' avea
bisogno grandissimo; aggiugnendo che per far ciò bisognava
ancor prima, che il re Federigo mandasse cento de'suoi
uomini d'arme, e tre delle sue galee, onde il fondamento
maggiore si facea nel duca di Milano, il quale, avendo ti-
more de' Francesi, e dubitando che mentre i Fiorentini fus-
sero occupali intorno le cose di Pisa, egli di loro non arebbe
potuto trarre alcun profitto, incominciava a desiderare ar-
dentemente che essi terminassero quell'impresa; ma, perchè
secondo il suo antico costume, procedeva tuttavia con alcun
riserbo , attendevano i Fiorentini con ogni diligenza a tirarlo
innanzi , acciocché, scopertosi, non fusse più a tempo di farsi
indietro. E perciò mostrando eglino di dipendere in tutto
430 dell'istorie fiorentine
da' suoi consigli, mandarono per i suoi conforti Braccio Mar-
telli ambasciadore a Genova per guadagnarsi quella Repub-
blica , con cui non si fece cos' alcuna di momento, diman-
ilando la cessione ampia e libera di Serezzana , e all' in-
contro non promettendo altro , se non che non prestereb-
bono delle lor terre favore o comodità alcuna a'Pisani. Spe-
dirono anco per Venezia Guidanlonio Vespucci e Bernardo
Rucellai , sentendosi bucinare come il duca diceva, che es-
sendo a quei senato proposto partito di levarsi, senza met-
tervi di riputazione, dall'impresa di Pisa, volentieri l'areb-
bono fatto. Nel mezzo delle quali faccende essendo Paolo
Vitelli uscito in campagna avea occupalo Buti , il bastione
di Vicopisano , e cinque dì dopo che aveva preso la terza
volta il sommo magistrato Bardo Corsi , la terra islessa di
Vico, con non esservi morto dal lato de' Fiorentini altro che
Pagolo Cambi lor cittadino. Avea prima il Vitelli in uno
assalto ucciso di molti stradiotti con la persona di Giovanni
Gradenigo condolticre di gente d'arme, e fatto prigione il
capo de' già detti stradiotti detto Franco. E perchè si assi-
curasse, che Pisa di verso Lucca, o d'altrove di quella
parte d'Arno non potesse esser soccorsa, insignoritosi di
tutto il Val di Calci, pose mano a far due bastioni , l'uno
su i monti, che sono sopra S. Giovanni della Vena , l'altro
sopra Vicopisano in un luogo che si dice Pietra Dolorosa.
Il quale mentre attendeva a tirarsi innanzi , sperando i Ve-
neziani poterlo impedire , vi mandarono di Pisa dugento ca-
valleggieri e presso a quattrocento fanti. Ma, essendo nello
spazio che quelli di dentro atlendeano animosamente a di-
fendersi , comparilo per la via del Monte Paolo Vitelli , i
Veneziani nel volersi ritrarre urtarono in V^iteilozzo mandalo
dal fratello per la via del Piano per impedir loro la tornala,
da cui e i cavalli in poco d'ora quasi tutti fur presi , e
de' fanti rimaser pochi che non fussero o svaligiati o morii.
Prosperando in questo modo le cose de' Fiorentini nel con-
tado di Pisa, i Veneziani attesero ancor eglino a far prov-
vedimenti maggiori , massimamente poiché incominciandosi
il duca di Milano a scoprire, conobbero che la guerra non
«ra meno col duca che co' Fiorentini. Né con gli ambascia-
dori mandali s' era venuto a conclusione alcuna , perchè dopo
LIBRO VBNTISETTESIMO. Ì3 1
che Agostino Barbarigo, doge di Venezia, ebbe dello, che
trovandosi alcun parlilo per Io quale a' Pisani si conservasse
Ja lor libertà , lef^giermcnle il senato si sarebbe rimosso da
quella impresa, non si veniva però a risoluzione alcuna ,
non volendo ne i Veneziani né i Fiorentini proporne alcuno.
E benché di comune consentimenlo fusse stato dato questo
carico all'ambasciadore del re di Spagna, da cui erano cal-
damente conforlali alla concordia, il quale proposo il modo
della città di Pistoia, cioè che i Pisani, non come sudditi o
vassalli, ma a guisa di raccomandati tornassero alla divo-
zione de Fiorentini , nò per tutto ciò si fece altro, dicendo
i Veneziani non doversi chiamar libertà quella, la quale
non ritenesse altro che una apparenza e immagine di libertà,
e in tutto il resto gli effetti lusserò di vera e certa servitù.
Perchè avendo eglino ancora molto prima pensalo a prov-
vedersi , e creato governatore delle lor genti Guidubaldo
duca d Urbino , a cui aveano dato la condotta di dugento
uomini d'arme e di cento cavalleggieri , elessero per prov-
veditore di tutta l'impresa Piero Marcello lor gentiluomo ,
il quale avesse cura con altri capitani e condottieri eletti
dalla Repubblica, e con mille fanti, che egli potesse fare in
quel d'Urbino, di muovere, secondo i consigli del duca, la
guerra~VTiorrntini da qual parte tornasse più opportuno ,
affinchè, essendo i Fiorentini da più bande travagliati , dal-
l' impresa di Pisa si rimanessero. Fu maravìgliosa la dili-
genza e l'industria in questi tempi di due tali repubbliche,
luna per ricuperar con ogni arie e spesa lo cose perdute,
l'altra o per acquistare a sé la città di Pisa, come vera-
mente si credc\a, o per farsi autrice per quel che ella stessa
mostrava in parole, d'un atto magnanimo d'avere confer-
malo con tanti suoi incomodi e spese l'alimi liberià. Laonde
trovandosi Piero de' Medici in Venezia , che come fuoruscito
cercava di ritornare a casa, e proponendo al senato che gli
Orsini suoi parenti per essersi pacificali co'CoIonnesi , e ^
per trovarsi senza stipendio gli basterebbe l'animo, pure,
che avesser soldo, di condurli ovunque egli volesse (la cui
opera e per la vicinità dei loro slati a Firenze , e per i
molli seguaci e partigiani che quella famiglia si lira dietro
polea a quella impresa essere mollo utile ) si mossero i Ve-
43S dell' istorie fiorentine
ueziani a condurre a' conforti suoi Carlo Orsino figliuolo di
Virginio , e Bartolommeo d' Alviano , i quali egli, di Venezia
partitosi , era incontanente venuto a trovare in Toscana.
Cercarono di tirare a sé i Senesi, i Perugini, e i Bologne-
si, i quali da'Petrucci, da' Baglioni, e da'Bentivogli erano
governati , considerando di quanta importanza fusse il poter
per diversi luoghi entrar nel paese della Repubblica. Ma i
Fiorentini diligenti di natura in tutti i loro affari , con aver
condotto Giovanni Paolo Baglioni a' lor soldi, si erano di
Perugia assicurali , benché i Veneziani avessero a' lor ser-
vigi Astorre cugino di Giovanni Paolo , massimamente che
trovandosi di questi dì acchetate alcune differenze che erano
tra quelli di dentro e i fuorusciti, non tornava comodo a
quelli di dentro, né parca cosa sicura, che i lor terreni di
soldati si riempiessero, olire il sospetto che aveano del duca
d'Urbino, da cui i fuorusci i erano stali favoriti, l'insegnava
a star cauli, e a non mettere in pericolo lo stato loro. Usa-
rono la medesima diligenza con Giovanni Benlivoglio , il
quale trovandosi mal soddisfatto del duca di Milano per
aver occupato certe castella dotali d'Alessandro suo figliuo-
lo, leggiermente si sarebbe giltato da' Veneziani , se per
opera de' Fiorentini non avesse il duca le castella occupate
rosliluite. Trovavasi maggior difficoltà ne' Sanesi , sì per le
nuove gare che aveano con la Repubblica fiorentina per
conto di Montepulciano , e sì per gli antichi odj e emula-
zioni che aveano queste due città avuto per lo più sempre
infra di loro. Ma essendo eglino in questo tempo in gran
parte governati dall'autorità di Pandolfo Pelrucci, e obbli-
gandosi i Fiorentini, benché con qualche scemamento della
lor dignità , a disfare il bastione di Vallano cotanto da' Sa-
nesi odiato, con permetter loro l'edificar qualunque fortezza
volessero Ira Montepulciano e le Chiane , si fece tregua tra
loro per cinque anni. Ma i Veneziani fra tante s'.rade serra-
tegli dalla sollecitudine dei loro avversar] , trovarono aperto
il passo per Valdilamone per aver condotto a' lor soldi A-
slorre signor di Faenza ancor fanciulletto; perii qual luogo
entrando nel tenilorio de' Fiorentini, il primo luogo che oc-
cuparono fu il borgo di Marradi. Aveano i Dieci mandalo
speditamente con duemila scudi Andrea de' Pozzi per man-
LIBRO VENTISETTESIMO. 433
lener iu fede la conlessa di Furlì , acciocché ella potesse
soldarne fanli per la guardia delle sue cose. Ma tra perchè*
ella dipendea dal duca di Milano suo zio, e per essersi di
nuovo imparentala co' Fiorentini, avendo lollo per marito
Giovanni de' Medici, non ebbe il commcssario a durar molla
fatica a confermarla nella sua buona opinione; anzi fu in
molte cose utilissima a tulla quella impresa, non ostante es-
ser seguita non molti giorni dopo la morte del marito con
incomodo non piccolo della Repubblica ; imperocché Iro-
\andosi egli commessario in Romagna era appresso quelli
popoli in molla fede e autorità ; ma falle grande onoranze
al suo corpo , si per i meriti suoi come della moglie , da
cui fu amarissimamente pianto , si mandò Giovanni Caval-
canti per mantener madonna nella usala benivolenza della
città. Comandarono parimente a Dionigi di Naldo lor solda-
to, il quale per esser da Bersighella avea di molli amici in
Valdilamone , che con la sua compagnia dei cinquecento
fanli andasse in fretta a vietare il passo a' nimici da quella
parte. Ma non essendo stalo a tempo a soccorrer il borgo,
entrò con centocinquanta fanli nella ròcca di Castiglione
(che cosi vien detta la fortezza di Marradi) ove i nimici s'e-
rano volti con ispcranza d'averla o per assedio o per for-
za. E già vi s'aspettava il duca d'Urbino e gli Orsini, per-
ciocché questo primo movimento era stalo opera di Piero
de' Medici, a cui per l'antico e mansueto imperio del padre
quei popoli aveano inclinazione. Per la qual cosa dubitando
i Fiorentini che i nimici non facessero progresso in que'luo-
ghi , vi mandarono subitamente con le lor compagnie il conte
Kinuccio, Giovanni Paolo Baglione e il signor di Piombi-
no , che ullimamenle col mezzo di Guido Mannelli era slato
condotto dalla Repubblica a comune col duca di Milano con
dugento uomini d'arme, e con titolo di governator ducale
per dar qualche grado alla sua nobiltà. La virtù di Dionigi,
il quale difese egregiamente la fortezza, e gli aiuti del cie-
lo , perciocché avendo la ròcca bisogno grandissimo d'acqua,
piovve abbonrianleraente , congiunti alla fama delle genti ,
che per la via di Mugello s'appressavano, costrinsero ini
mici a ritrarsi quasi fuggendo; massimamente che per spie
e per allri avvisi avoano inleso , come il conte di Caiazzo
A>5M. Voi V -ìii
434 nF.I.L' ISTORIE FlonE^TIXB
mandato dal duca di Milano con treccnlo uomini d' armo e
con mille fanti , e il Fracassa suo fratello con cento uomini
d' arme awicin.ilisi V uno a Ciilignola e l' altro a Furli si
preparavano per metterli in mezzo ; nel qual tempo non
tralasciando Paolo Vitelli Topcre militari in quel di Pisa, si
volse dopo che ebbe fortificato Vicopisano all'impresa di
Librafatta, ma perche da' Pisani era slato fatto su la cima
del monte un biislione, che facea cavaliere a tutto il piano
di Librafatta, parve al capitano che si dovesse levar prima
questo impedimento; il che eseguì prestissimamente, avendo
i nimici fatto maggior fondamento nella fortezza del sito, e
nella difficoltà che arebbe uno esercito avuto a condurvisi
con l'artiglierie, e con le cose necessarie, che in altra qua-
lità che richirgga un luogo tale. Quindi calato nel piano di
Librafatta e costretto ad arrenderglisi due torri non moltft
distanti dalla terra, l'una detta Polito, e l'altra Castelvcc-
chio , si pose il primo giorno d'ottobre a batter la terra ,
che difesa da dugento fanti de' Veneziani, se gli arrese a
capo di tre giorni, come fece poco dipoi la rócca, non po-
tendo reggere a' continui colpi dell'artiglierie, e a gli spesai
assalti di quelli di fuori, da' quali era slata rotta a quelli
di dentro una bombarda e ucciso il miglior bombardiere ,
co' quali aveano molto danneggialo quelli del campo. Forti-
ficò, poi secondo il suo costume, il Vitelli i luoghi acquista-
ti, perciocché avea preso ancora Filetlole, e essendo il suo
intendimento di tagliare la via del tulio ad ogni soccorso
che da questa parte fusse potuto venire a'Pisani, attese a
fare alcuni bastioni su per i vicini monti , e uno molln
grande fra gli altri detto il bastion della ventura , co' quali
lutto il paese d'intorno tenea sottoposto. Ma gli inimici in
Romagna, ritiratisi da Marradi , non aveano però perduto il
tempo, il cui pensiero era, poiché conoscevano maggior
difficoltà nel soccorrere , di far almeno la guerra gagliarda
per divertire. E mentre hanno in animo di riporre in Furl'i
Antonio Ordelaffi, il padre del quale, e tutti gli altri suoi
maggiori di lunghissimi tempi aveano quella città signoreg-
giato , per levarne Caterina Sforza, che dal duca di Milano
e da'Fiorentini dipendea, un'altra occasione che si scoperse
loro più pronta, li tirò altrove; da che si conobbe quanto
LIBRO VE.1TISETTKSIM0- 4 3o
SÌ debba ne' tempi calamitosi di qualunque vicino, benché
debole tener conio; potendo per la vicinila e per la cogni-
zione de' luoghi fargli danni grandissimi. Sogliano terra posta
neir appennino Ira i confini de' Fiorentini e dello slato dUr-
bino, era di molli anni stata retta solto la signoria della fa-
miglia Malatesta, e in quel tempo n'era signore un giovane
detto Karaberto; il quale a Piero de' Medici andatone, in che
guisa per le sue castella potesse in quel de'Fiorentini pas-
sare, facilmente gli dimostrò. Paruta questa proferta oppor-
tuna a Piero, avendo egli in quel tempo intelligenza dentro
Bibbiena, dopo che ebbe il lulto conferito con quelli che
bisognava , fu di ciò dato il carico a Barlolorameo d'Alvia-
no , come a colui che facendo sopra tutti gli altri capitani
professione di singoiar preslezza e d'ardimento, si polca
con grande speranza dell'esecuzione una così falla bisogna
commetlere. Entralo perciò in cammino con dugentocin-
quanta cavalleggieri, e con otlocenlo fanti, la maggior parie
de' quali , impaziente della dimora, si lasciò prestamente ad-
dietro, camminando di notte per la via di Cesena e di So-
gliano, con grande celfrilà comparve la mattina innanzi al
di alla badia di Camaldoli , ove i monaci l'ore mattutine
cantavano , e del monastero, che forte era, insignoritosi ,
avendo dato voce che fusse soldato de'Fiorentini; quindi
spedi in gran fretta un messo a Bibbiena perchè apparec-
chiasser le stanze a Giulio Vitelli , che ne veniva appresso
con cinquanta cavalli per andare a congiugnersi con l'altre
genti della Repubblica in Romagna. Il che eseguito pron-
tamente da' Bibbienesi, cos'i da coloro, i quali erano consa-
pevoli del trattato, come da gli altri, che pensavano d'ub-
bidire a' lor signori, inavvedutamente in luogo degli amici,
alloggiarono il 15 d'ottobre i nimici, i quali appena al nu-
mero di cento cavalli e di pochissimi fanti arrivavano ; tale
era stata la diligenza dell' Alviano a ccndurvisi tostamente.
E in un subito vi fu da' Veneziani mandato Carlo Orsino
con otlocenlo cavalli, sollecitato ardentemente dall'Alvianu.
il quale sperando con la medesima prestezza che avea con-
seguito Bibbiena, poter ancora degli altri luoghi acquistare;
lasciato alquanto di presidio in Bibbiena era passalo ad as-
saltare Poppi , non r impedendo nò le nevi , dalle quali in
436 dell'istorie fiorentine
sì falla stagione suole quel paese esser sempre coperlo, ne
la strcticzza e difTicoUà del paese posto lutto su per balze
e pendici ripide e scoscesi. Sbigollì grandemente i Fioren-
tini questo successo, considerando di quanto danno sarebbe
stalo alle lor cose, se Poppi fusse pervenuto in poter de'ni-
rnici, essendo quasi una porla per entrare , non meno nel
contado d' Arezzo, che nel Valdarno , avendo massimamente
inleso, che il dura d'Urbino senza poter esser sialo impe-
dito dal Marciano e da gli allri , era ancor egli entralo in
Bibbiena; onde furono costretti, il che era siala l'inlenzione
de'nimici, di volgere in quelle parti lutto il loro sforzo, e
infino al capitano islesso. Partì il Vitelli, lasciati muniti i
luoghi acquistali nel contado di Pisa, l' ultimo giorno d'ot-
tobre ; talché nel cuore del verno , e nel secondo gonfalo-
neralo di Guidanlonio Vespucci , il quale era già ritornato
dall'ambasceria di Venezia, tutta la guerra si condusse nel
Casentino. Toccava questa volta d'esser gonfaloniere a Ber-
nardo Rucellai , che fu il collega , come si disse nell'amba-
sceria di Venezia del Vespucci, ma, per esser infermo , fu
dalo il magistrato a Guidanlonio. Il cui ufficio nelle cose di
fuori andò prospero per la Repubblica, perchè con l'arri-
vata del Vitelli in Casentino, col quale si congiunse tosta-
mente il Fracassa con le genti sue e con quelle del fratello,
essendosi il conte ammalalo, non solo a' nìmici fu vietato
il procedere più olire , ma furono in poco di tempo messi
in molte difficoltà; imperocché il Vitelli, il cui costume era
di condur l' imprese con la maggior sicurezza che fusse pos^
sibile , ne per desiderio di gloria far cos'alcuna temeraria,
lasciato l'andare a investirli, attese a serrarli, sì per vie-
tar loro ogni soccorso che potesse venir di fuori, e sì per-
chè ridottili in poco paese, e tagliate loro le comodità de-
gli strami e delle vettovaglie , li facesse quasi prigioni a
man salva. Per la qual cosa e l'assalto di Poppi fu vano,
onde si partirono i nimici con qualche danno, essendosi An-
tonio Giacomini, che v'era commcssario perla Repubblica,
portato valorosamente; e, per lo mancamento delle cose ne-
cessarie, si fuggivano ogni dì , così de' fanti come de'cavalli
dal campo de' Veneziani in numero mollo notabile. Nel qual
tempo essendo rinnovale le pratiche dell' accordo con quel
LIBRO VENTISETTESIMO. 437
sennlo per mezzo del duca di Ferrara , fu a quel signore
ad iustanza del duca di Milano mandalo da' Dieci Antonio
Strozzi. E era veramente tolta quest'opera, con maggior
Icrvorc che non si sarebbe potuto credere , sollecitala dal
duca Lodovico , conira il quale il nuovo re di Francia . sì
come gli ambasciadori de" Finrenlini di corte scrivevano; si
preparava per l'anno seguente con ogni sforzo possibile per
levarlo di quello stato; onde egli bramava veder il fine di
queste differenze, non per vaghezza di riposo e di quiete,
ma perchè potesse ne' suoi bisogni valersi de'Fiorcntini, che
con queste ultime dimostrazioni stimava averseli grande-
mente obbligati. Nel mezzo delle quali faccende Paolo Fal-
conieri entrò primo gonfaloniere dell'anno 1499. Nel qual
tempo , né il maneggio della guerra , non ostante l'asprezza
della stagione e del sito ove si guerreggiava , nò le prati-
che dell'accordo, ancorché durasse la guerra , s'inlramettc-
vano; perciocché i nimici ritiratisi a Bibbiena non si parti-
vano del Casentino . e Carlo Orsino, ancorché avesse abban-
donalo il passo di Montalone , ove era stato posto a guar-
dia per aver la via aperta, così del soccorso, come del po-
tersi partire; e perciò fusse da' paesani e da'soldati della
Repubblica tenutogli dietro; nondimeno con la perdita d'al-
cuni cariaggi egli diede nel partirsi maggior danno, che non
ricevette. 1 Veneziani similmente per l' instanza fatta loro
grandissima dal duca d'Urbino, che diceva rimaner presso
che assediato a Bibbiena, attendevano a mettere a ordina
con quattromila fanti il conte di Pitigliano in Ravenna, ac-
ciocché passando l'appennino fusse presto alla salvezza di
quelle genti. E già se n'era venuto ad Elei, castello del
duca d'Urbino e posto a' confini de' Fiorentini , contro il
quale era andato ad opporsi il Vitello alla pieve di S. Ste-
fano, lasciate genti intorno Bibbiena e ne'Iuoghi necessarj-
(iran paragone era questo di due sì falli capitani come il
Vitello e il conte, e grande l'opinione che si aveva in Ita-
lia di loro due, e caldi e spessi i conforti delle repubbli-
che a cui essi servivano, che non perdessero inutilmente
il tempo, essendo amenduc stanche dalle continue spese e
dagli incomodi della guerra ; ma né il conte veggendosi in-
nanzi l'alpe piene di nevi, e sentendo il nimico acconcio
438 DKI.I.' ISTORIE FIORENTINE
a riceverlo, volle Iciilnr mai la fortuna di mcllcre le sue.
genti a si gran rischio, sapendo, olire all'altre cose, quale
ora la slreltezza e difficollà de" passi malagevoli a superar
la siale non che il verno ; né al Vilello, usalo a vincere con
le dimore e con la pacienza , parca dover avvenUirar la
>;omma delle cose, ricordandosi massimamenle d' aver una
gran parie de'nimici in casa ; dal qual suo pensiero non
venne ingannalo; perciocché riuscito vano questo sforzo
de" Veneziani , e del conte di Piliglimio, l'esercilo che era
in Bibbiena diminuito grandemente di genti , restò vcra-
ìnmle assedialo. Onde il duca di Milano dopo che ebbe in
Aan procurato the i Fiorentini accrescessero maggiori genti
]ier sforzar 1" esercito di Bibbiena, al che non erano punto
inclinali , e incominciavano a chiamare la prudenza del lor
capitano lentezza e lardila, e quel che è peggio venuli in
qualche dilTìdcnza di lui per a\er di sua volontà e senza
jiarliciparlo co" commessarj conceduto salvocondolto al duca
d'Urbino ammalato, con cui s'era parlilo Giuliano de' Me-
dici , li sollecitava ferventemente all'accordo infin con ac-
« ennar loro di rimuovere i suoi aiuti, poiché era coslrei;o
a guardare il suo stato da i preparamenti del re di Fran-
cia. Per la qual cosa furono a' 15 di febbraio spedili a Ve-
nezia Giovan Balista Ridolfi e Paolantonio Soderini, cilla-
dini di molta autorità, por vedere che esilo dovesse avere
questa pratica ; trovandosi più che in altro tempo allora i
Fiorentini mollo travagliati, non meno per esser entrati in
sospetto del lor capitano e del duca per lo modo dfl suo
nuovo [trocedere, che per non aver alcuna certezza dell'a-
nimo del re Lodovico ; ma mollo più perchè non era den-
tro la città alcuna concordia o amore verso la patria , es-
sendo primieramente manifestissima gara Ira i cittadini grandi
«' i minori , e tra questi e quelli altri inclinando al re di
Francia, e altri al duca di Milano. Le simili gare erano per
conto de' loro capitani, perciocché essendo cattiva intelli-
genza tra Paolo Vitelli, e il conlc Riniiccio , altri ciltadmi
il conte , e altri il Vitelli favorivano. Veghiavano più che
mai le due scUe de' piagnoni e degli arrabbiali, la gioventù
scorrettissima e licenziosa, il pubblico impoverito , e quegli
che solevano essergli antichi suoi amici il re di IS'apo'i, e il
•LlBnO VENTISKTTES'.MO- 439
p.ipa , questo sospetto e poco sicuro per le sue astuzit» ,
quello drbole e impotente per esser ancora non ben fermo
e slabililo nel regno, e posto in non piccol timore dell'armi
siraniere. Por la qual cosa ricorsero i Fiorentini a gli aiuti
divini facendo venire nella città la Vergine Maria delllm-
pruricta , in cui non avea mai la Repubblica speralo scnz'al-
cun frullo. E essendo la gioventù preparala a celebrare il
carnovale con molte pazzie , mandarono un pubblico maz-
ricrc a proibire tutte lo cose ordinale Ma essendo in que-
sto entrato «uovo gonfaloniere Tommaso Giovanni , e slri-
gncndosi gagliardamente le praticbe dell'accordo, il duca di
Ferrara avuto finalmente daamendue le repubbliche il com-
liromosso libero, e per riputazione di quella signoria andH-
tonc a Venezia, il seslo giorno d' aprile in questa guisa sen-
ienziò: Che per tulli i quallordici di quel mese Si cessasse
jicr amcnduc le parti dal guerreggiare . e che per tutto il
vcniiciquesimo giorno dedicalo a S. Marco, i Veneziani cosi
vii Pisa , come di Siena sgombrassero, a cui i Fiorentini per
le spese falle, in dodici anni ceiiloUanlamila scudi fussero
tenuti pagare. Che i Fiorentini sigtiori di Pisa e delle sue
entrale come erano prima si rimanessero , e a' Pisani e a
gli altri liberamente perdonassero. 1 quali Pisani le ròcche
di Pisa dcbban tener con quel numero di soldati non so-
spetti a' Fiorentini , e con quel'a spesa che i Fiorentini in-
nanzi alla ribellione facevano, cavandosi la spesa dali'enlrale
medesime de'Pisani ; i quali similmente potessero eleggersi un
podestà forestiere di luogo alla Repubblica non sospetto, e
ogni volta che il capitano eletto da' Fiorentini desse sen-
tenza criminale, quella non potesse eseguirsi senza T inlcr-
veniracnlo e consiglio d'un assessore eletto da duchi di
Ferrara, il quale assessore fusse uno de' cinque dottori di
legge, (he di dominio non sospetto da' Pisani fussero jiri-
mieramente stati proposti , e alcuni altri capi intorno i beni
^tccupati. La qual sentenza, benché da'Veneziani in tal modo
racconcia, avendo prima il duca dichiaralo, (he h guardia
delle porle dovesse essere de' Fiorentini, nondimeno in guisa
e gli animi loro, e quelli de'Pisani e de' Fiorentini sde-
gnò , che non fu mai data sentenza alcuna , che parimente
a kille le parti dispiacesse come fu questa. I Veneziani
iiO dell' ISTOHIE FIORENTINE
benché cgcguissero con gli efTclii le cose ordinale nel lodo,
nondimeno perchè scrillura di si vituperoso accordo non
potesse apparir mai , non vollero ratificare per iscritto. I
Pisani deliberato di partir prima o^ni estrema fortuna e la
morte islessa , che di tornar soito l'imperio de' Fiorentini ,
non che ratificassero , anzi discaccialo innanzi il tempo le
gonli de' Veneziani di Pisa, da cui si chiamavano traditi, a
difendersi da se stessi si pnparavano, poiché nò dal duca
di Milano, a cui si voller dare, ne da altri fur ricevuti. Solo
i Fiorentini benché gravali nella somma del denaro , cosi
ora grande il desiderio di riaver Pisa , ratificarono non senza
grandi doglienze e rammarichi de' torti che parca lor di ri-
cevere. Nondimeno veggcndo che per mancamento de' Pi-
sani il lodo non avca edcflo . e che non si veniva con esso
loro al,' accordo , deliberarono entralo che fu gonfaloniere
Francesco Giierardi la secon.ia volta , di proseguir la guerra
fdu speranza grandissima d'averne la vittoria, non veggendo
come i Pisani abbandonati d'ogni aiuto, dalle loro armi si
potessor difindere. Mandaron per questo il primo giorno
di giugno Piero Corsini a Città di Castello perchè il Vitello
in quel (li l'isa riconducesse , e altri al conte Rinuccio, che
era alloggialo nel contado d'Arezzo, dove dopo l'accordo
fallo co' Veneziani s' erano con le lor genti ritirati. E fatte
iflsiememenle venir dal Casentino ogn' altra gente che vi
teneano , dettero commessionc , che con ogni prontezza e
ardire l'impresa di Pisa si proseguisse, non con altri aiuti
maneggiala , che dalle proprie forze ; perciocché mentre il
re di Francia , e il duca di Milano varj partiti a' Fiorentini
|)iopongono, alTinchc nella guerra che infra di loro era cd-
mincìala a muoversi, eglino all'un di loro s'accostassero:
parve a coloro i quali avcano in mano il governo , senza
dichiararsi più in favore dell'una parte che dell'altra, che
attendessero a' casi loro, essendosi in guisa giustificati col
duca, che del non accostarsi con lui, da cui nelle coso
loro erano stati aiutati, non rimanevano con macchia d' in-
gratitudine. Arrivati dunque i capitani nel contado di Pisa ,
»■ per opera di Bernardo Nasi assetiate alcune gare , che
liillavia tra il Vitello e il conte Uinuccio passavano . di co-
jnun parere con quattro mila fanti , oltre i cavalli che avea-
LIBIK) VENTISETTESIMO. Vt\
no, e con l'arliglierie , e con (tgn' allra cosa necessaria
s'accamparono a Cascina; la qtinlc gapliardamenic batlnla ,
presero a' 26 di giugno vcnlisei ore dopo che vi s'erano
accampati , essendoglisi i soldati forestieri arresi salve le
loro persone, e robe che aveano , e lascialo il resto degli
abitatori a discrezzione , ailiralisi con esso loro per essere
Klato eglino i primi, che sbigollili dall'arliglierie avesser
pensato a salvarsi. E, secondo la corrozion di quei tempi
e della presente inili?ia , essendovi sialo fallo prigione Ri-
nieri della Sasselta ; la cui persona, a'Fiorentini per essere
lor fiero nimico sarebbe siala carissima , fn lasciato fug-
gire. Avendo la presa di Cascina dalo terrore a gli altri
presidi , disloggiarono i Pisani nel secondo giorno dei gon-
fjìlonerato di Salvestro Federighi al semplice comandamenlo
d' un trombetlo dalla torre di Foce , e due giorni .ippresso
dal bastione di Slagno. Onde a'Fiorenlini crebbe l'animo
0 la speranza d'occupar Pisa, al'a quale impresa erano s'i
fattamenle da' capitani conCorlali . che promeltevann, avendo
sei mila fanti di più, d" occuparla in quindici giorni. Non
si perde momento di tempo alle provvisioni richieste, pa-
rendo il tempo opportuno per essere i Veneziani , e il re "
di Francia occupali nella guerra milanese , e noi reslo d'I-
talia, essendo le rose quiete , e ciascuno badando a i casi
suoi. Essendo per quello ogni cosa a ordine , fu posto il
campo intorno Pisa il primo giorno d' agosto dalla parie
sinistra del fiume, con opinione che, occupala la forte/za
di Stampace, il reslo gli ftisse facile di superare , e s'i per-
chè avendo dall'altra parie il bastione della venlnra, non
parea che si avesse a dubitar di soccorso alcuno di verso
Lucca. Serravano da quella parie gli estremi della città che
pervengono ad Arno , dalTiina parie verso Firenze la chiesa
di S. Antonio, e dall' allra la porta detta a mare. Nel mezzo
era la ròcca di Stampace , la quale scoprendo amendue
questi estremi veniva p.-ritnenle a difender S. Antonio e
la porta. Tutta questa parte della fra le altre cagioni , si
per essere al campo più coramode le vettovaglie di verso
le colline , e si perchè da' Pisani era stala meno riparala ,
stimando, come era opinione di lutti, che il Vitello dal si-
nistro lato s'avesse ad accampare, fu esposta a venti pezai
4Ì2 dell' ISTORIE FIORENTINE
grossi d'artiglieria, i quali e la ròcca e amenduc i lati di
S. Anlonio , e della porla di mare ballendo , gillarono in
poclii giorni laute braccia di muro, massimamente da S. An-
tonio a Stampace , che non dispersiva il capitano di poter
senza mollo pericolo ollener la fortezza. Ma avendo per
agevolare più 1' espugnazione , atteso per alcun altro giorno
a batter tra Stampace e la porla di mare, nel qual tempo
scaramucciandosi sposso, fu in una ferilo di scoppio il colile
Pinuccio, finalmente presentala il Vitello la battaglia a
Stampace una mattina per tempo , benché la difesa fusse
slata gagliarda e valorosa mollo . se n' insignorì dieci giorni
dopo che vi s'era accampalo con tanta felicità, se fusse
slata conosciuta, che i nimici posti in fuga e in terrore
grandissimo , furono quel giorno per abbandonar Pisa. E
certa cosa è, che Piero Gambacorta con quaratita balestrieri
a cavallo , a' quali egli comandava , si fuggì in quello spa-
vento «iala città. Ma ninna cosa è piìi dannosa nelle grandi
imprese, che il non aver apparecchialo l'animo a gli acci-
denti 0 prosperi o infortunati ; onde o da quelli non si cavi
il beneficio che la (orluna innanzi ti porge, o sotto questi
brullamente si caggia , le quali cose hanno spesso nociuto
alla fama di gloriosissimi capitani ; per questo non avendo
credulo né speralo il Vitello, che con occupare Slampace
avesse potuto in quel dì e in quell'ora medesima guadagnar
Pisa , non seppe servirsi del beneficio della forluna , non
muidò genti ad occu|)are i ripari che Gurlino da Havenna
soldato de' Pisani avea diligenlemente fatti di verso S. An-
tonio , de' quali essendo abbandonali , si sarebbe leggier-
mente insignorito : anzi richiamando i soldati, che vaghi
della proda si mettevano lumulluosamenle e senza alcun
ordine per entrare nella città, perdette e [lor allora e per
sempre r occasione di vincer Pisa, dove le grida e i lagri-
mevoii conforti delle donne fur tali , che uscite fuor delie
case ripigne\ano i soldati e i parenti a tornare alla guardia
delle mura, mostrando esser meglio il morire, che ritor-
nare nella servitù de' Fiorentini, che superato il timore
dalla pietà tornarono i soldati e con esso loro Gurlino a'ri-
pari. E benché Paolo Vitelli con alcuni falconetti e passa-
\ol.inti accomodati su la rócca di Stam[»acc e altrove tra-
LIBRO VENTISETVESINO. Mi
vagliasse grandenieiile lulla la cillà, e ballessc una casi-
malta falla da Gurliiio \erso S. Antonio per levare a quelli
di fuora la comodità di riempiere il fos'io , e così parimente
olTendcsse la porta a mare , e qualunque altra difesa ; fu
iiondimono in modo 1 industria , U diligenza e il valore di
quelli di dentro con fuochi lavorali, con arme, e con Irc-
ccnlo fanti venuti loro di Lucca aiutaiidosi ; e le donne
islesse, essendo il più delie volle alle fazioni presenti, por-
genlo quelli aitili , che la f-mminile fragililà può sostenen ,
e soprailuUo aiutali d' un grandissimo i»assavolanle dello il
Hufalo , col quale astrinsero il Vitello a levar l'artiglieria
di Stampace , e (ìnalmenle ad abbandonare quella fortezza,
e per i ripari fatti di nuovo conlra un muro da Paolo messo
.su' puntelli , perche verso lor cadesse, il quale non potè
cadire; che ripreso sjiirilo, e dato tempo alle loro cala-
mità, furono da non aspcl;ato benelicio soccorsi, il quab^
fu Tullimo scampo e riparo dolie amille loro fortune. E ciò
fu, che per la catliv' aria , che suole essere in Pisa la stai.-,
e molto più in quel tempo, non essendo, come ha fatto poi
il gran duca Cosimo, con le cullivazioni asciugalo in grati
parie gli slagni e le paludi che la cingono , s' attaccò in
due giorni lai infermità nel campo , che avendo Paolo Vi-
Iclii deliberalo di dare l'assalto generale il M d'agosto ,
nel qual dì per le diligenze da lui primieramente usale , e
per le battei ie falle, era quasi cerio d'avere in mano la
vittoria , trovandosi così noLabilmente diminuito d' uomini
di fazione, non [iole dar 1' assallo proposto. E veggendo
che per l'assoldar nuovi fanti non si riparava al male, cre-
scendo ogni di, le malattie Ira soldati, avendo perduto ai-
fallo la speranza di poter far più cosa di profitto, e all' in-
contro dubitando . trovandosi le cose in qu.'sti termini, di
qualche sciagura, noi quarto giorno del gonfalonerato di
(liovacchino Guasconi , si levò col campo di Pisa ; e per-
chè con i)iù pronta occasione s' aprisse la strada alla sua
rovina, aven lo iml)arcata l'artiglieria alla foce d'Arno per
condurla a Livorno , perchè per terra a Cascina essendo i
camini sfondati non si poteva condurre, una buona parte
di quelia andò in fondo, la quale insieme con la torre di
Foce fu non inulto dipiji da'Pisani ricupera'.a. Ridussesi
4-44 dell'istorie fiorentine
finalmente Paolo Vitelli verso il fine di settembre alle
stanze . avendo egli preso il suo alloggiamento con le sue
genti un miglio lungi di Cascina. Ma, la signoria entrata in
sospetto di lui, che il non aver preso Pisa da sua colpa
fosse procediito , alia qnal cosa credere li spigneva 1' aver
sempre poco conferito le cose piibbliche co' suoi commes-
sarj , l'aver udito ambasciale de' Pisani, l'aver sotto il pre-
testo del salvocondotlo dei duca d'Urbino lasciato scampare
Giuliano de' Medici, con la cui famiglia si credeva aver egli
segreta intelligenza , e altri suoi sospetti , mandò a Cascina
Antonio Canigiani, e Braccio Martelli con ordine, che po-
tendo metter le mani addosso cosi a Paolo, come a Vitei-
lozzo suo fratello , senz' altra tardanza il facessero , e a
Firenze cautamente li mandassero. Fu Pao'o fatto prigione,
essendo venuto a Cascina per consultare co' commessarj
intorno le cose occorrenti , senza aver alcun sospetto di
loro. Ma VitcUozzo, udito l'ordine della Repubblica, essendo
infermo nel letto , e mostrando di voler pronlamente ub-
bidire , sopraggiunte, mentre attende a vestirsi, alcune sue
lancespezzate , si fece con la spada far via , e a Pisa fug-
gitosi, fu con incredibil piacere da quella città ricevuto.
Paolo condotto a Firenze, e l' istessa notle con diversi tor-
menti rigidamente esaminato, benché non se gli fusse mai
cavato di bocca cosa che gli pregiudicasse , fu il dì se-
guente , che fu il primo giorno d'ottobre, nella sala del bal-
latoio decapitato ; nel qiial giorno e ora medesima Marsilio
Ficino chiarissimo lume della platonica fdosofia, e orna-
mento non piccolo della patria sua. in Careggi, sua villa
ùiolto presso della città , dopo una piccola febretla, avendo
già finito il setlantosimo anno della sua età , da questa vita
si diparli ; come se ad un' ora medesima ci avesse il caso
voluto insegnare per quanta diversa via gli uomini guer-
rieri . benché in maggior fortuna collocati , da gli amatori
delle sacre muse alla morte camminano. Con questo fine
terminò la guerra Pisana di quest' anno poco onorala alla
Repubblica , non meno per 1' esito di così preclaro capita-
no e del poco acquisto fallo , che per esser stata costretta
far capitolazioni col re di Francia molte diverse da quelle,
che egli stesso avea prima proposto. A cui, avendo già cac-
LIBRO VENTISETTESIMO. 443
ciato il duca Lodovico di Milano , furono mandali dalla Re-
pubblica ambasciadori Francesco Guallerolli , Lorenzo Lon-
zi e Alamanno Salviali , i quali , avendo la Kepnbbiica ap-
parato a conoscere quello che importasse il volere starsi
neutrale , furono finalmcnle dopo molle contraddizioni dei
cortigiani , a cui la morte del Vitelli avea reso odiosi i
Fiorentini, ricevuti in nome delia città in protezione del
re, obbligandosi scambievolmente luna parie all'altra alla
difesa degli slau d'Italia, i Fiorentini al re con quattro-
cento uomini d'arme, e tremila fanti, e il re a' Fiorentini
con secento lance e quattromila fanti, e con alcun' altre
condizioni. Ma non minore ammaestramento fu quello che
lasciarono della disprezzala religione a' posteri i tre passali
gonfalonieri, de' quali Tommaso Giovanni nel gonfalonerato
di Francesco Gherardi , e il Gherardi in quello di Salveslro
Federighi , e il Federighi in questo del presente gonfalo-
niere Guasconi morirono per non aver permesso, che le
processioni di Santa Croce di settembre si facessero. La
Oocc, ove pendè la salule del mondo, da Elena madre di
(iostantino ritrovata , e da lei nel Monte Calvario rimessa ,
fu quindi negli estremi tempi dell'imperatore Foca levata
da Cosdra re de' Persi , il quale, abbattuto dopo molti tra-
vagli dati all'imperio da Eraclio successore di Foca, con-
venne fra' primi patti, se il perduto regno voleva ricuperare,
che la già lolla Croce rcsiiluisse; la quale mentre Eraclio
carco d'oro e di gioie s'invia per riporre nel luogo, ove
da Elena era slata messa, quando fu giunto alla porta onde
s'arriva al Monte Calvario, come se da divina mano fusse
ritenuto, non potea muoversi, ne far un passo più olire. La
qual ci)sa e a Eraclio e a ciascun altro porgendo gran ma-
raviglia , Zaccharia Patriarca Jerosolimitano gli disse; Guar-
Vlate, 0 impcradore, che cotesto vostro trionfale abito nel
portar la Croce , alla povertà e umiltà di Cristo non si di-
sdica. Perchè, gillato dal cattolico imperadore l' ammanto
reale, e con uraìl vestimento entrato sotto essa, leggier-
mente il reslo del cammino , e il suo ufficio divolaraente
fornì , mettendo la Croce nel luogo, onde i Persiani l'aveano
lolla. Ora aveva il Savonarola tre anni addietro r\pì fervore
delle sue prediche ad un gran nuracro di fanciulli, i quali
4i6 dell'istorie fioremii^e
egli neir osservanza della religione insliliiiva persuaso, che
ad onore e gloria di Dio celebrassero in quel dì, che Era-
clio ciò fece , una solenne processione , portando innanzi
una Croce vermiglili in Santa Maria del Fiore) la quale da
un cittadino della l'azione al padre contraria) spezzala loro
nel Ponte a Sanla Trinità , come si disdicesse ad altri the
a' Romani pontefici instituir nuove feste e celebrazioni, fu
da un religioso, in penitenza di cotanta in.pielà , di nuo^o
questo costume rimesso, e per gli altri anni osservalo. Ma
mentre disputandosi se ciò più oltre s'aveva a permettere,
se ne richiedeva il parere del sommo magistrato , fu opi-
nione , massimamente tra coloro che al padre aveano fede ,
che i precedenti gonfalonieri , i quali non consentirono mai
che al lor tempo questa festività si celebrasse , per divina
permissione l'uno appresso dell'altro in vendetta della di-
sprezzata religione morissero. Onde il Guasconi di ciò te-
mendo lasciò nel suo gonfalonerato la processione cele-
brare. A cui nel fine dell'anno succedette Giovan Batista
Ridolfi ciltadino savio e molto stimato nella Uepubblica.
Non ebbe il suo magistrato novità alcuna ne dentro né
fuori della città , se non che come prudente potè ben con-
siderare i mali che s'apparecchiavano all'Italia; poiché
e il re di Francia insuperbito per 1' acquisto di Milano ,
<licea per 1' anno seguente voler far I impresa del reame
di Napoli; e Cesare Borgia, il quale da cardinale ammo-
gliatosi , e avuto dal re di Francia il ducato di Valenti-
nois, il duca Valenlino s'era incominciato a chiamare,
avendo verso il fin di quest'anno occupato Imola , pre-
lendea the tutti gli altri slati di S. Chiesa, i quali da'vi-
carj erano governati, alla chiesa dovesser ritornare. Onde
Francesco Pepi primo gonfaloniere dell'anno 1500 raccolse
con gran carila nella città i figliuoli del conte Girolamo con
le cose più care , essendo la madre restata alla difesa di
Farli; la quale insieme con la città vinta per forza pervenne
ancor essa in poter del duca Valentino. Ma maggiori movi-
menti erano quelli di Lombardia, ove i popoli, pentiti d'es-
ser entrati sotto il giogo de' Francesi, aveano richiamalo il
duca Lodovico, il quale, rientrato in Milano il quinto giorno
di febbraio, e preparando per ogni strada a difendersi, ri-
LIBRO VENTISETTESIMO. 447
chiese i Fiorentini di cerla somma di d?nari prestati loro,
I quali, avendo la Repubblica fermalo nell'animo di perse-
verar nell'amicizia del re, ricusò di restituire. Il qual par-
tito approvò più il successo che l'onestà, avendo Antonio
del Vigna negli ultimi giorni del suo gonfaloneralo inteso ,
che la felicità del duca Lodovico era poco tempo durata ;
poiché , mancatigli di fede gli Svizzeri da lui con grande
spesa condotti , aveano con memorabile esempio di tradi-
mento datolo in mano al proprio nimico, per online del
quale in Francia condotto, terminò l'inquiete dell'animo,
e le sue mal moderate voglie , con le quali rovinò non solo
gli amici e parenti suoi , ma sé stesso , e poco meno che
tutta Italia : la quale per conto suo patì mutazioni grandis-
sime. Acquistata questa nuova vittoria da' Francesi, fu man-
dato ambasciadore a Milano al cardinale di Koano, che v"era
per lo re, Piero Soderini , non solo per rallegrarsi seco in
nome della Repubblica di cos'i presta e felice vittoria , ma
per disporlo ad accomodar la Repubblica d' una parte delle
sue genti per valersene alla ricuperazione di Pisa. La qual
domanda ancorché avesse avuto molte opposizioni, così per
conto de' Pisani istrssi , come de' Genovesi , de'Sanesi e
de' Lucchesi , i quali non desideravano per cagione dei lor
interessi la grandezza de' Fiorentini, ebbe pure intero efTel-
to, considerando Roano, che daTiorentini erano prontamente
stati adempiti i patti promessi al re circa la ricuperazion di
Milano, se non in genti, in denari. Furono perciò delibe-
rati per questa impresa cinquemila Svizzeri, e lance cinque-
cento , queste da esser pagale dal re , e quelli dalla Repub-
blica, oltre l'artiglierie e l'altre cose necessarie, per le
quali fanterie dovesse cominciare a correre il soldo dal primo
giorno di maggio, e quando la Repubblica non se ne vo-
lesse più servire , fusse obbligata dar loro una paga per lo
ritorno. Creato dunque di questa impresa capitano monsi-
gnor di Beaumonte caro a' Fiorentini per essersi mostrati»
favorevole circa la restituzion di Pisa , e sì perchè essendo
parente di Roano , parea che se ne facesse servigio al car-
dinale potente appresso il re, si partì con 1' esercito, e eoa
ventidue falconetti e con sei cannoni d'intorno a Piacenza
ne' primi giorni del gonfaloneralo di PicrfrancescoTosinghi,
4tó dell'istorie fiorentine
essendosi in vano affaticalo il Sederini di moderar le con-
dizioni proposte da'Francesi. Fu mandato Pellegrino Loriiii
da' Dieci in Piacenza per rassegnar queste genti, dal quale
fu trovalo il numero maggior di duemila, e nondimeno con-
tenne dar loro due paghe perchè partissero , essendosi per-
duto un mese indarno per comodi del re in taglieggiare in
sul viaggio alcuni signori lombardi, che nella ritornata di
Lodovico s' erano mostrati favorevoli a gli Sforzeschi. Ma
quello che increbbe fieramente a ciascuno, fu che fermatisi
jter cammino in Massa di Lunigiana. aveano, in luogo di fa-
vorire i confederati della Repubblica, lolla Massa, e un'allra
(erra al marchese Alberigo , e quelle date ai marchese Gab-
briello suo fratello e nimico , perchè s' incominciasse in-
nanzi trailo a comprender qual dovesse esser il line di que-
sta impresa, di cui tale era il principio. Facendo nondimeno
il desiderio di riacquistar Pisa tollerar pazientemente ogni
indegnità, fiiron mandati per incontrar queste genti, e sol-
lecitarle al venire, Giovan Batista Uidolfi e l>uca degli Al-
bizi figliuolo d'Antonio, coi quali entrato Beaumonte in
cammino, benché s'avesse nel passar fatta restituir Pietra-
santa da' Lucchesi, quella nondimeno non restituì alla città
secondo la deliberazione falla col Soderini a Milano ; ma,
secondo l'accordo fattone co' Lucchesi, la ricevette in nome
del re, con promessa di non restituirla a'Fioreniini, se non
dopo che avessero acquistato Pisa. Quindi vennero in Val
di Scrchio essendo slati provveduti di vettovaglie da' Luc-
chesi, benché non senza grandi loro querele, che venendo
l'esercito per servigio de' Fiorentini, i Lucchesi l'avessero
a provvedere. Alloggiarono poscia a Campi, luogo lungi di
Pisa tre miglia, onde avvicinatisi alla città, e attendatisi tra
la porta alle piaggio, e la porta Calcesana, avendo la nolte
che seguì a' 29 di giugno piantate l'artiglierie, incomincia-
rono così parte della nolte istessa , come il dì seguente a
batter con tant' impeto le mura , che, prima che fussero le
ventun'ore, si trovarono aver gitlato a terra più che qua-
ranta braccia di muro ; la qual batteria giudicata dal capi-
tano sufficiente per dar l'assalto, fece spigner non che le
fanterie, ma anco i cavalli per entrar nella città. Ma quando
presenlatisi su l'orlo delle ruine videro un altro fosso prò-
LIBRO VEPinSETTESIMO. 449
fondissimo fatto da' Pisani tra le mura abbattute , e un ri-
paro che aveano fatto dalla parfe di dentro, sbigottiti d'a-
ver a superare questa nuova difficoltà, non solo non fecer
atro per lo rimanente del giorno, ma incominciati da quel-
l'ora a invilire, non fu da quel!' esercito fatta poi fazione
alcuna più onorata , assegnandosene la colpa da molti , non
tanto a' soldati, quanto al capitano, il quale, non essendo
di molla perizia nell'arte militare, non avea nell'esercito
quell'autorità che a tanto grado si conveniva; per la qual
cosa benché la seguente signoria entrala col gonfaloniere
Piero Gualterotli facesse ogn' instanza , e usasse ogn'opera
possibile, perchè si facesse qualche progresso intorno Pisa,
e per questo avessero richiamalo l'uno de'commessarj a
Firenze per intendere onde procedea cotanto disordine, non
si facea per tutto ciò profitto alcuno. Ma essendo nel campo
Francesco Trivulcio luogotenente della compagnia di Gio-
vanni Jacopo Trivulcio e Galeazzo Pallavicino capitano
d'una compagnia di gente d'arme, i quali inclinavano al
favor de'Pisani, faceano per segreti messi intender loro ,
che attendessero animosamente a difendersi, e questo es-
ser il desiderio della maggior parie del campo- Io arrossisco
a scrivere i costumi di cosi fatta milizia , e essendo quasi
disperato che da sirail lettura ammaestramento alcun buono
sì possa cavar da chi legge , mi giova almen credere che
la bruttezza delle cose commesse faccia altrui spaventar da
imitarle; poiché se non il presente gastigo, almeno le penne
degli scrittori, che non sono per tacere in processo di
tempo l'opere malvagie, devono ragionevolmente ritener al-
trui dal commetterle. Crescendo tuttavia i disordini intorno
Pisa, e essendo, per colpa di quelli di fuora, stalo permesso
r entrare in quella città per la porla che guarda inverso al
mare Tarlalìno da Città di Castello, uomo di Viiellozzo, con
alcuni altri soldati mollo pratichi nel mestier della guerra ,
fu tolta affatto ogni speranza di far bene. Onde Beaumonte
fece intendere a Luca degli Albizi, il quale era restato nel
campo, che egli intendea di levarsi per non consumare inu-
tilmente il tempo in un luogo , onde non se ne arebbe avuto
onore. Opposcsi ardenlemenlc Luca a cotesta deliberazione,
i.'ioslrando di quanto biasimo sarebbe al re, se un esercito,
.\>iii VuL. V. 2t>
450 dell' ISTORJR FIOREMIKE
41 cui non avea potuto contrastar tutta la Lombardia , e un
principe di tanta riputazione, e di tante forze quante era
Lodovico, ora Pisa solo non da altri, che da' soli cittadini
difesa reggesse. E perchè alla sua Repubblica non si po-
tesse oppor mai, che ciò per suo mancann-nto fosse proce-
duto, gli profferiva all'incontro vivamente tutte le cose ne-
cessarie per l'espugnazione di quella città. Ma non che
queste parole fussero vane , anzi nelle pratiche del levarsi
fu dagli Svizzeri , che cercavan occasione di far male, Luca
fatto prigione , ne prima rilasciato , che la taglia a millelre-
cenlo scudi ridotta, non fusse pagata, allegando, per rico-
prire la lor scelleratezza, do\er alcun de' lor capi conseguir
certe paghe da' Fiorentini per conto del servizio prestato
loro a Livorno. Seguì a ciò la levata del campo , il quale
a' 18 di luglio si partì per la volta di Lombardia, lasciati i
Fiorentini non solo malcontenti di ciò che era seguilo, ma
senza forze, senza danari, e, quello che fu il maggior danno
di quelli tempi, senza unione e concordia alcuna infra di
loro. Perchè a' Pisani restò campo larghissimo di ricuperar
Librafatla , e non molto dipoi il bastione della Ventura, noi\
per debolezza del luogo; il quale con tanta spesa della città
era stalo fortificato da Paolo Vitelli, ma per viltà, o, come
altri credettero, per tradimento di Sambardano connestabilc
de' F^iorentini , che v'era alla guardia: peccali, che a mo-
strare qual fusse 1' un peggiore dell'altro, sarebbe difficil
contesa. Ma maggiore di tutti i già delti mali era il sospet-
to , che i capitani appo il re di Francia la colpa degli er-
rori fatti non rovesciassero sopra la Repubblica, onde parve
al gonfaloniere Niccolò Zali, e alla signoria che entrò seco,
che si mandassero al re Francesco della Casa , e Niccolò
Machiavelli, i quali, ricevuti da lui con benignissime dimo-
strazioni, ebbero per risposta , che, egli manderebbe in To-
scana Corco suo cameriere , e che inleso pienamente quel
che era passato , vi farebbe ottima provvisione. Ma Corco
venuto a Firenze attendeva a mostrare . che il modo d' e-
spugnar Pisa era tenerla per quel verno travagliala in modo,
che accampandovisi a tempo nuovo con forze gagliarde non
avesse resistenza; la quale è da'Francesi, secondo il lor co-
stume, chiamala guerra gurriabile. Onde veniva a conchiu-
LIBRO VBrtTISBTTESIMO. 4a(
dfre esser cosa ulilc , che per quella stagione le genti del
re lornassero ad alloggiare nel contado di Pisa. La qual
cosa non essendo acconsentita da' Fiorentini, avendo veduto
la cattiva riuscita fatta da loro, e per questo avendo Corco
dello mali grandissimi di loro al re , il mosse a tanta in-
degnazione , che il re foce intendere a gli uomini manda-
tigli dalla Repultblica , il suo glorioso esercito, non per
altra cagione che per lor mancamento, esser stato vitupe-
rato in Toscana, e che per questo egli voleva intendere in
che guisa avesse a governarsi con esso loro, aggiugnendo
come era stalo costretto pagar una paga a' Svizzeri, perchè
i mercanti fiorentini non fossero svaligiali, la quale inlen-
dca, ihe in ogni modo gli fusse pagata; per la qual ca-
gione fu dappoi dal re mandalo Adovardo Bugliollo suo
^alletto in Firenze. Né dopo molte dispute, e dopo l'esser
stalo mandato da Giovan Batista Barlolini, ultimo gonfalo-
niere di quell'anno, ambasciadore Pier Francesco Tosinghi
al re , si potò ottener altro , che di pagarli fra brevissimo
spazio di tempo diecimila scudi a Milano. Questi mali grandi
per sé stessi, raggirandosi intorno il non poter riacquistar
Pisa , erano di gran lunga superati da un sospetto e timor
grandissimo di perder non che terre e castella, ma la pro-
pria libertà , trovandosi il duca Valentino con potentissimo
esercito in Romagna all'assedio di Faenza; il quale, cacciato
Ottavio Riario da f urli , Pandolfo Malalesla da Rimino ,
Giovanni Sforza da Peserò , e apparecchiandosi ora a cac-
ciar Astorro Manfredi da Faenza , essendosi confederato col
re di Francia , avendo sèguito degli Orsini e de' Baglioni ,
e de' Vitelli, pronto d'ingegno, e d'ardire inestimabile,
aiutalo dal titolo onoralo di voler reintegrare le membra
sparle di S. Chiesa, e figliuolo d'un pontefice astutissimo
e audace, s'avea proposto concetti smisurati nell'animo, e
per tenere i Fiorentini in timore, ora si rammaricava di
loro, dicendo aver eglino licenzialo il conte Rinuccio, non
per altro fine, che per interrompergli la guerra di Faenza;
e ora per addormentargli, o per cavarne denari, mostrava
desiderare d" esser condotto da loro; sicché il sospetto, clic
di lui s' avea, era grande. E perciò se gli era mandalo nel
campo Piero del Bene per mantenerselo con ogn' industria
452 dell' ISTOBIK FIOBB^TINE
benivolo e amico. I Veneziani dall'altro canto minaccia-
vano di voler rimetter Piero de' Medici in Firenze , mo-
strando al papa e al Val'Milino non essir miglior via a
mantenersi i freschi acquisii di Romagna, che con aver un
governo in quella cillà , che dipendesse dagli amici suoi. I
Fiorentini vigilanti nelle cose pubbliche, qu.mdo ìeggono
crescer il pericolo, per abbondar de" rimedj, scrissero al
Machiavelli in Francia, che facesse opera col re, che il
papa e il Valentino conoscessero i Fiorentini esser a cuore
di sua maestà; e mandarono Antonio lUicellai all' ambascia-
dorè del re in Roma , sì per vedere quali erano quelle cose,
che altre volle egli avea detto voler dire alla Repubblica
di molla importanza se fusse ricono?cin!o , e sì perchè egli
scusasse appo il papa la citlà dell'imputazioni che se le
davano, non avendo licenziato il conte Rinuccio se non
quando terminava la sua condolla ; avendo ad inslanza del
«uo re creato per lor general capitano il prefetto di Sini-
gaglia fratello di S. Piero in Vincola , nò il lor desiderio
stendersi ad altro, che all'acquisto di Pisa, con lant' arme
e con sì gravi e incomparabili spese stala comprata , com-
battuta e posseduta da loro- Mandossi parimente Luigi
della Stufa a Castrocaro , acciocché vegghiasse , che da
quella parte la Repubblica non ricevesse alcun danno. In
questa ddigenza e sollecitudine continuava Piero (larnesec-
chi, il quale entrò gonfaloniere con l'anno 1501, avendo
nìassimamenle inteso, che Vitellozzo avea sotto Rinieri
della Sassella, e Piero Gambacorti mandalo cenio cavalli
a' Pisani e che Dionigi di Naldo con il consentimento del
Valentino avea scorso infino a Castrocaro, facendo di molli
danni al paese, sotto colore di vendicarsi de'suoi nimici.
Ma molto più movea ciascuno il sentire , che per ordine
del papa Giuliano de'Medici era montato in poste per la
corte di Francia , e che dal duca Valentino era stalo man-
dalo a Pisa con nuova gente Oliverotlo da Fermo suo sol-
dato e cognato di Vitellozzo. Nondimeno non era sufficiente
alla grandezza de' mali la diligenza de' magistrati. E invero
chi considererà diligentemente tutti i lempi pericolosi della
Kepubblica, non la troverà in alcuno essere stata in mag-
{jior rischio che in questo , trovandosi impotente , non che
f-IRSO VENTISETTESIMO. 4d3
n rrdiorc i nimici , ma i proprj sudditi, se così si debljon
ehinmarc i Pistoiesi, perciocchc in Pistoia erano succedute
non sulo brighe, e morii Ira le fazioni canccUiera e pan-
rialica, ma i Canctllicri avcano, a guisa d'un comune; libero,
discacciali dalla cil'à i Pancialichi , arso loro le case, dato
i loro boni a' soldati Bolognesi venuti in lor favore, e giu-
dicatili ribelli , soffcrendo con molta villa o malignità i
rangislrati della Repubblica colali eccessi. E di ciò non con-
te nli i Cancellieri , dubitando (he un dì i Panciatichi non
rientrassero e prcndesser vendetta de' danni ricevuti , fatto
un numero di secento armali, uscirono il dì dedicalo a S.
Ag:ita di Pistoia per spegnere afTallo la parie contraria. E
avviatisi verso le tenute de' Pancialichi , il primo assalto
diedero alla chiesa di S. Michele , ove alcuni di essi si
eran ridotti. Difescrsi quelli di dentro per qualche spazio ,
ma non polendo reggere alla moltitudine degli avversar] ,
si ritirarono nel campanile , lasciando loro la chiesa in
preda ; la quale prestamente di calici e di arienli spoglia-
rono. Nò cosa alcuna altra gli ritenne dal fuoco , che la
sopraggiunta de' Panciatichi , che falli feroci dell' ira e
dalla disperazione , che, cacciali dalla città, nò in contado
potessero viver sicuri , messisi insieme tos'o che sentirono
il cenno dato loro dagli assalili a S. Michele , vennero vi-
gorosamente, benché in minor numero, addosso a' cancel-
lieri. 0 autori, i quali dicono, che ragunalisi a un Croci-
fisso, che era in su la straca, s'inginocchiarono a quello,
e, fatto breve orazione, si promiser tutti l'un l'altro di non
si abbandonare infino alla morte; l'assalto fu molto impe-
tuoso , nella mischia del quale rimasero morti più che du-
gento de' cancellieri , senza esservene de' Pancialichi morto
più che un solo , e tre forili. Essendo intanto entralo goiv
faloniere Piero Sederini, facevansi ogni giorno maggiori le
felicità e gli acquisti del duca Valentino, il quale, tornalo
col tempo nuovo ad accamparsi a Faenza, s'insignorì dopo
alcune battaglie date, per accordo verso il fin d'aprile, di
quella città, e quindi voltosi verso il Bolognese tentò di
mutar lo stato in Bologna ; la qual cosa benché non gli fusse
riuscita , avendo Giovanni Benlivoglio con la morte di molti
purgata la città dei sospe'li, ottenne nondimeno da lui le
451 dell'istorie furentine
cose che volle, poiché, avendo scritto a Firenze e a gl'.i-
mici e a'vicini i suoi bisogni , viddc non poter trovare ;jI
suo stato altro riparo. Tra le quali fu ( siccome fra gli allrr
riferiva il conte Rinuccio fuggitisi di Bologna per sospelto
di Vjlellozzo, il quale giunse in Firenze il primo giorno
del gonfalonicrafo di Lorenzo Salvinti) che il Bcntivoglio
l'accomodasse di cento ucraini d'arme e di mille fanti per
venire a mutar lo stato de'la Repubblica. Mandarono i Fio-
rentini a rallegrarsi seco in apparenza del nuovo acquisto
Galeotto de' Pazzi, ma invero per spiare quale fusse l'animo
suo, e per inlrallenerlo quanto più fusse possibile . sen-
tendosi tulio dì continue minaccio degli Orsini e de'Vitelli
che verrebbono presto a' danni della Repubblica. E perchè
aveano i Dieci fornito Firenzuola di fanti , il che parca che
procedesse da sospetto, s'ingegnavan soprattutto di mostrar
ciò non esser stato fatto per poca fede che s'avesse nel
duca, quanto per toglier l' anime a quegli suoi rapi d'of-
fendergli Fu l'ambasciadore veduto con cortesi dimostra-
zioni, e rimandatone con uno de' suoi ; mandò con quello
a chiedere passo e vettovaglia per i luoghi della Repuh-
hlica , senza esprimer qual cammino avesse a tenere o altro
particolare ; avendo Ira questo mezzo Tommaso Tosinghi
commessario di Firenzuola scrillo, come Ramazzotto pre-
sentatosi a quella terra avea fatto cenni di volerla sforzare.
Fugli da Piero Sederini, Alamanno Salviati e Iacopo dei
Nerli eletti ambasciadori per questo fine, ofTcrlo il passo
alla sfilata , con palio che non dovesse entrare in lerra al-
cuna murala , nò di menar seco i nimici o ribelli della Re-
pubblica. M^ egli risposto , che in Barberino farebbe palese
la sua intenzione, si pose in cammino con ottocento uomini
d'arme, e con settemila fanti. Co'quili arrivato a' 12 di
maggio a Barberino, fece intendere a gli ambasciadori che
egli intendea d'esser in buona amicizia con la tit:à, ma
che per potersi assicurar di quella , conveniva ordinare
un'altra sorte di governo, e che a lui fusse data condotta
convenevole al suo grado. Gli Orsini e i Vitelli avesser
qualche eoddisfazinne , e volendo egli far l" impresa di Piom-
bino, se la Repubblica non era per [lorgerli aiuto, non gli
desse alinen noia. Concorreva in ogni cosa la Repubbliia
LIBRO VtMISETTESlMO. 4S5
fuor che in mu'are sLio . ma a costatidosi egli lull-ivia alla
•/;ill;i , ricmpiova lutti di timore e tli ypavenlo, non lanlo per
lo numero de' nimici, disprezzabile in altro tempo, quanto
che essendo fra gì slessi cilladini fama , che la sua venula
non fusse senza intendimento d'alcuni di loro, si venivano
a temere più quelli di dentro , che i nimici di fuori. E
nondimeno non s'erano inilasciate di far quelle provvisioni,
che nel mezzo di tanli disordini si po;cano far maggiori;
perciocché sotto Guglie'mo de' Pazzi s' erano falli venire
molti armati di Mugello , e comandatogli che con quelli si
fermasse alla Loggia (che così vengon dette alcune posses-
sioni di qurlla famiglia) poslc verso Bologna l'abate Basi-
lio, e Giuliano de'Pilli con gemi del Casentino aveano oc-
cupato il poggio di Fiesole; ma mandali dopo a Bellosguar-
do, furono messe in Fiesole le genti, che di Romagna avo;(
condotto Luigi della Stufa. Nella ciltà erano slate introdollff
alcune poche genti del prefello lor capitano , e soldavan^i
di più mille fanti per guardia della piazza. 1 cittadini s" ar-
marono tulli e fornissi il palazzo d'armi, e di vettovaglia.
E dall' altro canto non si tralasciava il pensiero di convenir
seco , essendo già arrivalo a Campi , luogo sei miglia lungi
ilella città , ove gli furono mandali ambasciadori il vescovo
de' Pazzi, Francesco Gualterotli , Francesco de'Nerli e
Alessandro Acciaiuoli tornando a confermarli, che, purch«;
non entrasse in pratic he o speranze di mutar governo, egli
troverebbe la città nel rimanente prontissima ad ogni suo
onesto desiderio. Perchè veggcndo il Valentino i Fioren-
lini star fermi nel lor proponimento , e egli non aver forze
a bastanza per fargli fare a suo modo , e avendo intanto
ricevuto lettere dal re di Francia , a cui olire gli altri am-
basciadori s'era mandato Lorenzo de' Medici, che lasciasse
di molestare la Repubblica , s' accordò seco in questa ma-
niera : Che falla tra loro lega e buona amicizia a difesa
degli stati comuni , il duca s' intendesse condotto per Ire
anni con Irenlaseimila ducati l'anno, e che in ogni biso-
gno de' Fiorentini , 0 di difendersi, o d'offender altrui,
fusse egli tenuto mandare i trecento uomini d'arme , i quali
per delta provvisione era obbligalo lenere. Nessuna delle
jiarli dovesse aiutare i uimici o ribelli dell' altra; e per con-
4S6 DELI.' ISTORIE FIORENTINE
seguente della guerra, che il duca inlendoa di fare a Piom-
bino, la Repubblica non se ne triivagliasse. Falle queslc
f onvenzioni n' andò il Valentino a' 17 di maggio a Signa .
e di quivi a Empoli, onde passò a Poggibonzi, avendo fra
le ruberie , e danni fatti per via arso Barbialia e Monte
(lufoni, come se andasse per paese de'nimici; né infiiio
a" 25 pensò uscirsi del paese; nel qual dì prese il cammino
inverso Valdicecina per passare a Piombino , avendo dato
queste dilazioni, e tenuti lai modi, perchè gli fusse pagala
la prestanza, la quale i Fiorentini negarono voler pagaie
se non fusse prima uscito dello stalo. Queslo fine ebbero
quest'anno gli apparali del Valentino contra la Repubblica,
più per opera del re di Francia, che per benignila sua
acquetali; anzi essendo i Pisani col favore di Vitellozzo
accampatisi alle Ripomarancie , se ne levarono per ordine
de! duca subilamente; il quale entrato a' 4 di giugno nel
Icnilorio di Piombino, non fu lutto quel mese fornito , che
occupò Suvereto, Scarlino e l'isola della Pianosa, non
resistendo cos' alcuna alla sua felicità. Fu poi la Repubblica
richici^la da monsignor d'Obigni capitano del re di Francia
per dar il passo alle genti del re, le quali passavano all'im-
presa del regno di Napoli ; il che fu liberalmcnle accon-
sentilo. Onde nel gonfaloneralo di Filippo Carducci si senti
quello, che in mente d'uomo morlalc di leggieri non sa-
rebbe caduto, cioè che non solo il re Federigo dall'antico
e ereditario regno de' suoi maggiori quasi in un momento
fusse discacciato , ma quello si fusser partito tra loro il re
di Francia e il re cattolico, dalle cui genti, come di pa-
rente e d' amico , attendea quel misero re soccorso e aiuto.
E ciò non oslanlc fccersi di queste novelle arrivale a Fi-
renze il se.slo giorno d' agost-o al'egrezza e fcsla grandis-
sima di fuochi , di suono di campane e di processioni.
Cos'i per cagione di privali interessi siamo avvezzi a sostener
con lieto viso le pubbliche ingiurie della propria nazione.
Fu morto in questa guerra il conte Rinuccio , di cui (ante
volle abbiam fallo menzione in quesf opera. E il duca Va-
lentino essendusi in essa trovalo, fu a tempo a tornare al-
l'impresa tralnsriata di Piombino, a cui non veggendo la-
topo, quarto signore di essa terra, alcun riparo , venutosene
1
LIBRO VE!STl<iETTES',MO. )57
a' 17 d'agoslo a Livorno, e quivi raccomandalo il suo pic-
colo figliuolo alla guardia d' Antonio da Filicaia , andò a
gillarsi alle braccia del re di Francia , col cui favore nel
suo dominio fusse restituilo. Di lanli felici successi dubi-
tando mollo la signoria che entrò con Luca degli Albizi
gonfaloniere figliuolo di Maso , però che a' 3 di quel mese
già Piombino era pervenuto in poter del Valentino , oltre
Francesco Soderini vescovo di Volterra, e Luca degli Al-
bizi figliuolo d'Antonio, i quali si trovavano ambasciadori
appresso il re ; furono mandali ambasciadori a Milano al
cardinale di Roano Antonio Malcgonnelle dottor di legge ,
e Benedetto de'Nerli, acciocché di nuovo fusse ricevutala
Repubblica nella protezione del re. 11 qual cardinale, oltre
aver reslituila Pietrasanta , e Mutrone a' Lucchesi, da'quali
avea ricevuto ventiquatlromila ducali, e, presili in prolezio-
ne , pareo che tenesse pratiche d'unire insieme i Sanesi ,
i Lucchesi e i Pisani, e di rimetter in Firenze la casa dei
Medici. Perchè non avendo potuto venir seco a convenzione
alcuna , restava che gli ambasciadori mandati al re stri-
gncsscro queste cose col re medesimo ; le quali mentre fn
lungo si differiscono , Lanfredino Lanfredini prese e finì
l'ultimo gonfaloneralo di quell'anno, non senza continui
sospetti dei pontefice e del duca suo figliuolo , sì per
avere a' 14 di dicembre mandato Viiellozzo ad alloggiar le
sue genti presso al Borgo , e sì perchè ogni dì si scorgea
in Alessandro mala soddisfazione verso la citlà , avendole
tolto le decime , e, in ogni occasione delle cose spirituali,
con minacce e con interdetti molestandola. Ma la Repub-
blica facendo vista di non si accorgere della sua mala di-
sposiziot\e , coni nuava con ogni ufficio a tenerselo amico ,
onde nelle nozze che egli fece di Lucrezia sua figliuola
col duca di Ferrara (le quali fur celebrate in Roma hitorno
le fe§te de! Na'alc del signore con sunluosissima pompa)
avendo sfornito de' più ricchi broccati lulte le botteghe di
Firenze, gli fu mandato ambasriadore per intervenir in
quelle Tommaso Soderini, il quale portò alla sposa tra
drappi d'oro e dargento quel che valeva più di tremila
ducati. Ma quello che più sbigottì ciascuno, fu l'aver egli
dello nella presenza di molli cardinali , che delle cose di
4o8 dell'istorie fiobentine
Firenze non inlcndoa per 1 avvenire ne in bene ne in mflle
più impacciarsi ; imfierocchè essendo egli uomo sagnce e
aslulo mollo , parea che con queste parole volesse accennar
pericoli grandi soprastar alla Repubblica , e quasi incomin-
ciare a protestarsi. Per la qual cosa erano dalla prima si-
gnoria dell'anno 1502, di cui fu capo Giuliano Orlandini
gonfaloniere la seconda volta , somm.imente sollecitali gli
atnbasciaddri mandali in Francia , che in orgni modo vedes-
sero di conchiuder la protezione del re ; al quale parimente
facessero intender la venula di due ambasciadori dell' im-
pcradore alla città , da cui cran richiesti a qualche summa
di danari, sì per la pissa'a sua a prender la corona dell im-
perio a Roma, e sì per i provvedimenli dell' arme che s'a-
vean a muovere contra il Turco. Usavansi questi ufììcj, non
tanto per consiglio che se n'aspettasse dal re. qnanlo per
accennargli, che non ntancavn loro a cui congiugnersi, e
per questo rendesse più facile l'accordo che si trattava
seco. Il quale si desiderava supremamente, crescendo tut-
tavia il sospetto del papa, che, arrivato a'2fi di febbraio
con tre galee, Ire fiisle , Ire brigantini, due galeoni e nn
baloniere a Piombino , avea desto nella città varie mormo-
razioni: perciocché alcuni dicevano, che egli era venuto
per portarvi il suo mobile quasi in luogo sicuro e forte;
altri, e forso meglio, che egli avesse ciò fallo per fuggire
i lamenti e le querele della carestia grande , di che la città
di Roma era oppressa. Ma Ira la plebe fu diversamente in-
terpretalo, avendo lutti ferma opinione, che egli volesse
dar Piombino a Pandolfo Pelrucci per levarlo da Siena, la
quale disegnava dare al duca Valentino. Questo è certo,
che avendo il pontefice sotlo diversi colori mandato due
volte a richieder Pandolfo che venisse a Piombino, T una
delle quali v'andò un suo vescovo, e l'altra V'ilcllozzo, il
Pe'rucci scusandosi tutte due le volte di trovarsi infermo
di dolori dì fi.inco, non acconsentì mai d'andarvi. Ma lutto
che questi rumori fussero preslarncnte acchetali con la par-
tita del pontefice , la quale fu a due giorni del gonfalone-
rato di Giovanni Rerardi , non cessava però il timore. Onde
per non tirarsi addosso più carichi, e per atTrotlire il re di
Franci;» alla risoluzione, convennero col marciicse Ermes
LIBRO VRNTISRTTR'^IMO. 4o9
Sforza , 0 con Giovanni Graismcr proposto «li Brissina , i
quali erano gli aml)asciadori dell' imperadoro , (he ogni vol-
ta, che sua m.iestà venisse per la corona in Italia, la città
lo servirebbe di cento uomini d' arme per rtn anno solo ,
di Irenlamila ducati , e per la cruciala pagherebbe tanto
meno di due mila scudi il mese , alla qual somma era stata
lassala a' tempi di Paolo II, quanto si trovava al presente
diminuita di stalo. Lo quali condizioni sentite che furono
in Francia , non è dubbio alcuno , che alTrettarono l'accordo
col re, dnbitando egli, che i Fiorentini disperanti di con-
venir seco , all' impcradore non si gillassero ; da che gli
suoi siali d' l'alia ne venissero a peggiorare. Fu dunque'
r accordo comhiuso a' 16 4'aprile , che restando libero a'Fin-
renlini il poter far guerra a' Pisani , e a tutti quelli . che le
lor cose in qualunque modo occupassero , e casato fra la
coroni di Francia, e la Repuliblica ogn' a'iro palio, obbligo
o capilulazione , che fusso primieramente siala infra di loro,
fusse per l'avvenire il re di Francia per tre anni obbligalo
a difenderla con quattrocento uomini d'arme conira ciascuno
che volesse darle molestia, e la Repubblica pagasse al re
in tre anni cento\cnli, o come altri lasciarono scritto cento
cinquantamila ducati. Giunse opportunamente la novella di
questa nuova confederazione a Firenze : percioc( he avendo
i Pisani per tradimento d' Antonio Lardoni acquistato Vico
Pisano, ove da Piero de' marchesi del Monte, che se n'era
parlilo infermo, era st;ilo lasciati^, aveano incomincialo a
pigliar ardimento. Deliberato per questo i Fiorentini di ri-
sentirsene , vollero prima in -ominciare a mostrar la militar
severità conira i lor cittadini colpevoli; jierchè dittero
bando di ribello a Puccio Bucci e a Alessandro Ceffi, que-
sto caslellauo, e quel commcssario di Viro Pisano; percioc-'
che il Pucci rifuggitosi nella ròcca non usò quella guardia
che si conveniva; e il Ceffi promesso dalle mura ad al -uni
soldati della Repubblica che si terrebbe per quattro giorni,
sbigoUilo dalla morte d' un conestabile , che vi fu ucciso
d'uno scoppio, si rese vilmente la sera islessa a due ore
di notte salvo l'avere e le persone, e amendue dalla pro-
pria co.scienza rimorsi, non a Firenze, ove temevano il
gasiigo delle lor opere , ma a Pisa se ne andarono , ove il
460 DEI l'istorie fiorentine
Pucci avea parentado , il quale passato finalmcnle a Roma,
non gli parendo poter vivere con onore, fu fama che avesse
finito la vita, che g'i era divenula odiosa, gittatosi in Te-
vere. Francesco Taddei gonfaloniere ordinò poi, che si an-
dasse a dar il guasto a' Pisani , ove andarono commessarj
Antonio Giacomini e Niccolò Zali. L'esercito, ma sotto
nome di governatore , fu condotto da Ercole Benlivoglio ,
nel quale erano cento uomini d'arme, trecento cavalleg-
gieri , e fanti tre mila, e altri tanti guaslalori. Fccersi dalla
badia a Sansovino verso Pisa, e, passalo Arno, scorsero in
Valdicalci con gran danno de' nimici. Essendo il guasto for-
nito a' 28 di maggio, furono le genti inviale alla ricupera-
Hone di Vico Pisano, e parea che le lose procedessero
con felici principj , essendo massimamente il dì seguente
fatto prigione in Barga con alcuni altri il Fracassa, il quale
in abito di corriere ne veniva per cnlnire in Pisa, se nuovi
accidenti non avesscr tiralo altrove l' arme della Repub-
biica. Era nato alcun dubbio negli animi de'Fiorentini della
fede degli Aretini , accresciuto dall' aver novelle, che il Va-
lentino con un grosso esercito avea già occupato tutti i
confini di Valdichiana; per la qual cosa era stalo eletto
commessario generale per quelle parti Guglielmo de'Pazzi,
il quale essendo informato, che i capi della sedizione in
Arezzo erano in Antonio da Pantano chiamalo Serene e
Marc' Antonio del Pasqua, mentre con metterli in prigione
•perava assicurarsi del pericolo , il quale non avea tempo
di acchetare con forze maggiori, che ancora non erano pre-
ste, assalilo dal popolo, non solo convenne render i presi,
ma affrettò la ribellione , avendo gli Aretini occupalo le
porte , chiamato nella città Vilellozzo, e l' islesso commis-
sario, e Alessandro Galilei, che v'era capitano, e Pietro
Malegonnelle podestà fatto prigioni. Questa perdita succe-
duta a' i di giugno si tirò dietro la perdila di Civilella del
Monte, e di Castiglione, e, quattordici giorni dopo, la citta-
della istessa d'Arezzo, la quale da Cosimo vescovo della
città, e figliuolo del commissario che v'era rifuggito, quando
vide il padre fallo prigione, fu con molto valore difesa; il
che fu quanta virtù apparve in tanti altri luoghi perduti, e
che dopo si perdettero della Repubblica , senza poter le
LIBRO ve:<tisettbsimo. 461
genti che vi si volsero dal contado di Pisa , per esser in-
feriori di numero, e più per essersi mosse lardi, le quali
erano giunte a Quarate , far alcun profitto. Il che era in
gran parte proceduto dai dispareri, che eran fra cittadini,
e che principalmente furono nel tempo di questa Signoria
tra i signori medesimi. Perchè Gio. Batista de iSobili, Piero
da Verrazzano e Batista Puccini, tulli e tre de' Signori ,
slimando il motivo d'Arezzo essere un trovalo per diver-
tir la guerra di Pisa , ebbero ardire d' usar parole ingiu-
riose al proprio gonfaloniere , né vollero credere la ribel-
lione esser vera, se prima non furono spediti Agnolo Pan-
dolfini e Francesco Benvenuti, due de' Collegi, perchè an-
dassero a vedere in che termine si trovavano le cose di
quella città. I quali , certificati a Montevarchi pienamente
del successo, non furono tardi a far fede della incredulità
de' tre Signori. E perchè d'ogni parte crescesse il sospetto
e i pericoli, aveva intorno questi medesimi giorni il Valen-
tino tolto lo slato a Guidobaldo duca d'Urbino, che, fuggen-
dogli dinanzi, era per la via di Firenze andato a salvarsi a
Venezia. Andarono poscia i nimici a Cortona, ove trovandosi
capitano Antonio Mori, e commissario Pietro Vespucci, i
quali s'eran accorti che i Cortonesi non volevano essere
più fedeli degli Aretini, si eran ritirati alla ròcca; ma ri-
chiamati da' Cortonesi, che venissero a esercitare i loro uffici,
mostrando loro i nimici essersi parliti, fur con non minor
scherno che ingiuria fatti prigioni. Resesi non molto dipoi
la cilladella , la qual'era sot!o la guardia di Benintendi
Pucci, avendo più tosto voluto far compagnia, che ammen-
dar r errore di Puccio suo fratello. L'esempio d'Arezzo e di
Cortona fu seguitato da Anghiari, dalla Pieve, da Caprese,
e finalmente a' 2 di luglio nel gonfalonierato di Gio. Ba-
lista Giovanni dal Borgo a San Sepolcro, abbracciando af-
foltuosamcnte Antonio del Vigna che v'era capitano , e
Matteo Lippi , che v' era castellano, Piero de' Medici , pre-
tendendo per avventura di non commetter ribellione, poiché
essendo nel campo Piero e il cardinale suo fratello , mo-
stravano darsi loro in nome della Repubblica. Ma il dì
istesso che si perde il Borgo apparve qualche spiraglio di
salute tra tanti mali della città con la giunta di dugcnlo
k&'2 dell' ISTOIIIE PIOREKTLNE
laoce francesi venule per ordine del re , e sollecitate in
Milano da Piero Soderiiii, ohe vi s'era mandalo per que-
sto cfT'.tlo. Era capitano di queste genti monsignor Imba-
vit , il quale desiderando di servire al suo re, e di far cosa
cosa grata a' Fiorentini, andò, secondo, la deliltcrazion presa
coi Dieci , incontanente a San Giovanili in Valdarno per
unirsi con l'altre genti de' Fiorentini , e quindi andar ad-
dosso a Vitellozzo, che calato dalla Vernìa per opporsi ai
nemici, dopo essersi forticato a canto a Rondine, mostrando
animo di voler difender i passi di Gargonza e diCivitella ,
onde s'enira nel paese d'Arezzo, si ridusse lìnalmente, in-
tendendo che in favore de' Pioreiìtini eran già venule du-
gcnto altre lance sotto monsignor di Lancres, alle mura di
Arezzo. Avea Vitellozzo più volte detto di voler «iifender
quella città con esempio memorabile di virtù , e senza ve-
run dubbio non sarebhon seguite le cose senza comune
pericolo, se la bestiai crudeltà del Valentino, intento D'in
che a vincer gli stali , ma a spegnere con barbara fe-
rità i Signori di quelli, avendo di fresco strangolalo Giulio
Varano signor di Camerino con due figliuoli , non avesse
sbigottito Vitellozzo, Pandolfo Pelrucci e gli Orsini, che,
uniti, facevano quesla guerra con titolo di voler rimellerc i
Medici in Firenze; dubitando Vitellozzo particolarmente, che
accordatosi il re cou Valentino, il quale l'occupazion delle
terre a' Fiorentini tolte addosso a lui rovesciaval, come quello
che della morte del fratello intendeva di vendicarsi, non rima-
nesse preda di Valentino e del re; por la qual cosa abboc-
catosi egli a 27 di luglio con Imbauli, e convenuto seco
di dargli Arezzo in nome del re sotto alcune condizioni,
partitosene il primo giorno d' agosto glielo lasciò libero ,
senza grandi rammarichi de" Fiorentini, che temevano, che,
secondo l'esempio di Pisa, non incominciassero a surgerc
da questa entrata de' Francesi in Arezzo nuove difììcol à-
Ma il re, il quale era calato in Lombardia, perseverando
costante in favorir la città , levò Imbauli d' Arezzo , della
cui persona cominciavano i Fiorentini a temere che non
volesse impor qualche grossa taglia a quella città, la quale
pareva che lusingasse molto. E messovi a loro istanza mon-
signor di Lancres, fece poi senz' alcuna tardanza per mezzo
LIDRO VEMISETTES.JIO. 4'j3
SUO rendere Arezzo, e oga'ciltro luogo sialo in questa
guerra lollo alla Repubblica. Furono eLlli a rircverc le
lerre perdute Pietro Sodcrini e Luca degli Albizi, il quale
era poco dianzi ritornato di Francia; ma con diversa for-
tuna, essendovi 1' Albizi morto, e il Sederini uscito supre-
mo gonfaloniere. Incontro a costoro ucsito il popolo d' A-
rezzo con le donne e co' fanciulli gridando misericordia, non
lasciarono addietro dimostrazione alcuna per mitigar l'ani-
mo dei loro offesi Signori; perciocché da scrittore, che
non è punto usato ad inalzar con vani colori e abbellimen i
le cose, io trovo notalo, che non solo dai fanciulli inghir-
landati di corone d'ulivo s'andavano spargendo i rami per
terra onde i commissarj e le lor genti avevano a passare ,
ma furono molti di quelli , che gillarono de' vestimenti e
d' altra sorte panni per atto notabile di riverenza e d' u-
milià. Il primo giorno die entrò gonfaloniere Niccolò Sac-
cheili fu poi fattala restituzione dell'altre lerre occupate,
con gran letizia di ciascuno, ancorché soprastasse continua-
mente il terrore dell'insidie del duca Valentino e del pon-
tefice; e la Repubblica, inferma per molle cagioni , tuttavia
perseverasse in nuovi disordini. I quali avendo fatto quel-
r accrescimento, che era possibii maggiore, furon cagione,
siccome avvien sempre, ove le cose son venute in eccesso,
che si pensasse a'rimedj , non potendo più reggersi nella
guisa che elle passavano; che furono \eraraente per allora
al travaglialo stato della Repubblica di j;ran riposo e alleg-
gerimento-
-Oi^««l©0-
DEH' ISTORIE FIORENTiE
DI
SCIPIOIVE AMMIRATO
LIBRO VENTOTTESIMO.
Anni 1502-1512.
.1- ra le molte dispule e discorsi fatti fra cittadini per rior-
dinare in qualche modo il governo della città, sopra tutti
gli altri infìno in tempo del passato gonfalonerato questo
era paruto il migliore , che per allora un gonfaloniere a
vita si creasse, il quale attendendo con ferma e perpetua
sollecitudine a provvedere a'fatti della città, non lasciasse
esposte a moltissimi inconvenienti , che porta con seco la
spessa mutazione de' magistrali, le cose pubbliche. Ma giu-
dicando tulli, che a cosa di lanta importanza non si do-
vesse por mano senza averne prima impetrato l'aiuto di-
vino, si fece a' 21 di seltembre venir nella città la tavola
di Nostra Donna dell' Impruneta; le cui processioni essendo
solennemente celebrate, fu per il dì seguente deliberato il
consiglio generale, nel quale non dovendo intervenire me-
no di millecinquecento cittadini , ve n' intervennero senza
dar noia lo specchio duemila. Furonne nominali , essendo
a ciascuno libero il nominare, duegentoventisei, de' quali
soli dieci furono dell' arte minore. E tutti costoro andati a
partito, vinsero per la metà delle fave, e una piìi come si
era deliberalo, tre solamente, Antonio Malegonnelle dottor
di leggi, Giovacchino Guasconi e Piero Soderini lutti e tre
nobili, e per molte lor qualità non indegni di tanto giudi-
zio; nel che si potè veramente comprendere, che il popolo
negli universali non rimane ingannato. Rimandati lutti e tre
Amst. Vol. V. 30
466 dell' istorie kiokentixb
a parlilo h seconda e terza volla (che ancor questo si era
proposlo ) vinse Piero Soderini , la cui età non passnTa di
gran lunga il cin quanlesirao anno, a cui le ricchezze bene
acquisiate aggi nngevan riputazione, e quello che negli altri
uomini è spezie d' infelicità, che è il mancar de' figliuo i, in
lui per bene ticio della patria fu riputato felicissimo, toglien-
dosi egli l'occasione di sollevar V animo a' concelli maggiori.
Insieme col gonfaloniere a vita, il quale incominciò a eser-
citare il suo ufficio a calen di novembre, fu dato il princi-
pio alla ruota nel pala^rio del podestà, levato via non solo
r appello al capitano di Firenze, ma il magistrato del capi-
tano istesso. In questo ufficio convengono cinque dottori di
leggi, i quali, secondo gli ordini e statuti della città, deh-
ban decidere i piati civili con l'appello ad alcuno di loro,
e dal cui ordine si creava scambievolmente il podestà. Ap-
pena era nel modo, che si è dello stabilito il governo della
Repubblica , che da una dieta fatta nella magione in quel
di Perugia, ove intervennero alcuni della famiglia Orsina,
Vitellozzo, Gio. Paolo Baglione, Liverolto da Fermo e i
rainis'.ri di Gio. Benlivoglio e di Pandolfo Petrucci, furono
i Fiorentini richiesti di aiuto e di favore conira V arme dei
Valentino, di cui stali eglino soldati e amici avcan preso so-
spetto gr^indissimo, poiché conosciuto per nimico dell'umana
generazione, e per uomo ohe ne a' nemici serbava alcuna
fede, procurando ogni cosa di sottomettere alla sua crude-
lissima libidine, erano slati costretti per timor della pro-
pria salute a prender questa delil>erazione, promellendo in
premio degli aiuti, che da loro ricevessero la reslituzif>ne
di Pisa ; la quale mostravano esser facile ad eseguire per
r autorità, che avea co' Pisani Pandolfo Petrucci Non pre-
stò orecchie a queste proferle il nuovo gonf.ihvniere . ne
alcuno de' Dieci, sì perchè l'esecuzione era dubbia, e il
pericolo cerio, recandosi addosso l'odio del Valentino,, e
sì perchè disposti a seguitar la fortuna di Francia, erano
deliberati non metter mano a simili imprese senza parteci-
parle prima col re; oltre il tnmore qualunque vincesse per
esser molto cresciuto di forze. Fu questa deliberazione ap-
provata dall' avvenimento , perchè avendo il Valentino, se-
condo il suo astuto procedere con varie arti, o addormen-
LIBRO VENTOTTESIMO. 4<;7
tato, 0 scompagnati niraici, e col medesimo arlificio ragù-
natane poscia una parie in Sinigaglia, fece per celebrar l'ul-
timo giorno dell'anno con alcuna delle sue solile scellera-
ratezze strangolare Vilellozzo e Liverotlo ; siccome non
molto da poi ne' primi giorni dell'anno 1593 tra dal padre
e da lui, e Paolo Orsino , e il cardinale e il duca di Gra-
vina tutti e tre Orsini furono strangolati. Delle cui morti
dicendo egli averne fallo egli un gran servigio a' Fioren-
tini, gli fu mandato Iacopo Salviali , non tanto per ralle-
grarsi seco de"suoi prosperi avvenimenti, benché questo fusse
il titolo della legazione, quanto per praticar con esso lui
lega e confederazione, e per vegghiare che di Siena, di
Pisa e di Lucca non s'insignorisse, il che parea che fusse
il suo intendimento ; onde restata la Repubblica in mezzo
delle sue forze . venisse a cad^-rgli in seno per forza. Ma
non polè il Salviali impedirgli che ei non cacciasse di Siena
il Pelrucci, il quale benché poco amico de' Fiorentini, era
in ogni modo per esservi sempre più tollerato che il Va-
lentino; per questo fu fatto intendere al re di Francia , va-
cillando massimamente il suo slato nel reame di Napoli ,
che non tornava comodo alle cose sue, non che a quelle dei
Fiorentini, il lasciar tanto crescere il duca, perchè venia
confortalo alla restituzione del Pelrucci. Delle quali ragioni
fatto il re capace, mandò a Firenze Francesco da Narni ,
per la cui opera passato eh' ei fu al Valentino, il Pelrucci,
fu a Siena restituito, e il Salviali senza chieder altro di lega
fu richiamalo. Da queste tempeste e pericoli della Repub-
blica prese occasione Luigi Mannelli, uomo sedizioso di
biasimar lo stato presente, avendo con una lunga orazione
imparata a mente cercato di mostrar, nel gran consiglio, che
la venuta del Valentino, e il caro del grano era stalo d'or-
dine del gonfaloniere e de' cittadini maggiori per assediare
il popolo, e altre simili pazzie; per conto della qual cosa,
come che fusse comune opinione, e timor di lui medesi-
mo , che avesse a perderne il capo , fu per opera prin-
cipalmente del gonfaloniere, acciocché il suo imperio non
incominciasse col sangue , confinalo per dieci anni fra le
quindici miglia , e ammunito per sempre. Questa modera-
zione del Sederini fé sentire al popolo con tanla maggior
468 dell'istorie fiorentine
' allegrezza le soddisfazioni e accrescimenti della sua casa,
avendo il pontefice l'ultimo giorno di maggio crealo gli car-
dinale il vescovo di Volterra suo fratello. Nò perciò s'e-
rano tralasciale l'opere raililari, essendo stato condotto il
bagli d'Occan nobile francese con cinquanta lance : il che
era stalo fallo si per tenere a freno il Valentino, veggendo
l'amicizia de' Fiorentini col re mantenersi tuttavia fresca, e
sì per dare il guasto a' Pisani, essendo finalmente stato giu-
dicalo parlilo più sicuro l'andarli tuttavia assottigliando,
che con metter tutte le forze insieme suscitar qualche gran
inovimonlo in Toscana. Furono eletti coramessarj Antonio
Giacoraini fatale a questa impresa , e non molto dopo Pier-
francesco Tosinjihi- L'esercito fu di trecento uomini d'ar-
me , di dugento cavalloggieri , tremila fanli , e gran numero
di guastatori. I quali avendo infin de' 23 di maggio inco-
mincialo a guastare il paese, fu mossa da' Pisani in Lucca
qualche pratica d'accordo; ma conosciuta essere più tosto
per differire i lor danni che per altro , perciocché doman-
davano il dominio di Pisa libero, si prosegui a dar il gua-
sto, il quale finito di dare a' 13 del mese di giugno, s'andò
subito a campo a Vico Pisano. Eranvi dentro cento Sviz-
zeri , a' quali avendo il Itagli promesso di dare una paga ,
fu facile persuadere che se n'uscissero, onde quelli diden-
tro due giorni dopo fur coslrelli rendersi a discrezione.
Quindi si dirizzarono alla Vcrrucola , la quale per iscoprire
le cavalcate de' Fiorentini , essendo posta in luogo alto, e
darne segno a'Pisani , era del continuo quasi stata uno slecco
a gli occhi della Repubblica , e perciò in tutta questa guer-
ra , benché in vano , era con ogni studio sialo procurato
(V averla. Ma non polendo a questa volta reggere all' arti-
glierie, che con gran difiìcoltà vi furon condotte per l'a-
sprezza de' monti, o che ciò fusse stato un colore per ri-
coprir la viltà de' difensori , a' diciotto s' arresero ancor e-
glino salvo le persone e l'avere. Sarebbesi agevolmente se-
guitato a far progressi maggiori con questi lieti principj ,
se la città non fusse stata costretta concedere il bagli d'Oc-
can con dugento lance a monsignor della Tramoglia , che
con titolo di capitano generale del re era calalo in Italia
|)er passare all'impresa del reame di Napoli, per virtù del
LIDRO VENTOTTESIJIO. 469
gran capitano in gran parie pervenuto sotto l'imperio degli
Aragonesi, incontro al quale fu ancor mandato Alamanno
Salviaii. Onde g'i afTanni de' Pisani di verso terra posarono,
ma sold.ironsi due galee sottili , e un baloniere in Livorno
per guardia della foce d'Arno, acciocché per quella via non
venisse dalo loro alcun sussidio. Fece dopo 1' entrata s'ot-
tenne nella citlà il cardinale Soderini, essendo ritornato
dall' ambasceria di Francia con onore grandissimo fattogli da
lutti gli ordini de' cittadini e de' magistrali. E non corse
lungo tempo in mezzo, che con letizia di tutta Italia giun-
sero avvisi rerlissimi della mone di papa Alessandro , sli-
mata per molli conti utile a' Fiorentini, ma soprallullo, per-
chè peggiorando le cose de' Francesi nel reame, non eran
sicuri, che il Valenlino, il quale del molestare la città niu-
n' altra cosa che il rispetto di Francia il riteneva, non avesse
a travagliarli, vrggendo massimamente che egli avea vello
l'animo a insignorirsi di Pisa; la quale perseverando in
tentar prima qualunque pessima condizione, che di ritornar
sotto l'imperio de' Fiorentini, si era novcllimente offerta di
ricever per suo signore il Valenlino, e eransene tenute
pratiche in Roma col pontefice istesso mollo strette. Suc-
cedette la morte di Alessandro a' 18 d'agosto, né prima
che a' 16 di settembre si serrò il conclave per la poca si-
curezza, nella quale si vedeano i cardinali circondati da
ogni canto dall'arme de' Francesi, degli Spagnuoli, de' ba-
roni romani , e del duca Valentino, il quale benché restato
infermo dalla potenza del veleno , che aveva ucciso il pa-
dre, non avea in tal frangente mancato con la prontezza
dell' ingegno a se stesso. In questo mezzo tempo avendo
molti signori cercalo di ricuperar gli antichi stali occupati
loro dal duca Valentino , parve al gonfaloniere e a' Dieci
che , per levarsi sì fiero vicino da presso , si dovesser con
ogni studio favorir soprallullo quelli della Romagna; onde
col lor favore Francesco, fratello naturale d' Astorre Man-
fredi già strangolato dal Valentino, fu rimesso in Faenza ;
e Antonio Ordelaffì, poiché i Riarij n'eran fuori, in Furlì ,
né al signore di Piombino si mancò de' medesimi aiuti. E
parendo che i Venezioni in queste novità avessero animo
(V insignorirsi della Romagna , e di volere specialmente
470 dell' ISTOKIE FIORENTINE
mandar il campo a Faenza , si spedì con gran frell.i com-
messario a Cas(roiaro Pierfrancesco Tosinf^hi, e non mollo
dopo vi si volse con cinquanta uomini d'arme il martheso
dal Monte , a cui s' agt^iiinsero. Irtcenlo fami sollo Piero
della medesima famiglia. Fu similraenle mandato a Modi-
gliana Antonio Giacomini , e in Furli Chiriaco con cinque-
cento fanti , non giudicando far molto avanzo se in luogo
del Valentino v'entrassero i Veneziani. Nel mezzo de quali
preparamenti succedelte sei dì dopo, che fu serralo il con-
clave la cri azione del nuovo pontefice. Fu costui Francesco
Piccolomini già detto il cardinale di Siena, e nipote per
lato di sorella di Pio II , il quale o per memoria del zio, o
per dare alcun indizio del suo animo. Pio III volle esser
chiama o. Era pervenuto all'età di 6Ì- anni, de' quali 4:*.
n"era vissuto cardinale, e tra per esser sialo mollo adope-
rato da* passjiti pontefici , e per esser di lodati coslumi se
n'aspettava un'ottimo pontificato. Non fu la Republilica l.inla
a eleggergli onorevole ambasceria. Questi furono Cosimo
de' Pazzi vescovo d Arezzo, Antonio Malegonnelle, e Fran-
cesco Pepi amendue dottori di leggi Tommaso Sederini ni-
pote del gonfaloniere, e Matleo Strozzi. I quali mentre
s' apparecchiano per comparir con splendore e onorcvolezza
in corte , avendo il papa a fatica celebrata la sua corona-
zione rollavo dì d'ottobre, il diciottesimo poi dell' istesso
mese pose fine al pontificato e alla vita. Non sosteneva ìa
qualità de' tempi , che si menasse in lungo la creazione del-
l'allro pontefice, soprastando per T arme di due potenlissimi
re in Italia ad ogn' ora di gravi pericoli, onde dopo cele-
brale r esequie di Pio , non entrarono i cardinali così pre-
sto in conclave , che con maraviglioso consenlimento di lutti,
fu la notte a cui seguiva il iirimo giorno di novembre pro-
mosso a pontefice Giuliano delia Rovere detto il cardinale
di S. Piero in Vincola, e nipote ancor egli, ma per lato
di fratello di Sisto IV, la cui autorità nel collegio de'car-
dinali era grandissima , non tanto per le molte ricchezze
»he avea , non gli mancando in ciò de' compagni, quanto
che con maravigliosa altezza d'animo avea sostenuto l'odio
e r inimicizia d' Ale-ssandro. E perchè essendo riputato uomo
scbiello e veiacc, era sopra tulli gli altri solito di mante-
LIBRO VENTOTTESIMO. 47 i
nere, non ostante qualunque pericolo, la ecclesiastica li-
bertà, e di faxorire con efficace spirilo la maestà della re-
ligione , e della sedo apostolica. A costui, il quale non in-
degnamente, Giulio II volle esser chiamalo, furono eletti i
medesimi ambasciadori , se non che in luogo del Pepi fu
messo Guglielmo Capponi protunolario e spedalingo d'Al-
topascio , e fuvvi accresciuto e aggiunto Francesco Girolami.
¥n loro commesso, oltre la cerimonia dell'ubbidienza, che
mostrassero al papa il pericolo che si portava grandissimo,
che la Uoraagna non pervenisse in poter de' V^eneziani , i
quali e col terrore dell'arme loro, e co' favori e intelligenze
di Dionigi di Naldo , e del conte Rnmberto da Sogliano ,
non solo aveano uccupalo Valdilamona , S. Arcangelo e
Verrucchio , e altri luoghi de'Malatesti , ma cransi insigno-
riti di Faenza , non essendo giovali a nulla gli aiuti man-
dativi da' Fiorentini-, a'quali però prr patti falli da'Faveniini
non fu falla alcuna villanìa. Questi ricordi trovando l'animo
del pontefice per sua natura disposto a riceverli , produs-
sero in processo di tempo effetti mollo notabili, ancorché
si scusassero per allora i Veneziani aver ciò fatto , perchè
i Fiorentini non se n'insignorissero, e nondimeno diffe-
rendo il restituirla al pontefice, attendevano a fermarvi ii
piede. In questi tempi essendosi alcune genti del duca Va-
lentino condotte in Cortona senza salvocondotlo , furono
con non piccola preda, e a gara da' paesani , a'quali era
egli non molto prima stalo tremendo, svaligiate Ma increbbe
profondamente alla Repubblica la novella della rotta avuta
da'Francesi negli estremi giorni dell anno in su'l Garigliano
nel reame di Napoli, ove morì il bagli dOccan suo con-
dotliere, la quale mitigò nondimeno in qua'che parie la
morte di Piero de' Medici , essendo ilo a fondo in su la
foce del già detto fiume un Ugno carico d'alcuni pezzi
d'artiglierie, su'l quale egli con alcuni altri gentiluomini ,
che per salvarle a Gaeta ve 1' avean messe , si ritrovava ;
però che in Piero se ben fu da molti desiderata prudenza,
concorreva senz' alcun dubbio ardire, e col desiderio di
ritornare alla patria varie intelligenze, e amici; e quel che
era di grande importanza la chiara memoria del padre , e
l'antica riputazione della famiglia , le quali cose facendoli
472 dell' istorie fiorentine
cotitiiiuamentc tenlar diversi disegni e imprese , nulrivano
in un perpetuo sospetto i cittadini contrarj alla sua fazione,
e teracvasi comiinemente dagli amatori della quiete, che ad
ogni occasione non nascesse cosa, che avesse con rovina di
njolti a metter sossopra il presente stato della Repubblica,
che per lo moderato reggimenlo del gonfaloniere incomin-
ciava sopra modo a piacere a ciascuno. Ma bisognando per
le cose succedute far nel principio del nuovo anno 1504 di-
verse preparazioni , mandossi ambasciadore a Consalvo , il
quale dopo la vittoria avuta nel Garigliano , fu da' sold.il;
chiamato il gran capitano , Pierfilippo Pandolfìni , acciocchc*
con ogni studio procacciasse di renderlo sì benivolo , per-
chè egli non volgesse parte delle sue genti io quel di Pisa,
sapendo molto bene quanto quella città fosse stata oppor-
tima al suo re per le cose del reame di Napoli. Al pon e-
fìcc fu incontanente restituita Citerna , che nella morte d'A-
lessandro era pervenuta in potere della Repubblica , si per
non tirarsi addosso lo sdegno d'un papa del concetto che
ora Giulio, e sì per dare esempio a' Veneziani, che il me-
desimo ancor eglino facessero restituendo Faenza. In che
fu senz' alcun fallo la celebrala prudenza di quel senato .
vinta di gran lunga dal sollecito e accorto provvedimento
de' Fiorentini , essendo verissimo quel proverbio volgare ,
che altri dee mostrare di donar quel che non può vendere.
Ma non parendo queste provvisioni bastanti , ancorché fos-
se intorno a' 10 di febbraio fitta tregua tra i re di Francia
e di Spagna , nella quale i Fiorentini venivan nominati da
Francia , fu giudicato partito necessario il provvedersi di
genti per non rimaner preda di (hi volesse assalirli. E ben-
ché una pratica tenuta con Fabrizio Colonna di condurlo
per capitano generale fusse riuscita vana , non volendo egli
obbligarsi d'aver a militare contro il gran capitano ; il che per
gli accidenti che poleano nascere, non pareva a proposilo.
Soldaronsi nondimeno sotto Giovanni Paolo Baglioni, sotto
Marcantonio Colonna, sotto il covile Lodovico della Mirando-
la, e sotto Jacopo e F.,uca Savelli dugentosessanta uomini
d'arme, e sotto altri capitani cavalleggieri dugenlosettantacin-
que. Fu dato titolo di governatore generale ad Ercole Benlivo-
glio, e perchè s'accostava la primavera, e stiraavasipcrciascu-
LIBRO VENTOTTESIMO. 4V3
no, che il partilo preso di dar ogiranno il guasto a' Pisani
andava a camolino d' insignorirsi un dì con minor pericolo
di quella città ; furono soldati per questo effetto fanti tre-
mila. Partitosi dunque il campo di Cascina a mezzo maggio
e, passato in Yaì di Calci , andò a dare il guasto per quattro
giorni nel paese di S. Rossore, e quindi tornato in Val di
Serchio fece il medesimo in quella contrada , essendo com-
raessario generale Antonio Giacomini. Il quale per non ri-
maner inferiore all' azioni dell'anno passato, che s'era riac-
quistalo Vicopisano , e la Verrucola, propose che si tentasse
Librafalta. Posevi il campo a' venti del medesimo mese, nò
fu quello inleramenle finito, che la terra, ove era debol
presidio , fu costretta di rendersi a discrezione. Avuta Li-
brafatla , e fermatesi le genti al Pogginolo in Val di Ser-
chio, fu qualche consulla se si dovesse, non ostante le
prime deliberazioni, andar con l' esercito a Pisa, prestando
la fortuna, come il più delle volte avviene, animo e riso-
luzione eziandio a' timidi. Ma diverse cagioni ritennero i
Fiorentini da questa impresa, 1' aver" saputo che in Pisa era
entrato Rinieri della Sassella con Amico Orsino con molli
cavalli , che i Pisani erano da' Sanesi, da Lucchesi e da'Ge-
novesi , benché tacitamente , stati provveduti di secento
fanti, e che aveano condotto il Bardella da Portovenere fa-
moso corsale , perchè con un suo galeone armato tenesse
loro aperta la bocca del fiume, onde non s'avea a sperare,
che raancasser loro vellovaglie né munizioni. Per la qual
cosa non parve doversi tentar un' impresa da cui si potesse
irar più danno che ni ile. Ma il Giacomini volendo sfogare
parte dell'ira di non poter acquistar Pisa contro a coloro
che glie l'impedivano, tra' quali grande instruraenlo riputava
i Lucchesi , si mise due volte a scorrere il lor contado con
parie dell'esercito; onde riportò grandi prede d'uomini e
di bestiami, richiamandosi in vano i Lucchesi di queste in-
giurie al re di Francia , a cui avea la Repubblica per Nic-
colò Valori suo ambasci adore fatto intendere gli oltraggi ,
che ricevea continui da loro. Ma non restando per ciò di
mettere per ogn' altra via in maggior strettezza o necessità
ogni giorno i Pisani, e sapendo che quella del mare li te-
nea vivi , si condussero tre galee , che si trovavano in Pro-
474 deCl' istorie fiorentine
venza del re Federigo. Il capitano delle quali chiamato Di-
mas Riccasens arrivato con esse a' tre del mese di luglio a
Livorno, incominciò a slrignere grandemente i Pisani, avendo
a prima giunta preso un lor brigantino con di molli uomini,
che tutti fur messi al remo. Ma riuscendo all'ardente desi-
derio di riaver Pisa ogni provvisione insufficiente , e coD-
chiudendosi per ciascuno , che quando Arno fusse tolto
a' Pisani si lorrebbe loro quel ()oco di spirito che li man-
tenca vivi, si tentò un'impresa; la quale porgendo nel primo
aspetto speranza quasi sccura di conseguire il suo fine , fu
in poco di tempo scoperta vana , e di ninno profitto. Im-
perocché essendosi per consiglio d'ingegnieri e di maestri
d'acqua, posto mano a far due fossi sette braccia profondi,
e di larghezza l'uno venti, e l'altro braccia trenta alla
torre della Fagiana; quando s'incominciò poi a far la pe-
scaia, perchè il fiume viclalogli il corso usalo, e entrando
per i fossi già delti andasse a sboccare nel lago, che è ira
Pisa e Livorno, avvenne che il fiume quasi sdegnando d'es-
sergli impedito il solito cammino , incominciò di solto a ro-
der l'antico letto, laiche ne' fossi che rimanevano alli, non
entrava se non portatovi dalla violenza di qualche piena ,
e benché per gli ingegnieri si replicasse, che quando la
pescaia fusse interamente finita Arno vi verrebbe a porre
del continuo materia , e da se medesimo alzerebbe il suo
letto ; nondimeno essendosi veduto, che dove avean promesso,
che con trenta o Irenlacinquemila opere se ne verrebbe a
fine, con ottantamila non erano ancora alla metà di quello
che s' aveva a fare , furono colali apparati , come più belli
in discorso che in allo, abbandonati. Onde pensando a
cose di maggior frullo , fecero i Fiorentini alle genti che
erano nel Pogginolo passar Arno , le quali postesi ad Ari-
gliene con dare il guasto a' migli, e alle biade, incomin-
ciarono ad affliggere da capo i Pisani, a' quali i fossi se
non ad altro, aveano ancor fatto questo nociraenlo , che
da essi impediti non poleano per 1' avvenire far più scor-
rerie nelle colline. Tolscsi in questo tempo la pratica a' Luc-
chesi del tulio , essendo certificati i Fiorentini da molti lati
non esser raiii mancato quii popolo di soccorrer con ogni
fitudio e spesa i Pisani, che da tante difficoltà circondali
LIBRO VENTOTTESIMO. 475
non lasiiaron di tentare di darsi a' Genovesi ; se il re di
Francia dubitando di non offender in questo la Repubblica
in modo, che ella si avesse a gillar alli Spagnuoli , non l'a-
vesse contraddetto ; oltre che il lasciar crescer di reputa-
zione i Genovesi, non parea che tornasse comodo al re,
sotto il cui governamento si reggevano, perchè cresciuti
d'animo non aspirassero all'assoluta libertà. Ma nò alla
Repubblica mancavano i suoi travagli, essendo quasi sem-
pre stata dubbia della mente del gran capitano, il quale
avendo mandato sei galee sottili nel canal di Piombino, si
era creduto che ciò avesse fatto per pigliar le tre condotte
da lei, 0 per dar favore alle vettovaglie che fussero per
entrare in Pisa; come che con l'essersene tosto tornate a
Napoli, questo timore fusse con la medesima prestezza ces-
sato. Avea dato ancor qualche sospetto la venuta di Barlo-
lommeo d'Alviano con molli cavalli in Perugia , tenendosi
che dal fn ro e inquieto suo animo qualche gran movimento
non si suscitasse, e nondimeno e non fu dubbio la sua ve-
nuta esser slata per sbigottire i fuorusciti , acciocché stante
la lontananza di Giovanni Paolo Baglioni , che a'servigi della
Repubblica si ritrovava, non tentassero col favore de'Co-
lonnesi di rientrare in Perugia. Ma la perdita delle galee,
che tornando cariche di grano imbolato a' Pisani, andarono
a traverso nel golfo di Uapalle in un porto chiamato S. Mar-
gherita , furon di danno grande a'Fiorentini , come trovasser
la fortuna e i cieli a tutti i lor disegni nimici, benché altri
attribuissero ciò al mancamento del re Federigo signore di
esse; il quale a' 9 di novembre quattro dì dopo la perdita
delle galee si mori in Torsi. Ma queste avversità non alleg-
gerirono le miserie e strettezze de' Pisani , che divenuti in-
dustriosi dalle molte disagevolezze , che li opprimevano ,
con nuova astuzia mostravano di voler tentare accordo
co' Fiorentini , non per altro effetto, che per tirar alla lor
difesa per necessità così i Genovesi, come i Lucchesi, e i
Sanesi insieme; de* quali popoli tenendo i Sanesi occupato
a'Fiorentini Montepulciano, i Lucchesi Pietrasanta e Mu-
Irone, e i Genovesi Serezzana e Serezzanello , non erano
mai per permettere giusta lor possa, che i Fiorentini di
Pisa s'insignorissero, sapendo che pensarebbono per con-
476 dell' istorie fiorentine
seguente a ricuperar da loro le cose perdute ; il che con-
seguirono leggiermente, somministrando a gara ciascun di
loro quelli aiuti che potevano. E perchè quest'anno si finisse
in pratiche e sospetti senza elTello alcuno d'importanza,
essendosi Bartolommeo d' Alviano armato in Alviano suo
castello , e dubitandosi che egli non si volgesse per la via
di Piombino nello sialo di Pisa , poiché quella di Valdi-
chiana non si credea per le grosse terre che v'erano, che
fusse per riuscirgli , fu mostro al signor di Piombino il pe-
ricolo in che si metlea tirandosi il fuoco in casa , e che
guardasse mentre apriva altrui il cammino per rubar quel
d'altri, che il primo ad esser rubalo non fiiss'egli; avver-
tendolo soprattutto a considerar bene quanta fede s'avpv.i
a prestar così all' Alviano come al Pelrucci, i quali facean
traffichi e baratti del suo slato ; dove polca della Repub-
blica viver sicuro ogni volta , cho si volea ridur a memoria
d'esser col suo favore slato rimesso in istato- Queste erari
le azioni che andavano attorno verso il Ime dell'anno 1504,
le quali benché tenessero in continui pensieri occupato il
gonfaloniere, non gli impedivano però lo studio di abbellir
la città, secondo la toscana magnificenza, di nuovi ornamenti,
onde con maraviglia, anzi con stupore di quella età, fu il
settembre passato scoperto il Davit di Michelagnolo Buo-
narroti, giovane infino di quel tempo di non piccola slima,
ma il quale in processo di lempo, e per la pittura, e per
la scultura, e per 1' archiletlura ( nelle quali tre arli fu ri-
putato eccellentissimo maestro) salì in sommo grado di ri-
putazione ; t;ilchè come fu credulo che agguagliasse la
maestria degli antiL-hi artefici, così per giudizio e testimonio
di grandissimi principi, e per consentimento universale di
tutti gli uomini e della patria sua istessa , da cui fu ono-
rato in vita e in morte singolarmente , non restò inferiore
alla gloria loro, benché abbattutosi in secoli molto diffe-
renti intorno 1' amore e la stima della virtù. Segue 1' anno
1505 nel principio del quale parve, che i sospetti che la
città aveva avuto dell' Alviano per se , si fussero verificati
in altri , essendosi scoperto un suo Jrallato in Orvieto ,
avendo alcuni suoi partigiani fallo uccisione in Rieti, e non
senza il favore e appoggio suo commesso ancora i Vitelli
tlBRO VENTOTTESIMO. 477
degli uccidiraenli in cillà di Castello. Ma non era ancor ve-
nuto il tempo di spulare il suo veleno contro la Repubblica;
la quale in tanto per non mancare de' solili udìcj co'signori
vicini e amici , mandò Francesco Giiallerotti a Ferrara per
condolersi della morte del duca Ercole col nuovo duca don
Alfonso suo primogenito, e per rallegrarsi insiememente
seco del nuovo principato. E invero non era del duca Er-
cole ingrata la memoria nella cillà , perciocché e i Fioren-
tini erano slati presti a soccorrerlo nelle guerre , che egli
avea avuto co' Veneziani , e egli avea prima militato a'scr-
vigi della Repubblica , siccome avea fallo il marchese Nic-
colò suo padre già erano ottani' anni passali. Nò principe
alcuno fu in quel tempo , il quale essendo sì lunga età vi-
vulo, imperocché egli passava il settantesimo anno, fusse
a più diversi accidenti slato sottoposto di lui. Conciossia-
cosaché occupatogli Io stalo da due fratelli naturali, ebbe
lungo tempo a far vita più da condoltiere, che da principe.
Prese il principato non senza contesa del proprio sangue,
e fatto principe vide diserti il genero , e il suocero, quelli
duca di Milano, e questi re di Napoli, e fu egli stesso
molto vicino a terminar con pari fortuna, e la vita e il
principato. Con le quali cose s'acquista la prudenza, e dato
bando al fasto e all'orgoglio, peccali de' grandi, si vive in
buona opinione de' popoli. In questo medesimo tempo ca-
pitarono in Firenze Ire ambasciadorì d'Alessandro re di
Polonia (questa fu l'antica Sarmazia ) i quali andavano a
prestar ubbidienza da parte del lor re al pontefice, onde
mi sono più volte maravigliato perchè non procaccino i pon-
tefici che questa buona usanza sia lor mantenuta, non tanto
per r istessa lor dignità, che per beneficio e onorcvolezza
di quel regno. Fu in quel verno quanto mai grande il caro
del grano, perciò quel che non era altre volle avvenuto,
se ne fece venir infino d'Inghilterra , ove si spese cinquanta
mila scudi d'oro. Questo condotto a Livorno, fu dato or-
dine por esser impediti i cammini per le guerre pisane, che
si vendesse a Bibbona , ove non passasse il pregio delle
due lire , valendo nella cillà mezzo scudo lo staio. Cosa a
cui s'accrebbe lode col biasimo di Giovanni Bcntivoglio,
che dalla medesima carestia assalito cacciò di Bologna tutti
478 dell'istorie fiouextine
i forestieri con le lor famiglie , i quali per lo spazio di dieci
anni meno vi si fussero ammogliati, anzi il popolo, che
dagli accidenti o prosperi o infelici e usalo a interpretare
i segni delia giustizia e clemenza divina, i tremoti, e i
danni, che a quella città in quest'anno accaddero, attribuì
poi con grandissima fede a cotesta crudeltà del Benlivoglio.
Era già passato il verno , e essendo col nuovo tempo ve-
nuto voglia a coloro che per la Bcpubblica slavano in Ca-
scina , di far alcun' opera segnalala , parve a Luca Savello
di tentar i Pis.mi ad uscir a combattere , non dubitando,
quando ciò gli riuscisse , per esser superiore di gente, della
vittoria. E stimando che ciò verrebbe leggiermente fatto ,
ogni volia che egli corresse a predare in sul loro , fece con
quattrocento cavalli, e con cinquecento fanti una cavalcata
di là dal Serchio ; e avendo fatto assai buona preda, e ri-
messe alcune vettovaglie in Librafalta, mentre a grand'agio
per dar tempo a' Pisani, che lo assalissero, s'era già fer-
mo di là del ponte a Cappellese posto sul fiume dell'Osole,
non più che tre miglia lungi di Pisa, Tarlatino capitano
de'Pisani udito il rumore della preda, uscì subito fuori con
quelle genti , che il poco tempo gli permise di mettere in-
sieme, lasciato però ordine, che quanto prima gli altri gli
venissero dietro. Costui ritrovato che alcuni più feroci degli
altri erano corsi infino a san Iacopo, si volse sopra di loro,
i quali ritirandosi verso il ponte per congiugnersi con gli
altri, condussero Tarlatino tant'oltre, che scoperti i niraici
e il Ponte , conobbe esser pervenuto in parte di dove il
ritornare non era men pericoloso , che l'avventurarsi a com-
battere; la qual cosa mostrata a' suoi con brevissime parole
star veramente così , e dall'altro canto con far veder loro
la confusion de'nimici, fatta grande la speranza del vincere.
E sperando che dove mancavano i conforti supplirebbe l'e-
sempio, spinse subito con grande ardire il cavallo verso il
ponte, onde benché fusse alquanto ributtato, porse nondi-
meno animo a chi li veniva dietro di far il medesimo , e
egli ritornato da capo con impelo grande ad urtar chi gli
s'opponeva, soccorse uno de' suoi, a cui era stalo ferito
il cavallo, e in un tempo medesimo passò con la furia del
suo di là dal ponte. Non furon tardi alcuni altri a seguirlo.
LIBRO VENTOTTESIMO. 479
e intanto alcuni fanti , che avea menali con seco , entrali
infine al petto nel fiume, lieti del felice ardimento del lor
capitano, faceano a gara di passar l'acqua, e di venire
co' Fiorentini alle mani. I quali impediti dalla slrellczza del
luogo, e non meno dalla confusione de' muli e dell'altre
bestie da soma , che dalla moltitudine di loro slessi , non
colli però all'improvviso, ma avendo atteso a sommo studio
chi li assalisse , quel che fu cosa maravigliosa a udire, dopo
qualche breve resistenza si pose a fuggire tutto il numero
che si è dello dinanzi a non piìi che quindici uomini d'ar-
me , quaranta cavalleggieri , e sessanta fanti , che con tanti
si parti il Tarlatine di Pisa , benché poscia ve ne fusse
andato sopraggiugnendo alcun altro. Restarono morti in que-
sta mischia venti uomini, furonne menati più di centoventi
cavalli, e più di cenlo fanti prigioni, e tra costoro Cer-
cotto Tosinghi , e il Guicciardini capitani di fanti. La qual
cosa die tanto vigore e baldanza a'Pisani , che, fatti signori
della campagna, correano tulio dì a lor piacimento il paese,
non essendo restale tante genti in Cascina , che segli po-
tessero opporre. Per questi il gonfaloniere e i Dieci deli-
berarono , acciocché non si ricevesse alcun danno , di rico-
noscere i lor uomini d'arme, i quali sparsi per le marem-
me, nelle colline, e in quel d'Arezzo, e di Perugia si
riducessero in sul Pisano. E perchè ciò più agevolmente si
menasse ad effetto , furono mandale le prestanze a ciascuno.
Era nel numero de' condottieri Giovanni Paolo Baglioni capo
di centotrenlaeinque uomini d'arme, il quale, sollo scusa
che egli era costretto fermarsi in casa per sospetto de" suoi
nimici , ricusava d' acccUare la rafferma per lo tempo avve-
nire. La qual cosa dando gran noia alla Repubblica, dubi-
tando che queste non fossero arti di Pandolfo Petrucci,
non solo per vietarli di non dare quell'anno il guasto a'Pi-
sani , ma per poter con più facilità in questi scompigli ten-
tar la restituzione de' Medici in Firenze, procurarono con
gran diligenza di condurre a lor soldi il marchese di Man-
tova ; la qual pratica non avendo , benché presso che con-
conchiusa, avuto efTetto alcuno, e stando ciascuno maravi-
gliato della riuscita del Baglione , fu necessario mandar per
ciò persona a penetrar la sua volontà in Perugia , la quale
480 dell'istorie fiorentine
non potendo riirar altro, se non che egli darebbe alla città,
per aver un pegno della sua fede, Malalesta suo figliuolo,
fanciullo allora di quattordici anni , fu costretta la Repub-
blica, per fuggir maggior pericolo, di condur Malatesta con
quindici uomini d'arme, non cessando intanto di riattaccar
Ja pratica di condur il marchese di Mantova; la quale non
ostante , che egli stesso fusse poi venuto in Firenze , e
fermo il soldo e i patti, ebbe il medesimo fine. Aveano
contultociò i Fiorentini in animo di dar in ogni modo il
guasto a' Pisani, se 1' Alviano , che si ritrovava con molte
genti in campagna di Roma, e il gran capitano, che diceva
aver ordine dal suo re di non lasciar perir Pisa, non l'a-
vessero ritenuti, il quale fatto sbarcare a' 28 di maggio mille
fanti Spagnuoli in Piombino , perciocché era quel signore
sotto la protezione del re cattolico, mostrò che alle parole
sarebber seguiti gli effetti se fusse bisognalo. Era , prima
che questa armata arrivasse , stalo spedito a Consalvo Ru-
berto Acciainoli , più per dar tempo in mezzo che l'armala
non venisse , che per far altro effetto , avendo in commis-
sione di dolersi col gran capitano , che la Repubblica fusse
impedita, stante la tregua, di ricuperar le cose sue; ma
chiarito , che egli non consentirebbe che Pisa fusse mole-
slata , fu nel resto assicurato, che egli non nuocerebbe alla
Repubblica. Parendo al Petrucci il tempo opportuno di ca-
vare qualche frutto da' Fiorentini circondati da queste diffi-
coltà , mandò un suo uomo segretamente al gonfaloniere
Sederini, facendogli intendere, che, per alcune cose che
andavano attorno, egli era costretto di dichiararsi. E che
per questo egli si profferiva d' aiutar la città con cento uot
mini d'arme per quell'anno, e con cinquanta per l'anno
seguente per la ricuperazion di Pisa , e prestargli ogn'altro
aiuto e favore possibile per conto di queir impresa ; purché
la città air incontro , ma non prima , che dopo la ricupera-
zione di Pisa, fusse tenuta cedergli tulle le ragioni che
aveva in Montepulciano. Richiedeva ancora , che si lasciasse
Juogo aperto a' Lucchesi per poter fra lo spazio di due
mesi, sotto i medesimi patti di Pietrasanta, d'entrare in
quella amicizia. Alle quali profferte essendosi prestali orec-
chi, ma differendosene il deliberarne per alcuni cittadini
LIBRO VENTOTTESIMO. 481
d'aulorità, che non consentivano a così dannoso accordo,
l'uomo del Pelrucci, a cui questa mala soddisfazione non
era nascosta, se ne tornò al suo signore senz' altra conclu-
sione ; perchè il Pelrucci si volse a dar favore all'Alviano,
acciocché mettendo i Fiorentini in necessità, venisse per
forza a piegarli a' suoi desiderj. Era TAlviano sdegnato con
Consalvo, il qu;ile, cacciali i Franzesi del regno , e restate
le cose quiete in quel paese, avea a lui, e a ciascun altro,
per scornare le grandi spese falle nelle guerre passale, di-
minuito le condotte; perchè non parendo all'Alviano par-
tilo di sfornirsi di lauti soldati e capitani , clic da lui de-
pendevano, e sostener non li potendo, cercava occasione,
come uomo d'animo feroce e inquieto, di briga, e, secondo
r esempio della passata milizia per poter taglieggiare i po-
poli a suo modo , di diventar capitano di ventura. Onde al
Pelrucci, che purché egli assaltasse i Fiorentini, gli pro-
mellea favori di vettovaglie e di fanti , porse volentieri au-
dienza ; e avendo messo insieme più di dugenlo uomini
d' arme , e altrettanti cavalleggieri con più di cinquecento
fanti , e essendo seguitalo da Giovanni Luigi Vitello, e da
Giovanni Currado Orsino si vedea manifestamente drizzarsi
a' danni della città. Uicorsero i Fiorentini a' riraedj, e, oltre
i propri, a gli aiuti altrui- 1 quali negatigli dal re di Fran-
cia da cui più speravano, allegando non esser tenuto a soc-
corrergli secondo le convenzioni che aveano insieme , se
prima non gli erano pagati i trentamila ducati , che per
conto della protezione gii eran tenuti, l'ebbero dal gran
capitano in cui non faceano alcun fondamento, non esisli-
mando egli cosa utile per lo suo re , che le cose d' Italia
si turbassero , perchè non solo mandò a fare intendere al-
l'Alviano già mosso , che di molestare i Fiorentini si rima-
nesso, ma a'Fiorentini islessi permise che potessero ser-
virsi de' fanti da lui mandali a Piombino, purché da Mar-
cantonio Colonna lor soldato fusser comandati se l'Alviano
li travaiiliava. Era già l'Alviano il secondo giorno d'agosto
pervenuto con le sue genti per 1j via di Maremma nel piano
di Scarlino in un luogo dello la Macchia, ove avendo al
messo del gran capitano , che quivi il soggimise orgoglio-
samente risposto , che essenJo libero della sua coudottn non
Amm. Vou V. 31
^82 dell'istorie fiorentine
a\ ea alcun obbligo seco , parca che volesse riconoscer Cain-
piglia Icrra de'Fiorcnlini. Ma risconlralisi cento cavalli, man-
dali da lui per questo effetto, in alcuni pochi cavallcggieri ,
«' non più che cenlolrcnla fanti di Marcantonio Colonna ,
che da Kiorcnlini era stalo mandalo alla guardia di Gampi-
glia, e venuti con esso loro alle roani, perchè maggiori di
numero, si distaccarono con disvantaggio, incominciò tosto
lAlviano a conoscere, che egli troverebbe tuttavia mag-
giori difficoltai, che prima non si avea proposto nell'animo,
perciocché il Pelrucci , il quale se non vedca progressi
maggiori , non inlendea di scoprirsi affatto , benché tacita-
mente di vettovaglie il sovvenisse, non T ave\a ancor man-
dalo i fanti promessi. Né di Giovanni Paolo Baglione, da
cui si credca d'aver avuto intendimento di esser sovvenu-
to, appariva dimostrazione alcuna, attendendo egli, secondo
la cautela usala dal Pelrucci, di veder effetti più vivi. Il
qual Pelrucci tenendo per mezzo di continue e spesse am-
basciale avvisalo il gonfaloniere degli andamenli dell Al-
viano , voleva star infn due , per potersi scoprir poi dalla
parte ove inclinava la vittoria. Modi, i quali da coloro che
sono usi a scambiar i nomi delle cose, sono, in luugo d'es-
ser biasimali, per astuti e maligni commendati solln titolo
di prudenti. Onde è naia un' empia dottrina d'intorno al go-
\erno e reggimento degli slati, come se con la lealtà e
dirillura im[)ossibil cosa fosse che regger si polessero. Es-
sendosi dunque 1' Alviano fermato neiralloggiamento della
Macchia Ire giorni , e. dubitando per gli provvedimenti, che
inlendea d'esser falli da' Fiorentini, di non ricever qualche
danno , dato fuor voce , che da Consalvo gli eran proposti
parliti onorali per la sua condona, andò od alloggiare ad
una terra del signore di Piombino delta Vignale , quasi vo-
lesse quivi aspettar 1' ultima deliberazione del gran capitano.
Conosceano i Fiorentini ottimamente l'animo dell' Alviano
non esser altro, che d'entrar, in Pisa, e, non essendo inte-
ramente sicuri della mente di Consalvo, benché l'opere e
le dii^ioslrazioni non polessero esser migliori (perocché si
ricordavano esser stali già moli' anni soli in Italia, i quali
avesser seguitato sempre la fazzione franzese) aveano gran
cagion di temere. Dall'altro canto sapeano a'Baglioni, a gli
unno VENTOTTESIMO- 4S3
Orsini, a' Vitelli e al Pelrucci esser mollo più caro, che
Firenze dal governo de' Medici, die da quello del gonfa-
loniere dipendesse , riputalo perciò questa impresa di molla
maggior importanza, che non appariva, fu stimato la via
di rimediare a' mali, che potcsser nascere esser questa.
Oltre r altre provvisioni, metter in Cascina Luca Savello
per raffrenar i Pisani dalle correrie , se vef^gendo i Fioren-
lini impacciati altrove ardissero di correre da quella parte.
Il nervo dell'esercito farlo risedere in Bibbona, come luogo
molto opportuno per vietar all'Alviano il passar a Pisa. La
cura principale dell'esercito, sotto però titolo di governa-
tore , fu data ad Ercole Bentivoglio intendente dell' arte
della guerra, ma so[)ratlulto peritissimo del paese. L'ufficio
di commessario generale Iacea Antonio Giacomini uomo
valoroso e fedele mollo alla sua Repubblica. Gli altri capi
principali e d'autorità, sotto i quali erano condotti più di
cinquecento uomini d'arme, intorno Irecentocinquanta ca-
valloggieri , e numero di fanti non piccolo erano Marcan-
tonio Colonna, Licopo Savello, Annibale Bentivoglio, e
de' frescamente condotti Giulio e Muzio Colonna , Sdvio Sa-
vello , e Lodovico Orsino figliuolo del conte di Pitigliano.
Essendo i Fiorentini con queste forze preparati per opporsi
all'impelo dell'Alviano, parve a' Dieci, per non perder il
tempo inutilmente, che T esercito, lasciala ben fornita Cam-
piglia , avviandosi intanto verso Rasignano , attendesse a
dare il guasto alle biade de' Pisani, potendo esser sempre
a tempo d' opporsi a' disegni del nimico. Quando il di 14
-d'agosto dal commessario di Campiglia al Giacomini fu
scritto, come egli rilraea per cosa certa, che 1' Alviano si
muovea per passar verso Pisa. Conferito dal Giacomini l'av-
viso col governatore , fu deliberato di ritornar con 1' eser-
cito verso Cam|tiglia, con animo di mettersi alle Caldane,
luogo sotto Campiglia ad un miglio*, onde spedirono a'Dieci
come essi erano ridotti in luogo, ove, se il nimico volea
passare a Pisa, intendeano di mostrargli il viso, e di venir
seco alle mani. Grande era l'importanza di questa passata,
mettendosi q'iasi in sul tavoliere in gran parte la fortuna
della Repubblica. Perciò dòpo alcune consulte avute co'cit-
ladini più gravi , furono piuttosto al Giacomini dimostrali i
iSi dell'istorie fiorentine
pericoli che dal perdere poleano nascere, e iiisiemeraenle
conforlalolo a considerare rnaluraracnie ogni cosa , che vie-
lalogli, 0 concediilogli il comballerc. Mi il Giacomini, esa-
minala bene ogni circoslanza col governatore, e non vcg-
gendo come senza il fallo d'arme si polessc impedir nlTAl-
viano il passare a Pisa , conchiusesi finalmenle di coraiin
oonscnlìmento , volendo egli passare , esser necessario in-
veslirlo. Era già vennlo il 17 giorno d' agosto quando dopo
esser giunti nel campo gli avvisi della mussa dell' Alviano,
fu scoperto che egli se ne veniva in battaglia, lenendo il
cammino verso la torre di S. Vincenzio, luogo lungi di
Campigiia cinque miglia, per passarsene a Pisa. Ercole du-
bitando non facendo vista l' Alviano di pigl'ar la via della
marina , si volgesse poscia alla S^ccina, ove i pastori avean
ridotto gran numero di bestiame, e insicmementc per con-
durlo ove egli avea disegnalo, gli mandò una parte de'ca-
vallcggieri alla coda, ad un'altra commise che sollecitando
i' passo per la via de' boschi andasse ad uscirgli innanzi,
studiandosi d' inlrattenprlo finché egli col nervo dell' eser-
cito sopraggiugncsse. Costoro arrivati alla torre in sul com-
parir che \i facea la cavalleria leggiera dc'nimici, attaccò
seco alquanto di scaramuccia, e ri'ou Itala ferocemente s'andò
ritirando verso l'esercito, al quale appressalo già a mezzo
miglio alla Torre , fece intendere come i nimici incomin-
ciavano a comparire. Avea molli di prima dello il gover-
nalorc , che egli avrebbe vinto senza alcun fallo il nimico
se gli fosse riuscito il condur la battaglia nel luogo ove già
vcdea doversi condurre. Perchè lieto innanzi tratto dell'av-
venimento , si spinse avanli col solito passo, e trovati i ni-
mici già fermi nolla rovina di san Vincenzio , e posti in
battaglia per combattere, si volse al Giacomini; e dettogli ,
noi abbiamo vinto , comandò ad una parte della fanteria
clic investisse ; la quale seguitala da due squadroni di gente
d'arme guidali da Marcantonio Colonna e da Iacopo Sa-
vcUo, benché i nimici co mbattesser con molla virtù , dopo
qualche spazio li fece piegare. L' Alviano per dar animo e
tempo a' suoi che si rifacessero , entrò nella battaglia con
uno squadrone , che egli si era riserbalo , con tanto ardire,
che, avendo quelli che si erano ritirati preso baldanza, e
MBRO VENTOTTESIMO. 485
per questo entrali di nuovo nel fatto d' arme , parca che
la cosa fosse ben pareggiata, corcbatlendosi con incredibil
ferocia dall'una parte e dalTallra; quando e per i conforti
e per T dpere egregie della propria persona dell'Alviano
capitano sopra tulli di quella età di vigor d'animo inestima-
bile, quelli che erano stali poco dianzi superiori, incomincia-
rono ad inchinare. Allora Ercole , il quale avea atteso a far
piantare certi pochi falconetti per battere il nimico da fian-
co, veduto che per alcuni colpi tirati s'era incominciato ad
aprire, stimò esser venuto il tempo opportuno ad urtarlo;
e con l'altra parie della fanteria, e col suo squadrone, e
con quel d'Annibale Benlivnglio l'assalì con lant' impelo ,
che, jì come egli avea già prudentemente antiveduto , non
ebbe fatica alcuna a superarlo. 1/ Alviano dopo aver due
ore egregiamente combattuto, col volto pieno di sangue di
due ferite ricevute di stocco, si uscì della battaglia con
(ìiovanni Currado Orsino , non avendo seco più che dieci
cavalli, co' quali per la via della Sassella si recoverò in
Monte Rilondo castello de'Sanesi; sì come con altrettanti
cavalli si salvò Chiappino Vitello , lenendo il cammino di
Pisa, essendo nel «-esto già disf;ilto lutto l'esercito , e re-
stati prigioni più che mille cavalli, e la magg or parte de'car-
riaggi. Le bandiere de' niraici mandale a Firenze furono ap-
piccale nella sala del gran consiglio con tanta letizia della
città di veder gastigata la temerità dell'Alviano, che con sì
poche forze, ma magnificate da lui, sotto la fama di di-
verse sue pratiche e intelligenze , avesse posto mano ad
impresa sì grande , che non solo parca , che si fosse can-
cellata la vergogna ricevuta al ponte a Cnppellese , ma fu
vittoria slimata molto gloriosa, e alla Uepubblica e a'capi-
lani islcssi , e soprattutto con lode non piccola del Giaco-
mini, uso ad intervenire nelle ballaglie , non solo come
commessario , ma come capitano. Innalzati per questi felici
successi così il governatore , come il commessario , scris-
sero a Firenze non doversi lasciar uscire sì bella occasione
di mano d'espugnar Pisa quell' anno , veggendosi per antica
esperienza la riputazione essere una gran parte di forze, e
tirarsi il più delle volte dietro fini di grandissime imprese.
Né fu gran fatica il persuadere a questo la maggior parie
iBd dell' ISTOniE FIORENTINE
del popdlo , il quale avvezzo a fondarsi molto ne" prosperi
avvenimenti, e ove la speranza il lusinga, non misurando
con giusta bilancia i pericoli e le diffìcollà , parca aver già
la vittoria in mano certissima. Ma dissuasi da' cittadini più
snvj , a' quali, considerando l'ostinazione e valor de'Pisani,
il sito della città soggetto molto alle pioggie , e il pericolo
di non tirarsi addosso l' inimicizia di Consalvo , confortavano
piij tosto , che quelle forze si dovesser volgere contro il
Petrucci autor di tutti i mali. Era ridotta la cosa in conte-
sa , se il gonfaloniere Soderini avutone nel gran consiglio
1' universal consentimento del popolo , n cui egli era , imi-
tando in questo PuLblicola . mollo favorevole, non avesse
rimosso ogni dubbio. Onde vinto il partito a' 21 d'agosto,
che l'impresa di Pisa far si dovesse, e con esso una prov-
visione di centomila scudi perchè l'impresa si potesse con-
durre , fu il sesto d"i di settembre dato titolo di capitano
generale ad Ercole Bentivo^lio ; il qn;ilc ridottosi già co»»
l'esercito accresciuto infino a seimila l';inti a S. Casciano ,
luogo lungi di Pisa cinque miglia , il di seguente a' dicias-
sette ore si presentò d'intorno le mura di Pisa, dove atteso
per lutto quel di a piantar 1' artiglierie , e considerato che
non era da variar il luogo della batteria fatta già da' Fran-
cesi l'anno 1500, incominciò nel sorgere del sole dellallro
giorno a batter con undici cannoni dalla porta Calcesana
infino a S. Francesco con tanto progresso, (he a vcnlidue
ore era già rovinato poco meno di quaranta braccia di muro.
Non si perde momento di tempo dopo la rovina della mu-
raglia di dar l' assalto con tremila fanti. Ma i Pisani non
avendo in questo tempo fornito di far il riparo , e però
giudicando la diligenza e la guardia dover esser maggiore,
comparvero animosamente ove era il bisogno , e facendo
gagliarda difesa sbigottirono in guisa i fanti de' Fiorentini ,
ebe non fu pur uno , il quale ardisse di calar nel fosso che
era tra il riparo e il muro rotto. Parendo per questo , che
si dovesse far maggior batteria , si tirarono V artiglierie la
notte che seguì più oltre, e piantatole per me' la torre del
Barbagianni s'attese a trarre per tre di, e falla apertura
non raìuorc della prima , fu comandalo 1' assalto con grandi
conforti e promesse del capitano e del coimncssaiio; i quali,
LIBRO VENTOTTESIMO. -Ì87
falla quella causa lor propria, come primi autori e confor-
lalori di essa , non lasciavano cosa indietro perchè se no
venisse ad onoralo fine. I Pisani disposti prima a morir sti
le rovine delia lor patria, clic venir per forza in mano
de' Fiorentini , avean con !a consueta virtù cosigli uomini,
come le donne atteso continuamente, mentre era durata la
batteria, a ripararsi con islecrali , e con un fosso innanzi ;
le quali difese [totendo ragionevolmente parer a qualunque
più esercitata milizia gagliarde, a quella parvero formidabili
e spaventose afT;itlo. Onde ne per minacce , ne eziandio es-
sendone alcuno ferito e ucciso da' capitani, vollero far prova
alcuna onor.ita. A questo s'aggiunse, clic in Pisa erano già
entrati trecento fanti spagnuoli di quelli del gr;in capitano
mandati a Piombino, e aspctlavascne di dì in dì numero
mollo maggiore. Aveasi alcuno avviso, che i Lucchesi vi
mandcrebbern Troìlo Savello lor condottiere ; perchè sti-
mando il capitano e il commcssario istessi, contra quel che
lirima aveano immaginato, stante questi aiuti, non poter
con sì vii fanteria far cos'alcuna che rilevasse , e a ciò
concorrendo tulli gli altri condottieri, con grande scema-
mento della lor prima riputazione , e con sommo biasimo di
si vituperosa milizia, a' diciotto di quel mese si levarono
col campo, e ridottisi in Ire alloggiamenti a Cascina, quindi
fu ciascuno rimandato alle stanze. Non seguì poi per lo ri-
manente di quell'anno cosa di mollo momento, se non che
entrati a'23 d'ottobre millecinquecenlo fanti spagnuoli in
Pisa ; i quali per ordine del gran capitano se ne ritornavano
in Spagna per la pace fatta tra il re callolico e quel di
Francia, tentarono per conforto de'Pisani Bienlina, ma non
avendo fatto alcun profitto , tornati a imbarcarsi, seguitarono
il lor viaggio. Pubblicata la pace già della, i Fiorentini in-
tesero esser stati compresi in essa, per esservi siali nomi-
nati da Francia, il che fu il fine delle cose fatte in quel-
l'anno, slato molto vario alia Repubblica. Il che fu per av-
ventura cagione, che l'anno 1506 si cessasse della guerra,
dalla quale ebbero i Fiorentini l'animo tanto lontano, che,
mossa a mezzo marzo dal re di Francia una pratica all'am-
basciador loro di cacciare il Petrucci di Siena, da che sa-
rebbe facilmente riuscito il ricuperar lUonlepulciano , e in-
48S dell'istorie fior.kntixh
sienieraenlc di rimuover di Periif^i''» Giovanni Paolo Baglio
ne; d' amendue i quali sapca i Fiorentini tenersi mal ser--
viti, e ciò con il concorrer solamenle al pagamento di dii:>-
nijla Svizzeri, obbligandosi il re di mandar a sue spc-^o
cinquecento lance . non vi vollero prestar orecchi ; anzi fu
non mollo dipoi a' 26 d'aprile ampliata la tregua, che ancor
durava tra i Fiorentini e i Sancsi per tre altri anni , obbli-
gandosi i Sanesi di non s'impacciare delle cose di Pisa, sì
come i Fiorentini prometleano di non volersi Iravapjliare di
quelle di Montepulciano . eziandio se qi elli della terra vo-
lessero di lor proprio e libero movimenlo darsi a'Fiorenlini.
Ma venula la stale, e non temendo i Pisani di provocarsi
contro r arme de' Fiorentini, i quali sapevano, che non per
queslo rimarrebbero di nioleslarli quando vedessero il tempo
ojtnorluno , uscirono per l'ar qualche preda nella Valdinie-
vole , di dove ribullPti con perdila di venticinque cavalli ,
non fenlarono per quell'anno di far altra novità. Ne i Fio-
rentini si mossero dal lor proponimento, se non che richie-
si! dal pontefi'C d aiuto di cenlo uomini d' arme per Doler
domare i ribelli di S. (Chiesa, fra' quali per principali i-i-
oulava Giovanni Paolo IJaglione . che gli occupava Perugia,
e Giovanni Bentivoglio , sotto la cui lirannide era governatit
Bologna, volentieri glie l'accomodarono, conoscendo mas-
simamente esser molto diversa la volonià di costui, da quella
d'Alessandro suo predecessure ; desiderando egli non per
parlicolar ini eresse della sua casa . ma per onore e gloria
«Iella sede apostolica ridur le cose a quella debita riverenza
e giustizia che si conveniva. Il che gli riusci felicemente ,
avendo in queilanno, e luna , e l'ultra cillà ridotta scilo l'im-
perio e moderato reg<r;imento di S. Chiesa. Ini orno questi
d'i, che il papa si era mosso di Roma per andare a Peru-
gia, s'aspettava a Livorno il re catlolico , che passava nel
reame di Napoli, non tanto per riordinar quel regno, quanto
per rimuovere il gran capitano, della fede del quale gran-
demente avea incomincialo a dubitare ; perchè gli furono
dalla Repubblica eletti ambasciadori Giovan Vetlorio Sede-
rini, Niccolò del Nero e Alamanno SaUiati , da' quali es-
sendo slata abbondantemente rinfrescata l'armala , che egli
menava di presso a cinquanta legni, d'ogni cosa necessaria
LIBRO VENTOTTESIMO. 489
iJopo esservisi per molli giorni formalo aspoUando buon
tempo , passò a Gaela . e poi a Napoli con aspcllazion gran-
de , che egli avesse fra gli altri beni d' Italia, a far qualche
utile aFiorenlini per i fatti di Pisa. Per la qual cosa furono
a Napoli mandali al re nuovi ambasciadori Francesco Gual-
tcrotli e Jacopo Salviali , avendo il re di Francia scrillo ,
che egli avea nel re caltolico rimesso tulio il maneggio
delle cose di Pisa. Incominciaronsi quesie cose a trallare
più caldamente ne'principj dell'anno 1507, per conio delle
quali furono deputali dal re per udir gli ambasciadori fio-
rentini Andrea Carrafa conle di S. Severina, e Almazano
segretario del re e uomo di mollo credito e autorità appo
lui. Da'quali dopo molle pratiche , e dispute ritraendosi ve-
ramente, che il re non avea quella aulorilà di resliluir Pisa
«'Fiorentini, come prima avcano apertamente dichiaralo di
poter fare , e per questo non volendo i Fiorentini convenir
seco in alcune capitulazioni , che essi cercavano molto utili
per il lor signore , e a loro non poco dannose, essendo ne-
cessario, senza vedere alcuna certa ulililà, entrar in obblighi
mollo stretti , e da recarli in processo di tempo di molli
pericoli , ( bbcro ordine dal gonfaluniere , che quanto più
acconciamente potessero, vedessero di distaccar ogni pra-
tica tenuta col re , sicché egli restasse amico dell;) cillà. I!
che non fu malagevole ad eseguire , bastando in effelto al
re d'essersi, con averne rimosso la persona del gran ca-
pitano, assicuralo del reame di Napoli. Onde partitosi a" 4
di giugno, e arrivato a Savona a'i28, ove era aspettalo dal
re di Francia, la Repubblica, per non tralasciar uflìcio al-
cuno d'osservanza e di amore , gli mandò ambasciadori Pier
Francesco Tosinghi , e Giovanni Ridolfi, avendo, oltre a ciò,
la città avulo qualche intenzione , che quivi da amendue i
re si sarebbero agevolmente assettate le cose di Pisa. Ma
non si fece maggiore efFello di quello, che in Napoli si era
fallo , perciocché volevano i re meller loro governatori in
Pisa , e se infra olto mesi per la lor opera ella ritornasse
sotto il dominio de' Fiorentini , che si desse a ciascuno di
loro cinquantamila scudi. 11 che non era, in quanto alla mo-
neta , duro ad acconsenCire , ma sapendosi che i Pisani a
ciò non consentircbbono se non costretti , e come si dovcs-
490 dell'istorie fiorentine
sero a ciò costringere non si vcdea , tornandosene il re
callolico in Castiglia , e T altro in Francia alieni da'pensieri
di turbar le cose d' Italia , non si venne a conclusione al-
cuna; senza che, della mente d'amcndue, non era altri più
chiaro che si bisognasse , credendosi per molti , che quelli
re non per altro fine avesser quel partilo proposto, che per
mettere un morso in bocca non meno a' Pisani, che a' Fio-
rentini, e quando l' imperadore, come si mormorava, calasse
in Italia , per aver la comodità di quel silo, il quale, come
posto in mezzo tra Geiiova e Napoli , quella del re di
Francia, e questa del re catloiico, era giudicato molto op-
portuno in tulli gli accidenti che nascer potessero. Queste
pratiche furono cagione che non si desse per quell'anno
il guasto a' Pisani . nel quale non è dubbio alcuno, che più
che in altro tempo era facile il batterli, sì[>cr la tregua di
nuovo rifermata co' Sane^i , e si perchè i Geno\esi , da'quali
solc\ano grande aiuto ricevere, furono in quesl' anno gran-
tlemenle dalle d( nicstiche discordie afflitti- Sopraggiunsero
poi gli awisi come con grande apparecchio si metlea l'im-
peradore in ordine per passar in Italia, sotto titolo di voler
liberar la chiesa dalla persecuzione de' Francesi, a'quali per
Tarme da loro mosse per la ricuperazione di Genova { ben-
ché quella ricu|)erata tostamente si fermassero ) varie colpe
s'attribuivano. Su che mandandogli lutti i potentati e prin-
cipi d'Italia ambasciaddii , non furono i Fiorenliui, fra gli
altri, lardi a mandargli i loro. Nelle cose di dentro non suc-
cedette in quell'anno cosa di momento nella città, se non
che nel principio di esso , nel ritorno che il pnpa fece di
Bologna, vennero in Firenze col cardinale Sodcrini fratel'o
del gonfaloniere tre altri cardinali, S. Prassede, S. Giorgio,
(! S. Malo, questi friincese, e gli allri due italiani, de'quali
S. Giorgio fu quel Raffaello Uiario , che trenta anni addie-
tro si trovò un'altra volta in Firenze nel lerribil frangente
della congiura de" Pazzi. Costoro udendo che il gran con-
siglio si ragunava, vollero intervenire tutti quattro nel ve-
der far un ufTìeio , come cosa degna d'esser veduta, che
in SI gran città, non accenni di pochi uomini, e quelli cor-
ruttibili 0 appassionali, ma per univcrsnl consenlimento di
(ulti e cittadini le cose pubbliche si trattassero. L' anno
LIBRO VENTOTTESIMO. 4*)1
1508 non parendo a' Fiorentini più tempo di difTerir il gua-
sto de'Pisani, come per due anni addietro avean fatto, es-
sendo venuta la stagione a ciò comoda , i Dicci diedero or-
dine a tutti i lor uomini d'arme, e a duemila fanti di certe
ordinanze allor fatte, chea quello s' apparecchiassero. NcìI<t
qual cosa mentre s' attende vivamente con nolabii danno di
quel popolo , venne alla Repubblica mandalo dal re di Fran-
cia Michele Riccio napolitano , il quale ora da parte del suo
re dolendosi, che i Fiorentini avessero prestato favore al-
l'impcradore (pcrciocrhò era nel principio di quest'anno ca-
lato Massimiliano in Italia, e dopo un terribile principio di
guerra, fatto una prestissima tregua co' Veneziani) e ora
mostrando , che l'arme da lor mosse in tempi così perico-
losi erano sospette a ciascuno, che avea stati in Italia; pa-
rca che conchiudesse finalmente , che egli desiderava sapere,
se i Fiorentini , qu.indo dal re fnssero ricerchi , s'asterreb-
bero d'offender i Pisani. Intendevano i Fiorentini , benché
r nmbasciadorc dalla lunga si fai esse , questo esser T into-
namenlo del prezzo di Pisa , ma lasciando la cura del di-
chiararsi ad altrui , e attendendo a giustificare le lor opere,
rispondevano le pratiche tenute con Massimiliano esser ve-
rissime; ma ciò aver fatto non solo senza nocumento alcuno
del re, avendo in tutte le convenzioni mosse avuto sempre
la mira di non obbligarsi a cosa che pregiudicasse alla sua
maestà, ma trattatele sempre col suo consentimento , e par-
lieipatele sempre seco , come con singolarissimo amico e
proteltor loro, e di cui intendevano cosi aver ad esser
sempre per l'avvenire. L'arme mosse centra i Pisani non
esser state tali , che da quelle avessero a pigliar ombra gli
altri principi , poiché non si operando artiglierie , nò rspu-
gnazion di luoghi . appariva a ciascuno pur troppo manife-
stamente, quelle non esser stale ad aliro fine, che per im-
pedire le ricoltc a'ior ribelli , acciocché, abbandonata la loro
ritrosia , e diventati umili con queste modeste balliturc ,
pensassero un di di ritornare sotto il mansueto dominio
de" loro antichi signori. E per questo non essere d'animo il
popolo fiorentino di abbandonar questa impresa, essendo a
ciascuno lecito il ricuperar le sue cose , e ciò parlicolar-
mcnle contenersi ne' palli falli col re infino dell'anno 1502.
492 DKI-I,' ISTORIE FIORENTINR
Ma lascialo da caulo e la giiislizia e ogn' altro patio slato
infra di loro, non poter vedere, nò conoscere i Fiorentini,
che cosa debba muovere il re in volerne più por i Pisani ,
che per la loro Rejiubblica , da cui, quando da queste mo-
lestie fusse libera, dovea pur credere il re, che polea me-
glio valersi , che ora di essa non fa , e che ora e in qua-
lunque altro tempo de' Pisani non farebbe. Non furono oc-
culti questi rammarichi al re cattolico , e come colui alla
cui 0 utilità 0 riputazione non mellea conto, che senza sé
la pratica di Pi^a si conchiiidessc , mise ancor egli altri
mercati in campagna, e in guisa andò questo maneggio pro-
cedendo, che , veggciidd i Fii renlini e il re ca'tolico aver
mandalo a confortare i Pisani a tenersi , e il re cristianis-
simo aver animo di mandargli aiuti e favori di Milano, quando
senza lui procurassero i Fiorentini d'insignorirsene, furono
j Dieci costretti poi verso il (ine dell'anno di prometter di
pagar somme grandis'-ime di danari a tulli due i re, conse-
guilo che avessero Pisa. E tra tanto . perchè i Pisani stretti
da nuove diflicollà si riducessero più presto a cam.mino , fu
soldato dalla Repubblica il figliuolo del Bardella da Porto
Venere con un galeone e due legni minori, perchè tenesse
guardata !a foce d'Arno, sicché a' Pisani per \ia di mare
non andasse alcun soccorso, come che per opera de' Geno-
vesi, in poco maggior spazio che di quaranta giorni, fusse
stato necessitalo partirsi da' servigi della Repubblica. Ma
non erano minori l' ingiurie che i Fiorentini ricevevano
da' Lucchesi , i quali e con quelle forze che a loro eran
possibili , e col consiglio e con ogn' altro argomento non
cessavano di porger continui aiuti a' Pisani. Perchè fu co-
mandalo al commessario , che era in Cascina, che sotto co-
lore di seguitar la traccia de' Pisani, i quali faceano capo
in Viareggio , penetrasse in sul lucchese , e quivi ardendo
e predando facesse loro quei danni che potesse maggiori-
Ai che dato intero compimento con rovina non piccola di
quel contado, ricorsero subito i Lucchesi con gravi querele
a lamentarsi di questa ingiuria col re di Francia , sotto la
cui protezione si ritrovavano. Il quale, avendo prima dagli
ambasciadori fiorentini più volte i torli, che riceveano da'Luc-
chesi, sentito , e ammunilo i Lucchesi, che dall'offendere i
LIBRO VENTOTTESIMO. 493
Fiorentini si rimanessero, non rispose loro altro, se non
che, poscia che s'avean cercalo questi danni, il più pazien-
temente che potessero se gli tollerassero. Trovo in que-
st'anno per una saetta caduta in cima d' una torre della rócca
di Volterra, ove la polvere dell" artiglierie si conservava,
che il tetto della già delta torre , e parte di ossa con gran-
d' impeto fur portati via; le quali rovine cadute poi su i
telli delle vicine case, non fecero però danno notabile nelle
persone, delle quali, oltre alcune infrante, non perì più che
una fanciulla Ma non che questo accidente cos' alcuna rea,
secondo la sciocca credenza degli antichi, annunziasse, anzi
fu in quelTanno lo arcivescovado della città, che per lo
spazio di trenta anni da due forestieri era stato posseduto,
alla fiorentina cittadinanza restituito, essendo quello perve-
nuto nella persona di Cosimo de' Pazzi, caro alla patria per
lo valore da lui mostrato , come fu detto, nella difesa della
ròcca d'Arezzo, il cui vescovado ancor possedea. Turbò
bene la Repubblica un matrimonio senza suo consentimento
succeduto , come cosa di diretto contraria al presente stalo,
avendo verso i! fine dell'anno Filippo Strozzi figliuolo di
quell'altro Filippo, da cui dicemmo essere slato edificato il
palazzo, lolla per moglie una figliuola di Piero de' Medici
con dote di setlcmiia fiorini, tenuta in quel tempo grande
fuor di modo, parendo (he con s"i falla congiunzione s'acqui-
stasse potenza e ripulazione a quella parte , della quale , e
per i molli parentadi che avca in Firenze , e perchè il car-
dinale e Giuliano, zij della fanciulla, erano di qualche nome
e autorità in Italia, non si slava sejiza continuo sospetto e
paura. Viveva ancor Lorenzo figliuolo di Piero fratello della
sposa, il quale, benché di tenera età, era considerato come
I alo d' un padre slato principe della P»epubblica , e a cui
agevolmente coloro che avcsscr desiderato cose nuove , si
fusser potuti volgere nelle occasioni- Nò si dubitava punto
il conilucitore di questa pratica essere slato Bernardo Ru-
celliii, comune parente degli sposi, e slimato uomo , a cui
non interamente fosse mai alcuno stalo piaciuto, e perchè
vegghiava una legge , per la quale era proibito il potersi im-
parentare con figliuoli di ribelli, fu, sotto pena di ribellione,
chiamalo Filippo in giudizio, il quale fu nel principio del
iOi DIlLL' ISTORIE FIORF.NTIN'E
bcguonlc anno 1509 più leggiermente punito che di prima
non si era stimalo , o avendo rigimrdo alla sua giovinezza ,
o perchè al gonfaloniere non piacque uscir della disposizione
delia legge. Fu perciò condannalo in cinquecento fiorini d'o-
ro , confinato per Ire anni nel reame di Napoli, e ammu-
nilo da gli ulFicj per cinque Fu ben fatto ribello Lorenzo
fratello della fanciulla , acciocché non prendesse per questo
parentado baldanza, non sapendo come sono incerte tulle
le cose umane , e Filippo islcsso, e i figliuoli che di questo
congiungimento aveano a nascere dover esser fieri nimici
non meno al fiiiliuolo del già detto Lorenzo, che a colui
che nell'imperio gli succodetlc, onde parimente, e a sé una
crudelissima morte, e a'figliuoli il cacciamento della pnlria
si procurò. Era intanto la città di Pisa nel!' estremo di tutte
le cose pervenuta , non v'essendo restalo \ino, olio, aceto,
ne sale, cose lanlo necessarie al vi\er umano, pativavisi so-
prammodo di calzamenli, il grano vi si vendeva due scudi
d'oro lo staio, e quello che ogn' altro male trapassava stan-
chi gli animi e i corpi de' conladini , i quali con varie spe-
ranze lusingali e inlralicnuti da'ciltadini, erano al fine caduti
in disperazione, che i mali di quella città, continuando più
questo modo di vivere , avessero a terminare. Avendo dun-
que i Fiorentini deliberato di fare in ques^t' anno l' ultimo
sforzo, e cercando di rimuover tutte le difiìcoltà , che l'ac-
quisto di Pisa im'pedir li potessero, fccer lega co' Lucchesi
per Ire anni, con patio particolare, non solo di non porgere
aiuto alcuno a' Pisani, ma di proibir loro ogni pratica, e
d'averli per nimici, non si parlando ros' alcuna di Mutrone,
e di Pielrasanla, che sia lecito a' Fiorentini poter cavalcare
e pigliar prigioni in sul terreno de' Lucchesi; e succedendo
che nello spazio dei tre anni già detti la Repubblica s'insi-
gnorisse di Pisa, in quel caso la lega s'intendesse per do-
dici anni di più ampliala. Le convenzioni similmente tante
volle praticate e conchiusc coi re cattolico , e cristianissimo
di nuovo si fermarono , di pagare cioè a Spagna cinquanta-
mila, e a Francia centomila scudi, de' quali cinquantamila
se gli aveano a prestare di presente , purché non porges-
sero aiuto a' Pisani, e che in lempo d'un anno Pisa perve-
nisse nel poter de' Fiorentini. Da questo si può compren-
I-ÌBRO VENTOTTKSIMO. 4^5
ilere quanlo noi ci siamo al'oiilanali da'cosUinii degli aiili-
chi. I Romani nelle lor maggiori neccssilà , a'popoli e prin-
cipi amici elle li pron'erivano gr;mo , navi e danari, rispo-
sero, che del grano si servirclihuno in qu.mto essi ne rice-
vessero il prezzo e non allrimenli , dell' armata non lorreb-
l)ono allro se non quelle navi, a che per conio della con-
federazione ftisscro obbligali, de' danari non pigiierebbono
[)arle alcuna se non fornito il tempo. A" tempi de' quali
scriviamo , due re i maggiori d' Europa, co' quali verrà ben
tosto per terzo Fimperadore, benché sotto alcun colore piu
degno di scusa, fanno mercato co' Fiorentini, ricevendo da
loro somma di danari cosi notabile, perchè non l'impediscano
r acquisto di Pisa. Perchè o i Fiorentini avean ragione d'ac-
quistare Pisa o non aveano , se non avcano , dovean con
più ragione difondere i Pisani , o almeno far visla di non
s' avvodere del torto de' Fiorentini . piii tosto che accor-
lifsene voler con prezzo di danari esser a parte della lor
ingiustizia. Se essi aveano ragione , essendo Pisa non solo
prima slata vinta con V arme , ma anche comprata con la
la loro moneta , perchè con si ingordo prezzo venderli ,
non i tuoi aiuti d' artiglier ia, di fatiti, di cavalli, o di navi,
ma solo la cessazione de'.le tue armi. Se pure voi non vo-
lete orpellare, che ciò facevate in virtù della lega futura,
cioè che insignorendosi i Fiorentini a capo d'un anno di
Pisa, s'intendesse Ira loro esser falla lega per tre anni con
tondizione di difendersi scambievolmente l' un l'altro. I
Fiorentini con trecento uomini d' arnie, gli stali, che i già
delti re haveano in Italia, e ciascun di lor due almeno con
la medesima quantità d'arme la Repubblica Fiorentina. Ab-
bandonali in questo modo i Pisani d' ogni soccorso , solo
speravano qualche aiuto da' Genovesi , nazioni per antiche
gare e odii stale infra di loro nimiche ; ma per lo comun
pericolo runa di non perder la libertà, e l' altra Serezzann,
congiunte ora insieme di slrello nodo d'amicizia. Il che
era con inlromellerc con molti legni del grano in Pisa, per-
chè infine a ricolla si sestenlassero. La qual cosa perve-
nuta a notizia de' Fiorentini , maravigliosa cosa è a dire
con quanla diligenza vi riparassero, Perciocché in pochi
giorni ebbero mondato in S- Pietro a grado per impedire
496 dell'istorie fiorentise
r entrata della foce d'Arno una parte di tutta la lor caval-
leria con ottocento fanti e alcuni pezzi d'artiglierie. Il
medesimo fecero in Valdiserchio per guardar la foce fiume
Morto , e di Serchio , ove s' inviò il resto della cavalleria
con alcuni altri pezzi d'artiglierie e settecento fanti, e per
abbondare in ogni sorte di provvedimento , armarono due
l'uste , sette brigantini , un galeone e una nave , facendo
sollecite guardie perchè il soccorso non fiisse posto dentro.
11 che riuscì loro felicemente, perciocché essendo l'armaia
genovese comparila su la foco d'Arno, nella qual armata
erano trenta barche cariche di grano , quindici briganti-
ni, quaUro galeoni, e la nave Lomellina, avendo vedute
drizzate le bocche dell" artiglierie su per amendue le ripe
del fiume per batterla da' fianchi, e l'armata fiorentina ac-
concia a travagliarla di dietro, se \olesse far prova d'en-
trare , disperata di poter far alcun profitto , e certa della
presta perdita de' Pisani, a Leriti, onde era partila, si ritor-
nò. I Fiorentini veggendo chiaramente che senza tentar l'e-
spugnazione, purché in Pisa non etUrasse alcun soccorso
di vivere, da se stessa conveniva che si rendesse , accreb-
bero il numero de'soldali, e procurando, per quanto alla di-
ligenza umana era possibile, che questo non venisse lor
fatto (avvegnaché Pisa per l'ampiezza della campagna che
ha attorno attraversata di fossi e di paduli , e anco per le
spesse colline sia molto acconcia a ricevere sì fatti sovve-
nimenli) comandarono che dell'esercito loro si facesser tre
parti, runa sotto la cura d'Alamanno Salviati continuasse a
guardar la ripa d'Arno che e posta verso Livorno, e que-
sta alloggiasse in S. Piero a Grado, ove fu gillato un ponte
sopra il fiume, sì per impedir quella via, e sì per poter esser
presti ad intendersi con gli altri campi; de'qtiali l'uno sotto
Antonio da Filicaia occupasse la porta che guarda nel Val-
diserchio, e l'altro raccomandalo alla diligenza di Niccolò
Capponi s' attendesse a Mezzana fuor la porta alle piaggic,
tendendo a passi , e in ogni luogo che si potesse delle
spie e degli scorridori, perchè cos' alcuna non fosse nella
città assediata introdotta. Per la qnal diligenza esseudo le
cose de'Pisani , che erano all' estremo, ridotte in tal neces-
sità, che molti, non che altro, cadevano morti per le vie, i
LIBRO VENTOTTESIMO. 497
conladini non polendo più tanla miseria tollerare , costrin-
sero coloro che avevano in mano il governo a tentar
qualche forma d' accordo , facendo segni quando ciò non
seguisse , che eran per sollevarsi. Non andava di molto in-
nanzi la fortuna de' principali a quella degli inQmi, ma l'o-
dio grande e mortale, che avean co' Fiorentini , e la poca
e debile speranza d'averla a conse;^uire da loro perdono,
gli avea resi in guisa ostinati, che arebber voluto veder
prima ridotta in cenere la patria, e morte le donne e G-
g!iuoli , che piegare la fierezza del crudo animo loro ad
atto alcuno di mansuetudine Nondimeno veggendo alienarsi
un membro tanto principale dalle lor forze, dove in qual-
che modo non si studiassero di sodisfargli, fccer per mezzo
del Signor di Piombino intendere al gonfaloniere e a' Dieci,
che quando ad alcuni lor cittadini fosse dato salvocondotto
di poter andare a Piombino, arebber per mezzo dell' istesso
Signore proposto partito alla Repubblica da non discoslar-
sene. Fu dato il salvocondotto a' ventiquattro tra de' citta-
dini e contadini Pisani. I quali andati a Piombino , fecero
intendere dopo aver messo in mezzo qualche dimora, che
senza l'intr rvenimento d'alcun cittadino fiorentino non si
polca stabilire cos' alcuna, e che per questo il termine del
salvacondotto s' ampli;isse. La Repubblica come che cre-
desse mollo bene tutto ciò farsi artificiosamente per acqui-
star tempo , e per servirsi i Pisani di questa dilazione a
qualche lor beneficio, spedì nondimeno a' 10 di marzo Nic-
colò Macchiavelii suo segretario a Piombino, per toccar con
mano il fondo di questo maneggio. Dalla qual pratica non
si essendo ri'ratlo alcun frutto, s' altendea tuttavia a strin-
ger la città; la quale da nuove speranze lusingata, stimò
per mezzo d'Alfonso del Mutolo suo cittadino d'urail na-
zione poter corre i Fiorentini alla trappola , mostrando che
egli per benefici ricevuti da Canaccio da Pratovecchio , sol-
dato fiorentino, di cui era stato prigione, era per dargli ta-
citamente la porla che va a Lucca, Col quale avviso , non
solo speravano poter tagliare a pezzi il campo del Filicaia ,
che dovea entrarvi, ma quello, che, secondo l'ordine fra lor
preso, doveva nel medesimo tempo muoversi per farsi ipiù
presso alle mura. Nondimeno essendosi i Fiorentini messi a
Amm. Vol. V. :>2
493 deli/ istorie fiorentine
questa impresa con molto online, benché, come granJcmcnff*
da loro desiderala, così credula, ne il Mutolo venne a con-
seguire altro di questo trattato, che la morte del suo bene-
t'attore, nò a' Pisani riasci cosa di momenlo, fuorché la morte
di Pagolo da Parrana, capitano di cavalleggieri de' Fioren-
tini con alcuni altri d'oscuro nome. Erano con la speranza
di questo avvenimento stati di nuovo raffrenati coloro , ai
quali piaceva che si trattasse l'accordo, ma mancata questa
tìnalmonte, e facendosi ogni dì la necessità maggiore, fu di
bisogno, che, malgrado de' primi, si venisse in ogni modo a
gli effetti , e conchiudessesi in qualunque modo 1' accordo.
11 quale incominciato a trattarsi con continue e diverse dil-
ficoltà con Alamanno Salviati , convenne alla fine, per porvi
r ultima mano, che egli medesimo in compagnia di otto am-
basciadori pisani dell'uno e dell'altro ordine de' cittadini e dei
conladini ne venisse a Firenze. Entrarono gli ambasciadori alla
città a'So di maggio, giorno celebre per la festività di S. Za-
nobi e alloggiati in S. Pietro Scheraggio , con ordine che
niuno andasse a parlargli senza lictnza, ottennero dopo nuovi
discorsi e dispule, più tosto messe innanzi da loro che dai
Fiorentini , non solo libero e ampio perdono e della ribel-
lione e di tante ingiurie e danni falli alla Repubblica , ma
che non fossero tenuli a resliluziune alcuna di quelli beni
mobili de'quali avanti la ribellione o al pubblico, o a' pri-
vati mercatanti e ciltadini fossero debitori. Fu per questo
r ottavo giorno di giugno preso da i Ire commissari il pos-
sesso di Pisa con inlìiiita allegrezza, non solo de' Fioren-
tini, ma del popolo mimilo Pisano, che essendosi ridolto a
pascersi di radici di erbe , diede da un canto grato, e dal-
l'altro brutto spettacolo di se slesso, così erano trasfigurali,
a' vincitori medesimi. Nò a' capi del governo, poiché viddcro
interamente osservarsi ciò clic era stalo lor promesso , fu
data cagione di rammaricarsi maggior mcnle della lor fortu-
na, considerando massimamente in quel tempo, e quasi in
quei medesimi giorni quanto diversamente erano trattate lo
guerre, così dal re di Francia e da gli altri principi con-
federali in Lombardia contro lo stalo de' Veneziani , come
dal pontefice istesso verso le città di Romagna , da' me-
desimi Veneziani stategli occupale. Imperocché . non solo
LIBRO VENTOTTESIMO. 499
conliM il pubblico non fu da' Fiorentini usalo allo alcuno
di crudeltà, il che da gli nomini accorti si polca impu-
tare a prudenza , perciocché il danno sarc bbe tornalo con-
tra loro medesimi, ma non fu verso alcuno di quelli, i
quali sapevano essere stali più ostinati degli allri , trala-
sciato eserapio alcuno di mansuetudine e di clemenza. Ri-
dotta dunque poco meno che dopo quindici anni la citlà
di Pisa sollo il dominio de' Fiorentini, ma secondo il fato
di quella Uepubblica , non solo vinta con l'arme, ma due
volle anco ingordamente comperala, vi furono secondo l'an-
tico costume, m;i nominati dal consiglio generale , rimessi
i soliti magistrati. Alamanno Salviali, di cui abbiamo par-
lalo per capitano della città, e Francesco Taddei per pode-
stà , amendue per sei mesi, con gloria grande del gonfalo-
, niere, che nel suo tempo si fosse ricuperalo così impor-
tante e principal membro dell'imperio della Repubblica,
l-a quale reintegrata del suo stalo , e trovandosi amica del
re di Francia e di Spagna, la cui potenza non che ne' regni
loro, ma in Italia era allora mollo grande , solo parca che
dovesse procurar di star bene con Cesare, il qual calato in
Italia a' danni de' Veneziani, si giudicava che gli fusse sialo
molesto, che i Fiorentini si fossero insignorili di Pisa, non
per benivolenza, che egli portasse a quella cillà, ma mosso
(ome si credette, dal medesimo interesse, dal quale i re di
Francia prima e di Spagna erano stali mossi. Per la qual cosa
trovandosi egli col campo intorno Padova, gli furono del mese
d'ottobre mandati arabasciadori Giovan Vetlorio Soderini, e
Piero Guicciardini, non senza esserne slati prima confortali
dal re di Francia. E sotto titolo d' ottenere la confermazione
per modo di capitolazioni di tutti i privilegi della Repubblica
dagli allri imperadori ollenuli, e insiememenle d'avere la ces-
sione del medesimo imperadore a tutte le ragioni, che così
sopra la cillà, come su lo stato di Firenze potesse aver mai
avuto l'imperio, nominando particolarmente Pisa di nuovo
riacquistala, si convennero di pagarli quarantamila scudi; dei
quali, pagali diecimila di presente, gli altri dovesser pagarsi
per tulio il marzo vegnente Acconcie in questo modo le cose
più importanti, fur verso il fine dell' anno falle alcune prov-
visioni in materia di zecca, sbandili tulli li arienli tosi, e pò-
509 dell' istorie fiokentine
slo il giusto peso per gli altri, accresciuto il numero de' si-
gnori di quel magistrato infino a tre, ove prima erano due,
tratti dall'arti de' mercatanti e del cambio, e si battè una
moneta d'ariento piccola, di cui andavano venti per scudo
d'oro, oltre altre monete di minor pregio. Erasi ancor dato
ordine di mandar dugento uomini d' arme in aiuto del duca
di Ferrara, poco meno che oppresso dall'arme de'Venezia-
ni , perchè respirati dalle b;iltiturc di Cesare e degli altri
principi lor nimici, aveano incominciato a pigliar animo: quando
f!uor deir espellazione di ciascuno, avendo il duca Alfonso
mostrato valorosamente il viso alla f(irl(ma, da presso che
perditore, die loro nel Pò una terribile rotta; le qua! novella
pervenuta in Firenze la vigilia del natale del Signore, fu ca-
gione che le genti non essendo più ad uopo, si facesser fer-
mare, chiudendo con molta felicità 1' anno 1509. Riposava
l'anno soguente la Repubblica godendosi una tranquillissima
pace, se non che le turba/ioni d'Italia davano molto che
pensare a chi teneva in mano il governo di lei; perciocché
la lega fatta conira de' Vineziani dal pontefice, dall' impe-
radore e dai re di Francia e d'Aragona infino de' dieci di
dicembre dell' anno 1508 in Cambrai, pareva che s'incomin-
ciasse a dissolvere, avendo il papa a' venti di febbraio di
quest'anno rihenedctto i Veneziani. Dal che nondimeno non
che nascesse la quiete de"Veneziani, i quali rimanevano espo-
sti all'ingiurie di Cesare e di Francia di nuovo ristretti in-
sieme, ma il papa prese 1' armi conira il dura di Ferrara ,
che dependendo da Francia, a Giulio, che, come si vide in
processo, di tempo avea disegnalo di cacciare i Franzesi d'Ita-
lia, era uno stecco pungentissimo a gli occhi. E non è dub-
bio alcuno che da questa prima origine fusse ancor nata la
rovina del gonfaloniere Soderini. Il quale o non ben pene-
trando nell'animo del pontefice , o non conoscendo in lui tante
forze che lo slimasse atto a poter mandar sotto i franzesi,
o abbaglialo dalla divozione che la patria propria e egli stesso
per le molle ambascerie esercitate in Francia, avea con
quella corona, certissima cosa è ch'egli cadde insieme con
la rovina de' Franzesi per lo sdegno contro lui conceputo
dal pontefice, per vederlo troppo con quel principe congiunto,
e da non potersene valere in cosa che egli disegnasse- Con-
r.lBRO VENTOTTESIMO. oOl
tuUoeiù avveiiendo egli diligentemente di non provocarsi
per altro l' ira del papa, non volle prestar soccorso alcuno
al duca di Ferrara, che instantemente gliel'avea chiesto. Ma
sono acconcie e aperte le vie alla rovina, ne pare che 1' u-
niiina provvidenza possa opporsi a quello che una volta è
sialo previsto nel Cielo. Essendo dunque il pontefice, per
accostarsi con la corte e con la persona sua alla guerra fer-
rarese, andato per la via di Romagna a Bologna, permise
ad alcuni cardinali che per più lor comodità se ne venissero
a trovarlo per la via di Toscana. Ma essendo seguita per
viaggio in Ancona la morte del cardinale d' Ambuosa di na-
zione Fran/ese, coloro, i quali per rendersi grati a Francia,
cercavano cagione di dividersi dal papa, sparsero fuor voce
che egli fosse sta'o avvelenato per fraude di Giulio. Onde
cinque cardinali che erano già arrivati in Firenze, de' quali
due erano Spagnuoli S. Croce e Cosenza, e due Franzesi
Baiosa, e San Maio, e il cardinale Sanseverino Italiano, mo-
strando di temere, oi tennero dal gonfaloniere per un certo
tempo salvocondiillo di potere star sicuri in Firenze. Non
ebbe fatica il pontefice a disporre il gonfaloniere a mandarli
via, poiché, chiamatili a se 1' avea trovali inubbidienti. Ma
egli che essendo d' animo altiero non pativa che la maestà
della sede apostolica fosse accennata d' essere offesa in pen-
siero non che in effcUi, essendo certissimo, che il gonfalo-
niere e quello slato, che allora reggeva, dipendea tutto da
Franzesi, rimanea piij offeso dall' averli prima dato salvo-
condotto, che non sodisfatto d' averli licenziali. Imperocché
con il riceverli parca, che egli avesse in un certo modo
mostratogli ihe potea farlo; le quali immaginazioni agevol-
mente s' apprendono negli animi moUo gelosi della loro ri-
putazione. E non mancando in corte ohi questi sospetti del
papa facesse maggiori, si prestò prontamente orecchia a chi
si profferiva d' opprimere il gonfaloniere. Il quale di ciò che
conlra segli ordiva ninna cosa, tra questo mezzo, sapendo, e
veggendo essere già otto anni del suo reggimento finiti, volle
dar conto di tutte le spese fatte dal pubblico sotto il suo Gon-
faloneralo. Al che fare fu ancor mosso per aver egli, il sommo
magistrato , preso altra forma di conservar la pubblica pe-
cunia, la qual depositandosi prima appresso mercatanti a ciò
502 df,ll' istorie fiouentine
eletti con provvisione di cinquanta scudi d'oro il mese, volle
egli che guardiano e depositario ne fusse per l'avvenire per
ogni due mesi un de' signori, che con seco nel sommo ma-
gistrato rcsidevano. Fatto dunque leggere tutti i libri dei
già detti depositar], e raccolto insomma lutto quello, che
da' sindachi del comune era stalo saldato loro il conto ,
trovò essersi speso (ìorini novecent' otto migliaia e trecento
d'oro, trovandosi allora sindai hi della camera piibbliia
Francesco M;igalolli e Genlilu Sassetti. Di queste cose
comandò, che fos>c rogato Francesco d'Arezzo cancellier
della signoria, ordinando che si dovesser que' libri conser-
vare in una cassa sotto tre chiavi in «amerà del comune
sotto pena di fiorini cinquecento a chiunque ardisse cavarli
di quivi senza partilo de' signori. Ciò fu fatto a' ventidue di
dicembre ; quruido il di seguente si scoperse la congiura
contra di lui ordita in Bologna, che andò in questa maniera.
J>uigi della Stufa fu molto p;irligiano della famiglia de' Me-
dici, avea un figliuolo, il cui nome fu Prinzivalle, giovane
allora di vinliciuque anni , il quale usando in Bologna nella
corte del papa, e sentendo come il pontefice stava mai di-
sposto contra il gonf,d jiiiere , essendo ancor egli di quel
governo non molto ben soddisfallo, conobbe che agevol-
mente per mezzo di questa mala disposizione si sarebbe
po;uto por mano a qualche grande impresa. Profferlosi per
questo per esecutor pronto e ardilo d' ogn' importante fae-
cenda , si conchiuse, che quando gli bastasse l'animo d'am-
mazzar il gonfaloniere, Marcantonio Colonna, che era pre-
sente a quel ragionamenio , e da soMaio della Repubblica
era diventato uomo del papa , gli avrebbe dato dicci uo-
mini elelti a condurre a fine qu. dunque cosa. Accetlò Prin-
zivalle l'invito, e venutosene a Firenze, e volendo a cosi
grande impresa aver per compagni alcuni giovani della no-
biltà Fiorentina , andò fra gli altri a richieder Filippo Stroz-
zi, immaginando come cognato del cardinale de' Medici, do-
vergli esser la sua o[)era pronta e fedele. Ma Filippo, il
quale quando s'imparentò co' Medici, avea detto, che non
gli ragionassero di casi di slato, ehe n'arebbe rimandalo
la moglie a casa i fratelli, maravigliandosi di questa ricliie-
sla di rriiizi\;illo , il domandò se ciò gli diceva in nome del
LIBUO VKNroTTESiriO. 303
cardinale , e senlilo che nò . meno di ciò maravigliandosi
gli rispose, ch'ei^li non volea di sì falle cose impacciarsi.
Lo Stufa tornò ivi a poca ora a Filippo di notle , il quale
di lui, come di feroce giovane, dubil;indo , slelte ad udirlo
con molla caulela. Ma essendo sialo interrogalo, se ej^li si
era mutalo di proposilo, e risposto che nò; almeno, sog-
giunse lo Stufa, fate ufficio d'uomo da bene, non ne par-
lale con niuno, rome fusse spia e scel'eralezza il palesare
gli allrui tradimenti. Farò, rispose io Slrozzi, quello che Dio
mi spirerà. E andato a trovare Lionnrdo Strozzi suo con-
sorlo , che era allora de'Dioci di 1, berla e pace, tulio il
ragionamento, che seco avea avuto io Stufa, pienaraonte
gli raccontò. Lionardo menò Filippo alla presenza del gon-
faloniere, che, avendo di ciò co' signori suoi compagni par-
lalo , e trovalo (he Prinzivalle , ii quale avea ben penelrato
il senlimcn'o dello S. rozzi , già s'ora in Siena ricoveralo
^ppiesso Pandolfo Pctrucci , deliberarono che si mandasse
a richieder Luigi suo padre. Il quale comparito e sostenuto
la vigilia di Pasqua in palazzo , fu per la signoria ragunato
il consiglio degli ottanta; e dopo narratogli il fallo, e do-
mandato che con le fave rendessero il volo , se Luigi do-
veva esser licenzialo o nò , non vi fu più che un terzo che
concorresse alla sua liberazione. Fu perciò messo a partito
se egli si dovea esaminare , e vinto per più di due terzi .
fu commesso a gli Otio che facessero questo ufficio. Scrisse
Luigi di sua mano alla signoria alcuna cosa di non molto
momento; perchè fu a' ventisei di nuovo ragunato il consi-
glio, e domandatogli se Luigi si dovrà mettere a'tormenti.
non si vinse il parlilo , o..de fur di nuovo il seguente giorno
chiamati gii ottanta. E dopo molle dispute e contese , di-
chiarando ciascuno il suo parere per poiiza , come si costu-
mava nella quaranlìa , fu finalmente seguitalo il giudizio
d'una poiiza, nella quale si conteneva, che egli dovesse
esser rimesso a gli Otto, i quali governassero questa cosa
come caso di stalo. Essi il di che seguì appresso pubblici-
rono un editto, che se Prinzivalle della Slufa non compa-
riva fra lo spazio di tre giorni al loro ufficio , s'intendesse
aver bando di ribello. Congiclturò quindi il popolo, che di
Luigi, perciocché gli Olio non avcano a risedere più che
501 dell" ISTOIUK FlOtlENTINE
tre giorni, la causa si dovesse rimellere a gli Olio filimi.
Intanto dovendosi il set^iieiite giorno che era domenica, far
la creazione de' gonfalonieri delle compagnie, e per qiipslf»
ragiinarsi il consiglio generale , quando il gonfaloniere So-
derini vide ciascuno posto a sedere, rizzatosi egli su , parlò
al popolo in questa maniera. Sono otto anni preclarissimi
cittadini , che da vostri liberi voti senza niuna mia prece-
dente pratica, come a ciascuno di voi è manifesto, io fui
creato gonfaloniere a vita , nel qtial tempo sono stati in mia
compagnia poco mono di quattrocento citiailini de' signori .
che letti mi possono far testimonianza , se io o tenuto modi
d" ingannare il popolo , se in me hanno conosciuto parzialità
alcuna, e se per mio speziale afTetlo, o de'miei io mi sia
valuto di questa autorità che voi mi avete conceduta. In
tutto questo tempo non si troverà mai, che io abbia mandato
persona, o scritto al pa'agio d.I podestà, o alla mercanzia , o
a tribunale ab'uno in raccomanrlazione di persona che viva,
e veramente per mia buona fortuna in questo, Iddio non
mi a fatto grazia di aver figliuoli, onde almeno per l'amore
di essi , io avessi avuto a torcere alcuna volta dal diritto
cammino. Pensava per queste cagioni, che la vita mia non
dovesse di ragione stare esposta ad alcun pericolo , ma o
che con questa autorità datami da voi io avessi a morirmi,
o se caso al uno fusse succeduto d aver a fare mutazione,
pacifiiamente e senza sangue io me n'avessi a tornare a
< asa mia. Come sono fallaci i consigli umani , così confesso
liberamente, che di gran lunga io sono restato ingannalo
dalla mia credenza, poiché mi vien scritto di Bologna dalla
corte islessa del pontefice , che in vari modi si son tenulc
consulte di tormi la vita ; essendo prima stiito deliberato
d'ammazzarmi in consiglio, ma dubitando di se stessi per
r amore , che pure è fama essermi portato da miei citla-
dini , pensarono di far bene questo effetto in palazzo , raa
in tempo che io potea esser solo, o da poche persone ac-
compagnato; nò questo piacendo loro, avean deliberato di
farlo in tempo , che io potessi esser fuori con la signoria ,
non uscend'io mai iu altro modo di palazzo; la qual cosa
benché scoperta, come sapete, minacciano di tormi via del
mondo col veleno. In qu.ul modo piaccia lor d'accorciar
LIDRO VENTOTTESIMO. £0)
quegli anni, che la natura rai può concedere, io non sono
per domandarvi guardia per la mia persona , la quale non
esser)do più che un uomo, un uomo, e non allro mancherà
di voi ogni volta che m'uccidano, che o tardi, o tosto,
bisogna pur che un di venga mino ; se si avesse a cercar
guardia per quella dignità, la quale, con nuovo esempio
nella nostra Rppubblica , dopo tante centinaia d'anni avete
nella mia persona costituito, vostro ne sia il pensiero , pa-
rendomi che chiunque brama di spegner quesla dignità, ha
voglia di serrar qufsta sala del consiglio, perchè, come al-
cun confinato suol dire, mandato una pirte de'cittadini a
uccellare in villa, l'altra vi possa fare al calcio, tanto è
grande, serbando per se soli la noia e il peso d< 1 gover-
nare, la carità che hanno degli agi e de' diletti de' loro cit-
tadini. Ma se voi sperando nelP aiuto di Dio, e confidati
nella vostra prudenza conoscete non aver bisogno che altri
vi governi, e io, per le tante in«idie che si vanno tendendo
ogni giorno alla vita mia , veggo non poter esser lungo
tempo con voi , vi conforto, amatissimi cittadini, a eleggere
in questo grado persona, la quale spogliala da proprj afTet-
(i, ninna cosa abbia avanti a gli occhi, che il pubblico be-
neficio. Ma spesso avviene, che ninno più di questo pub-
blico benefìcio si mostri desideroso di coloro , i quali avendo
solo la mira alla privata grandezza , se ne servono per un
istrumenlo da ricoprire i loro disegni. A ninna tirannide si
delle mai principio, che avesse avuto altro velo o altio co-
lore 0 altro titolo della comune libertà. Però siale desìi,
che sotto le do'ci parole non covino i cattivi fatti , tenete
largo questo stato, che non potete capitar male; non siate
vaghi di novità , che questo sovente è stato rovina della
patria nostra, e di me serbale questa memoria, che se non
ho sapulo 0 potuto, si veramente ho avuto animo di giovar-
vi, ricordandovi , che sono sialo tanto lontano d'usar questa
maggioranza che m'avete dato in pregiudizio d'alcuno, che
piaccia a Iddio, ch'io non ne abbia aggravata la mia co-
scienza; ma forse l'età, lesperienza delle cose mostreranno
a' giovani sediziosi, come s'abbia a vivere in una città li-
bera, essendo licenza sfrenata, e non moiernta libertà
quella , che intendo venir usata da molti per poco onesto
306 dell' ISTOKIE FIORENTINE
cagioni (li giorno e di nolle contro i meno polenti. Iddio
fuelta in cuore a ciascuno a solcare diritto, e queslo sia il
fine del mio ragionamento Commosse ciascuno grandemente
il parlar del gonfaloniere, e, in quanto a gli Otto, ancorché
(li ciò non avess' egli fallo parola, la dimoslrazion che ne
fecero, fu, che Luigi della Stufa senza aspettar il tempo
che il figliuolo dovesse comparire, fu confinato nel vicarialo
di Certaldo per cinque anni , arrogendovi poscia i signori
la pena di ribello , dove egli il confino non osservasse. Ot-
tennesi poi una provvisione per vietare , che paramenti non
s'avessero a fare, rhe-in caso che mancasse alcuno de' su-
premi magistra i , cioè si-;nori, gonfalonieri di compagnie
e dodici buon nomini, o che le borse fussero maculate ,
allora queli che mancassero si potesser rifare con quel nu-
mero di consiglio che fusse in sala. La qual provvisione fu
vinta il 20 dì dell'anno 1511, cosa che tentata in altro tempo
due volte, non si era mai potuta ottenere, mostrando i
cittadini di maggior autorità, che non era necessaria, non
essendo mai por mancare (he non si facessero. Ma la con-
giura ordita conlra il gonfaloniere, e alcun de' compagni,
mostrò, che la cosa sarebbe agevolmente potuta avvenire.
Dopo qne te cose si fece una legge intorno al moderare le
doti , le quali cresciute fuor di modo avean ridollo le cose
in termine , che molte fanciulle si slavano in casa si-nza
andar a marito. Imperocché non si guardava più a nobiltà ,
nò a co. lumi, ne a ninna di quelle cose, che già solevano
esser in pregio, ma come si mercatassero drappi o Inne ,
solo si altendea ai numero de' danari. De' quali chi abbon-
dava benché vile, avr( bbe messo la sua figliuola iu casa di
qualunque gr.in cittadino, ove i bisognosi di essi quantunqu..^
nobili e d'antico legnaggio la facevano male. Fu per que-
slo nel consiglio generale deliberalo , e cosi pubblicato jjer
legge, che ninno cittadino potesse per l'avvenire dar di
dola alla figlinola, che non avesse altra \olta avuto marito,
più che fiorini millesecento di suggello , con pena di fiorini
ottocento d oro a' trasgressori. Fu condotta poi la Vergine
deirimprunela mila città per le grandi piove state l'aprile
e il maggio , dallo quali non si temea minor danno , che già
6i era ricevuto dal freddo granJe stalo ucl ir.c^ic di gennaio,
LIBHO VENTOTTESIMO. 507
il quale molto più die non uvea fatto l'anno 1500, a\ca
grandemente danneggiato il contado. Donaronseie dalla si-
gnoria e da privali , ricchi e belli mantelli da coprire il
tabernacolo , piiliolti e gran quantità di cera. Già era ve-
nuto il tempo, che la tregua che s'avea co' Sanesi , che più
volte era stala ampliata spirava. Onde non si faceva alcun
dubbio, che i Fiorentini rivolesser ]\Iontepulciano. Di che
non solo avea terrore Pandolfo Peirucci , ma il pontefice
Giulio, il quale avendo nel desiderio di \incer Ferrara per-
duto Bologna, mollo dubitava che l'arme de'Franzesi, come
confederati e amici de' Fiorentini , non penetrassero in To-
scana , onde si mellesse in pericolo il paese di Roma. E
già per ordine de' Dieci si vedea che molli uomini d'arme
della Repubblica, che solevano alloggiare in quel di Pisa,
erano passali a'conflni di Siena, e che si tenevano strclle
e calde pratiche con alcuni fuorusciti di quella città. Onde
il ponlefice non mancando secondo 1' ardor suo a' bisogni e
pericoli che sopraslavano , non fu tardo a mandar con genie
d'arme e con cavalleggieri Giovanni Vitelli, e Guido Vaina
a Siena. Ma mostrandoli il Peirucci che questa era una via
molto più facile a far venir le genti franzrsi in Toscana: e
che per fuggire maggiori disordini , il minor male era ii
render Montepulciano a' Fiorentini , al che egli non era
buono islrumento por non rendersi inimico il popolo, indusse
il papa in tempo della signoria di luglio e d' agosto , n^ Ila
quale risedeva de' signori Piero Aldobrandini avolo di Cle-
mente Vllf a farsi mezzano egli di questa restituzione , e
insiememenle a trattar lega tra 1' una Rcpubiilica e l'altra a
difesa degli slati comuni. Nondimeno bisognando proceder
sopra ciò con molla cautela ; acciocché i Montepulcianesi
ciò risapendo non facesscr da loro quello, che i Sanesi iti-
tendeano di fjr eglino ; e così i Fiorentini non avendo di
ciò alcun obbligo con esso loro, stessero nel far la confe-
derazione ne' loro avvantaggi; non prima che a' 3 di settem-
bre, essendo questa pratica incominciata infin da' primi
giorni d'agosto, ebbe l'intera perfezione. Andò a pigliare
il possesso della città Ormanozzo Deli dottor di leggi, avoio
materno di Clemente Vili, il quale si trovava in quel tempo
podestà d'Arezzo, e fuUi conseguala da Iacopo Simonetta
508 DEl-L ISTORIE FIORENTINE
auditore di ruota mandatovi a questo effetto dal papa , sì
come due giorni dopo si ebbe la fortezza dal castellano
tenutovi da' Sanesi. Seguì in un medesimo tempo la lega tra
queste due Repubbliche per venticinque anni ; obbligandosi
i Fiorentini a mantener particolarmente così Pandolfo, come
i suoi figliuoli in stato. Vennero poi a' pie del gonfaloniere
e della signoria dieci ambascialori di Monlepulciano, i quali
benignamente ricevuti impetrarono non solo perdono della
commessa ribellione e di qualunque ingiuria fatta alla città ,
ma ampia e libera confermazione di tutti i loro antichi pri-
vilegi e onori
Ora per lo stabilimento di questi concilj , si è sempre avuto
riguardo di scerre luoghi non solo comodi a tutte le parti
che v' aveano a convenire , ma in guisa sicuri , che a nes-
suno legittimamente (use rimaso campo di rifiutarli. E di-
scorrendosi da cui più gli toccava , qual potesse essere que-
sto luogo, concorre\ano fra gli altri molle qualità nella città
di Pisa. Il poter es>;ere assicurata da' Fiorentini , popolo li-
bero, e il quale in questa causa non avea particolar inte-
resse alcuno fuorché il pubblico. Il silo ove ella è posla
per la vicinila del mare , il che a' prelati franzesi e spa-
gnoli avrebbe recato gran comodità di condurvisi con le
loro famiglie, l'abbandonar sufficientemenle delle cose ne-
cessarie al viver umano; e soprattutto perchè due altre volte
come si è detto , con somma felicità vi si erano sì falli
concilj rngunati. Per la qual cosa il re Lodovico indusse il
gonfaloniere a contentarsi , che il concilio si dovesse cele-
brare in Pisa ; non perchè al Sederini fusse nascosto di che
importanza era la cosa che imprendea a fare , imperocché
non restò da lui di distorre Y animo del re da Pisa ; ma o
perchè slimasse che la cosa non dovesse avere effetto , o
LIBRO VENTOTTESIMO. 309
perchè non ardisse di contrapporsi al re , die instanlemente
glielo chiedeva , o che pure alle cose che hanno a succe-
dere malagevolmente si possa riparare. Se pure il gonfa-
loniere il quale sapea qual fusse l'animo del pontefice \erso
di lui, non volle mostrargli che era in sua possa e arbitrio
di fargli del male. Fu dunque per lo [irimo di di settem-
bre, essendo questa deliberazione tra il re e la signoria
stata molti di tenuta segreta, inlim.ito da parte de' cardi-
nali, i quali aveano negalo d'ubbidire al pontefice , il con-
cilio nella città di Pisa ; e essendo in quel medesimo giorno
compariti nella già detta città un prelato da parte del clero
di Francia, e mandalarj così di Massimiliano, come del re
Lodovico per dar principio a gli alti del concilio , non gli
fu da Piero del Nero , che in queir istesso dì v'era ito ca-
pitano , consentito cos' alcuna , se prima non fu fatto inten-
dere alla signoria, da cui avuto ordine, che senza entro-
mottersi egli in altro, lasciasse a i già delti ministri ese-
guire i loro uffici , fu da essi dalo principio così alla messa
dello Spirito Santo, come all'altre cerimonie, le quali nel-
l'incominciamento de'concilj sono dalla chiesa costumate di
fare Ma in un medesimo tempo sorsero di molti disordini,
siccome nelle cose avviene; le quali non sono indirizzale
con quella prudenza e costanza, che in faccende di tanto
momento si conveniva. Imperocché conoscendosi tuttavia
l'errore che si era fatto, in pei mettere questo concilio, se
bene fu permesso a quegli ministri , che i loro ufiicj eser-
citassero, fu prestato loro lanlo poco favore nel resto, che
certa cosa è, tosto che i preti del Duomo s" avvidero la
messa e le preci farsi per conto del concilio , essersi in-
contanente partiti di chiesa, non allrimenli che se fusser
presenti a maledizioni e bestemmie Facendo similmente i
cardinali inslanza per la sicurtà del concilio , che fusse lor
lecito da potervi venire con trecento lance franzesi. non
era loro in modo alcuno acconsentito da' Fiorentini E dal-
l'altro canto avendo il papa mandalo un audiiore di ruota
in Firenze , perchè non permettessero , che in Pisa il dia-
bolico conciliabulo , come egli era usato chiamarlo, si ra-
gimasse; imperocché aveva ancor egli nell'ultimo giorno di
luglio , come a tutto il mondo era manifesto , 1' universale
olO deli' istorie fiorentine
e sagro concilio per lo primo giorno di maggio del seguente
anno nella chiesa li san Giovanni Laterano in Roma pub-
blicato, non potè cos' alcuna conseguire, non ostante, che
alle preghiere avesse aggiunto minacce orribili e spaven-
tose. Da questo nasceva, che coloro, i quali non amavano la
grandezza del gonfaloniere dicevano , se alcun pericolo so-
praslava alla Repubblica, (uUociù procedere dall'esser egli
col cardinale suo fratello di divozione franzesc. Onde in-
cominciava a tornare a molti l'amore verso la casa de'Me-
.dici , e insiemrmi^nle il desiderio del ritorno loro alla pa-
tria, avendo massimamente la destrezza e um.inilà del car-
dinal Giovanni e di Giuliano grandemente mitigato l'odio
contro la famiglia, concitato dalla ferocità e alterigia di Piero
lor fratello. Le quali cose non essendo nascoste al ponte-
fice, e non veggendo i Fiorentini piegare né per conforti,
né per minacce , rimosse prima con gravissimo sdegno il
prelato che ei teneva in Firenze, il quale partitosi a'22 di
settembre, giunto che fu a Siena, mandò all'arcivescovo che
pubblicasse la città e subborghi di Firenze esser interdetti,
acciò che riconoscendo i Fiorentini questa discordia dal
gonfaloniere , più fieramente contro segli commovessero.
Ma egli, benché il consiglio chiamato degli ottanta non si
fusse ragunalo , fece col consiglio d' alcuni dottori ordinare
a sei conventi de' frali mendicanti, che, non ostante qualun-
que comandamento in contrario come ingiusto , dovessero
celebrare i divini ufficj , altrimenti sgombrassero dal do-
minio fiorentino , appallando intanto dell'interdetto al con-
cilio universale. E nondimeno fece dalia signoria, e da'Dieci
scrivere a quei prelati che in Pisa erano venuti, che infiho
alla venuta de' cardinali . che di corto vi s'aspettavano, ad
altro atto non procedessero; come fusse specie di riconci-
liazione il non ferir a man piena gli uomini grandi , i quali
non che somiglianti offese, ma le mediocri, o tepide adu-
lazioni e servigi offendono gravemente. A queste contrarie
azioni infra di loro se n'aggiunse un'altra, benché neces-
saria, che indirizzandosi tuttavia i cardinali alla volta di
Pisa seguitati dalle trecento lance, avvisando d cardinal
Sanmalò, col cui consiglio e autorità i Franzesi si gover-
navano, che quando egli vi fusse arrivalo, i Fiorentini fa-
LIBRO VENTOTTESIMO. 51 f
cendo della nccessilà virlù, non ardirebbono, e pcrawtn-
liira non polrcbbon mandarle fuori. Fu la signoria coslrclla
mandare il primo d'oUobre al cardinale già detto, il quale
attendeva a dar buono parole . che le lance non verrebbo-
no, Francesco Vettori, penhè gli protestasse a viso aperto,
che non pensasse in modo ahiiiio d'entrare nel lor dominio
con le genti che gli erano stale proibite , imperocché, senza
aver altro riguardo, si sarebbe proceduto contra di loro ,
come contra i nimici della lor Repubblica. Convenne, cfie
l'orgoglio franzese cedesse alla fiorentina deliberazione,
permetlendoglisi nondimeno per riputazione del concilio e
de' cardinali centocinquanta arcieri con le persone di Ciat-
tiglione , e d" Odetto di Fois signore di Lotrech , che da
principio era stato disegnato capitano delle trecento lance
per la guardia d' esso concilio. Aia queste cose benché
ammollissero dopo alquanto l'animo del papa, non erano a
tempo, non essendo anche inlese da lui, il quale essendosi
l'alto mezzano della restituzione di Montepulciano per tenere
i Franzesi discosto , era fuor di modo inacerbito per lo ru-
more sparso, che essi verrebbero armati in Pisa, non veg-
gendo ancora che ne a' Fiorentini era questo per piacere-
Onde non volendo trovarsi sprovveduto per lulli i casi che
potessero avvenire , non meno per la congregazione del
concilio , che per la fama delP armi già dette , avendo più
giorni differito di dar conclusione ad alcune pratiche di pace
col re di Francia , si ristrinse in lega col re callolico e
co' Veneziani. La qual fu pubblicata la prima domt nica del
mese d'ottobre in Roma in santa Mnria del Popolo con
grandissima celebrità , essendovi presenti non che lutto
il collegio de' cardinali e gli ambasciadori de' confederati ,
ma il pontefice islesso. Ne' capitoli della qual lega conte-
nendosi principalmente la conservazione dell'unione della
chiesa, e 1' abbattimento del soprastante scisma del pisano
concilio, e de" suoi difensori, venia per conseguente a con-
tencrvisi l'aver a procurare, che il dominio fiorentino, da
cui il detto concilio era favorito, a sanità si riducesse; il
che per miglior via e più pronta e agevole non parca che
si potesse condurre ad effetto, che col rimuovere da quel
governo Piero Sederini, e introdurvi la casa de' Medici.
512 dell'istorie fiouentine
Della quale essendo capo il cardinale Giovanni , non si facia
dubbio niuno, Ira per esser egli cardinale, e dalla parie del
papa, e per così alto e segnalato benelìcio che da lui rile-
verebbe , che fusse per seguir sempre per l'avvenire in ogni
lortuna T autorità del pontefice; il quale per l'ardente desi-
derio che avea di cacciare i Franzesi d'Italia, conosceva
ottimamente di quanta importanza era, che quel domìnio si
rogolasse secondo il voler suo e de' confederati- Intorbidan-
dosi in tal modo tuttavia maggiormente le cose , e senten-
dosi che il pontefice voleva far capo delle sue genti in Ro-
magna, dove avea mandalo il legalo, si fecero in Firenze
diverse provvisioni. Imperocché si cavarono molli de' citta-
dini non che di Pisa, ma d'Arezzo, di Cortona e del
Borgo scconi'o 1' antico costume tenuto dalla citlà in simili
go^pelti. Mandaronsi per guardia della ciità di Pisa secento
soldati di Lunigiana , olire trecento che n' erano in cittadel-
la , e quasi tutta la gente d'arme fu alloggiala tra Cascina ,
Vico, Lari e Ponte di Sacco. Nel Valdarno disopra furono
mandati commessarj per star desti e solleciti , se il papa ,
come minacciava, avesse volalo tentar alcuna cosa per la via
di Perugia. Ma bisognando per i soprastanti pericoli pensar
soprattutto al provvedimento de' danari, occorreva fra gli
altri disegni di trarne una parte dal clero. Nella qual opi-
nione concorrendo vivamente il gonfaloniere, come quelli a
cui era manifesto la guerra non tanto muoversi contro la
patria, quanto contro la persona propria, non gli fu fati-
coso, per l'autorità che egli avea, dì vincere il parlilo nel
consiglio de' richiesti. Ma facendo di mestieri che quel fusse
approvalo dal consi;z,lio universale , si polè chiaramente ve-
dere quanto malvolentieri il popolo vi si volgeva; perciocché
proposto il partilo in due giorni , non prima che nella sesta
volta si ottenne , e quello molto regolato e ristretto. Onde
mi son fatto talor maraviglia, che alcuno autore di molla
gravità abbia lascialo scritto, non essere slato al gonfalo
iiiere dilTìcile, dopo che egli parlò al popolo, confortan iolo
a vincer la legge , a tirarlo alla sua volontà. Anzi vinti che
furono a' 16 d'ottobre gli olio cittadini che dovean por l'ac-
cano a' preti e a gli altri religiosi, de'qoali quatlro rifiula-
roi.o , non si potelter insino a' 23 vincer mai gli allri. si era
LIBRO VENTOTTESIMO. 313
sirella la pratica di coloro , i quali per varj rispclli nou
volendo a ciò concorrere , contraslavano con le fave bian-
che che ninno vincesse. Perciocché alcuni erano spaventali
dal timore della religione. Ad altri come poco amici del
gonfaloniere non aggradiva cos' alcuna che a lui piacesse.
Ma non era anche piccolo il numero di coloro, a' quali, più
che il pubblico, il privato interesse dava noia ; essendo po-
che delle famiglie nobili , the non avessero il prete ricco
dc'beneflcj in casa. Furono finalmente gli otto cittadini che
restarono a porre l'accatto a' beni ecclesiastici, Baldassarre
Carducci dottore di leggi, Antonio Carnesecchi , Niccolò del
Vivaio, Zanobi Borghini, Giovanni Popoleschi, Bartolo Zali,
Guglielmo Angiolini e Barlolommco Beniiilcndi, de' quali i due
ultimi furono dell orbine degli artefici. Infiammò maravigliosa-
nieiile il Pontefice questa provsisione fatta in Firenze, e avreb-
be, senza mettere indugio in mezzo, volle le sue forze e dei
confederati facilmente centra i Fiorentini , se molte ragioni
non avessero persuaso a doversi prima cominciare da'Fran-
zesi come dal capo prinripale ; onde s'empiè la Lombardia
d'orribili e sanguinose battaglie, e più che mai fu quella
bella e nobil parte d'Italia con alcun' altra provincia afllitta
sc.imbievolmcnle ora dall'arma de' Franzesi , e or de' confe-
derali. Pure S'nlendo che i cardinali di corto s' aspettavano
in Pisa per dar principio al concilio , non volle perder tempo
in un concistoro, ove intervennero diciassette cardinali, a
dichiararli scomunicati ; la qual cosa fu cagione, che arrivali
i cardinali scismatici a Pisa il penultimo giorno d'ottobre,
e volendo il di d' Ognissanti celebrar la messa dello Spirilo
Sanlo , e dar princi,jio all'altre cerimonie nel Duomo, es-
sendo appresso di loro per intrattenerli il Bosso Bidolfi , e
Antonio Portinari commessarj a ciò eletti dalla Bepubblica,
non solo non furono dal clero, e dalla frequenza del popolo
accompagnali e favoriti, ma fur chiuse loro arditamente le
porle del tempio in sul viso , attribuendosi gran parie di
questa dimostrazione a N. . . . Capponi , il quale arrivalo
la notte precedente a Pisa, si credeva aver quest'ordine dal
pontefice. Onde fu necessario , che si riducessero a far que-
ste cose nella chiesa di S. Michele , ma con sì gran querele
e presso che minacce dc'cardinali, che farcbbono ogni cosa
Amm. Vol. V. 23
sii dell'istorie fiorentine
intendere al re di Francia; e dell' istesso Odetto di Fois ,
il quale avea ancor titolo di luogotenente del re, massima-
mente che né Piero del Nero capitano, ne Lionardo Strozzi
podestà erano iti ad incontrarli, come con persone di tanta
qualità si costuma , (he si pott-a molto ben comprendere
aversi tiralo addosso l' inimicizia del papa , scnz' aver fatto
servigio alcuno al re. Venne contuttociò ordine de' Dieci
che sebbene il clero , nò il popolo s' aveva a sforzare ad
intervenire alle cerimonie di così fatto concilio , non si do-
vea però a' cardinali proibire nò le chiese, né le vesti, ne
i vasi del sacrificio Onde a' cinque del mese fu celebrala
la prima sessione nel Duomo , ma senza far serrar le bot-
teghe , ne intervenirvi i magistrati; il che da' cardinali era
stato ardentemente riihiesto. Cantò la messa e predicò il
cardinale di Santa Croce, uomo, olire la chiarezza del sangue,
mollo illustre per aver aggiunto alla dottrina apparenza di
buon costumi. La cui ottima fama macchiò in gran parte il
credersi , che per esser egli entralo in speranza , quando
fusse rimosso Giulio , di poter esser creato pontefice, fusse
stalo principal cagione e autore di sì gran movimento. Due
giorni dopo si fece la seconda sessione , e celebrò il car-
dinale di Sanmalò , lasciando il carico di sermoneggiare ad
un certo abate Zaccaria , che era slato de' primi ministri
mandati a Pisa , persona dotta e discreta , siccome al car-
dinale si dava carico di superbo e di temerario. Furono poi
pubblicale alcune coslituzioni , sopra le quali s' aveva a de-
liberare . risgnardanti a'privilegj di coloro che intervenivano
nel concilio. Crearonsi cursori , ricevitori di voti , auditori
di cause, citatori di contumaci; e doliberossi per T impronta
del suggello del concilio una colomba con parole atlortio
Ialine, le quali esprimessero il sacrosanto concilio pisano.
Dietro le quali cose si cantò V inno solito a cantarsi negli
accidenti felici , contenente le lodi di Dìo. Diedesi soprat-
tutto ordine di celebrare ivi a otto dì la terza sessione , ma
non con animo di fermarsi a Pisa , essendo i cardinali gran-
demente travagliali in trovar luogo, dove citandovi il papa,
non potesse legillimamenle esser da lui rifiutato. Correva
ancor fama, che sentendosi Santa Croce mal soddisfatto dei
cervelli de' suoi colleghi , si pentiva d' aver messo mano
LIBRO VENTOTTESiaO. 515
ad impresa sì grande; onde eglino aveano incomincialo a
prender sospetto di lui, e quasi che caulami-ntc il guar-
davano perchè non si partisse. Dolevansi , che i Fioren-
tini non facessero instanza che il popolo gli credesse , e
che non mandassero qualche lor dottore o prelato dotto ,
il quale trovando la causa loro esser vera , si volgessero
a seguirla non solo con io spirilo , ma con 1' arme tempo-
rali, cercando per ogni via di far quella causa comune
con la Repubblica. A' Fiorentini dall'altro canto, e a' ma-
gistrali speoialmente che erano in Pisa non dava piccola
ansietà d'animo il vedersi meglio che seicento cavalli fore-
stieri in quella città, e aspeltarvene di corto più di trecento
altri, la maggior parie armati, non che d'arme ordinarie,
ma da guerra ; benché i Dieci v' avesser mandalo Niccolò
Machiavelli con ampie commissioni di metter tante genti in
Pisa, che in qualunque numero de'foreslieri non se n'avesse
a temere. Simiimcnie ancorché s'ingegnassero di tenerli ben
provveduti e doviziosamente delie grasce necessarie forniti,
l'udire ogni giorno mille rammarichi, e, quel che è peggio,
molti alti pieni d'arroganza e di temerità delle famiglie cosi
de' vescovi, come de' cardinali, era un impaccio e una noia
fuor di modo intollerabile Ma diversi accidenti quasi in un
tempo succeduti, affrettando il partir di Pisa, liberarono
l'una parte e l'altra da queste molestie. Imperocché il giorno
che segui alla seconda sessione per una differenza nata tra
due soldali di ciltadella , e alcuni Francesi per conto d'una
meretrice, ebbe a pie del ponlevecchio a farsi una gran mi-
schia, concorrendo ciascuna delle parti prontamente con
l'arme in difesa degli amici e compagni loro. Faceva oltre
a ciò il cardinale d' Albret un grande scalpore, minacciando
di vendicarsene contra il primo fiorentino ch'egli incontrava,
perocché avendo un suo famigliare mercalato per lui da uno
da Pontedisacco due Fahoni , gli erano, con molto poco ri-
spetto, stati incantali e tolli da Giovanni Borromei , il quale
dicendo avergli incontanente mandali al marchese di Man-
tova , avea mozzo a Piero del Nero ogni opportunilà da
prestarvi rimedio. Ma la zuffa seguila il giorno seguente Ira
il ponlevecchio e S. Michele pur per conio di femmine in-
fra uno Spagnuolo , e un provvigionato della Repubblica
516 dell'istorie FIORENTINE
sbigoUì grandemente i cardinali , che erano in queir ora in
S. Michele ragunali. Imperocché i ballaglioni , i quali erano
alla guardia del ponlevecchio, reggendo innanzi a'ioro occhi
oltraggiare il provvigionato , si misero al uni di loro a di-
fenderlo, quando avvcggendosi di ciò certi Spagnuoli e Fran-
cesi di su le scalee di S. Michele, \ennero con grand' im-
peto ad investirgli, li caso del giorno passato avca mosso
in gelos'a ciascuna delle parti , onde non rimase pur uno di
quelli che portavano arme , che non entrasse con grande ar-
dore in mezzo della zuffa, ingrossando lutla\ia per lo spa-
zio d' un' ora con tanta furia, che se i capitani principali non
si mettevano a dividerli , e non fiisse ito b.indo da jiarle
de' magistrali , che sotto la pena delle forche ciascuno si ri-
ducesse a' suoi ordini, sarebbe agevolmente seguila quel dì
una grande uccisione. Furonvene nondimeno feriti molti
dall'una parte e dall' altra, tra' quali Chiatiiglion?, benché
leggiermente, in una coscia, e mortogli un servidore alalo,
con due soldati de' Fiorentini. Per la qual cosa la terza ses-
sione , che si dovea celebrare a' quindici, si celebrò a"dodici,
nella quale trtisporlarono il concilio a Milano, ove la prima
sessione avesse a celebrarsi il dì di S. Lucia. Ma per rima-
ner ben disposti con la Repubb ica , e non mostrar che re-
stassero offesi delle cose succedute, furono da tutto il con-
cilio mandali a ventidue ore a chiamare i magistrali nel
duomo; ove il cardinale di S. Croce, a cui questo carico
era slato commesso , con parole piene di molta gravità rin-
graziò i signori Fiorentini del cortese modo d'averli intrat-
tenuti, soggiugnendo la subita lor partita essere proceduta
(la buone cagioni, e che di tutto ciò arebbono dato conto
jiarticolare al re cristianissimo. Diceva appresso come d'u-
niversale consentimento s'era deliberMto di mandare amba-
seiadore al pontefice umilmente supplicandolo a rimaner con-
tento di riformar la chiesa di Dio; e clic eglino, in quanto
.-lUc persone loro, si sottometterebbono volentieri e pronta-
mente a qualunque pericolo por veder la quiete e unione di
S. Chiesa- In privato domandarono d'esser accompagnati per
Jor sicurtà d'alcun numero di cavalleggieri; eche il Ridolfi,
e il Portinari commessarj fussero con esso loro infmo a Mi-
lano. Fu risposto alle cerimonie convenientemente da'raagi-
LlBnO VENTOTTESIMO. 517
slrali de' Pisani -, e i Dicci pirmiscro che infno a Lucca
ftisscro accompagnati come aveano chieslo ; ma non già
de' commessarj itilìnu a Milano, non ^cggen(lo con che lor
dignità, e che giovamento pole?>sero a' cardinali recar gli
uomini della Uepubblica ove la lor giuridizione e forze non
si stendevano. Cosi con grandissimo piacer de' F;orenl:ni ,
del popolo pi ano e del concilio islesso si partii ono tulli
il giorno sefiueiite , fuorché Albrel , il qual partì 1' altro
giorno. Talché a' 15 di novembre non era in Pi^a restii»
pur orma di quel concilio. Dato fine nel modo che si è
detto a questo impaccio , ne rimaneva un maggiore : per-
ciocché as.'alilo il re di Francia dal papa e da' confederali ,
domandava a' Forenlini con inslanza granile, non jolo quello
che per palli della lega gli erano obbligati , ma aioli tali ,
che la corona di Francia avesse elernamen'.e a riconoscere
la conservazione delle cose che aveva in Italia dal popolo
fiorentino. Intorno la qual richiesta diverse eran le dispulo
che se ne face ano nella città, non parendo alla maggior
parte, che con nuova ingiuria s'avesse a offendere l'animo
del papa e de" confederati , in servigio massimamente d' un
r» , a cui erano stali cosi retti p.Tgar somma notabile di de-
nari, solo perchè non li molestasse intorno la ricuperazione
di Pisa. Altri , e tra questi ardente si dimo.-lrava il gonfa-
loniere, non islimavano che in guerra co^ì importante , la
quale se n'aveva a portar l'inlera vittoria, o perdila dell'una
delle parti, si dovesse stare in su questa lepidezza, per-
ciocché con la vittoria de' confederali non perdcrebbon meno
di quel che farebbono aiutando i Francesi gagliardamente ,
poiché in ogni modo facenno contro a' confederati , e vin-
cendo il re di Francia, sarebbe così amara la memoria di
non averli porlo aiuti convenevoli a tanto bisogno, che sa-
rebbono venduti e taglieggiati crudelissimamente da lui, non
meno che se i nimici fossero restati superiori. Vinse in ogni
modo la sentenza contraria di non entrar in nuove brighe;
perchè non dovea a chi che sia parer poco, nò ingiusto
l'osservar le promesse, essendo gli animi di molti trava-
gliali, non meno per trovarsi la città interdetta, comecché
alcuna volta fusse stalo l' interdetto sospeso, che per alcuni
segni del cielo; i quali più che in altro tempo aveano ma-
SIS dell'istorie fiorentiive
ravigliosarncnle sbigoUilo ciascuno , parendo che Iddio mi-
nacciasse non meno le cose sacre , che le profane ; percioc-
ché di due saelle cadute , 1' una avea percosso la cupola, e
in quella rollo alcuni marmi , e fallo alquanto di apertura ;
l'altra data nel campanile del palazzo avea fallo meravigliosi
effetti-, perchè penetrala per diversi luoghi, infin nella can-
celleria delle riformagioni , avea quivi apcrla una cassa, e
tratlorie le borse ove era il consiglio degli LXXX. Quindi
uscita fuori avea graffiato certi gigli d'oro sopra la porla
del palagio, rolla la base che sosteneva il Davit di bronzo
di Donatrllo , che stava nel mezzo della corte, e della so-
glia della porla principale tolto via una pietra, come con
maestrevole e diligente artifìcio ciò fus.'e fatto. Allendendo
dunque più a mitigare , che a dar cagione di nuovi sdegni,
fu mandalo Francesco Guicciardini, colui che scrisse listo
ria, al re d'Aragona por giustificar le cose della città , ma
con commessioni tanto rislrelle , che poco ad altro giovarono,
che ad inacerbir l'animo del re di Francia, il quale, se-
condo la natura de' principi grandi, già si lenea otTeso por
non aver conseguilo interamente quel che chicdea. Già era
entrato l'anno 1512 famoso per diversi accidenti al pari di
qualunque altro in Italia; perciocché in questo succedellero
saccheggiamenli di città, battaglie sanguinose, mutazioni di
sia i e con cose lagrimevoli e amare <ii quelli che furono
fortunali e felici", perocché in questo furono i Francesi cac-
ciati dal possesso della Lombardia, in questo, ripigliandola
sede apostolica la sua aulica maestà, divenne quasi signora
di tutta la Romagna, e in questo si delle quella forma e
regola dello stabilimento delle cose che ancor dura Ma fra
tutte l'altre provincie d" Italia, memorabile senza alcun fallo
fu quest'anno in Toscana, si per lo sacco di Prato e cac-
ciata del gonfaloniere Sederini di Firenze, a cui puoi arro-
gere la morte del Petrucci in Siena, come per lo ritorno
de' figliuoli e nipoti di Lorenzo de'Mcdici alla patria, sotto
il governo e reggimento della qual famiglia , bi nchè d'altro
ramo, ancor si riposa. Durava adunque per aprir più agc-
volmenle la strada alle future tempeste, ancor l' interdetto
in Firenze ; conciossiacosaché avendolo il papa sospeso
verso il fine del preccdcnle anno, purché si levasse l'im-
LIBRO VENTOTTESIMO. 519
posizione a" preti , non se n'era fallo esecuzione alcuna;
perchè quegli clic prima 1' avcan dissuaso, vejisicndo che il
gonfaloniere a' conforti del cardinale suo fratello, che era
slato chiamalo a Roma dal papa , non se ne mostrava più
caldo a farlo riscuotere come prima, incominciavario a de-
siderarlo , e biasimavano il gonfaloniere che per privati co-
modi si lasciasse svolgere dalla prima opinione. Anzi 1' at-
tribuivano a colpa gratidissima ; che non si esFcndo potuto
vincere nel gran consiglio , che il prolungare o annullare
la già delta imposizione si rimettesse al consiglio degli LXXX,
egli impedisse lullavia che si riscuotesse. Aiutavano a man-
tener questi dispareri nella citlà le diverse novelle, ora
prospere e ora avverse, così de' Francesi loro confederati,
come dell'esercito de' confederali nimici ; perciocché dopo
due avvisi poco lieti, di Bologna a'28 di gennaio incomin-
ciata a battere dalla lega ecclesiastica, e di Brescia a" 2 di
fibbraio ribelllasi da' Francesi, n'erano in pochissimi giorni
sopraggiunli due prosprrissimi, Gastone di Fois luogotenente
del re di Francia in Italia, a' 6 di febbraio entralo in Bolo-
gna averla gagliardamente munita , e quindi partito aver per
cammino a' 1S rollo Giovanni Paolo Baglione governatore
de' Veneziani alla torre del Magnanino , e a' 19 ripreso Bre-
scia , e quella per lettere di Pier Filippo Pandolfìni aniba-
sciadcr della Bepubblica appo i Francesi , benché non senza
dolore esser crudelmente , e con morto di più di seimila
persone, stala saccheggiata , con tanta gloria del capitano
Fois e de' Francesi, che parca che ninna cosa dovesse più
resistere alla loro virtù e al loro impelo in Italia. Non per-
ciò si lasciava di procurar d' acquetare il pnpa per la cosa
dell interdetto, scrivendo massimamente Antonio Slrozzi, il
quale era ambasciadore a Boma , che se la imposizione s(V-
pra i beni ecclesiastici si riscuotesse , farebbe il pontefice
por le mani addosso a tutti i mercatanti Fiorentini, che
erano in su i suoi tenilorj. Erasi per questo rispetto con-
chiuso , che i preti pagasser solamente le spese fatte , e i
salarj degli uficiali , e che del rimanente non fusscro mole-
stali , ma perseverando il pontefice costantissimo a non vo-
ler che si pagasse cosa alcuna, fu la signoria, cnìrata a marzo,
costretta ordinare a gli uficiali che non riscuotessero ; an-
.';20 nr.i.i.' isroniR fiorentine
Cora che ella non polesse annullar quello , ohe per lo gr.m
consiglio era stalo deliberalo. In questo guisa fu poi per
opera di Giovanni Gozzadini bolognese e therico di cp.meia
lollo via r interdetto, desiderando il pontefice , ove poteva
farlo senza offender la maestà della sede apostolica, non
inasprir in modo i Fiorentini, che, disperati di aver pace
alcuna con lui , si dessero del lutto in preda al re di Fran-
cia ; f er la qiial cagione avea egli del mese d'aprile man-
dato sotto nome di Nunzio il già dello Gozzadini a Firenze.
Ne era slimata punto vana questa diligenza in quel lempo ;
perciocché slan.!o le cose d' Ilalia, per l'armi commosse da
si gran principi in bilico , si sapea quanto tracollo poleano
dare alla bilancia i Fiorentini, ogni volta che o co' loro de-
nari, o con straordinarie forzo si fusser volti a voler favo-
rire il re di Francia. 11 quale dom.mdando alla Repubblica
che volesse prolungnr la lega che avea seco, la qna'e fra
poco tompo era per terminare, non ne traeva recisa con-
clusione, volendo i Fiorentini servirsi del beneficio dcllcm-
po , e veder ove le cose erano per riuscire ; quando stondo
il gonfiìloniore insieme con la signoria il lunedi della pasqua
di resurrezione alla messa in S. Maria del Fiore, giunse in
su le qiiallordifi ore un corriere: il qiial portava, come, ve-
nuti alle mani l'esercito francese, e quel delia lega sotto
Ravenna il di precedente alle dodici ore, quel deUa lega
ora stato rollo con morlaiilà grandissima d'uomini. Pcnossi
quattro d'i ad aver il secondo avviso dall' ambasciador della
Repubblica; il che avea dato grandissima noia e ammirazione
a tutta la città, per lo quale più distintamente s'intese l'or-
dine delia battaglia e ogni particolare successo, ma (he il
danno della morie di Fi'i«, capitano frenerale de' Francesi,
avea pareggiato l'ulil della vittoria. Eronsi nondimeno alla
fama e potenza dell' esercito vincitore rondute quasi tulle
Je città principali della Romagna. Le quali ricevute dal car-
dinale Sansevcrino legalo del concilio pisano, in tempo che
Giovanni de' Medici legato del pontefice fatto prigion nella
rotta si trovava in man de" Francesi, parca che rappresen-
tassero la rovina dello stato della chiesa, massimamente che,
oltre gli altri moli e le genti morte nella giornata, coloro
che si diedero a fuggire, furono per tulio malmenati da'pae-
r.mr.o ventottesimo. 52!
sani, e già per molli rispelli era il nome dc'Francesi lie-
mendo in Italia. Onde parca che lo slato de' Fiorentini ve-
nisse per mollo lempo ad assicurarsi, dipendendo esso, e
per le fresche conNcnzioni, e per l'antica inclinazione dalla
fortuna di Francia , avendo il gonfaloniere di cinquecenlo
uomini d'arme che lenea la Repubblica mandatine trecenlo
al servigio de' Francesi. Conliillociò non permisero che nel
lor dominio crudeltà o villan'ia alcuna si facesse contra co-
loro, che dalla giornata fuggendo per quindi passassero. E
essendo proposto da alcuni cardinali al papa da tanti peri-
coli circondato, che si dovessero richiedere i Fiorenlii i per
entrar di mezzo a tratlar la pace ira la lega e il re, non se
ne rrosiraron lontani , anzi riceverono con molta allegrezza
il presidente di Granopoli mandato dal re per questo cffelto
medesimo , inclinato ancor egli alla pace , non meno per
l'antica e naturale religione di quella corona verso la chiesa
di Dio, che p< r trovarsi il suo esercito dopo la villoria in
molti disordini trascorso. Ma incominciando nell'animo del
papa a mancar 'a paura, a cui Giulio dc'Medici mandato
dal legato avea fatto intendere il danno di chi avea perduto
non essere di gran lunga sialo maggiore di coloro, che
aveano vinto, e andando vcramenle le cose dc'Francesi
ofni giorno in maggior confusione ; incominciarono maravi-
gliosamente a mutar faccia , da che si potè manifestnmentc
\edere, di quanta caligine sieno cinli gli avvenimenti do'mor-
tali, non potendo capir nell'animo d'alcuno, che onde il
pontefice avea a cader nel profondo delle miserie, indi ri-
sorgesse nel colino della gloria e felicità su-ii Avendo dun-
que dato il terzo giorno di maggio principio al concilio la-
lerancnse, che come addietro si disse, già era sialo inli-
malo, essendo il cardinale de' Medici, benché prigione, da
medesimi vincitori come vero legalo per conto dell'indul-
genze riconosciuto, venule novelle, come gli Svizzeri ca-
lando giù dalli! montagne venivano a porgergli gagliardo
soccorso , e per questo incominciando a tornare senz'alcuno
contrasto alla sua ubbidienza le terre perdute della Roma-
gna, e già l'esercilo rimessosi in ordine inviarsi verso Mi-
lano per cacciare i Francesi d'Italia, si tornava per conse-
guente in Firenze a temere, non dall'animo adiralo del
322 dell'istorie fiorentine
ponleflce qualche gran danno si ricevesse : sapendo che egli
come ricorJevole dell' ingiurie , e fermo ne' suoi proponi-
menti, non era per lasciar andar senza gasligo chi l'aveva
offeso. Né fu tutto il mese di giugno finito, che con mera-
vigliosa mutazione di fortuna, i Francesi poco dinanzi orri-
bili e spaventosi a tuila Italia, furono con lode incredibile
del pontefice Giulio d' Ilalia cacciati. Essendo per ciò al
gonfaloniere riferito, che s'avesse cura; perciocché oltre i
nimici di fuori, era in Firenze chi contra la sua vita veg-
ghiava , non andò secondo l'antico costume della città la
mattina della festività di S. Giovanni a far T offerta co'signori
e capitani di parte, né ritenne gli ambasciadori de' principi
a desinar seco , ma quasi presago della futura sventura , se
ne stelle in camera privatamente, non sapendo con magna-
nimo partito trovar rip;;ro a' soprastanti pericoli. Già tuttavia
sopraggiugncvano novelle, che sbigottivano l'animo del gon-
faloniere. Il cardinal de' Medici nella partita de' Francesi di
Milano tolto loro, essersi ridotto in luogo sicuro-, delle Irc-
ccno le dugcnto lance de' Fiorentini essere slate svaligiale
da' Veneziani , e per colmar ogni cosa, venne ordine dal
pontefice, che della cacciala fatta da' Francesi d" Italia se ne
dovessero in Firenze far processioni, e render lodi alla di-
vina maestà. Ma tenuto di ciò pratica fu consigliato , che
senza opporsi lasci.issero all'arcivescovo, a cui l'ordine ve-
niva indiritlo, eseguir il comandamento del papa. Nondimeno
non fu dal canto del pubblico fatto segno alcuno d'allegrez-
za , non andatovi persona vivente, altro che i cherici. non
compagnia pur di fanciulli , non magistrato di qualunque
sorte, non lascialo sonar le campane di palazzo, né cosa
alcuna allra di qijel!e permesso, che in simile celebrila si
costumano. Ultimamente giunsero lettere dell'ambasciadorc
che dimorava in Roma, per le quali recilale nel consiglio
degli LXXX il decimo giorno di luglio si facea intendere ;
come egli chiamato dal papa , aveva avuto in commessione
di scrivere a Firenze , che si facesse opera , che il gonfa-
loniere Sodi'rini al suo uficio rinunciasse, allrimcnle che egli
procederebbe contra di loro con 1' arme non meno spirituali,
che temporali, e che non l' ubbcdendo , tardi s'avvedreb-
bono dell' crror loro. E nel medesimo tempo s'intese, come
i
LIBKO VENTOTTESIMO. 523
Lorenzo Pucci datario del pontefice ne veniva alla città man-
dato dal papa in posta , ma spedilo con tanta segretezza in
Roma, che tenuto occulto all'ambasciadore della Repubblica,
se n'ebbe avviso da private persone, che per vie indirette
alla lor notizia era pervenuto. Furongli mandali otto cittadini
incontro a riceverlo , e egli nella presenza de' signori , e
dcDieci e d' altri cittadini condotto a udienza aperta espose
l'ambasciala del papa, la quale insomma conteneva, che
avendo sua Beatitudine fatta una santa e ulil lega per la
quiele e riposo d'Italia con l'impcradorc, col re d'Inghil-
terra, C(:I re di Napoli e con altri principi, confortava il po-
polo fiorentino ad entrar ancor esso in detta lega , persua-
dendoli a non esser più contumaci a' ricordi paterni di esso
pontefice ; il quale non avendo mai tralasciato uficio alcuno
per ridurre a sanità i Fiorentini , gli avea sempre trovati
duri e ostinali a' suoi giusti desiderj.Onde sarebbe alla fine
slato costretto venir ad alti , i quali quando egli avesse vo-
luto, non fusse stalo più in suo arbiirio di rivocare. Rispose
a questa ultima parte il gonfalonier Sodcrini, ampian,enle, e
riandate le cose passate, mostrò come da' Fiorentini non era
mai restato di essere e di mostrarsi umili e ubbidienti fi-
gliuoli verso la sede apostolica , ma che se sua santità in-
tendeva procurar il bene e utile della Repubblica, con pro-
cacciar la restituzione de' suoi fuoruscili e ribelli ; questo
si rimetteva al giudicio di coloro , che intendevano ben le
cose del mondo, non essendo altro il tentar ciò, che il cer-
car d'opprimere la pubblica libertà: Ma che in quanto la
lega, la Repubblica, secondo il suo solilo costume, ne trat-
terebbe co' suoi citladini , e se gli farebbe intendere quello
che fusse il piacere del popolo quanto prima. Avendo i Dieci
in tre dì continui di ciò consultato con sei cittadini per
quartiere, commisero la cura del rispondere ad Ormanno/zo
Deli dottor di leggi uno dc'Dieci , a Giovanni Battista Ri-
dolfi , a Pier Guicciardini e a Lorenzo Morelli. Ma non si
venendo a recisa conclusione della lega, stimando i Fioren-
tini esser proposte queste cose per spicrarli da'Francesi, e
per poter poscia più agevolmente al desiderio de' collegati
condurli, benché offerissero pagar loro qualche somma di
moneta , restarono le cose nullo stato di prima. Sicchò da
o2l dell'istorie FIOnENTlNE
chi giudicava senza passione non si faceva dubbio , che le
cose avessero a turbarsi, e per questo si procuravano de're-
medj, ma con tanta lentezza e sospcnsicn d'animo, che of-
ferendo il vescovo Gurgense ambascijidore dell' impcradore
a Giovanni Vcllorin Soderini nmbasciadore della Repubblica
appo lui , che ogni volta che ella pagasse a Massimiliano
quarantamila scudi non sarebbe molestala, non fu in Firenze
chi si risolvesse ad accellare cosi util paitito, o perchè sti-
massero, che Cesare solo a tanto non baslrsse , o ( he pur
malagevolmente conlra le soprastanti rovine della crucciala
fortuna si trovi riparo. Rimanea dunque campo più aperto
di temere, che di sperare ; mass'mamente i he essendo i ca-
pitani dell' esercito della lega ridott si a far diela in Man-
tova, non si polca venir a Iure di quel che in essa dieta si
trattasse ; ma allor cri bhc mollo più il timore e la confu-
sione, quando finita la dieta e tornato il \icerè in sul bo-
lognese , ove le genli spagniiole si ritrovavano, s'intese, e
ebbesi per indubitalo, che egli quindi mossosi co' denari
de' Medici, ne veniva verso Fireiizc, lenendo la via dello
Stale, con animo di rimuovere il gonfaloniere, e di mutare
il governo della Rcpubblii a, poiché i Fiorentini , s'i come
essi dicevano, mostrandosi espressi nimici della lepa e del
nome italiano, avianu mandato le Icr genli in aiuto de'Fran-
cesi. Fu ancora questa confusione accresciuta in gran parte
per nuovi avvisi sopraggiunti, come ne' confini del dominio
si era congiunto col viceré il cardinal de'Medici , a cui il
papa per dargli maggior riputazione avca dato titolo di le-
galo di Toscana, e che seco eran venuti, benché senza le
lor compagnie, alcuni condottieri del papa, e ogni cosa mo-
strarsi finalmente in favore de'confederati. Restava in tante
difficiillà qualche speranza, che essendo, per il gran secco,
mancamento di farine, non era cosa credibile, che l'esercito
purché trovasse piccolo e breve contrasto , potesse lungo
tempo in Toscana intrattenersi. Il che nondimeno fu la ro-
vina manifesta di quello stalo, essendo le cose riuscite molto
più facili che altri non si avca dato a credere. Mandò la si-
gnoria , inteso the ebbe la mossa di queste genti, ambascia-
dori al viceré per vedere se si trovava forma di convenir
seco, e trovandolo star fermo in voler rimuovere il gonfa-
LIBRO VENTOTTESIMO. 525
loniere , come uomo che soguilava le parli di Francia, e di
rimellere i Medici in casa, col ripigliare la foiraa del go-
verno di prima avanti la cacciata loro, il gonfaloniere, fatto
ragunare il gran consiglio, diccsi che parlò a'cittailini in
sirail maniera: Tre sono le cose, prestantissimi cittadini, che
«lomanda da noi il viceré; le quali oltenendo rimoverà l'ar-
mi, con clic ci viene ad assaltare; eh' io sia privalo di quo
sto magistrato datomi d>i voi; che il governo si riduca al
modo di prima, e che i M'dici sieno restituiti alla patria.
Le quali cose non più (he in due si riducono, nella resti-
tuzione de'Mcdici, e nella nuilazion del governo; percioc-
ché mutandosi il governo , e avendosi a creare il gonfalo-
niere ogni due mesi, chi non vede esser ancor necessario, cht^
si tolga il gonfalonerato a vita? E in\ero se non si avesse a<l
aver riguardo ad altro che alla forza ,e a quel che appar di
fuori di queste domande, elleno non sono peravventura ne su-
perbe, nò ingiusle; perciocché qual è di noi, il quale trovan-
dosi di lungo tempo scacciato dalla patria sua non desiderasse
d'esser a quella restituito? E che della dignità del gonfdone-
rato partecipino più cittadini e più spesso ne ciò e da biasi-
mare, essendo questa lie|>ubblica vissuta dugenlovcnti anni
sotto lai forma, dove il gonfaloniere a vita è staio introdotto non
sono ancora dieci anni finii; e è cosa credibile, che dove
la patria nostra «i è mantenuta per cosi lungo spazio di
tempo con quel governo , che cosi possa manlencrvisi di
nuovo. Ma perchè io dubito , che sotto queste domande
non sia nasiosla cosa mollo diversa da quel the appare,
sono slato coslreito insieme con questi signori miei compa-
gni a proporvi le cose che vi si addomandano , e insieme-
mente a confortarvi, che consideriate bene di che peso è la
somma della quale vi mettete a deliberare; avendo a nascere
da questo parlilo, secondo io avviso, o la confermazione
della \oslra libertà, o, quel che cessi Iddio, il ritornare ai
ceppi d.'lla passata servitù. È diffidi cosa dar altrui a ve-
dere, quando io volessi persuadervi a non ricevere i Medici
in Firenze, ch'io fussi tanto privo e spogliato d'ogni am-
bizione e gloria di qijeslo mondo, che per il solo interesse
della Repubblica, e non per i miei privali comodi e onori,
0 per quelli delh mia casa, a ciò far mi movessi; ma molto
526 dell'istorie FIORENTINE
giustamente sarei ripreso io, se per tema di questo biasirao
non volessi mostrarvi il rischio che si corre in prender que-
sta deliberazione : perciocché chi è così cieco, che non co-
nosca, che non sono i Medici per contenersi dentro i ter-
mini della vita civile e privala; che, per sodisfar a gli ob-
blighi che hanno al viceré e alla lega, gli fa bisogno de'de-
nari de' privali e del pubblico che per molle offese ricevale
hanno l'animo pieno del desiderio della vendetta? E che
speranza si può avi re, che entrati nella ciltà abbiano a ub-
bidire alle leggi coloro, i quali prima che v'entrino, vogliono
alterare le Icsgi ? Io non voglio negare che se spezie alcuna
di servili! si ritrova , alla quale gli uomini nati liberi pos-
sano accomodarsi, quella fusse siala la \ila che si visse sotto
ii padre di costoro ; ma sono mutali i tempi e i modi del
vivere, e sì come i figlinoli per l'acerbità dell'esilio, e per
i costumi appresi nelle corti de' principi eserciteranno con
maggior fasto e alterigia la loro potenza, così voi avvezzi
da qualche tempo in qua a questa vera e universale libertà
e uguaglianza del consiglio grande, male potrete tollerare
la loro superba e tirannica superiorità. Onde mollo presto
sì come coloro, i quali non s'accorgono, che tesoro grande
è la sanità, se non perduta che l'hanno, v'accorgerete di
che pregio era la felicità di questi tempi e di questo go-
verno; e in vano allora per i cerihi e per le piazze s'an-
dranno rammemorando questi anni, ne' quali è lecito a cia-
scuno, senza mirare in viso a chi che sia, dir quel che sen-
te, e sentir quel che vuole per lo comune beneficio nostro,
e di questa Repubblica. Molle cose poirebbon dirsi intorno
questa materia, ma perch' io veggo e riconosco molti di voi,
che nell' un governo e nell' altro vi sete trovali , e sapete
ottimamente discernere il bianco dal nero, mi basterà avervi
accennato de' molli questi pochissimi capi, rendendovi certi
(di che chiamo in testimonio la Di\ina Maestà, la quale io,
se in niuna cosa mentisco, fulmini le saette della giustissi-
ma sua ira sopra del capo mio solo) che qualunque del be-
razione vi prenderete, quella sarà da me, non solo slimata
e approvala per migliore, ma eseguila con mirabii prontezza
e tranquillità dell'animo mio. Il quale, siccome mi giova,
non per fraude o per inganno , ma per universale e libero
JJRRO VENTOTTESIMO. 527
coiisentimenlo di lulii voi aver oUeniilo questa dignilà, cosi
mi sarà sempre di suprema conso'a/ione, senza mia colpa e
peecalo, senza sangue, e senza fremilo alcuno d'arme, co-
me possessor di buona fede, a voi, che data me l'avele, averla
restiluila. Gareggino, e combntliiio per questi onori quelli
che violentemente se gli hanno usurpali. A me non con-
viene con bruita macchia d' immoderala ambizione imbrat-
tare l'azioni della preterita mia vita. E se pur altra sarà
la vostra volontà, non dubiterò d'entrare per beneficio co-
mune in qualunque pericolo, ancorché fossi certo d' avervi
a perder l'avere e la vila. Ristretti i cittadini insieme, ogni
gonfalone da per se, dopo lo spazio di un'ora d'universale
consenlimento riportarono tulli, che, del permettere in fuori,
che i Medici ritornassero in Firenze privati, niuna cosa
s'innovasse, e che, di ciò non contentandosi, bisognando
s'assaltasse il campo; perciocché i nimici, avendo manca-
mento di vettovaglia, sarebbon rotti senza contrasto. Il
gonfaloniere mostrandosi lieto di vedere lanla prontezza
ne' suoi cittadini, fece vedere come egli avea già messo in-
sieme sedicimild fanti del battaglione, a ciascun de'quali
per fargli animo avea dato un fiorino, e che di costoro tra
la porla al Prato e quella a Faenza ve n'erano ottomila,
che tremila se n'erano mandali da' Dieci della guerra a Pro-
to, e che tulle le città e terre del dominio erano ottima-
mente fornite; che, oltre a ciò, aveva accollo insieme dugento
uomini d'arme, e Ireconto cavalleggieri, e die essendo i
nimici di numero molto inferiore, oltre l'incommodilà, le
quali pativano, quando a ciò non stesser fermi, non vi era
cagion da temere , promellendo che dove il bisogno così
richiedesse, cavalcherebbe egli in persona, e che al sicuro
vincirebbe. Licenziato il consiglio, alla ferocità delle pa-
role non seguivano però gli effetti ; perciocché i Dieci si
portavano freddamente a proveder i soldati delle cose ne-
cessarie. Ne" soldati non era esperienza alcuna, né capo di
autorità che li reggesse. Il gonfaloniere di natura tardo, e
il quale, per voler far ogni cosa da se, era stato lascialo
senza aiuto e senza consiglio , non pigliava però il filo a
eseguire, o a fare eseguire le cose proposte. Onde essendo
Baldas-arre Carducci dottor di legge mandato dalla Repub-
528 dell' istorie fiorentine
blica al viceré per convenir seco, e Irovalulo il di 28 d'a-
gosto ballar la terra di Prato; per avervi qualche di(!ìcullà
nel ballerla, l'axea indotto a contentarsi di tulio quello che
la città voleva, purché fusse provcdiilo di vettovaglie e di
non molta quantità di danari. E avea perciò conceduto il
salvocondot lo a quelli ambasciadori, i quali la Repubblica
arcbbc a quesito fine eletti, ma tardando T espedizione dti
già detti ambasciadori più che in cosi fatta necessità non
si conveniva , il viceré temendo di non esser tenuto a bada
da' Fiorentini, die la mattina seguente 1' assalto verso la porta
del serraglio, ove il precedente l'aveva dato a quella del
mercalale; e avendo quivi per alquanti^ ore bRltulo, e fallo
non grande apertura, si posero li Sfiagnuoli con grand' ira-
jieto e ardire a firsi la strada per essa rottura; la quale, co-
me che potesse agevolmenic esser viclata , si per l'aUezza
che rimauea dalla rottura alla terra , e sì [lerché sotto il
muro era ordinato uno squadrone di fanti con picche, e
con archibusi per impedirli, nondimeno l'aver veduto mo-
rir solo due fanti di quelli, che eran sul muro, ove gli Spa-
gnuoli eran saltati, pose tinto spavento a tutti gli altri,
che con infamia grandissima di cosi falla milizia, non solo
contra l'opinione del gonfaloniere e di ciascun altro, ma
dei vincitori istessi senza far atto alcuno di virtù , gittate
giù r arme, si posero bruttamente a fuggire. Dice Giovanni
Carabi, che in f^ì vituperosa fuga e scompiglio furon morti
cinquemila uomini; altrove ho Ietto di quattromilacinque-
cento. Il Guicciardini, il quale non è avvezzo a ingrandire
olire il vero le cose, n'accetta più di duemila. I Pratesi
islessi infino a' presenti giorni confessano dal sacco e dalla
rovina ricevuta in qua non essersi ancor potuti rifare; in modo,
olire la mortalilà, restarono, e di arnesi, e di danari, e d'ogni
umano sussidio spogliati , convenendo quegli che vivi rima-
sero, essendo siali tulli fatti prigioni, ricomprarsi poi dal-
l'avarizia degli Spagnuoli con ingordissime taglie, se uccisi,
o afDilli e tormentali con varie pene es^er non volevano ; J.i
rome a'magistrali de' Fiorentini convenne ancor fare, de'quali
IJitista Guicciardini era podestà, e Tommaso Bartoli e Andrea
Taddei per le cose della guerra commissari. A quanto si
trovò riparo, fu che lonor delle donne violalo non rima-
LIBRO VENTOTTESIMO. 529
nesse, avendo il cardinal de' Medici alla lor maggior chiesa,
ove tutte quasi s'erano ridotte, fatto metter buonissime
guardie; il che fu a' miseri terrazzani in sì loro gran mali
unico ristoro e consolazione. Giunta la novella di sì dolo-
roso e fiero accidente in Firenze , ove gli ambasciadori
spediti al viceré, i quali a mezza via ciò intesero erano sbi-
gottiti ritornati , non si potrebbe leggermente esprimere
quanto avesse variamente commosso gli animi de' Fioren-
tini. Perciocché coloro, a' quali il ritorno de' Medici pia-
ceva, biasimavano forte il presente governo, e cosi gran
danno e vergogna, non per altro, che per l'imprudenza e
tardità del gonfaloniere esser succeduta dicevano. Gli ama-
tori dello stato popolare, facendo della miseria di Prato con-
gettura de'mali che lor polean succedere, erano da incredi-
bile timore soprappresi , nò altro che danni e disonore o
morte s' aspellavano. Il gonfaloniere perdutosi d'animo , e
con l'animo perduto il consiglio e il credito appresso cia-
scuno, come onda di mare era portato, e aggirato non da
chi il consigliava, perocché ninno di ciò cura si prendeva ;
ma da chi riprendendo tacilairiente i suoi consigli, l'aiutava
a entrare in maggior confusione. Onde a coloro i quali (di
novità erano vaghi, crebbe l'ardimento di mettere ad ese-
cuzione quelli), che altre volte tra lor macchinato, e con
Giulio de' Medici segretamente trattatone, non avendo ancor
veduto r opportimità d' adempirlo. Costoro furono Anton
Francesco degli Albizi giovane liberale e di grand' animo,
il quale non passava l'età di 23 anni, Pagolo Vettori e
Bartolemmeo Valori giovani parimente ancor essi, benché
di maggior età, e costor due per le strabocchevoli spese
da molti debiti oppressi, i quali andati l'ultimo giorno di
agosto con arme coperte a trovar il gonfaloniere in palazzo
nel proprio alloggiamento , in tempo che i Signori erano a
sedere nel consiglio degli Ottanta con la Pratica in su la
sala dell'udienza; gli significarono necessaria cosa essere,
che egli di presente a casa se ne tornasse. Le quali parole
dissero in modo, che potette egli, se ciò non facesse, com-
prendere che gliene andava la vita, perchè o sbigoltilo dal
timore, o pure perchè egli non volesse che per sua cagione
la città si partisse , o suscitassesi alcun civile tumulto si
Amm Vol. V. 34
530 dell'istorie FIORENTINE
pose in poter loro, da una parte de' quali cavato di palazzo
senza saputa degli altri magistrali a casa sua ne era con-
dotto , quando egli giunto al ponte a Santa Trinità per l'af-
fanno che sosteneva, chiese di grazia che in casa Francesco
e Pagolo Vettori, i quali abitavano lungo Arno, fusse la-
sciato entrare. Il che liberamente concedutogli, e tornati gli
altri rattamente in palazzo, ove molli giovani de'Rucellai,
de' Tornabuoni , de' Pilli e alcuni de' Barloli e Tommasino
Corbinelli, e un de' figliuoli di Filippo Buondelraonli con
allri parenti e seguaci de' Medici erano entrati, si posero a
stringere i Signori , i quali doveano uscir la sera medesi-
ma, a rimettere i fuoruscili , e a privar legittimamente il
gonfaloniere ; all' una delle quali cose non volendo France-
sco delia Luna, il quale era proposto, acconsentire, si con-
tentò che si trattasse della cassagione del gonfaloniere. Fu-
rono da' Signori, sì come per legge era disposto, ragunati
i collegi, i capitani di parte, i Dieci della guerra e gli Olio
di balìa con i conservadori di legge. Tra' quali messa a par-
tilo la privazione del gonfaloniere, non furono trovate più
che nove fave nere che ciò volessero. La qual cosa da
Paolo Vettori sentita, nella cui casa il gonfaloniere si ri-
trovava, trattosi avanti, fece lor veduto, che, dove stimavano
procurargli il suo bene, gli facean male; però che egli non
vedea in che modo poter frenare il popolo che noi ta-
gliasse a pezzi. Alle quali parole prestando i magistrali fede,
concorsero alla sua privazione. Perchè partitosi egli la notte
seguente accompagnato da Musaichio capitano di cavalleg-
gieri infin sul lenitorio de' Senesi, quindi, come poi si sep-
pe, se ne passò chetamente in Ancona, ove postosi in mare
andò a far la sua abitazione in Ragugia. Questo fine ebbe
V autorità e grandezza di Piero Soderini in Firenze , uomo
di buona mente e amatore della libertà della sua patria, e,
dove dal timore non era sopraffallo, di prudente e moderato
consiglio; ma il quale restò in modo da questa ultima azione
oscuralo , non si essendo veduta in lui deliberazione al-
cuna magnanima, che se la pietà delle sue sciagure noi
rendesse ancor oggi nella memoria degli uomini compas-
sionevole, sarebbe di molto maggior biasimo degno di quello,
che egli non è senz' alcun fallo reputato; perciocché gli
LIBRO VENTOTTESIMO. 531
uomini, i quali in gran Torluna sono coslituiti, non solo a
quello flebbono riguardare, che in danno o beneficio di se
slessi è sol per tornare ; ma ufficio loro è di servare a lor
sommo potere la dignità a quel grado in che son collocati,
perchè l'altezza e chiarezza di quel luogo non resti nella
persona loro macchiata ; onde sarà sempre celebralissima
la memoria di Michele di Landò , né diprezzabile per av-
ventura sarà quella di Cesare Petrucci , i quali soli tra tutti
coloro, che in quel palazzo si son trovali in qualche peri-
colo , han mantenuto salda e inviolala con presto e valo-
roso avvedimento la pubblica riputazione-
Fine del Tomo Quinto e Seco?(DO
DELLA Parte II.^
I I\ D I e E
DEL TOMO QUINTO
-o^Èg^o-
LiBKo Ventunesimo {Anni 1435-1441 ) , . Pag. 5
Libro Ventiduesimo (Anni 1442-1453) » 69
Libro Ventitreesimo (Anni 1454-1476) » 139
Libro Ventiquattresimo (Anni 1478-1480) » 201
Libro Venticinquesimo [Anni 1481-1487) » 257
Libro Ventiseesimo ( Anni 1487-1495 ) » 315
Libro Ventisettesimo (Anni 1496-1502) » 387
Libro Ventottesimo (Anni 1505-1512) » 465
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